La biblioteca delle meraviglie – III

FREAKS – LA COLLEZIONE AKIMITSU NARUYAMA

(2000, Logos)

Ovvero “Lo Sfruttamento Delle Anomalie Fisiche Nei Circhi E Negli Spettacoli Itineranti”.

L’impressionante collezione fotografica di meraviglie umane di Naruyama è un vero tesoro. Immagini storiche, di un’importanza eccezionale, raccolte in un libricino che, pur non offrendo un approfondito background storico, ha il potere di stregare il lettore grazie alla bellezza delle illustrazioni. Dai Lillipuziani alla Meraviglia Senza Braccia, dai Bambini Aztechi ai ragazzi-leone, tutti i più famosi freaks vissuti a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo sono presenti nella raccolta; molte delle fotografie sono infatti relative agli spettacoli circensi e alle fiere itineranti americane in cui questi artisti si esibivano. Dopo lo show, un’ulteriore fonte di profitto erano proprio le fotografie che venivano vendute al pubblico, autografate. Per quanto l’esibizione della deformità all’interno dei carnivals americani sia un capitolo affascinante della storia dello spettacolo moderno, questo prezioso libro però, così focalizzato com’è sui ritratti, offre qualcosa di diverso.

La raccolta documenta un’epoca e una società attraverso i suoi corpi meno fortunati, e allo stesso tempo nello scorrere le pagine avvertiamo l’atemporalità di queste anomalie: nell’antichità come nell’epoca moderna, certi uomini hanno dovuto sopportare il fardello di fattezze eccezionali, spesso temuti ed emarginati. Eppure, se è vero che ogni uomo è specchio per il suo prossimo, fissando gli occhi di questi nostri fratelli dai corpi stupefacenti ci accorgiamo che il loro sguardo rimanda il riflesso più puro e vero.

Alex Boese

ELEFANTI IN ACIDO E ALTRI BIZZARRI ESPERIMENTI

(2009, Baldini Castoldi Dalai)

Una buona parte degli articoli di Bizzarro Bazar contenuti nella sezione “Scienza anomala” nasconde un debito verso questo splendido libro. Boese raccoglie, in forma divulgativa e spesso scanzonata, gli esperimenti scientifici più improbabili, sconcertanti, risibili – e, talvolta, illuminanti. Chi pensa che gli scienziati siano persone serie e compite, sempre nascosti dietro provette o lavagne piene di equazioni impossibili, farebbe meglio a ricredersi: l’immagine della scienza che esce dalle pagine di Elefanti in acido è quella di una disciplina viva, fantasiosa, sempre pronta a prendere le strade meno battute, anche a costo di errori madornali e vergognosi fallimenti. In definitiva, una disciplina molto più umana (nel bene o nel male) di come viene normalmente rappresentata.

Molti di questi esperimenti sono spassosi in quanto, a una prima occhiata, totalmente inconcludenti. Dai ricercatori del titolo, che somministrano a un elefante una potentissima dose di LSD, fino allo psicologo che in automobile resta fermo quando scatta il semaforo verde soltanto per cronometrare quanto ci mette l’autista dietro di lui a suonare il clacson, per finire con gli scienziati che costruiscono uno stadio per le corse degli scarafaggi, il tempo perso dagli studiosi in progetti dagli esiti comici può sconcertare. Eppure, come ricorda l’autore, non sempre la scienza ricerca soltanto le risposte alle nobili e grandi domande. Ogni tassello, per quanto insignificante possa sembrare, contribuisce a comprendere qualcosa di più del mondo in cui viviamo. È vero che gli uomini preferiscono le donne difficili da conquistare? Se cadessimo in un pozzo, il nostro cane verrebbe a salvarci? Perché non riusciamo a farci il solletico da soli?

I ricercatori le cui vicende sono narrate in Elefanti in acido hanno una fiducia smisurata nel metodo scientifico, e non esitano ad applicarlo a quesiti di questo tenore. Anche se, come nel caso dello scienziato che si incaponisce a contare tutti i peli pubici dei suoi colleghi, questa fiducia sembra talvolta divenire talmente cieca da non accorgersi dell’assurdità della ricerca stessa. E anche questo è molto umano.

Donare il proprio corpo alla scienza

Siamo restii, qui su Bizzarro Bazar, a pubblicare notizie di attualità, tanto meno di politica. Facciamo uno strappo alla regola per un’iniziativa che ha in qualche modo a che vedere con alcuni degli argomenti affrontati spesso su questo blog. Sembra che finalmente anche in Italia si stia dibattendo una proposta bipartisan per un tipo di donazione che tuttora nel nostro paese non è consentita. Da un’ANSA di Silvia Gasparetto:

Disporre che il proprio corpo, dopo la morte, finisca sul tavolo operatorio delle facoltà di medicina, per preparare i buoni chirurghi del futuro, prima di essere restituito ai familiari, in condizioni ”civili e rispettose della dignità ”. È la nuova normativa (4 i progetti di legge presentati finora) su cui sta lavorando la commissione Affari Sociali della Camera, per regolamentare e promuovere la donazione della propria salma alla scienza, visto che la pratica della ”dissezione di cadavere” è attualmente in disuso, nonostante all’unanimità le società scientifiche ritengano che sia ”insostituibile”.

L’ipotesi al vaglio è quella della ”donazione volontaria” e che ha come linea guida, sottolinea il relatore, Gero Grassi, ”il rispetto totale e la dignità del corpo, anche se morto”. I vincoli, infatti, saranno quelli ”dell’integrità della salma” e della sua ”riconsegna” alle famiglie, una volta terminati gli studi. […]

Sarà, insomma, un nuovo testamento, che non dovrebbe trovare, però, intoppi nel suo cammino parlamentare, visto che le proposte arrivate all’attenzione dei deputati sono firmate da quasi tutti i gruppi e che si è registrata, nelle prime sedute sull’argomento, una volontà ‘bipartisan’ di andare incontro alle esigenze del mondo scientifico. […]

Ecco la notizia completa.

Amore materno

Su consiglio di una nostra affezionata lettrice, parliamo oggi di un classico della ricerca psicologica.

Abbiamo già affrontato (in questo articolo) l’esperimento di Watson sul “piccolo Albert”: come Watson, all’epoca la maggioranza degli psicologi pensava che l’amore materno fosse un sentimento sopravvalutato, e che i bambini stessero attaccati alle madri soltanto perché fornivano loro il latte, o per ricevere protezione. L’idea comune era che dare troppe attenzioni a un bambino l’avrebbe reso un pappamolle.

Il dottor Harry Harlow, docente all’Università del Wisconsin, era interessato allo studio di questo particolare tipo di relazione che si instaura fra madre e figlio nei primi anni di vita del bambino. Al contrario dei suoi contemporanei, sospettava che vi fosse qualcosa di più, che la simbiosi fra figlio e genitrice nascondesse un tipo di bisogno primario molto più forte; che quel legame così assoluto avesse insomma uno scopo ben più profondo del ricevere cibo o protezione.

Allevando degli esemplari di macaco in laboratorio, egli aveva provato a separare i cuccioli dalla madre per lunghi periodi di tempo. Aveva posto piccoli di macaco in camere di isolamento piccole e buie (da lui chiamate pits of dispair, “pozzi della disperazione”) addirittura per 24 mesi. Le scimmiette non avevano reagito bene: depresse, aggressive, emotivamente e mentalmente turbate, avevano sviluppato attaccamento per dei “surrogati” di madre, restando abbracciate per ore ai morbidi tappetini che coprivano il fondo delle gabbie. Questo aveva portato Harlow a credere che il bisogno del contatto materno fosse uno stimolo potente quanto la fame.

Deciso ad indagare a fondo la faccenda, in una serie di celebri esperimenti che si protrassero dal 1957 al 1963, egli studiò le reazioni di piccole scimmie isolate alla nascita dalle loro madri biologiche, ma dotate di diverse “mamme-surrogato” di sua invenzione.

La prima mamma era chiamata “madre di pezza”. Consisteva in un pezzo di legno avvolto in gomma, spugna e tessuto, riscaldato con una lampadina. Questa era la mamma buona, calda, soffice, paziente, che era sempre disponibile per ventiquattr’ore al giorno. Ma aveva un piccolo difetto: non dava il latte.

Il secondo surrogato era la “madre di fil di ferro”. Una struttura di fili d’acciaio, per niente adatta alle coccole, ma con delle mammelle posticce che fornivano il latte. Cosa avrebbero scelto le scimmie? Il cibo o il calore di una madre morbida e soffice?

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I cuccioli non avevano dubbi: se ne stavano per quasi tutto il tempo accoccolati sulla madre di pezza, rassicurati dal suo calore. Quando avevano fame, correvano per pochi secondi a prendere il latte dalla madre di ferro, per poi tornare precipitosamente a ripararsi al calduccio della mamma di pezza. Chiaramente per loro le coccole erano più importanti del cibo. Decenni di dogmi psicologici erano stati spazzati via.

Ma Harlow non si fermò qui. Le scimmie “allevate” dalla madre di pezza soffrivano comunque di seri disturbi: erano timide, antisociali, depresse, si nascondevano negli angoli, e le altre scimmie le evitavano. Le scimmie allevate dalla sola mamma di ferro stavano anche peggio. Così Harlow si decise a determinare scientificamente quali fossero le giuste qualità per una madre perfetta. Cambiando diverse variabili, costruì altrettante madri-surrogato che si distinguevano per un solo tratto fondamentale, al fine di scoprire quali madri le scimmie avrebbero preferito. Provò molti materiali di rivestimento differenti, per capire quale consistenza fosse maggiormente gradita ai cuccioli: la spugna vinse il primo posto, confermando così che una buona madre deve essere soffice. Provò poi a capire se una madre fredda potesse piacere: facendo passare in una serpentina dell’acqua fredda, abbassò la temperatura della madre-surrogato. Niente da fare. Per quello che potevano saperne, quella mamma poteva anche essere morta, e così i cuccioli la evitavano.

Infine, Harlow si domandò se il movimento non avesse un qualche ruolo fondamentale nello sviluppo dell’attaccamento madre-figlio. Costruì così delle madri-surrogato appese a una certa distanza da terra, delle specie di sacchi di pezza penzolanti dal soffitto. A sorpresa, i cuccioli le adoravano. Una buona madre, quindi, dev’essere calda, soffice, e deve muoversi.

Il lavoro di Harlow, già abbastanza controverso, divenne in seguito ancora più crudele. Ancorché animato da buone intenzioni (Harlow voleva scoprire in che modo il legame madre-figlio potesse essere interrotto, al fine di aiutare i bambini di famiglie disfunzionali), egli cominciò a costruire “mamme” torturatrici. Madri-surrogato che picchiavano i propri cuccioli, che davano loro degli schiaffoni tanto forti da farli volare dall’altra parte della gabbia, madri ad aria compressa che colpivano con getti d’aria improvvisi le povere scimmiette, mamme-vergini-di-Norimberga con punte di ottone che spuntavano saltuariamente dalla pelliccia. Picchiati, spaventati, aggrediti, i piccoli ritornavano sempre e comunque dalle loro crudeli mamme. L’attaccamento era così ostinato, e il loro bisogno di affetto talmente fondamentale e profondo, che nessuna violenza li avrebbe mai separati da quei tristi fantocci che erano il loro unico punto di riferimento.

Divenne chiaro a poco a poco che, per quanto scientificamente interessanti, le ricerche di Harlow stavano progressivamente varcando una soglia etica e morale. Uno dei suoi più stretti collaboratori dichiarò che “continuò ad andare avanti al punto che molte persone si resero conto che stava violando la sensibilità comune, che chiunque avesse rispetto per la vita o per le persone avrebbe trovato tutto questo offensivo”. Nonostante nell’ultima parte della sua carriera Harlow avesse tentato di “riabilitare” e curare le scimmie da lui traumatizzate, le critiche piovvero su di lui come un uragano.

Gli esperimenti di Harlow furono un terremoto per la ricerca psicologica, e non soltanto per i loro risultati: diedero una forte spinta per la creazione di movimenti per la protezione degli animali, che garantiscono oggi (per quanto possibile) un trattamento più amorevole e dignitoso agli animali da laboratorio. Le sofferenze inflitte da Harlow alle sue scimmie hanno quindi avuto almeno due esiti positivi: da una parte, una conoscenza scientifica più profonda degli istinti che legano una madre al proprio cucciolo; dall’altra, paradossalmente, un’aumentata coscienza etica nel pubblico, e negli stessi ricercatori.

Sito web che riporta (in inglese) il classico The Nature of Love di Harry Harlow.

Pagina di Wikipedia su Harlow.