La serenata dei topi

Anche i topi cantano.
Lo sappiamo da circa una cinquantina d’anni, ma soltanto da poco stiamo cominciando a comprendere la complessità delle loro canzoni. Parte della difficoltà in questo studio è data dal fatto che le vocalizzazioni dei topi avvengono ad ultrasuoni, a frequenze non udibili dall’orecchio umano: in natura questo genere di richiami avvengono ad esempio quando un cucciolo chiama la madre.

In Aprile su Frontiers of Behavioral Neuroscience è stata pubblicata una ricerca della Duke University i cui risultati mostrano come il canto dei topi sia in realtà molto più complesso di quanto immaginato finora.
I ricercatori Jonathan Chabout, Abhra Sarkar, David B. Dunson ed Erich D. Jarvis hanno esposto i topi a differenti contesti sociali e, tramite alcuni nuovi software specificamente elaborati, hanno analizzato le modulazioni nella frequenza e durata dei loro richiami ad ultrasuoni. Sono stati così in grado di suddividere le canzoni in “sillabe” e aggregati di suoni ripetuti con un certo ritmo, e a scoprire come variano a seconda della situazione in cui il topo si trova.

Se il maschio viene esposto all’urina di una femmina, e si convince dunque che essa debba trovarsi nei paraggi, il suo canto diventa molto più forte e potente, anche se meno preciso; se invece la femmina è addormentata vicino a lui, per svegliarla utilizza lo stesso canto ma scandisce le “sillabe” in maniera molto più precisa.
Le femmine sembrano preferire canzoni complesse e ricche di variazioni; eppure, nel momento in cui il maschio ha a disposizione una femmina, la sua elaborata canzone di corteggiamento si fa più semplice. D’altronde, una volta attirata la potenziale compagna, il nostro topolino ha bisogno di conservare le energie per rincorrerla e tentare l’accoppiamento.

Il canto dei topi non è ovviamente articolato come quello degli uccelli; eppure, il variare delle canzoni e della loro sintassi rispetto al contesto sociale dimostra che esse veicolano un significato e hanno un fine preciso. I ricercatori non sono ancora sicuri di quanto i topi siano in grado di imparare a modificare le loro vocalizzazioni (come ad esempio fanno gli uccelli) o quanto si limitino a scegliere fra pattern prefissati. Al quesito cercheranno di rispondere le prossime ricerche.

Certo, è bello capire meglio il mondo dei roditori, ma perché è davvero importante?
Le indagini hanno in realtà un fine relativo all’uomo. Nell’ultima decade si è compreso quanto i topi siano, a livello genetico, estremamente simili a noi; scoprire quanto e come riescano ad imparare nuove “sillabe” potrebbe svolgere un ruolo fondamentale per lo studio dei disturbi di spettro autistico, in particolare riguardo ai deficit comunicativi e ai circuiti neuronali che controllano l’apprendimento vocale.

Male mice song syntax depends on social contexts and influences female preferences, Jonathan Chabout, Abhra Sarkar, David B. Dunson, Erich D. Jarvis. Frontiers in Behavioral Neuroscience, April 1, 2015.

Ivanov e lo Scimpanzuomo

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Nell’Isola del Dr. Moreau, di H.G. Wells, il folle scienziato che dà il titolo al romanzo insegue il progetto di abbattere le barriere fra gli esseri umani e gli animali; con gli strumenti della vivisezione e dei trapianti, vuole sconfiggere gli istinti bestiali e trasformare tutte le belve feroci in innocui servitori dell’umanità. Certo, detto così il piano a lungo termine sembra piuttosto nebuloso, e capiamo che in realtà è la vertigine della ricerca a muovere e motivare l’allucinato Dottore:

Io mi ponevo una domanda, studiavo i metodi per ottenere una risposta e trovavo invece una nuova domanda. Era mai possibile? Voi non potete immaginare quanto ciò sia di sprone ad un ricercatore della verità e quale passione intellettuale nasca in lui. Voi non potete immaginare gli strani e indescrivibili diletti di tali smanie intellettuali.
La cosa che sta qui davanti a voi non è più un animale, una creatura, ma un problema. […] Quello che io volevo, la sola cosa che io volessi, era trovare il limite estremo della plasticità delle forme viventi.

Gli esperimenti di Moreau non hanno, nel romanzo, un lieto fine. Ma sarebbe possibile, almeno in via teorica, l’ibridazione fra l’uomo e le altre specie animali?

Fino a poco tempo fa, si credeva che i rapporti sessuali interspecifici fossero poco diffusi in natura: alcune recenti ricerche, però, sembrerebbero indicare nell’ibridazione un fattore più significativo di quanto sospettato per l’evoluzione delle specie.
Questo accade fra piccoli insetti, quando ad esempio nasce una “nuova” farfalla, risultato dell’incrocio di specie differenti, che mostra colorazioni impercettibilmente modificate rispetto ai genitori; ma ovviamente, per animali di stazza maggiore le cose sono più complicate. Se escludiamo i rari episodi di “stupro” dei rinoceronti da parte degli elefanti, o gli incroci fra grizzly e orsi polari, nei mammiferi gli accoppiamenti fra specie diverse sono stati osservati quasi esclusivamente in cattività (anche se questo non significa che non esistano in natura comportamenti sessualmente opportunistici). E in cattività, infatti, hanno visto la luce tutti quegli ibridi dai nomi bislacchi e un po’ ridicoli, che ricordano un fantasioso libro per bambini: il ligre, il tigone, il leopone, il zebrallo, e via dicendo (al riguardo, Wiki ospita una breve lista).

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Questi animali ibridi, creati o meno dall’uomo, sterili o fertili, esistono soltanto in virtù della vicinanza e compatibilità di codice genetico fra i genitori. Il mulo nasce perché cavalla e asino hanno un patrimonio cromosomico similare fra di loro, e la cosa interessante è che la differenza nel numero dei cromosomi non sembra costituire una barriera, una volta che i geni si “assomigliano” abbastanza.

Se ci guardassimo attorno con l’occhio famelico del Dr. Moreau, alla ricerca del candidato ideale da ibridare con l’essere umano, gli animali su cui il nostro sguardo si poserebbe immediatamente sarebbero i cugini primati. Gli scimpanzé, per esempio, condividono con noi il 99,4% del patrimonio genetico, tanto che c’è chi discute sull’opportunità o meno di farli rientrare nella categoria tassonomica dell’Homo. Quindi, se proprio volessimo cominciare gli esperimenti, sarebbe necessario partire dalle scimmie.

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Alla stessa conclusione, anche se a quel tempo ancora non si parlava di DNA o cromosomi, era arrivato il dottor Il’ja Ivanovič Ivanov. Biologo, ricercatore, professore ordinario dell’Università di Kharkov, Ivanov era un’autorità nel campo dell’inseminazione artificiale. All’inizio degli anni ’20 aveva dimostrato come si poteva far accoppiare un singolo stallone con 500 cavalle, portando la tecnica della riproduzione “assistita” a livelli stupefacenti per l’epoca.

Ivanov conduceva contemporaneamente altri tipi di sperimentazioni: era interessato all’idea dell’ibridazione, e fu tra i primi ad incrociare con successo ratti e topi, cavie e conigli, zebre ed asini, bisonti e mucche, e molti altri animali. La genetica muoveva allora i suoi primi passi, ma già prometteva bene, tanto che anche i vertici del PCUS si erano mostrati interessati alla creazione di nuove specie domestiche. A quanto ci racconta lo storico Kirill O. Rossianov, però, Ivanov voleva spingere i suoi esperimenti ancora oltre – desiderava essere il primo scienziato della Storia a creare, mediante inseminazione artificiale, un ibrido uomo-scimmia.

Muovendosi con circospezione, un po’ per conoscenze private e un po’ attraverso richieste ufficiali, Ivanov era riuscito a farsi accordare dall’Istituto Pasteur di Parigi il permesso di utilizzare per i suoi esperimenti la stazione primatologica di Kindia, nella Guinea Francese. Dopo circa un anno di corteggiamento dei vari burocrati del governo sovietico, nel 1925 finalmente lo scienziato riuscì a far stanziare un finanziamento alla sua ricerca da parte dell’Accademia delle Scienze dell’URSS per l’equivalente di 10.000$. Così, a marzo dell’anno successivo, Ivanov partì speranzoso per la Guinea.

Ma le cose andarono male fin dall’inizio: appena arrivato, comprese subito che il laboratorio di primatologia non ospitava alcuno scimpanzé sessualmente maturo. Non fu prima del febbraio dell’anno successivo che Ivanov riuscì a procedere con i primi tentativi di inseminazione artificiale: assistito da suo figlio, Ivanov inserì dello sperma umano nell’utero di due esemplari di scimpanzé e nel giugno del 1927 inoculò lo sperma in una terza femmina della colonia. Di chi fosse il seme umano non è dato sapere, l’unica cosa certa è che non era né di Ivanov né di suo figlio. Nessuno dei tre tentativi di inseminazione andò a buon fine, e Ivanov ripartì, probabilmente amareggiato, portandosi a Parigi tutte le scimmie che poteva (tredici esemplari).

Mentre era in Guinea, Ivanov aveva anche cercato di trovare delle volontarie umane disposte a farsi inseminare da sperma di scimmia – anche qui, stranamente, senza alcuna fortuna.
Tornato in Russia, però, non si diede per vinto e nel 1929, sempre spalleggiato dall’Accademia, ricominciò a pianificare i suoi esperimenti, riuscendo addirittura a costituire una commissione apposita con il sostegno della Società dei Biologi Materialisti. Avrebbe avuto bisogno di cinque volontarie donne: fece in tempo a reclutarne soltanto una, disposta – nel caso l’esperimento fosse andato a buon fine – a concepire un figlio metà uomo e metà scimmia. Proprio in quel momento arrivò da Parigi una terribile notizia: l’ultimo esemplare maschio fra quelli riportati in Europa dalla Guinea, un orango, era morto. Prima di poter mettere le mani su un nuovo gruppo di scimmie, avrebbe dovuto aspettare almeno un altro anno.

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Nel frattempo, però, il vento era cambiato all’interno dell’Accademia: i finanziamenti vennero revocati, Ivanov fu criticato per il suo operato e in men che non si dica, nel 1930, venne epurato dal regime stalinista. Esiliato in Kazakistan, vi morì dopo due anni.

Come dimostra la storia di Ivanov, meno di un secolo fa la barriera per questo tipo di ricerche era l’acerbo sviluppo della tecnologia; oggi, ovviamente, il principale ostacolo sarebbe di stampo etico. E così  per il momento lo “scimpanzuomo“, com’è stato battezzato, rimane ancora un’ipotesi fantascientifica.

Pietre semoventi

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Nella suggestiva cornice di un lago prosciugato per la maggior parte dell’anno, sul lato a nordovest della famosissima Death Valley in California, le pietre mobili della Racetrack Playa hanno intrigato geologi e fisici per decenni. In questa conca riempita di sabbia sedimentaria, durante il periodo di intensa pioggia, l’acqua si riversa trasformando il terreno in un denso pantano; in seguito, seccandosi al caldo del sole, il fango si restringe ricoprendosi di mille crepe e formando i caratteristici poligoni che ricoprono l’intera superficie della Playa. E in questo strano posto, le rocce si muovono da sole.

Le pietre semoventi sono tutte diverse fra di loro: ce ne sono di smussate e di aguzze, di piccole e grandi dimensioni; quanto a categoria litologica, alcune sono sieniti, altre dolomiti; alcune si muovono per pochi metri, altre per qualche decina. Durante i loro spostamenti, le rocce possono addirittura girare su se stesse, e finire per appoggiare a terra una diversa “faccia” rispetto alla loro posizione di partenza. Se due rocce partono contemporaneamente, possono continuare a muoversi in parallelo, oppure una delle due può improvvisamente fare una virata in un’altra direzione. Spesso le rocce procedono a zig-zag, lasciando delle tracce larghe in media una ventina di centimetri, ma profonde meno di tre centimetri.

Perché gli scienziati ci stanno mettendo tanto a capire cosa fa muovere questi sassi? Il problema è che nessuno le ha mai viste mentre si spostano. Si è potuta misurare approssimativamente la loro velocità, la lunghezza del percorso, ma qualsiasi monitoraggio è stato effettuato soltanto prima e dopo lo spostamento. Questo perché per fare pochi metri le pietre ci mettono anche 4 anni; e intendiamoci, non è che si muovano lentamente ma costantemente: le tracce indicano anzi dei movimenti piuttosto repentini (il fango viene spinto sui lati della scia). Ma quale geologo può perdere quattro anni ad aspettare il momento giusto, in cui un sasso faccia un piccolo passo in avanti?

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Fin dal 1915, quando avvenne il primo “avvistamento” di cui ci resti traccia scritta, sono state avanzate molte teorie: la maggior parte di esse concordano sull’ipotesi di base, che vede il fondo della Playa trasformato dalle piogge in un fango denso d’acqua ma non completamente alluvionato, e la presenza di fortissimi venti (da quelle parti durante l’inverno soffiano fino a 145 km/h) che metterebbero in moto le pietre. Nel 1952 avvenne addirittura un esperimento piuttosto eccentrico: un geologo, convinto proprio di questa teoria, decise di alluvionare con l’acqua un’area specifica della Playa, e utilizzò il motore di un aereo per creare il più forte vento artificiale disponibile all’epoca. Potete immaginare i risultati – le pietre rimasero pacifiche e serene nella loro posizione, senza spostarsi di un centimetro.


Altre ipotesi indicano come possibile causa i cosiddetti diavoli di sabbia, piccoli vortici d’aria, non rari nella zona, oppure l’abbassarsi delle temperature che, ghiacciando leggermente la superficie del lago prosciugato, diminuirebbero l’attrito. Alcuni hanno pensato a glaciazioni più importanti, dei veri e propri lastroni di ghiaccio nei quali le pietre rimarrebbero prigioniere, e che scivolerebbero lentamente in avanti. Ma negli anni ’70 alcuni ricercatori provarono a piantare dei pali vicino ad alcune pietre – l’idea era che se si fosse formata una lastra di ghiaccio, avrebbe inglobato sia la pietra che i pali, ma a causa di questi ultimi non si sarebbe potuta muovere. Eppure alcune pietre “scapparono” da questa trappola senza problemi.

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Negli anni, quindi, il fenomeno venne annoverato fra i misteri insoluti dalla scienza, guadagnandosi il consueto corredo di spiegazioni soprannaturali, ufologiche, magnetico-astrali, magiche, e via dicendo. Con l’arrivo dei turisti, le pietre cominciarono di tanto in tanto a sparire, perché, diciamocelo chiaramente: chi non vorrebbe portarsi a casa un sasso che, visto che si muove da solo, deve per forza avere un “campo energetico” davvero unico, e delle virtù taumaturgiche miracolose? Peccato che, una volta al di fuori della Racetrack Playa, le pietre rimanessero inspiegabilmente ferme.

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Arriviamo quindi ad anni più recenti, e al contributo di Ralph Lorenz, fisico planetario che lavora nel campo delle esplorazioni spaziali ma anche della geologia dei pianeti. Nel 2006 Lorenz stava disponendo alcune centrali meteorologiche miniaturizzate proprio nella Racetrack Playa per un progetto NASA – nella Death Valley le condizioni climatiche durante l’estate sono talmente estreme da poter servire da modello per gli studi su Marte. E lì Lorenz rimase affascinato dal fenomeno delle pietre semoventi. Decise che, visto che le sue stazioni meteorologiche non venivano utilizzate durante l’inverno, le avrebbe impiegate per far luce sul mistero. Studiando la letteratura scientifica, scoprì che nelle zone artiche il ghiaccio imprigiona spesso dei massi, facendoli galleggiare fino a riva, dove creano addirittura delle barricate. Ma Lorenz non era convinto che sulla Playa si formassero dei lastroni di ghiaccio enormi. Osservando meglio le tracce delle rocce, si accorse di un dettaglio singolare: alcune rocce sembravano andare a sbattere l’una contro l’altra, rimbalzando e cambiando poi direzione; la cosa strana però è che la scia non andava completamente fino alla roccia colpita, ma si fermava a qualche decina di centimetri, come se fosse stata respinta prima dell’impatto. Lorenz si convinse che attorno alla roccia doveva esserci stato una sorta di “collare” di ghiaccio, un anello che la circondava. L’idea combaciava con i risultati provenienti dai suoi sensori meteorologici, che indicavano una parziale glaciazione della zona durante l’inverno, associata ai copiosi rovesci di pioggia.

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Ciò che separa le teorie di Ralph Lorenz da quelle di tutte gli altri scienziati è che Lorenz riuscì a replicare il fenomeno in laboratorio – o, meglio, a casa sua: creò cioè una vera e propria roccia semovente nella sua cucina. Mise un sasso in un recipiente di plastica, che riempì d’acqua in modo che la punta della roccia rimanesse scoperta; poi infilò il tutto nel freezer. Ora aveva un disco di ghiaccio con una roccia incastonata al suo interno; lo capovolse, e lo fece galleggiare in una vasca il cui fondo era riempito di sabbia. Soffiando dolcemente sul sasso, ecco che questo si mosse attraverso la vasca, lasciando una scia sul terriccio sottostante.

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Nel 2011 Lorenz e il suo team di esperti avevano raccolto abbastanza dati da proporre il loro studio alla comunità scientifica. Quello che succede nella Racetrack Playa, fatte le dovute proporzioni, è simile all’esperimento casalingo di Lorenz: 1) un anello di ghiaccio si forma attorno alla roccia; 2) il cambiamento nel livello delle piogge fa venire a galla il tutto, spesso capovolgendo o inclinando la roccia in posizioni inedite; 3) a questo punto non servono nemmeno i violentissimi venti teorizzati dalle precedenti ricerche, perché l’anello che sostiene il sasso è praticamente senza attrito sull’acqua, e una leggera brezza può bastare per farlo muovere.

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Nonostante il fenomeno abbia ormai trovato una spiegazione esauriente, corroborata da studi geo-meteorologici ed efficacemente replicata in condizioni controllate, le pietre mobili della Playa sono ancora vendute come “mistero inspiegabile” da molte trasmissioni televisive, che non rinunciano facilmente a una simile gallina dalle uova d’oro. D’altronde gli stessi Ranger della zona lo sanno bene: i turisti si chiedono meravigliati come possano muoversi le pietre, ma se si prova a spiegare loro il vero motivo, spesso si infastidiscono e non vogliono ascoltare. Sono venuti lì per il mistero, non per avere risposte.

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Eppure forse la bellezza di queste pietre che per millenni sono state, e continueranno ad essere, trasportate dal ghiaccio, incidendo enigmatiche geometrie a zig-zag nella sabbia di un lago prosciugato e inospitale, non ha alcun bisogno del mistero per essere commovente: si tratta di un’altra delle infinite, strane meraviglie di questo piccolo pianeta perduto nel nero.

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Piccioni superstiziosi

Articolo a cura della nostra guestblogger Veronica Pagnani

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Perché siamo convinti che compiere un determinato gesto possa propiziare l’avverarsi di un evento favorevole? Perché, nonostante la qualifica di “esseri viventi più intelligenti ed evoluti del pianeta”, gli uomini continuano ad essere superstiziosi? E ancora, sono solo gli esseri umani ad essere superstiziosi o è questa una caratteristica che ci accomuna anche con gli animali?

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Sono queste le domande che B.F. Skinner, psicologo americano vissuto nel secolo scorso, si pose per gran parte della sua vita, influenzando i suoi studi che, in breve tempo, diedero esiti straordinari.

Le opere di Skinner sono tutt’oggi largamente valutate dalla comunità scientifica in quanto riportano un concetto mai espresso prima di allora: il condizionamento operante.

Il concetto di condizionamento operante è di per sé molto semplice ed implica il fatto che un animale riesca a rendersi conto che, per qualche ragione, ad una sua particolare azione seguirà un evento. Se l’evento atteso si verifica, ecco che l’animale si sentirà gratificato e sarà portato a ripetere all’occorrenza quella determinata azione. Ma come riuscì Skinner a rendere valida una tesi del genere?

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Anzitutto, progettò una gabbia (conosciuta oggi come Skinner’s box), la cui peculiarità era il possedere una leva che, una volta premuta, faceva scattare un meccanismo dispensatore di cibo. Gli animali, che venivano intrappolati all’interno della Skinner’s box , imparavano ben presto il “trucchetto” per ottenere cibo e lo utilizzavano ogni qual volta ne avessero avuto bisogno.

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Nel 1948, però, Skinner decise di rendere più interessante l’esperimento, immettendo nella gabbia un solo piccione e collegando il dispensatore di cibo non più ad una leva bensì ad un timer.

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In un primo momento il piccione sembrò non curarsi particolarmente del meccanismo che ospitava la sua gabbia e che dispensava il cibo a intervalli casuali; col passare del tempo però, cominciò a manifestare comportamenti alquanto bizzarri. Skinner notò che il piccione, con insistenza, ripeteva il movimento che aveva fatto un attimo prima di ottenere il cibo. Anche altri piccioni, sottoposti in gabbie diverse allo stesso esperimento, cominciarono a comportarsi allo stesso modo: chi girava su se stesso, chi allungava il collo verso un angolo della gabbia, un altro piegava su la testa con uno scatto, un altro ancora sembrava spazzolare con il becco l’aria sopra il fondo della gabbia e altri due dondolavano la testa. Un’altra stranezza era data dal fatto che i piccioni perseveravano nel comportamento nonostante questi movimenti, per la maggior parte delle volte, non portassero ad alcun risultato. Si trattava effettivamente di un comportamento superstizioso, osservato per la prima volta negli animali. L’esperimento, pubblicato sul celeberrimo Journal of Experimental Psychology, viene comunemente ricordato come “Superstizione del piccione”.

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In verità, nonostante gli esiti straordinari dell’esperimento, Skinner aveva solo dimostrato che i piccioni possono maturare degli atteggiamenti superstiziosi, basati su una falsa correlazione; ma va anche ricordato che i piccioni hanno un cervello molto diverso da quello degli uomini. Il nuovo quesito a questo punto era: può un animale simile all’uomo sviluppare comportamenti superstiziosi?

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Purtroppo Skinner non visse così a lungo da portare a termine anche questo esperimento; se ne occuparono due ricercatori dell’Università dell’Oklahoma, L. D. Devenport e F. A. Holloway, i quali decisero di prendere come cavie dei ratti.

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Al pari dei piccioni, anche i ratti vennero immessi nelle Skinner’s box, ma al contrario dei primi, questi non si autoingannarono e continuarono a comportarsi normalmente. Devenport e Holloway scoprirono le motivazioni di tale risultato. Nel cervello dei ratti, così come in quello degli uomini, vi è un’area chiamata “ippocampo”, la quale aiuterebbe a cogliere le vere relazioni di causa-effetto. Ad avvalorare maggiormente questa tesi fu un secondo esperimento, in cui i ratti vennero dapprima danneggiati nell’ippocampo per mezzo di elettrodi, per poi essere nuovamente immessi nelle Skinner’s box. In questo caso, proprio come era successo ai piccioni, i ratti cominciarono a compiere dei gesti arbitrariamente associati alla somministrazione di cibo.

Devenport e Holloway conclusero che, molto probabilmente, il processo evolutivo ha fatto sì che molti mammiferi sviluppassero l’ippocampo proprio come una sorta di “protezione” verso gli inganni del mondo esterno.

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A questo punto gli studi, e gli esperimenti, potevano dirsi conclusi con successo. O forse no. Si sa, la curiosità umana non ha, e non avrà mai (si spera), fine. E fu proprio la curiosità e l’amore per il sapere a spingere Koichi Ono, dell’Università Konazawa di Tokio, a costruire una Skinner’s box, dotata di tre leve, in cui inserire non più cavie animali bensì esseri umani, in modo da sciogliere ogni dubbio riguardante la validità delle precedenti teorie formulate.

Anche in questo caso, all’interno della Skinner’s box, notiamo la presenza di un “meccanismo ingannevole”, ovvero un contatore collegato ad un timer. Agli studenti che, volontariamente, decisero di sottoporsi all’esperimento non venne detto nulla, se non che il loro obiettivo era di fare “più punti possibili”. Nell’arco di 40 minuti, una parte degli studenti pensò che l’unico metodo per fare punti doveva essere collegato alle leve, le quali vennero tirate in sequenze differenti, in modo da provare quale fosse la mossa esatta. Altri studenti, invece, capirono che le leve non avevano nulla a che fare con il contatore e, nella speranza di fare punti, cominciarono ad assumere gli atteggiamenti più stravaganti, come arrampicarsi sul tavolo, picchiare sul muro, sul contatore o saltare ripetutamente fino a toccare il soffitto.

L’esperimento di Ono, così come quello dei suoi colleghi, aveva dimostrato che anche l’uomo, nonostante la protezione dell’ippocampo, può assumere atteggiamenti superstiziosi.

Tutto ciò è veramente incredibile. Ancor più incredibile però, è l’ipotesi formulata da Danilo Mainardi, la quale sintetizza tutti i risultati raccolti e precedentemente esposti. Secondo Mainardi, il pensiero razionale ha sì portato l’uomo ad indagare per capire le cose della natura, ma al tempo stesso l’ha messo di fronte alla caducità delle cose terrene. L’irrazionalità, dunque, non dev’essere per forza stigmatizzata, anzi, nella giusta misura, può essere un modo per affrontare l’insensatezza delle nostre vite. Il gatto nero che attraversa la strada non ha davvero nulla a che fare con la vostra fortuna: ma, se davvero vi conforta, fate pure tutti i vostri scongiuri preferiti.

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Nim Chimpsky

È possibile insegnare alle scimmie a comunicare con noi attraverso il linguaggio dei segni? È quello che voleva scoprire il dottor Herbert Terrace della Columbia niversity di New York quando all’inizio degli anni ’70 diede avvio al suo rivoluzionario”progetto Nim”.

Nim Chimpsky era uno scimpanzé di due settimane, chiamato così per parodiare il nome di Noam Chomsky, linguista e intellettuale fra i più influenti del XX Secolo (chimp in inglese significa appunto scimpanzé). Nato in cattività presso l’Institute of Primate Studies di Norman (Oklahoma), nel dicembre del 1973 Nim venne sottratto alle cure di sua madre, e affidato da Terrace a una famiglia umana: quella di Stephanie LaFarge, sua ex-allieva. L’intento era quello di crescere il cucciolo in tutto e per tutto come un essere umano, vestirlo come un bambino, trattarlo come un bambino, insegnargli le buone maniere, ma soprattutto cercare di fargli apprendere il linguaggio dei sordomuti.

L’idea di Terrace potrà sembrare un po’ folle e temeraria, ma va inserita in un contesto scientifico peculiare: la linguistica era agli albori, e da poco veniva associata all’etologia per comprendere se si potesse parlare di linguaggio vero e proprio anche nel caso degli animali. Chomsky faceva parte di quella fazione che sosteneva che il linguaggio fosse una caratteristica specifica e assolutamente unica dell’essere umano; secondo questa tesi, gli animali certamente comunicano fra di loro – e si fanno capire bene anche da noi! – ma non possono utilizzare una vera e propria sintassi, che sarebbe prerogativa della nostra struttura neurologica. Se Nim fosse riuscito ad imparare il linguaggio dei segni, sarebbe stato un vero e proprio terremoto per la comunità scientifica.

Il professor Terrace però commise da subito un grave errore. La famiglia a cui aveva affidato Nim non era effettivamente la più adatta per l’esperimento: nessuno dei figli della LaFarge era fluente nel linguaggio dei segni, e quindi nella prima fase della sua vita, quella più delicata per l’apprendimento, Nim non imparò granché; inoltre, la madre adottiva era un’ex-hippie con un’idea piuttosto liberale nell’educare i figli. Nim finì per essere lasciato libero di scorrazzare per il parco, di mettere la casa sottosopra, e addirittura di fumarsi qualche spinello assieme ai “genitori”. Quando Terrace si rese conto che non arrivava alcun questionario compilato che certificasse i progressi del suo scimpanzé, comprese che l’esperimento era seriamente a rischio. Il clima indisciplinato e caotico di casa LaFarge metteva in pericolo l’intero studio.


Terrace decise quindi di incaricare una studentessa ventenne, Laura-Ann Petitto, dell’educazione di Nim. Strappato per una seconda volta alla figura materna, lo scimpanzé venne trasferito in una residenza di proprietà della Columbia University, dove la Petitto cominciò un più rigido e intensivo programma di addestramento. In poco tempo Nim imparò oltre 120 segni, e i suoi progressi cominciarono a fare scalpore. Conversava con i suoi maestri in maniera che sembrava prodigiosa, e in generale faceva mostra di un’intelligenza acuta, tanto da arrivare addirittura a mentire.

Ma ormai Nim non era già più un cucciolo, e con la giovane età cominciò a crescere di mole e soprattutto di forza. I suoi muscoli erano potenti come quelli di due maschi umani messi assieme, e spesso Nim non era in grado di misurare la violenza di un suo gesto: gli stessi giochi che qualche mese prima erano spensierati, diventavano per gli addestratori sempre più pericolosi perché lo scimpanzé non si rendeva conto della sua forza. Con lo sviluppo sessuale e la maturazione verso l’età adulta, inoltre, crebbe anche la sua aggressività: la Petitto venne attaccata diverse volte, due delle quali in maniera molto grave. I morsi di Nim in un’occasione le lacerarono la faccia, costringendola a 37 punti di sutura, e in un’altra le recisero un tendine. La tensione psicologica era insopportabile, e la Petitto decise di lasciare l’esperimento… e di lasciare Terrace, con il quale aveva una relazione sentimentale. Joyce Butler, una studentessa di vent’anni, entrò a sostituire la Petitto come terza madre adottiva di Nim. Anche lei fu più volte attaccata dalla scimmia, e la difficoltà di reperire fondi fece infine decidere a Terrace di dichiarare concluso l’esperimento, e smantellare il progetto dopo solo quattro anni.

Qui cominciò un vero e proprio calvario per il povero Nim. Egli non aveva infatto mai avuto contatti con altri primati, essendo sempre vissuto con gli umani: quando gli scienziati lo riportarono all’Institute of Primate Studies, Nim era completamente terrorizzato dai suoi simili e ci vollero diversi uomini per staccarlo da Joyce Butler, alla quale si era avvinghiato, per essere rinchiuso nella gabbia. Per lo scimpanzé che sapeva parlare, abituato a mangiare a tavola in compagnia degli esseri umani, e a correre libero nel parco, la prigionia fu uno shock terribile. Ma le cose erano destinate a peggiorare, perché l’istituto decise di trasferirlo in un centro di ricerca scientifico in cui si faceva sperimentazione sugli animali.

Rinchiuso in una gabbia ancora più angusta, di fianco a decine di altre scimmie terrorizzate in attesa di essere inoculate con virus e antibiotici, il futuro di Nim era tutt’altro che roseo. Terrace non muoveva un dito per salvarlo da quel destino, e così ci pensarono alcuni degli assistenti che avevano preso parte al progetto: organizzarono un battage mediatico denunciando le condizioni inumane in cui Nim era tenuto, diedero avvio a un’azione legale e infine riuscirono a farlo trasferire in un ranch di recupero per animali selvatici, e a liberare anche le altre scimmie destinate agli esperimenti.

Nonostante fosse al sicuro in questa riserva naturale, Nim era ormai provato, abbattuto e depresso; restava immobile e senza mangiare anche per giorni. Quando dopo anni la sua prima madre adottiva, Stephanie LaFarge, gli fece visita e volle entrare nella gabbia, Nim la riconobbe immediatamente e, come se la ritenesse responsabile per averlo abbandonato, la attaccò quando lei provò ad entrare nella gabbia.

Eppure arrivò per Nim almeno una insperata, dolce sorpresa: dopo un lungo periodo di solitudine, un altro scimpanzé, femmina, venne introdotto nella sua gabbia e per la prima volta Nim riuscì a socializzare con la nuova arrivata. Potè così passare gli ultimi anni della sua vita in compagnia di una nuova amica, forse più sincera e fidata di quanto non fossero stati gli uomini. Nim morì nel 2000 per un attacco di cuore.

Il professor Terrace, dopo aver cercato ed ottenuto la fama grazie a questo ambizioso progetto, tornò sui suoi passi e dichiarò che il progetto era stato fallimentare; scrisse che Nim non aveva mai veramente imparato a formulare delle frasi di senso compiuto, ma che era soltanto divenuto abile ad associare certi segni alla ricompensa, e aveva capito quali sequenze usare per ottenere del cibo. La voglia dei ricercatori di vedere in un animale un’intelligenza simile alla nostra aveva insomma viziato i risultati, che andavano grandemente ridimensionati. Ancora oggi però c’è chi è convinto del contrario: gli assistenti e i collaboratori che hanno conosciuto Nim e si sono presi cura di lui continuano a sostenere che Nim sapesse parlare in maniera chiara e precisa, e che se Terrace si fosse degnato di stare un po’ di più con lo scimpanzé, invece di relazionarsi con lui soltanto davanti ai fotografi, l’avrebbe certamente capito.

La ricerca, così come è stata condotta, ha effettivamente un valore scientifico relativo, e i dati raccolti si prestano a interpretazioni troppo volubili. È probabile che non capiremo mai se gli animali possono imparare a parlare, anche perché un esperimento come Project Nim è figlio del suo tempo, e sarebbe impensabile replicarlo oggi; lo strano destino di Nim, questo essere speciale che ha vissuto due vite in una, prima come umano e poi come animale, continua però a parlarci di altre questioni, forse ben più fondamentali. Ci interroga sui limiti (reali? inventati?) che separano l’uomo dalla bestia, e su quelli etici della ricerca.

Nel 2010 James Marsh (regista di Man On Wire) ha diretto uno splendido documentario, Project Nim, costituito in larga parte di materiale d’archivio inedito, che ripercorre in maniera commovente e appassionante l’intera vicenda.

Speciale: James G. Mundie

In esclusiva per Bizzarro Bazar vi proponiamo l’intervista da noi realizzata all’artista James G. Mundie, disegnatore, fotografo e incisore. I suoi lavori più noti sono due serie di opere: la prima, intitolata Prodigies, è un’iconoclasta rivisitazione di alcuni classici della pittura di ogni epoca, all’interno dei quali i soggetti originali sono stati rimpiazzati dai freaks più famosi. Quello che ne risulta è una sorta di ironica storia dell’arte “parallela” o “possibile”, in cui la deformità prende il posto del bello, e in cui per una volta gli emarginati divengono protagonisti.
Il suo altro lavoro molto noto è Cabinet of curiosities, una serie di fotografie, schizzi e incisioni riguardanti le maggiori collezioni anatomiche e teratologiche conservate nei musei di tutto il mondo.

Le fotografie fanno parte dei tuoi progetti tanto quanto i disegni. Ti ritieni più un fotografo o un illustratore?

Mi piace pensarmi come un creatore di immagini che utilizza qualsiasi strumento o mezzo sia appropriato. Questo significa talvolta disegnare, altre volte incidere su legno o fotografare. Comunque, ho cominciato ad considerare la fotografia come mezzo a sé solo da poco tempo. Ho sempre usato le fotografie come riferimenti, o come fossero dei bozzetti per altri progetti. Con il tempo, invece, ho cominciato ad apprezzare le foto che facevo nei loro propri termini estetici. Specialmente da quando sono diventato padre, la relativa immediatezza dell fotografia è stata un cambiamento benvenuto rispetto ai metodi più laboriosi che uso nei disegni e nelle incisioni, che possono prendere settimane o mesi (addirittura anni!) per emergere.

Riguardo alla serie Prodigies, come è nata l’idea di unire il mondo dei freakshow con quello dell’arte classica, e perché?

Ho sempre disegnato ritratti, e intorno al 1996-97 stavo cercando nuove ispirazioni. Ho cominciato a pensare alle fotografie di strane persone, come Jojo il Ragazzo dalla Faccia di Cane, che avevo visto decadi prima, e pensai che sarebbe stato divertente lavorarci. Cominciai a fare ricerche sui sideshow, e presto scoprii qualcosa di molto più bizzarro di quello che ricordavo dalla mia infanzia. Iniziai a trovare anche dettagli sulle vite di questi performer che li fecero risultare molto più veri ai miei occhi – cioè, più di qualcosa di semplicemente anomalo e strampalato. Prodigies è cominciato come una sfida, per vedere se sarei riuscito a mescolare questi inquietanti e affascinanti performer di sideshow ai miei quadri preferiti.
Mi resi conto che la presentazione circense dei freaks era spesso basata sull’esagerazione – ai nani venivano assegnati titoli militari come Generale o Ammiraglio, le persone molto alte venivano reinventate come giganti, ecc.; e nella storia dell’arte succedeva lo stesso, quello che vediamo nei quadri era, all’epoca, una commissione commerciale all’artista da parte di una persona benestante che voleva lasciare un ricordo di sé e del suo successo. In questo senso, un ritratto di Raffaello di un qualsiasi cardinale o poeta non è molto differente dalle cartoline di presentazione dei freaks vendute dal palcoscenico. Entrambe le cose cercano di proiettare e/o vendere un’identità. “Perché non portare il tutto a uno stadio successivo, e permettere ai freaks di abitare o rimodellare le storie raccontate nei dipinti classici?”, pensai. Ovviamente non volevo procedere a casaccio. Dovevo avere un buon motivo per collegare un performer con un certo quadro, che fosse una storia in comune, o un atteggiamento, o un elemento compositivo che mi ricordava la figura di un freak. Questo significa che sto ancora cercando l’accoppiata ideale per alcuni fra i miei performer preferiti, come ad esempio Grady Stiles l’Uomo Aragosta. Dall’altra parte, ci sono dipinti così iconici che risulta difficile utilizzarli senza apparire risaputi o pigri.

La serie Prodigies è percorsa da una vena di humor iconoclasta. Potrebbe essere letta come una “legittimazione” dei diversi, a cui viene data la possibilità di essere protagonisti della storia dell’arte; ma anche come una specie di sberleffo nei confronti del concetto storico e assodato di “bellezza”. Quale interpretazione ti sembra più corretta?

Sono entrambe corrette. Anche se è di moda oggi denigrare i freakshow come una reliquia culturale barbarica da dimenticare, credo che servissero una funzione necessaria nella società – e che non è ancora sparita. E vedo queste persone che lavoravano nei freakshow – anche se spesso sfruttate – come degli eroi, per aver affrontato le circostanze peggiori e averne tratto il maggiore successo possibile. Queste erano persone che non sarebbero mai state accettate nella società beneducata, eppure trovarono una comunità che si strinse attorno a loro e li celebrò. Invece di essere chiusi negli istituti, vissero bene la loro vita con la loro famiglia, recitando sul palcoscenico un ruolo creato ad arte. C’è un certo carattere di nobiltà, in questo. Sì, la gente guardava e di tanto in tanto li scherniva, ma almeno ora pagavano per il privilegio. Quindi, chi è che era veramente sfruttato? Anche ora vogliamo guardare, ma la maggior parte di noi non è abbastanza sincero da ammetterlo.
Molte delle presentazioni utilizzate nei freakshow erano intenzionalmente umoristiche, quasi ridicole. Credo che quello humor servisse perché il pubblico si sentisse meno a disagio, e anche per dare al performer una protezione emotiva. Una parte del fascino dei freakshow è di confrontarsi con le proprie paure. Vedi qualcuno sul palco a cui mancano degli arti oppure deforme, e naturalmente pensi “E se quello fossi io?”. Quindi ho spesso inserito dei piccoli tocchi scherzosi, per aiutarmi a metabolizzare queste domande, e per tirare un salvagente allo spettatore. Allo stesso tempo sto prendendo in giro alcuni dei pilastri della storia dell’arte. C’è un sacco di materiale esilarante con cui lavorare, se lo guardi con mente aperta. Per esempio alcune convenzioni formali che troviamo in antiche istoriazioni sugli altari: è piuttosto divertente, oggi, vedere come i santi sono raffigurati cinque volte più grandi dei meri mortali. È liberatorio camminare in un museo e permetterti di ridere, anche se per molte persone è puro sacrilegio.
Gran parte di ciò che oggi reputiamo “bello” è semplicemente regolare, uniforme. Le nostre idee moderne di bellezza ci vengono propinate dai giornali di moda, televisione e affini. Eppure, in queste strane persone che io disegno – con le loro proporzioni imperfette – andiamo oltre il bello per avvicinarci al sublime. Uno dei principi guida per me in questo progetto è quello che Sir Francis Bacon scrisse nel 1597: “non c’è beltà eccellente che non abbia in sé una qualche misura di stranezza”.

In uno dei tuoi disegni, ti autoritrai nei panni di un anatomista dilettante, e molti dei tuoi lavori raffigurano anomalie patologiche. Qual è il tuo rapporto con i tuoi soggetti? Ritieni di avere un occhio freddo e clinico oppure c’è un’empatia con la sofferenza che spesso implica l’anatomia patologica? E, ancora, cosa vorresti che provasse chi guarda i tuoi disegni?

Anche se un certo distacco è necessario per rimanere oggettivi, non posso impedirmi di immedesimarmi nei miei soggetti. Queste erano persone reali che affrontavano circostanze che non posso nemmeno immaginare. Quando attraverso una collezione anatomica, mi ritrovo a chiedermi chi fosse la persona da cui questa o quella parte è stata tolta e preservata. Oggi, i casi sono presentati in maniera anonima, ma negli scorsi secoli era comune accludere informazioni biografiche sul paziente. Credo che in questa fissazione di proteggere la privacy degli individui stiamo inavvertitamente negando la loro umanità, perché ora ciò che vediamo è una malattia invece che una persona. Anche se non è mia intenzione forzare nello spettatore alcuna emozione o idea (e spesso la gente trova nei miei lavori dei significati che non ho mai inteso esprimere), spero che almeno porti con sé il senso che i miei soggetti sono o erano persone vere, degne di considerazione.

Il tuo nuovo progetto, Cabinet of curiosities, è basato sulle tue visite ai musei anatomici americani ed europei. Cosa ti attrae nei reperti anatomici e teratologici?

Sono sempre stato interessato a come le cose funzionano, in particolare all’anatomia. Quello che mi interessa delle collezioni patologiche o teratologiche è che questi strani esemplari ci mostrano cosa sta succedendo a livello cellulare, genetico. Esaminando il sistema danneggiato, impariamo come funziona quello in salute. Sono anche affascinato dagli antichi sistemi usati per catalogare e organizzare il mondo naturale, e la teratologia – lo studio dei mostri – è un esempio particolarmente interessante. Anche l’idea del museo, nato come collezione personale per diventare istituzione pubblica è affascinante, e condivide molti aspetti con i freakshow. Alcuni di questi preparati sono strani e bellissimi, e presentati in maniera molto elaborata. Quindi Cabinet of Curiosities è un tentativo di documentare il punto in cui questi due mondi si intersecano.

Quale pensi sia il rapporto fra medicina ed arte, e più in generale fra scienza ed arte?

La medicina è stata considerata un’arte per molto più tempo di quanto non sia stata vista come scienza. La società non si libera da una simile associazione da un giorno all’altro, così ancora oggi continuiamo a  parlare dell’abilità di un chirurgo come fosse quella di uno scultore. Ma anche da un punto di vista strettamente pratico, i dottori hanno bisogno degli artisti perché le rappresentazioni artistiche sono da sempre una componente essenziale nell’educazione medica e nella sua comunicazione. Sin dal Rinascimento gli illustratori hanno insegnato l’anatomia a generazioni di medici, e in quel modo la pratica artistica dell’osservazione ha aiutato la medicina ad uscire dalla via puramente teorica. Penso che possiamo affermare che questo ruolo comunicativo valga anche per le scienze in generale, perché l’arte può aiutare a spiegare complesse teorie anche a persone che non masticano la materia. Un artista può fungere da legame tra lo scienziato e il pubblico, rendendo comprensibili le scoperte scientifiche – ma può anche servire come critico. In questo modo, l’arte può divenire una sorta di specchio morale per la scienza.

Nelle tue parole, “questi preparati anatomici rappresentano il punto di intersezione fra scienza, cultura, emozione e mito”. Credi che ci sia bisogno di miti moderni? Pensi che questi nuovi miti possano provenire dal mondo della scienza, invece che da quello magico-religioso come nel passato? Il tuo lavoro fotografico e di illustrazione può essere letto come un tentativo di dare una dimensione mitica ai tuoi soggetti? Sei religioso?

Penso che noi creiamo in continuazione nuovi miti, o che ne risvegliamo e reinventiamo di vecchi. Fa parte della natura umana.
La scienza per molte persone ha sostituito la religione come fondamentale via d’ispirazione, ma in realtà sappiamo ancora così poco dell’universo, che c’è ancora molto terreno fertile per la fantascienza. Con la nascita di Scientology abbiamo visto addirittura la fantascienza trasformarsi in religione! Io non sono assolutamente una persona religiosa, ma penso che spesso cerchiamo di riporre le nostre speranze in un potere che sta al di fuori di noi. Per alcuni, questo significa una divinità che è personalmente interessata a come ci vestiamo, o a cosa mangiamo il venerdì; per altri vuol dire l’idea che il genere umano troverà finalmente la cura per il cancro e imparerà i segreti per viaggiare nel tempo. Così nel mio lavoro mi ritrovo a raccontare storie, o quantomeno a predisporre il seme di una storia che ognuno può trasformare nel racconto che desidera.

Anche tua moglie Kate è un’artista, ma i suoi quadri sembrano essere completamente distanti dal tuo mondo – solari, impressionisti, colorati. Se non sono indiscreto, come vi rapportate l’uno con l’arte dell’altra?

Siamo i migliori critici l’uno dell’altra. Siccome i nostri lavori sono così differenti, non c’è competizione fra noi, e ci diamo costantemente dei pareri e delle idee.

Chi è appassionato di stranezze, corre il rischio di essere reputato egli stesso strano. Cosa pensano delle tue passioni gli amici e i parenti?

Alcune persone amano stare a guardare i treni, o ascoltare gli Abba. Io amo i freaks. Tutte le persone più interessanti sono strambe.

Ecco i siti ufficiali di Prodigies, e di Cabinet of Curiosities.

La biblioteca delle meraviglie – VI

Lawrence Weschler

IL GABINETTO DELLE MERAVIGLIE DI MR. WILSON

(1999, Adelphi)

Questo libro parla di un museo scientifico davvero straordinario, un museo che potrebbe sembrare impossibile se non esistesse veramente: si tratta del Museum Of Jurassic Technology, ubicato a Los Angeles e diretto dall’enigmatico e geniale Mr. Wilson del titolo. Quest’ultimo ha creato e mantiene in vita una delle più sconcertanti esposizioni al mondo. La peculiarità del museo, che illustra diverse scoperte scientifiche poco note e dettaglia teorie dimenticate, strambe o fantasiose, non sta tanto nel materiale che propone, quanto piuttosto nel fatto che il visitatore non può mai sapere se quello che sta vedendo è realtà o invenzione. Facciamo un esempio: nella collezione permanente del museo è narrata con dovizia di particolari la strana storia del Deprong Mori, un pipistrello sudamericano che sembra abbia l’abilità di passare attraverso le pareti delle capanne e attraverso il legno, e dei tentativi fatti per catturarlo. Allo stesso modo, viene illustrata la formica del Camerun denominata Megolaponera foetens, il cui cervello viene talvolta controllato da una spora fungina che la “costringe” ad arrampicarsi sugli alberi più alti della foresta e infine le fa esplodere la testa. Una di queste due storie è basata su fatti scientifici comprovati, l’altra no. Eppure sono esposte fianco a fianco, senza che il pubblico possa distinguere i fatti inventati da quelli reali.

Vi domanderete, ma che razza di museo scientifico è? Qual è lo scopo?

Beh, di certo non avrete risposte da Mr. Wilson, che se ne starà beffardo a guardarvi dal suo bancone all’entrata. Il museo include aneddoti veritieri e notizie false, teorie certe e dati contraffatti, eppure il tutto è presentato con rigore scientifico e con la classica didattica “alta” ma divulgativa tipica di un museo di scienze. Ci sono addirittura le audioguide, con la seria e pacata voce di una professionista che spiega gli oggetti nelle varie sale. Eppure, alla fine, il terreno vi mancherà sotto ai piedi… e forse è proprio quello lo scopo segreto di Mr. Wilson.

Lo splendido libro di Weschler ci accompagna fra le varie sale del museo, raccontandoci qualcosa di più sul suo misterioso creatore, e spiegandoci perché questo strano connubio di verità e falsità ha tanto affascinato ed entusiasmato allo stesso modo la comunità scientifica (che vi ha visto una rappresentazione dell’incertezza del lavoro del ricercatore) e il mondo dell’arte: il museo è in definitiva una vera e propria installazione artistica permanente, che affronta il metodo scientifico e la stranezza del mondo con bizzarro senso dello humor.

André Pieyre De Mandiargues

MUSEO NERO

(1997, EST Saggiatore)

All’interno di questa nostra rubrica dedicata ai consigli di lettura non abbiamo ancora presentato alcun libro di narrativa. Sopperiamo a questa mancanza con Museo nero, capolavoro poco conosciuto in Italia, il cui sottotitolo è “L’invasione della realtà da parte del meraviglioso”. L’autore è il grande A.P. De Mandiargues, morto nel 1991, scrittore e poeta francese vicino ai surrealisti. Questo libro è una buona introduzione ai temi e ai fantasmi che popolano il mondo altamente erotico e crudele di Mandiargues, influenzato da Sade ma venato da un fiume sotterraneo di allegorie fantastiche e macabre. Ciò che colpisce maggiormente è la stupefacente abilità stilistica nelle descrizioni, che riescono a cogliere i minimi dettagli della scena e a colorarli di accenti misteriosi, come se ogni particolare fosse espressione di un complesso piano metaforico che costituisce la rete nascosta della realtà. Il mito e l’archetipo sono evidenti in ogni racconto, e Museo nero è essenzialmente un’iniziazione ai segreti del mostruoso. L’erotismo per Mandiargues è sempre un momento di crudele discesa negli abissi del nostro stesso significato: abbandono, dolorosa illuminazione, perdita di ogni maschera sociale, scoperta dell’animalità, liberazione e condanna al tempo stesso. Museo nero è un’esplorazione di quegli strappi e buchi che si aprono talvolta nel “panorama tracciato dai nostri sensi”, e che lasciano intravvedere ciò che sta sotto – la nostra vera, misteriosa e spesso mostruosa natura. Apre la raccolta il sublime Il sangue dell’agnello, adattato per il cinema da Walerian Borowczyk (un altro autore di cui parleremo sicuramente).

La biblioteca delle meraviglie – III

FREAKS – LA COLLEZIONE AKIMITSU NARUYAMA

(2000, Logos)

Ovvero “Lo Sfruttamento Delle Anomalie Fisiche Nei Circhi E Negli Spettacoli Itineranti”.

L’impressionante collezione fotografica di meraviglie umane di Naruyama è un vero tesoro. Immagini storiche, di un’importanza eccezionale, raccolte in un libricino che, pur non offrendo un approfondito background storico, ha il potere di stregare il lettore grazie alla bellezza delle illustrazioni. Dai Lillipuziani alla Meraviglia Senza Braccia, dai Bambini Aztechi ai ragazzi-leone, tutti i più famosi freaks vissuti a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo sono presenti nella raccolta; molte delle fotografie sono infatti relative agli spettacoli circensi e alle fiere itineranti americane in cui questi artisti si esibivano. Dopo lo show, un’ulteriore fonte di profitto erano proprio le fotografie che venivano vendute al pubblico, autografate. Per quanto l’esibizione della deformità all’interno dei carnivals americani sia un capitolo affascinante della storia dello spettacolo moderno, questo prezioso libro però, così focalizzato com’è sui ritratti, offre qualcosa di diverso.

La raccolta documenta un’epoca e una società attraverso i suoi corpi meno fortunati, e allo stesso tempo nello scorrere le pagine avvertiamo l’atemporalità di queste anomalie: nell’antichità come nell’epoca moderna, certi uomini hanno dovuto sopportare il fardello di fattezze eccezionali, spesso temuti ed emarginati. Eppure, se è vero che ogni uomo è specchio per il suo prossimo, fissando gli occhi di questi nostri fratelli dai corpi stupefacenti ci accorgiamo che il loro sguardo rimanda il riflesso più puro e vero.

Alex Boese

ELEFANTI IN ACIDO E ALTRI BIZZARRI ESPERIMENTI

(2009, Baldini Castoldi Dalai)

Una buona parte degli articoli di Bizzarro Bazar contenuti nella sezione “Scienza anomala” nasconde un debito verso questo splendido libro. Boese raccoglie, in forma divulgativa e spesso scanzonata, gli esperimenti scientifici più improbabili, sconcertanti, risibili – e, talvolta, illuminanti. Chi pensa che gli scienziati siano persone serie e compite, sempre nascosti dietro provette o lavagne piene di equazioni impossibili, farebbe meglio a ricredersi: l’immagine della scienza che esce dalle pagine di Elefanti in acido è quella di una disciplina viva, fantasiosa, sempre pronta a prendere le strade meno battute, anche a costo di errori madornali e vergognosi fallimenti. In definitiva, una disciplina molto più umana (nel bene o nel male) di come viene normalmente rappresentata.

Molti di questi esperimenti sono spassosi in quanto, a una prima occhiata, totalmente inconcludenti. Dai ricercatori del titolo, che somministrano a un elefante una potentissima dose di LSD, fino allo psicologo che in automobile resta fermo quando scatta il semaforo verde soltanto per cronometrare quanto ci mette l’autista dietro di lui a suonare il clacson, per finire con gli scienziati che costruiscono uno stadio per le corse degli scarafaggi, il tempo perso dagli studiosi in progetti dagli esiti comici può sconcertare. Eppure, come ricorda l’autore, non sempre la scienza ricerca soltanto le risposte alle nobili e grandi domande. Ogni tassello, per quanto insignificante possa sembrare, contribuisce a comprendere qualcosa di più del mondo in cui viviamo. È vero che gli uomini preferiscono le donne difficili da conquistare? Se cadessimo in un pozzo, il nostro cane verrebbe a salvarci? Perché non riusciamo a farci il solletico da soli?

I ricercatori le cui vicende sono narrate in Elefanti in acido hanno una fiducia smisurata nel metodo scientifico, e non esitano ad applicarlo a quesiti di questo tenore. Anche se, come nel caso dello scienziato che si incaponisce a contare tutti i peli pubici dei suoi colleghi, questa fiducia sembra talvolta divenire talmente cieca da non accorgersi dell’assurdità della ricerca stessa. E anche questo è molto umano.

Donare il proprio corpo alla scienza

Siamo restii, qui su Bizzarro Bazar, a pubblicare notizie di attualità, tanto meno di politica. Facciamo uno strappo alla regola per un’iniziativa che ha in qualche modo a che vedere con alcuni degli argomenti affrontati spesso su questo blog. Sembra che finalmente anche in Italia si stia dibattendo una proposta bipartisan per un tipo di donazione che tuttora nel nostro paese non è consentita. Da un’ANSA di Silvia Gasparetto:

Disporre che il proprio corpo, dopo la morte, finisca sul tavolo operatorio delle facoltà di medicina, per preparare i buoni chirurghi del futuro, prima di essere restituito ai familiari, in condizioni ”civili e rispettose della dignità ”. È la nuova normativa (4 i progetti di legge presentati finora) su cui sta lavorando la commissione Affari Sociali della Camera, per regolamentare e promuovere la donazione della propria salma alla scienza, visto che la pratica della ”dissezione di cadavere” è attualmente in disuso, nonostante all’unanimità le società scientifiche ritengano che sia ”insostituibile”.

L’ipotesi al vaglio è quella della ”donazione volontaria” e che ha come linea guida, sottolinea il relatore, Gero Grassi, ”il rispetto totale e la dignità del corpo, anche se morto”. I vincoli, infatti, saranno quelli ”dell’integrità della salma” e della sua ”riconsegna” alle famiglie, una volta terminati gli studi. […]

Sarà, insomma, un nuovo testamento, che non dovrebbe trovare, però, intoppi nel suo cammino parlamentare, visto che le proposte arrivate all’attenzione dei deputati sono firmate da quasi tutti i gruppi e che si è registrata, nelle prime sedute sull’argomento, una volontà ‘bipartisan’ di andare incontro alle esigenze del mondo scientifico. […]

Ecco la notizia completa.