I morti in piedi

Le tradizioni funerarie, come qualsiasi altra espressione culturale, non sono fisse e immutabili ma si evolvono e variano a seconda dell’epoca e della sensibilità della società che le adotta. Non bisogna perciò stupirsi se anche nell’ambito delle pratiche di sepoltura si formano nuovi costumi, e in qualche caso delle vere e proprie mode.

È quello che succede da qualche anno nel bacino del Golfo del Messico, dove sta prendendo piede l’usanza dei muertos paraos (“morti in piedi”). Si tratta ancora di una nicchia all’interno della tradizione più classica, ma si contano già diversi casi di questa peculiare e fantasiosa attitudine nei confronti del cadavere di un defunto. Rintracciarne la storia può riservare alcune sorprese.

Il primo caso di muerto parao avvenne nel 2008 nell’isola di Porto Rico. Le spoglie di David Morales Colon, un giovane vittima di una sparatoria, per volere dei parenti vengono preparate nella camera ardente in maniera pittoresca: il cadavere è fissato sulla sua motocicletta preferita, come se stesse ancora sfrecciando a tutto gas sulla strada (l’avevamo segnalato in un vecchio post).

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Questo tipo di disposizione scenografica della salma non è, com’è intuibile, in alcun modo contemplata dalla legge, che prevede severe norme igieniche, in particolare in relazione alla vicinanza fra il pubblico e il cadavere. In effetti, sempre nel 2008, i responsabili delle pompe funebri passano qualche guaio giudiziario, soprattutto dopo che replicano l’exploit sul corpo di  Luis Angel Pantoja Medina, esposto in piedi nel salotto di famiglia per tutti e tre i giorni della veglia funebre.

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Ma è difficile imputare un vero e proprio reato agli imbalsamatori: si tratta, in definitiva, di un modo forse un po’ stravagante di onorare le passioni e gli ultimi voleri del defunto.
Nel frattempo le fotografie e i video realizzati nelle camere ardenti fanno il giro del mondo, complice la rete, e ci vuole poco perché l’idea prenda piede.

Quindi su internet compare la salma di Carlos Cabrera, alias El Che Cabrera, seduto come se stesse meditando sull’imminente rivoluzione, nel tentativo di dare un’estrema veste iconografica alla sua figura.

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Ed ecco il boxeur Christopher Rivera, le cui spoglie mortali sono fissate all’angolo di un ring, come se la morte non avesse minimamente intaccato il suo spirito battagliero: un guerriero pronto ad affrontare l’aldilà con forza e determinazione immutate.

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La moda dei muertos paraos sbarca a New Orleans. Qui “Uncle” Lionel Batiste, storico musicista e cantante jazz e blues, leader di una banda tradizionale di ottoni, decide che “nessuno guarderà il mio cadavere dall’alto in basso”. Si fa quindi imbalsamare in piedi, per l’estremo saluto.

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Allo stesso modo, lo scorso aprile la mondana Mary Cathryn “Mickey” Easterling, gran dama di New Orleans, è rimasta seduta – senza vita -, tra fiori, piume di struzzo, sigarette con bocchino, e tutto il suo usuale armamentario di seduzione, all’interno del Saenger Theatre.

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Il proprietario di una ditta di veicoli di pronto soccorso, deceduto quando un colpo di pistola è accidentalmente partito dall’arma di un suo collega, viene immortalato nell’atto di guidare un’autoambulanza.

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La moda conquista altri stati. Un biker di ben 82 anni, Bill Standley, viene seppellito in Ohio in una bara di plexiglas appositamente studiata, a cavallo della sua amata moto.

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Ma da dove nasce questa moda? È una trovata degli ultimi anni, o sono esistiti dei precursori?
Se questo trend vi sembra moderno e originale, ricordiamo qui l’antesignano Willie “The Wimp” Stokes Jr., ganster e pappone di Chicago (figlio di “Flukey” Stokes Sr.) che nel 1984 venne esposto, e in seguito seppellito, all’interno di una bara a forma di Cadillac con banconote da 100$ nascoste sotto i suoi anelli con diamante.

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E viene spontaneao azzardare un parallelo, anche soltanto pensando al patrimonio che gli Stati Uniti hanno ereditato geneticamente e culturalmente dall’Africa, fra questo peculiare tipo di rapporto con la morte, e quello esibito dalle tribù Ga-Adangme del Ghana e del Togo.
In queste popolazioni dell’Africa, infatti, vigono dei pittoreschi costumi funebri: le bare vengono realizzate da falegnami esperti, ciascuna in una foggia che richiami i gusti personali o il lavoro del defunto. Le hall di queste pompe funebri assomigliano ad un laboratorio di un parco divertimenti: se un morto viveva di pesca, il suo sarcofago sarà a forma di pesce. L’operaio, invece, verrà sepolto in una bara a forma di martello. Se il trapassato indulgeva nell’alcol, la sua cassa avrà la forma di una bottiglia, se era un gran fumatore assomiglierà ad una sigaretta, e così via. Ecco quindi che anche qui, come nella moda dei muertos paraos, il funerale non è standardizzato e identico per tutti, ma personalizzato: le bare dei Ga-Adangme sono un colorato, vivace e simbolico viatico per l’aldilà, nel rispetto delle passioni e della vita del defunto, così come si è dipanata.

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Per noi, che ancora deponiamo i nostri morti in loculi “democraticamente” identici, orizzontali, nascosti alla vista, potrebbe quasi sembrare un insulto o una mancanza di rispetto verso il morto. Ma ogni funerale non è che un simbolo volto ad elaborare il lutto, e le modalità di consegna del defunto all’ “aldilà” mutano come e quando muta la cultura.

Così, non è detto che la moda non sbarchi anche sulle coste italiche. E il cadavere di una donna, seduta al suo posto preferito, con una birra in una mano e una sigaretta nell’altra, potrebbe in futuro sembrarci meno assurdo di quanto crediamo.

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(Grazie, ipnosarcoma!)

Le esequie dei Toraja

Sulawesi è un’isola della Repubblica Indonesiana, situata ad est del Borneo e a sud delle Filippine. Nella provincia meridionale dell’isola, sulle montagne, vivono i Toraja, etnia indigena di circa 650.000 persone. I Toraja sono famosi per le loro abitazioni tradizionali a forma di palafitta e dal tetto allungato, chiamate tongkonan, e per le colorate fantasie geometriche con cui intagliano e decorano il legno.

Ma i Toraja sono noti anche per i loro complessi ed elaborati rituali funebri. Essi risalgono ad un’epoca remota, quando i Toraja seguivano ancora la loro religione politeistica tradizionale, chiamata aluk (“la Via”, un sistema di legge, fede e consuetudine); quest’ultima, con il tempo e a causa della lunga guerra contro i musulmani, è oggi divenuta un miscuglio di cristianesimo ed animismo.
Sebbene molti dei rituali “della vita”, cioè quelli propiziatori e purificatori, siano man mano stati abbandonati, le cerimonie “della morte” sono rimaste pressoché invariate.

Per i Toraja, la morte di un membro della famiglia è un evento di fondamentale importanza, e le celebrazioni funebri sono lunghe, complesse ed estremamente dispendiose, tanto da essere probabilmente il principale momento di aggregazione sociale per l’intera popolazione. Più il morto era potente o ricco, più le cerimonie sono fastose: se si tratta di un nobile, il funerale può contare migliaia di partecipanti. A spese della famiglia, in un campo prescelto per i rituali vengono costruite delle tettoie e dei gazebo per ospitare il pubblico, dei depositi per il riso, e altre strutture apposite; per diversi giorni ai pianti e alle lamentazioni si alternano la musica dei flauti e la recitazione di poemi e canzoni in onore del defunto.

Il momento culminante è il sacrificio degli animali – maiali, bufali, polli: ancora una volta, il numero varia a seconda dell’influenza sociale del morto. La lama del machete può abbattersi anche su un centinaio di animali. Particolarmente importanti sono però i bufali d’acqua: oltre ad essere le bestie più costose, sono quelle che assicureranno al morto l’arrivo più celere al Puya, la terra delle anime. Le loro carcasse vengono lasciate in fila sul prato, in attesa che il loro “proprietario” sia partito per il suo viaggio, alla conclusione dei funerali. In seguito, la loro carne verrà spartita fra gli ospiti, mangiata o venduta al mercato.

Viste le enormi spese da sostenere, la famiglia impiega spesso anche anni a cercare i fondi necessari per la cerimonia. Di conseguenza, i funerali si svolgono molto tempo dopo il decesso; in questo periodo di attesa, l’anima del morto è considerata ancora presente a tutti gli effetti e si aggira per il villaggio. Quando finalmente i funerali si sono compiuti, il suo corpo viene seppellito in un cimitero scavato all’interno di una parete di roccia, e un’effigie con le sue fattezze (chiamata tau tau) viene posta a guardia della tomba.

Se invece il morto era meno abbiente, la bara viene fissata proprio sul ciglio della parete, o in alcuni casi sospesa tramite delle funi. I sarcofagi rimarranno appesi fino a quando i sostegni non marciranno, facendoli crollare.

Anche i bambini vengono tumulati in questo modo, ma talvolta è riservato loro un posto in particolari loculi scavati all’interno di grandi tronchi d’albero.

Con questa prima sepoltura, però, il rapporto dei Toraja con i loro morti non è affatto finito. Ogni anno, in agosto, si svolge la cerimonia chiamata Ma’Nene, durante la quale i cadaveri dei defunti vengono riesumati.

I corpi mummificati vengono lavati, pettinati e vestiti in abiti nuovi dai familiari; nel caso fossero rimaste soltanto le ossa, invece, queste vengono comunque lavate e avvolte in stoffe pregiate.

Una volta che i rituali di cosmesi sul cadavere sono completati, i morti vengono fatti “camminare”, tenendoli ritti, e portati in giro per il villaggio. Questa parata, al di là delle valenze religiose, si colora del vero e proprio orgoglio di esibire i propri antenati: la gente li ammira, li tocca, e si scatta delle fotografie assieme a loro. Il Ma’Nene è il segno dell’amore dei parenti per il morto che, in effetti, non potrebbe essere più “vivo” di così.

Alla fine di questa processione d’onore, la salma viene seppellita per la seconda volta, nel suo luogo di ultimo riposo. Completato finalmente il passaggio del morto nell’aldilà, viene così sancita la sua appartenenza agli antenati, ogni sua ira è scongiurata, ed egli diviene una figura esclusivamente positiva, alla quale i discendenti potranno permettersi di chiedere protezione e consiglio.

Il rito del Ma’Nene può sembrare inusuale ed esotico ai nostri occhi odierni, abituati all’occultamento della morte e della salma, ma non è esattamente così: anche in Italia la riesumazione e l’affettuosa pulitura del cadavere fa parte della cultura tradizionale, come abbiamo spiegato in questo articolo.

Molte delle foto che trovate in questo post sono state scattate dall’amico Paul Koudounaris, il cui spettacolare libro fotografico Memento Mori dà conto dei suoi viaggi nei cinque continenti alla ricerca dei costumi funerari più particolari.

(Grazie, Gianluca!)

Holt Cemetery

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A New Orleans, se scavate due o tre metri nella terra, potreste trovare l’acqua. Questo è il motivo per cui, in tutto il Delta del Mississippi (e in gran parte della Louisiana, che per metà è occupata da una pianura alluvionale), di regola i cimiteri si sviluppano above ground, vale a dire in mausolei e loculi costruiti al di sopra del livello del suolo. Ma ci sono eccezioni, e una di queste è lo Holt Cemetery.

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Si tratta del “cimitero dei poveri”, ossia del luogo che ospita i cari estinti di coloro che non possono permettersi di far costruire una tomba sopraelevata. I costi funerari, negli Stati Uniti, sono esorbitanti e perfino famiglie in condizioni più o meno agiate devono talvolta aspettare mesi o anni prima di poter permettersi il lusso di una lapide. Lo Holt Cemetery è una delle “ultime spiagge”, riservate ai meno abbienti.

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Non è raro trovarvi delle lapidi in legno o altri materiali, insegne di tipo artigianale, su cui sono stati iscritti con vernice e pennello le date di nascita e di morte del defunto.

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In altri casi le tombe ospitano gli effetti personali del morto, perché la famiglia non aveva spazio o possibilità di metterli da parte – ma questa non è forse l’unica motivazione. New Orleans infatti è stata storicamente il crocevia di diverse etnie (neri, europei, isleños, creoli, cajun, filippini, ecc.), e ha raccolto un patrimonio culturale estremamente variegato e complesso. Questo si rispecchia anche nei rituali religiosi e funebri: alcuni di questi oggetti sono stati lasciati lì intenzionalmente, per accompagnare il parente nel suo viaggio nell’aldilà.

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Ma il problema dello Holt Cemetery è che lo spazio non è mai abbastanza: quando una tomba è in stato di abbandono, i guardiani possono decidere di riutilizzarla. Non esiste un piano regolatore, non esistono posti assegnati, né un vero e proprio registro. I nuovi morti sono sepolti sopra a quelli vecchi, dei quali non rimane traccia alcuna. Così, per evitare che si salti a conclusioni affrettate, alcune famiglie continuano a lasciare nuovi oggetti, o a sistemare corone di fiori, a erigere recinti o semplicemente a modificare l’aspetto della lapide per segnalare che quel loculo è ancora “in uso”. Si racconta ad esempio di una tomba accanto alla quale qualche anno fa era stata posizionata una sedia di latta, e sulla sedia stava aperto un libro che cambiava ogni settimana.

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I sepolcri più appariscenti, nel cimitero di Holt, sono quelli della famiglia Smith. Arthur Smith, infatti, è un artista locale che ha partecipato a diverse mostre di outsider art: ancora oggi lo si può vedere spingere il suo carrello per le discariche della città, alla ricerca di quei tesori con cui fabbricherà la sua arte povera. È proprio lui che mantiene in continua evoluzione le istallazioni che ha costruito attorno alle tombe di sua madre e di sua zia. (Potete trovare altre foto della sua produzione artistica qui).

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Nonostante i recinti e le cure dei familiari, come dicevamo all’inizio, il grande problema di New Orleans è sempre stata l’acqua, e non solo quella violenta e brutale degli uragani: basta una piena del Mississippi per causare gravi fenomeni alluvionali. Un po’ di pioggia, perché cada anche l’ultimo tabù. Ecco allora che nel piccolo cimitero di Holt i morti tornano a galla. Dalla terra umida affiorano parti di teschi, ossa che sventolano ancora brandelli di vestiti, piccoli rimasugli sbiancati dal tempo e dalla natura.

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C’è chi, venendo a conoscenza della situazione allo Holt Cemetery, grida allo scandalo, al sacrilegio e allo svilimento della dignità umana; ed è ironico, e in un certo senso poetico, il fatto che un simile cimitero sorga proprio a ridosso di un quartiere particolarmente benestante della città.

Questo strano luogo in cui i morti non hanno lapide, né una sepoltura sicura, sembra simboleggiare lo scorrere delle cose del mondo più che un cimitero opulento, circondato da alte pareti di marmo, in cui si entra come in un austero santuario in cui il tempo si sia fermato. Holt è il cimitero dei poveri, è tenuto vivo dai poveri. Qui non ci si può permettere nemmeno l’illusione dell’eterno, e la memoria esiste solo finché vi è ancora qualcuno che ricordi.

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(Grazie, Marco!)

Infinity Burial Project

Ognuno di noi è intimamente connesso con l’ambiente, e sappiamo bene che le nostre azioni influenzano l’ecosistema in cui viviamo; non sempre riflettiamo però sul fatto che i nostri corpi avranno un impatto sull’ambiente anche dopo che saremo morti. Partendo da questa idea, l’artista statunitense Jae Rhim Lee ha fondato l’Infinity Burial Project (Progetto di sepoltura infinita).

A causa dei conservanti presenti nel cibo che mangiamo, dei metalli nelle otturazioni dentali, dei prodotti cosmetici con cui si preparano le salme e dei metodi di imbalsamazione (che in America includono preservanti altamente tossici come la formaldeide), un cadavere è in sostanza una piccola bomba chimica: che venga seppellito, o cremato, l’effetto è inevitabilmente quello di liberare nell’ambiente un alto numero di tossine pericolose. Jae Rhim Lee ha deciso di proporre un’alternativa sostenibile ed ecologica a questo stato di cose.

Come prima cosa, ha cominciato a coltivare dei funghi. I funghi saprofiti infatti sono dei filtranti naturali per moltissime delle scorie tossiche presenti nei nostri corpi, sono in grado di decomporle, “digerirle” e renderle innocue. Jae in seguito ha iniziato a raccogliere le cellule di scarto del suo stesso corpo – capelli, pelle secca, unghie – e ad utilizzarle come alimento per i suoi funghetti. Ha potuto così selezionare quelli che rispondevano meglio a questa particolare e ferrea dieta, e scartare quelli dal palato troppo “raffinato”. Oggi Jae possiede un esercito di funghi pronti a divorarla in qualsiasi momento.

Va bene, direte voi, ma anche se ognuno di noi si coltivasse i propri funghi “personalizzati”, come si farebbe poi a utilizzarli? Ecco che entra in scena la Mushroom Death Suit, la tuta progettata da Jae Rhim Lee per decomporre un cadavere con i funghi. Le fantasie che arabescano e percorrono la tuta, e che ricordano proprio il micelio, sono create con uno speciale filo imbevuto di spore fungine; anche il fluido di imbalsamazione, e il make-up del defunto, contengono spore.

Se lasciare questo mondo vestiti da ninja non è nel vostro stile, potete sempre optare per qualcosa di più sobrio e discreto: il Decompiculture Kit. Costituito da un gel nutritivo trasparente che si adatta come una seconda pelle al corpo, contiene delle capsule riempite di spore che permetteranno la crescita uniforme dei funghi.

Anche se l’Infinity Burial Project può sembrare eccentrico, ha fondamentalmente due meriti: in primo luogo Jae Rhim Lee intende diffondere una maggiore consapevolezza e accettazione della morte e della decomposizione come fatti naturali, e combattere il tabù nei confronti di un processo che è parte fondamentale del ciclo della vita. Il secondo aspetto che il progetto sottolinea è l’importanza di avere la possibilità di scegliere nuove opzioni, di riappropriarci insomma del destino del nostro corpo: dobbiamo essere liberi di decidere che fine faranno le nostre spoglie.

A riprova dell’interesse suscitato da Jae Rhim Lee, ci sono già alcuni volontari pronti a donare il loro corpo all’Infinity Burial Project per la sperimentazione; sapere che il proprio cadavere darà vita a una moltitudine di organismi a loro volta commestibili ha evidentemente le sue attrattive, siano esse l’amore per l’ecologia, un ideale romantico di fusione con la natura, o anche solo la prospettiva di schifare i parenti.

Ecco il sito ufficiale dell’Infinity Burial Project.

Le doppie esequie

Facendo riferimento al nostro articolo sulla meditazione orientale asubha, un lettore di Bizzarro Bazar ci ha segnalato un luogo particolarmente interessante: il cosiddetto cimitero delle Monache a Napoli, nella cripta del Castello Aragonese ad Ischia. In questo ipogeo fin dal 1575 le suore dell’ordine delle Clarisse deponevano le consorelle defunte su alcuni appositi sedili ricavati nella pietra, e dotati di un vaso. I cadaveri venivano quindi fatti “scolare” su questi seggioloni, e gli umori della decomposizione raccolti nel vaso sottostante. Lo scopo di questi sedili-scolatoi (chiamati anche cantarelle in area campana) era proprio quello di liberare ed essiccare le ossa tramite il deflusso dei liquidi cadaverici e talvolta raggiungere una parziale mummificazione, prima che i resti venissero effettivamente sepolti o conservati in un ossario; ma durante il disgustoso e macabro processo le monache spesso si recavano in meditazione e in preghiera proprio in quella cripta, per esperire da vicino in modo inequivocabile la caducità della carne e la vanità dell’esistenza terrena. Nonostante si trattasse comunque di un’epoca in cui il contatto con la morte era molto più quotidiano ed ordinario di quanto non lo sia oggi, ciò non toglie che essere rinchiuse in un sotterraneo ad “ammirare” la decadenza e i liquami mefitici della putrefazione per ore non dev’essere stato facile per le coraggiose monache.

Questa pratica della scolatura, per quanto possa sembrare strana, era diffusa un tempo in tutto il Mezzogiorno, e si ricollega alla peculiare tradizione della doppia sepoltura.
L’elaborazione del lutto, si sa, è uno dei momenti più codificati e importanti del vivere sociale. Noi tutti sappiamo cosa significhi perdere una persona cara, a livello personale, ma spesso dimentichiamo che le esequie sono un fatto eminentemente sociale, prima che individuale: si tratta di quello che in antropologia viene definito “rito di passaggio”, così come le nascite, le iniziazioni (che fanno uscire il ragazzo dall’infanzia per essere accettato nella comunità degli adulti) e i matrimoni. La morte è intesa come una rottura nello status sociale – un passaggio da una categoria ad un’altra. È l’assegnazione dell’ultima denominazione, il nostro cartellino identificativo finale, il “fu”.

Tra il momento della morte e quello della sepoltura c’è un periodo in cui il defunto è ancora in uno stato di passaggio; il funerale deve sancire la sua uscita dal mondo dei vivi e la sua nuova appartenenza a quello dei morti, nel quale potrà essere ricordato, pregato, e così via. Ma finché il morto resta in bilico fra i due mondi, è visto come pericoloso.

Così, per tracciare in maniera definitiva questo limite, nel Sud Italia e più specificamente a Napoli era in uso fino a pochi decenni fa la cosiddetta doppia sepoltura: il cadavere veniva seppellito per un periodo di tempo (da sei mesi a ben più di un anno) e in seguito riesumato.
“Dopo la riesumazione, la bara viene aperta dagli addetti e si controlla che le ossa siano completamente disseccate. In questo caso lo scheletro viene deposto su un tavolo apposito e i parenti, se vogliono, danno una mano a liberarlo dai brandelli di abiti e da eventuali residui della putrefazione; viene lavato prima con acqua e sapone e poi “disinfettato” con stracci imbevuti di alcool che i parenti, “per essere sicuri che la pulizia venga fatta accuratamente”, hanno pensato a procurare assieme alla naftalina con cui si cosparge il cadavere e al lenzuolo che verrà periodicamente cambiato e che fa da involucro al corpo del morto nella sua nuova condizione. Quando lo scheletro è pulito lo si può più facilmente trattare come un oggetto sacro e può quindi essere avviato alla sua nuova casa – che in genere si trova in un luogo lontano da quello della prima sepoltura – con un rito di passaggio che in scala ridotta […] riproduce quello del corteo funebre che accompagnò il morto alla tomba” (Robert Hertz, Contributo alla rappresentazione collettiva della morte, 1907).

Le doppie esequie servivano a sancire definitivamente il passaggio all’aldilà, e a porre fine al periodo di lutto. Con la seconda sepoltura il morto smetteva di restare in una pericolosa posizione liminale, era morto veramente, il suo passaggio era completo.

Scrive Francesco Pezzini: “la riesumazione dei resti e la loro definitiva collocazione sono in stretta relazione metaforica con il cammino dell’anima: la realtà fisica del cadavere è specchio significante della natura immateriale dell’anima; per questo motivo la salma deve presentarsi completamente scheletrizzata, asciutta, ripulita dalle parte molli. Quando la metamorfosi cadaverica, con il potere contaminante della morte significato dalle carni in disfacimento, si sarà risolta nella completa liberazione delle ossa, simbolo di purezza e durata, allora l’anima potrà dirsi definitivamente approdata nell’aldilà: solo allora l’impurità del cadavere prenderà la forma del ‹‹caro estinto›› e un morto pericoloso e contaminante i vivi si sarà trasformato in un’anima pacificata da pregare in altarini domestici . Viceversa, di defunti che riesumati presentassero ancora ampie porzioni di tessuti molli o ossa giudicate non sufficientemente nette, di questi si dovrà rimandare il rito di aggregazione al regno dei morti e presumere che si tratti di ‹‹male morti››, anime che ancora vagano inquiete su questo mondo e per la cui liberazione si può sperare reiterando il lavoro rituale che ne accompagni il transito. La riesumazione-ricognizione delle ossa è la fase conclusiva del lungo periodo di transizione del defunto: i suoi esiti non sono scontati e l’atmosfera è carica di ‹‹significati angoscianti››; ora si decide – in relazione allo stato in cui si presentano i suoi resti – se il morto è divenuto un’anima vicina a Dio, nella cui intercessione sarà possibile sperare e che accanto ai santi troverà spazio nell’universo sacro popolare”.

Gli scolatoi (non soltanto in forma di sedili, ma anche orizzontali o molto spesso verticali) sono inoltre collegati ad un’altra antica tradizione del meridione, ossia quella delle terresante. Situate comunemente sotto alcune chiese e talvolta negli stessi ipogei dove si trovavano gli scolatoi, erano delle vasche o delle stanze senza pavimentazione in cui venivano seppelliti i cadaveri, ricoperti di pochi centimetri di terra lasciata smossa. Era d’uso, fino al ‘700, officiare anche particolari messe nei luoghi che ospitavano le terresante, e non di rado i fedeli passavano le mani sulla terra in segno di contatto con il defunto.
Anche in questo caso le ossa venivano recuperate dopo un certo periodo di tempo: se una qualche mummificazione aveva avuto luogo, e le parti molli erano tutte o in parte incorrotte, le spoglie erano ritenute in un certo senso sacre o miracolose. Le terresante, nonostante si trovassero nei sotterranei all’interno delle chiese, erano comunemente gestite dalle confraternite laiche.

La cosa curiosa è che la doppia sepoltura non è appannaggio esclusivo del Sud Italia, ma si ritrova diffusa (con qualche ovvia variazione) ai quattro angoli del pianeta: in gran parte del Sud Est asiatico, nell’antico Messico (come dimostrano recenti ritrovamenti) e soprattutto in Oceania, dove è praticata tutt’oggi. Le modalità sono pressoché le medesime delle doppie esequie campane – sono i parenti stretti che hanno il compito di ripulire le ossa del caro estinto, e la seconda sepoltura avviene in luogo differente da quello della prima, proprio per marcare il carattere definitivo di questa inumazione.

Se volete approfondire ecco un eccellente studio di Francesco Pezzini sulle doppie esequie e la scolatura nell’Italia meridionale; un altro studio di A. Fornaciari, V. Giuffra e F. Pezzini si concentra più in particolare sui processi di tanatometamorfosi e mummificazione in Sicilia. Buona parte delle fotografie contenute in questo articolo provengono da quest’ultima pubblicazione.

(Grazie, Massimiliano!)

Viaggi spaziali

L’esplorazione spaziale, iniziata in modo pionieristico alla fine degli anni ’60, ha conosciuto un momento “morto” negli ultimi decenni, ma oggi sta tornando ad essere parte integrante dei progetti delle grandi agenzie aerospaziali. Gli Stati Uniti hanno pianificato i primi viaggi su Marte per la metà degli anni 2030; ESA, Russia e Cina sembra abbiano in progetto missioni similari. Ma al di là dello stimolo che questi salti nell’ignoto regalano alla nostra fantasia, ci sono dei lati oscuri con cui fare i conti (che sono poi quelli che ci interessano, qui a Bizzarro Bazar!).

Innanzitutto, teniamo presente che le enormi distanze da superare pongono diversi grattacapi. Prendiamo ad esempio una missione su Marte. Il vero problema, sostengono i professori della NASA, sarebbe il costo del “biglietto” di ritorno. Far decollare una nave spaziale dalla Terra richiede già una quantità di carburante inimmaginabile, e dotare il mezzo di una quantità di combustibile tale da permettere il viaggio di rientro è al momento pura utopia. Questo significa che il volo verso Marte sarebbe di sola andata. I primi pionieri dovrebbero divenire dei veri e propri coloni, disposti non soltanto ad esplorare il nuovo pianeta, ma a fondarvi una comunità. Dovrebbero essere scelte coppie in grado di riprodursi, per dar vita alla prima vera colonia marziana che comprenda bambini nati e cresciuti sul Pianeta Rosso. Quanti di voi non esiterebbero un attimo a lasciarsi tutto alle spalle per iniziare una nuova vita su Marte? Quale uomo accetterebbe di partire sereno, sapendo che non farà mai più ritorno, che non vedrà mai più il mare, i suoi famigliari, gli uccelli nel cielo?

Parecchi, a quanto sembra. Da quando il Journal of Cosmology ha indetto il “sondaggio”, almeno 500 volontari si sono presentati all’appello. Persone per cui l’avventura, la curiosità e la gloria valgono più di ogni altra cosa; persone che non hanno più nessun legame; persone che sognano un’epopea spaziale da quando hanno 10 anni. Forse sarà proprio questo il bacino al quale gli scienziati attingeranno, in un prossimo futuro, per selezionare gli equipaggi di questa epocale “invasione”.

Ma i viaggi spaziali sono anche lunghi, e il lato più cupo della nostra personalità può prendere il sopravvento. Lo spazio può diventare una gabbia fatta di paranoie, illusioni e depressione, fatto da cui gli scrittori di fantascienza ci mettono in guardia da molti anni. Innanzitutto, la solitudine. Una solitudine inimmaginabile. Finora i viaggi sono stati troppo brevi per una qualche manifestazione psicologica in questo senso. Ma la NASA continua a ponderare gli effetti dannosi dell’isolamento per lunghi periodi di tempo, tanto da investire 1,74 milioni di dollari nella Virtual Space Station, una sorta di “psicologo-robot” che dovrebbe aiutare e dare consigli agli astronauti depressi dalla profonda solitudine. Nel 2008, uno studio condotto al NHC HealthCare in Maryland Heights ha indicato che un cane robotico si è rivelato un ottimo rimedio per la solitudine dele persone anziane, quasi quanto un cucciolo reale… anche se l’immagine di un astronauta solo nello spazio, che parla e coccola un cane-robot non è delle più confortanti.

Nello spazio, un posto che a torto riteniamo “vuoto”, si spargono radiazioni di vario tipo. Senza la protezione dell’atmosfera, queste radiazioni possono essere pericolose. E non si tratta qui soltanto delle temibili esplosioni di raggi gamma (evento talmente raro da essere trascurabile), ma anche semplicemente delle più comuni radiazioni cosmiche: alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione a questi raggi può causare alterazioni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della creazione di nuove cellule cerebrali e ritenuta responsabile dell’apprendimento e degli stati di umore. Proteggere con scudi appropriati gli astronauti potrebbe significare ridurre i danni cerebrali e la depressione di un viaggio al di fuori dell’orbita terrestre.

Un altro problema dei viaggi astrali è la fornitura e la purificazione dell’aria. Molti studi condotti sugli scalatori di alta quota hanno dimostrato come uno scarso approvvigionamento di ossigeno porti a un calo di attenzione, di capacità cognitiva e di riconoscimento linguistico. In situazioni ancora più estreme, a ridotto apporto di ossigeno, si verificano danni permanenti al cervello. Per questo si stanno dotando le astronavi di potenti rilevatori, in grado di accorgersi in largo anticipo di un cambio nell’aria della capsula. Vengono sviluppati anche dei software in grado di “misurare” la coerenza delle risposte degli astronauti a determinate domande, per prevenire eventuali danni psichici.

Aggiungete a questo quadro lo stress del lavoro di un astronauta, costantemente vigile e attento, che deve tenere sott’occhio i parametri della missione, controllare l’equipaggiamento, sapendo che soltanto un po’ di lamiera lo protegge dall’agghiacciante vuoto siderale. Molte persone, in situazioni molto meno stressanti, si imbottiscono di psicofarmaci. L’uso e l’abuso di tali sostanze (già oggi utilizzate a bordo delle stazioni spaziali) sarà un ennesimo grattacapo da risolvere. E pensate anche solo per un momento a questa situazione: non siete voi a impazzire nello spazio, ma il vostro collega. Se nella vostra giornata quotidiana c’è sempre un orario di fine lavoro, che vi permette di staccare la spina, beh, su una navicella spaziale non esiste. Per quanto professionali gli astronauti si possano dimostrare, dovranno anche essere addestrati a far fronte a qualsiasi imprevisto, persino il crollo psicologico di uno dei membri dell’equipaggio.

Ed arriviamo infine alla questione più spinosa e difficile. Cosa fare quando un astronauta muore nello spazio?

La mitica Mary Roach, giornalista scientifica autrice dell’imperdibile Stecchiti (2005), ha da poco scritto un libro sui viaggi spaziali. Con la sua consueta scrupolosa curiosità, ha indagato anche il problema della morte nello spazio. E ci ha illuminato sulle ultime tendenze della NASA al riguardo.

La morte, già di per sé destabilizzante, diviene ancora più insostenibile in un ambiente estremo come il cosmo. Nessuno sa come un piccolo gruppo isolato nello spazio possa reagire di fronte alla scomparsa di un membro: sentimenti di paura, perdita di controllo, rabbia, colpa o attribuzione di colpa possono instaurarsi. Di fronte a un decesso che colpisce inaspettatamente un membro dell’equipaggio durante una missione, il tempo per preparare il corpo sarà soltanto di 24 ore, per prevenire infezioni. Ad ogni astronauta verrà chiesto di riempire un diario in cui annotare e sfogare le proprie emozioni al riguardo.  Il corpo, dopo una cerimonia funebre che ricordi quelle terrestri (che serva da guida per la difficile situazione e riaffermi i valori che ci accomunano), verrà deposto in un modulo apposito, studiato per eseguire la cosiddetta Promession: si tratta di un “compostaggio” ecologico dei resti umani, per mezzo del quale il corpo viene completamente congelato, poi scosso violentemente fino a ridurre la salma in una fine polverina. La capsula contenente il cadavere polverizzato verrà poi estromessa dall’astronave, là dove nessuno può vederla, trattenuta da un braccio meccanico, e lì resterà fino a quando l’astronave non rientrerà sulla Terra (ritraendosi poco prima dell’impatto con l’atmosfera); una volta atterrata potrà finalmente avere degna sepoltura. Una particolare attenzione verrà mantenuta sui “sopravvissuti”, per evitare crolli psicologici e follia.

Ecco l’articolo di Mary Roach in cui viene spiegata l’intera procedura (in inglese).

Il sogno di “fare l’astronauta” non ha mai perso il suo fascino. Ma oggi, quando questa fantasia sta quasi per diventare realtà, gli scienziati continuano a interrogarsi su quali siano le vere barriere con cui dovremo fare i conti. E pare che i mostri più pericolosi, gli alieni più letali, prenderanno corpo nella nostra stessa mente.