Bizzarro Bazar a New York – I

New York, Novembre 2011. È notte. Il vento gelido frusta le guance, s’intrufola fra i grattacieli e scende sulle strade in complicati vortici, senza che si possa prevedere da che parte arriverà la prossima sferzata. Anche le correnti d’aria sono folli ed esagerate, qui a Times Square, dove il tramonto non esiste, perché i maxischermi e le insegne brillanti degli spettacoli on-Broadway non lasciano posto alle ombre. Le basse temperature e il forte vento non fermano però il vostro esploratore del bizzarro, che con la scusa di una settimana nella Grande Mela, ha deciso di accompagnarvi alla scoperta di alcuni dei negozi e dei musei più stravaganti di New York.

Partiamo proprio da qui, da Times Square, dove un’insegna luminosa attira lo sguardo del curioso, promettendo meraviglie: si tratta del museo Ripley’s – Believe It Or Not!, una delle più celebri istituzioni mondiali del weird, che conta decine di sedi in tutto il mondo. Proudly freakin’ out families for 90 years! (“Spaventiamo le famiglie, orgogliosamente, da 90 anni”), declama uno dei cartelloni animati.

L’idea di base del Ripley’s sta proprio in quel “credici, oppure no”: si tratta di un museo interamente dedicato allo strano, al deviante, al macabro e all’incredibile. Ad ogni nuovo pezzo in esposizione sembra quasi che il museo ci sfidi a comprendere se sia tutto vero o se si tratti una bufala. Se volete sapere la risposta, beh, la maggior parte delle sorprendenti e incredibili storie raccontate durante la visita sono assolutamente vere. Scopriamo quindi le reali dimensioni dei nani e dei giganti più celebri, vediamo vitelli siamesi e giraffe albine impagliate, fotografie e storie di freak celebri.

Ma il tono ironico e fieramente “exploitation” di questa prima parte di museo lascia ben presto il posto ad una serie di reperti ben più seri e spettacolari; le sezioni antropologiche diventano via via più impressionanti, alternando vetrine con armi arcaiche a pezzi decisamente più macabri, come quelli che adornano le sale dedicate alle shrunken heads (le teste umane rimpicciolite dai cacciatori tribali del Sud America), o ai meravigliosi kapala tibetani.

Tutto ciò che può suscitare stupore trova posto nelle vetrine del museo: dalla maschera funeraria di Napoleone Bonaparte, alla pistola minuscola ma letale che si indossa come un anello, alle microsculture sulle punte di spillo.

Talvolta è la commistione di buffoneria carnevalesca e di inaspettata serietà a colpire lo spettatore. Ad esempio, in una pacchiana sala medievaleggiante, che propone alcuni strumenti di tortura in “azione” su ridicoli manichini, troviamo però una sedia elettrica d’epoca (vera? ricostruita?) e perfino una testa umana sezionata (questa indiscutibilmente vera). Il tutto per il giubilo dei bambini, che al Ripley’s accorrono a frotte, e per la perplessità dei genitori che, interdetti, non sanno più se hanno fatto davvero bene a portarsi dietro la prole.

Insomma, quello che resta maggiormente impresso del Ripley’s – Believe It Or Not è proprio questa furba commistione di ciarlataneria e scrupolo museale, che mira a confondere e strabiliare lo spettatore, lasciandolo frastornato e meravigliato.

Per tornare unpo’ con i piedi per terra, eccoci quindi a un museo più “serio” e “ufficiale”, ma di certo non più sobrio. Si tratta del celeberrimo American Museum of Natural History, uno dei musei di storia naturale più grandi del mondo – quello, per intenderci, in cui passava una notte movimentata Ben Stiller in una delle sue commedie di maggior successo.

Una giornata intera basta appena per visitare tutte le sale e per soffermarsi velocemente sulle varie sezioni scientifiche che meriterebbero ben più attenzione.

Oltre alle molte sale dedicate all’antropologia paleoamericana (ricostruzioni accurate degli utensili e dei costumi dei nativi, ecc.), il museo offre mostre stagionali in continuo rinnovo, una sala IMAX per la proiezione di filmati di interesse scientifico, un’impressionante sezione astronomica, diverse sale dedicate alla paleontologia e all’evoluzione dell’uomo, e infine la celebre sezione dedicata ai dinosauri (una delle più complete al mondo, amata alla follia dai bambini).

Ma forse i veri gioielli del museo sono due in particolare: il primo è costituito dall’ampio uso di splendidi diorami, in cui gli animali impagliati vengono inseriti all’interno di microambienti ricreati ad arte. Che si tratti di mammiferi africani, asiatici o americani, oppure ancora di animali marini, questi tableaux sono accurati fin nel minimo dettaglio per dare un’idea di spontanea vitalità, e da una vetrina all’altra ci si immerge in luoghi distanti, come se fossimo all’interno di un attimo raggelato, di fronte ad alcuni degli esemplari tassidermici più belli del mondo per precisione e naturalezza.

L’altra sezione davvero mozzafiato è quella dei minerali. Strano a dirsi, perché pensiamo ai minerali come materia fissa, inerte, e che poche emozioni può regalare – fatte salve le pietre preziose, che tanto piacciono alle signore e ai ladri cinematografici. Eppure, appena entriamo nelle immense sale dedicate alle pietre, si spalanca di fronte a noi un mondo pieno di forme e colori alieni. Non soltanto siamo stati testimoni, nel resto del museo, della spettacolare biodiversità delle diverse specie animali, o dei misteri del cosmo e delle galassie: ecco, qui, addirittura le pietre nascoste nelle pieghe della terra che calpestiamo sembrano fatte apposta per lasciarci a bocca aperta.

Teniamo a sottolineare che nessuna foto può rendere giustizia ai colori, ai riflessi e alle mille forme incredibili dei minerali esposti e catalogati nelle vetrine di questa sezione.

Alla fine della visita è normale sentirsi leggermente spossati: il Museo nel suo complesso non è certo una passeggiata rilassante, anzi, è una continua ginnastica della meraviglia, che richiede curiosità e attenzione per i dettagli. Eppure la sensazione che si ha, una volta usciti, è di aver soltanto graffiato la superficie: ogni aspetto di questo mondo nasconde, ora ne siamo certi, infinite sorprese.

(continua…)

Arte pericolosa

La performance art, nata all’inizio degli anni ’70 e viva e vegeta ancora oggi, è una delle più recenti espressioni artistiche, pur ispirandosi anche a forme classiche di spettacolo. Nonostante si sia naturalmente inflazionata con il passare dei decenni, a volte è ancora capace di stupire e porre quesiti interessanti attraverso la ricerca di un rapporto più profondo fra l’artista e il suo pubblico. Se infatti l’artista classico aveva una relazione superficiale con chi ammirava le sue opere in una galleria, basare il proprio lavoro su una performance significa inserirla in un adesso e ora che implica l’apporto diretto degli spettatori all’opera stessa. Così l’obiettivo di questo tipo di arte non è più la creazione del “bello” che possa durare nel tempo, quanto piuttosto organizzare un happening che tocchi radicalmente coloro che vi assistono, portandoli dentro al gioco creativo e talvolta facendo del pubblico il vero protagonista.

Dagli anni ’70 ad oggi il valore shock di alcune di queste provocazioni ha perso molti punti. Le performance sono divenute sempre più cruente per riflettere sui limiti del corpo, generando però un’assuefazione generale che è una vera e propria sconfitta per quegli artisti che vorrebbero suscitare emozioni forti. Ancora oggi ci si può imbattere però in qualche idea davvero coinvolgente ed intrigante. Fanno infatti eccezione alcuni progetti che pongono davvero gli spettatori al centro dell’attenzione, permettendo loro di operare scelte anche estreme.

È il 1974 quando Marina Abramović, la “nonna” della performance art, mette in scena il suo “spettacolo” più celebre, intitolato Rhythm 0. L’artista è completamente passiva, e se ne sta in piedi ferma e immobile. 72 oggetti sono posti su un tavolo, un cartello rende noto al pubblico che quegli oggetti possono essere usati su di lei in qualsiasi modo venga scelto dagli spettatori. Alcuni di questi oggetti possono provocare piacere, ma altri sono pensati per infliggere dolore. Fruste, forbici, coltelli e una pistola con un singolo proiettile. Quello che Marina vuole testare è il rapporto fra l’artista e il pubblico: consegnandosi inerme, sta rischiando addirittura la sua vita. Starà agli spettatori decidere quale uso fare degli oggetti posti sul tavolo.

All’inizio, tutti i visitatori sono piuttosto cauti e inibiti. Man mano che passa il tempo, però, una certa aggressività comincia a farsi palpabile. C’è chi taglia i suoi vestiti con le forbici, denudandola. Qualcun altro le infila le spine di una rosa sul petto. Addirittura uno spettatore le punta la pistola carica alla testa, fino a quando un altro non gliela toglie di mano. “Ciò che ho imparato è che se lasci la decisione al pubblico, puoi finire uccisa… mi sentii davvero violentata… dopo esattamente 6 ore, come avevo progettato, mi “rianimai” e cominciai a camminare verso il pubblico. Tutti scapparono, per evitare un vero confronto”.

1999. Elena Kovylina sta in piedi su uno sgabello, con un cappio attorno al collo. Indossa un cartello in cui è disegnato un piede che calcia lo sgabello. Per due ore rimarrà così, e starà al pubblico decidere se assestare una pedata allo sgabello, e vederla morire impiccata, oppure se lasciarla vivere. Sareste forse pronti a scommettere che nessuno avrà il coraggio di provare a calciare lo sgabello. Sbagliato. Un uomo si avvicina, e toglie l’appoggio da sotto i piedi di Elena. Fortunatamente, la corda si rompe e l’artista sopravvive.

L’artista iracheno Wafaa Bilal, colpito profondamente dalle sempre più pressanti dichiarazioni di odio xenofobo verso la sua cultura, definita “terrorista” e “animalesca”, decide nel 2005 di sfruttare internet per un progetto d’arte che riceve ampia risonanza. Per un mese Wafaa vive in una stanzetta simile a quella di una prigione, collegato al mondo esterno unicamente tramite il suo sito. Una pistola da paintball è collegata con il sito, e chiunque accedendovi può direzionare l’arma e sparare dei pallini di inchiostro verso l’artista. Un mese sotto il continuo fuoco di qualsiasi internauta annoiato. Il titolo del progetto è “Spara a un iracheno”, e vuole misurare l’odio razziale su una base spettacolare. Le discussioni in chat che l’artista conduce aiutano il pubblico a chiarire motivazioni e moventi delle più recenti “sparatorie”, con il risultato che molti utenti dichiarano che quel progetto ha “cambiato loro la vita”, oltre a fruttare numerosi premi all’artista mediorientale.

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Eccoci arrivati ai giorni nostri. L’artista russo Oleg Mavromatti è già assurto agli onori della cronaca per un film indipendente in cui si fa crocifiggere realmente. La crocifissione non è una prerogativa esclusiva di Gesù Cristo, rifletteva l’artista, e infatti sul suo corpo, durante il supplizio, era scritto a chiare lettere “Io non sono il vostro Dio”. Ma non è bastato e, condannato sulla base di una legge russa che tutela la religione dalle offese alla cristianità, Oleg ha dovuto autoesiliarsi in Bulgaria.

Ha iniziato da poco un nuovo progetto intitolato Ally/Foe (Alleato/Nemico): il suo corpo, attaccato a cavi elettrici, è sottoposto a scariche sempre maggiori, come su una vera e propria sedia elettrica da esecuzione. Unica variabile: saranno gli utenti che, tramite internet, decideranno con diverse votazioni quante e quali scosse dovrà subire. Quello che l’artista vuole veicolare è una domanda: quando la gente ha la piena libertà di azione, come la utilizza? Se aveste l’opportunità di decidere della vita di un’altra persona, come sfruttereste questo potere?

Oleg è sicuro che questo tipo di libertà verrà utilizzata dagli internauti per farlo sopravvivere – ma è pronto a subire seri danni o addirittura a morire se il suo sacrificio dovesse dimostrare una verità sociologica tristemente diversa.

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Ultime parole

Ecco una lista delle ultime parole profferite da alcuni condannati a morte, nel momento dell’esecuzione, nello stato del Texas:

Go ahead? – Avanti.

Nothing I can say can change the past. – Nulla di ciò che dirò può cambiare il passato.

I done lost my voice. – Ho perso la voce.

I would like to say goodbye. – Vorrei dire addio.

My heart goes is going ba bump ba bump ba bump. – Il mio cuore sta facendo pu-pum, pu-pum, pu-pum.

Is the mike on? – Il microfono è acceso?

I don’t have anything to say. I am just sorry about what I did. – Non ho niente da dire. Mi dispiace soltanto per ciò che ho fatto.

I am nervous and it is hard to put my thoughts together. Sometimes you don’t know what to say. – Sono nervoso, ed è difficile mettere due parole in fila. Alle volte non sai cosa dire.

Man, there is a lot of people there. – Caspita, c’è un sacco di gente qui.

I have come here today to die, not make speeches. – Sono venuto qui oggi per morire, non per tenere comizi.

Where’s Mr. Marino’s mother? Did you get my letter? – Dov’è la madre di Mr. Marino? Ha ricevuto la mia lettera?

I want to ask if it is in your heart to forgive me. You don’t have to. – Voglio chiedervi se nel vostro cuore potete perdonarmi. Non siete costretti a farlo.

I wish I could die more than once to tell you how sorry I am. – Vorrei poter morire più di una volta per dirvi quanto mi dispiace.

Could you please tell that lady right there – can I see her? She is not looking at me – I want you to understand something, hold no animosity toward me. I want you to understand. Please forgive me. – Potete dire a quella signora là – riesco a vederla? Non mi sta guardando . Voglio che capiate questo, non mi portate rancore. Voglio che capiate. Per favore, perdonatemi.

I don’t think the world will be a better or safer place without me. – Non credo che il mondo sarà migliore o più sicuro senza di me.

I am sorry. – Mi dispiace.

I want to tell my mom that I love her. – Voglio dire a mia madre che le voglio bene.

I caused her so much pain and my family and stuff. I hurt for the fact that they are going to be hurting . – Le ho causato così tanto dolore, e alla mia famiglia, e tutto il resto. Mi fa male il fatto che soffriranno.

I am taking it like a man. – Io la prendo come un vero uomo.

Kick the tires and light the fire. I am going home. – Basta chiacchiere, e accendi il fuoco. Sto per tornare a casa.

They may execute me but they can’t punish me because they can’t execute an innocent man. – Possono uccidermi ma non possono punirmi perché non possono mandare a morte un innocente.

I couldn’t do a life sentence. – Non sopporterei un ergastolo.

I said I was going to tell a joke. Death has set me free. That’s the biggest joke. – Avevo detto che avrei raccontato una barzelletta. La morte mi ha liberato. Questa è la barzelletta migliore.

To my sweet Claudia, I love you. – Alla mia dolce Claudia, ti amo.

Cathy, you know I never meant to hurt you. – Cathy, sai che non ho mai voluto farti soffrire.

I love you, Irene. – Ti amo, Irene.

Let my son know I love him. – Dite a mio figlio che gli voglio bene.

Tell everyone I got full on chicken and pork chops. – Dite a tutti che mi sono riempito di pollo e costole di maiale.

I appreciate the hospitality that you guys have shown me and the respect, and the last meal was really good. – Apprezzo l’ospitalità che mi avete dimostrato, e l’ultimo pranzo era davvero buono.

The reason it took them so long is because they couldn’t find a vein. You know how I hate needles… Tell the guys on Death Row that I’m not wearing a diaper. – Il motivo per cui ci hanno messo  tanto è che non trovavano una vena. Sapete quanto odio gli aghi… Dite ai ragazzi del Braccio della Morte che non indosso il pannolino.

Lord, I lift your name on high. – O Signore, invoco il tuo nome.

From Allah we came and to Allah we shall return. – Da Allah veniamo e ad Allah ritorneremo.

For everybody incarcerated, keep your heads up. – Per chiunque sia incarcerato, levate la testa.

Death row is full of isolated hearts and suppressed minds. – Il Braccio dlela Morte è pieno di cuori isolati e di menti soppresse.

Mistakes are made, but with God all things are possible. – Gli errori si commettono, ma attraverso Dio tutto è possibile.

I am responsible for them losing their mother, their father and their grandmother. I never meant for them to be taken. I am sorry for what I did. – Io sono responsabile del fatto che loro non abbiano più una madre, un padre o una nonna. Non ho mai voluto questo. Mi dispiace per quello che ho fatto.

I can’t take it back. – Non posso tornare indietro.

Lord Jesus forgive of my sins. Please forgive me for the sins that I can remember. – Il Signore Gesù mi perdoni i miei peccati.  Vi prego perdonatemi per tutti i peccati che riesco a ricordare.

All my life I have been locked up. – Per tutta la mia vita sono stato imprigionato.

Give me my rights. Give me my rights. Give me my rights. Give me my life back. – Datemi i miei diritti. Datemi i miei diritti. Datemi i miei diritti.  Datemi indietro la mia vita.

I am tired. – Sono stanco.

I deserve this. – Me lo merito.

A life for a life. – Una vita per una vita.

It’s my hour. It’s my hour. – È la mia ora. È la mia ora.

I’m ready, Warden. – Sono pronto, Guardiano.

Scoperto via New York Times.