L’ultimo abbraccio

Trovarono tra tutte quelle orribili carcasse due scheletri, uno dei quali abbracciava singolarmente l’altro. Uno di quegli scheletri, che era quello di una donna, era ancora coperto di qualche lembo di una veste di una stoffa che era stata bianca, ed era visibile attorno al suo collo una collana di adrézarach con un sacchettino di seta, ornato da perline verdi, che era aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così poco valore che di certo il boia non li aveva voluti. L’altro, che abbracciava stretto questo, era lo scheletro di un uomo. Notarono che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa incassata tra le scapole e una gamba più corta dell’altra. D’altronde non aveva alcuna vertebra cervicale rotta ed era evidente che non fosse stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto era quindi giunto lì, e lì era morto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, cadde in polvere.

(V. Hugo, Notre-Dame de Paris, 1831)

Così, con Quasimodo che stringe la sua Esmeralda per l’eternità, si conclude Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo.

C’è qualcosa di particolarmente triste e sublime nella figura di due scheletri fissati in un ultimo abbraccio: l’immagine di due amanti che si danno riparo contro il freddo della fine che avanza sembra dare corpo all’ideale romantico dell’amore in grado di vincere la morte. “Quando si muore, si muore soli“, cantava De Andrè: questi resti invece raffigurano a una dipartita che ci appare a suo modo invidiabile, in quanto accorda il privilegio di un estremo e intimo momento di raccoglimento.

Quest’anno sono stati rinvenuti in Grecia, durante gli scavi archeologici nelle grotte di Diros, due scheletri abbracciati: un uomo rannicchiato alle spalle di una donna. I resti risalgono al 3800 a.C., ma nonostante le sepolture “di coppia” di questo tipo siano piuttosto rare, quella di Diros non è certo l’unica, né la più antica.

Al Museo Archeologico di Mantova è possibile ammirare i cosiddetti amanti di Valdaro. La datazione è neolitica, circa 6000 anni fa. La posizione fetale è quella tipica delle sepolture del periodo, ma i due sono stati sepolti assieme.

Mantua2

Eppure il primato di Mantova sugli “amanti più antichi del mondo” è sfidato dagli scheletri neolitici ritrovati nel 2007 in Turchia nella regione di Diyarbakir, che risalirebbero a più di 8000 anni fa. Anche loro sospesi per tutto questo tempo in un abbraccio finale di cui non conosceremo mai le motivazioni: la loro storia d’amore è nata e finita prima della storia stessa.

Ancora in Grecia, nella regione di Agios Vasileios pochi chilometri a sud di Sparta, sono tornati alla luce altri due scheletri in una simile posizione, risalenti al 1600-1500 a.C.: anche questi “amanti” sono stesi su un fianco, la mano del maschio a sorreggere la testa di lei in un gesto delicato, rimasto immutato da più di tre millenni.

Fra le circa 600 tombe scavate nel villaggio siberiano di Staryi Tartas risalenti alla cultura di Andronovo, alcune dozzine sono sepolture di coppia, o addirittura di famiglia. Gli archeologi non possono che fare congetture al riguardo: sono tracce di sacrifici rituali, oppure queste inumazioni collettive venivano effettuate affinché le anime viaggiassero assieme verso l’aldilà?

siberia2

siberia3

siberia4

Nel sito archeologico di Teppe Hasanlu, in Iran, altri due amanti sono stati ritrovati faccia a faccia all’interno di un contenitore in muratura. I ricercatori credono che i due si fossero nascosti lì dentro per sfuggire alla distruzione dell’antica cittadella, avvenuta alla fine del IX secolo prima di Cristo; mentre si confortavano l’un l’altro, fra le urla del massacro, i due sono morti probabilmente per asfissia.

Gli amanti si abbracciarono anche durante un altro tipo di distruzione: la terribile eruzione di Pompei nel 79 a.C. ha sigillato sotto la cenere alcune coppie nell’atto di proteggersi a vicenda.

Del V-VI secolo d.C. sono invece gli “amanti di Modena”, individuati qualche anno fa durante la costruzione di una palazzina. I due si tengono la mano, e la donna guarda l’uomo; ma si ipotizza che anche lo sguardo di lui fosse rivolto verso l’amata, fino a quando il cuscino sotto il suo capo non si è deteriorato, facendo spostare il cranio.

Relativamente più recenti, ma di certo non meno impressionanti gli scheletri ritrovati in Romania a Cluj-Napoca. L’uomo e la donna, vissuti a cavallo fra 1400 e 1500, sono stati sepolti l’uno di fronte all’altro, e si tengono per mano. Secondo le prime ricostruzioni, sembra che il maschio possa essere morto in seguito a un incidente o uno scontro violento (lo sterno è fratturato da un oggetto contundente), mentre la donna sarebbe morta di crepacuore.

Terminiamo con l’esempio più toccante, e più recente. A Roermond, nei Paesi Bassi, vi sono due tombe davvero eccezionali: sono quelle del colonnello di fanteria J.W.C van Gorcum e di sua moglie J.C.P.H van Aefferden. Sposatisi nel 1842, restarono assieme 38 anni, fino a che nel 1880 il colonnello morì, e venne sepolto nella parte protestante del cimitero cittadino. La moglie, che era cattolica, sapeva che non avrebbe potuto essere seppellita assieme a lui; stabilì dunque che le sue spoglie non fossero inumate nella tomba di famiglia, bensì il più possibile vicino a quelle del marito – appena al di là del muro che divideva la sezione protestante da quella cattolica.

Da quando quando anche lei morì, nel 1888, i due monumenti funebri si tengono la mano, vincendo la barriera che invano ha provato a separarli.

F.A.Q. – Tecniche di canto

Caro Bizzarro Bazar, seguo sempre “X-Factor” e “Amici”, perché il mio grande sogno è diventare un cantante. Potresti darmi qualche dritta?

Innanzitutto, ricorda che è fondamentale acquisire le basi. Comincia con l’acquisire la tecnica di canto più semplice e comune, illustrata in questo video.

Fondamentale, nel canto, è la respirazione. Allena il tuo naso in questo modo:

Importante poi è migliorare la memoria per ricordare sempre perfettamente il testo delle canzoni che canterai:

E, infine, anche l’occhio vuole la sua parte. Non dimenticare di vestirti in modo consono, raffinato ma casual, come il grande Franzl Lang in questo video.

 

L’esploratore cieco

Nato nel 1786, James Holman era cresciuto con un unico desiderio: il suo grande sogno era viaggiare per il mondo. Sfortunatamente, il padre non aveva esattamente gli stessi piani per lui. All’età di 13 anni venne spedito nella Marina Reale Britannica, nel pieno delle Guerre Napoleoniche, e vi rimase per 12 anni. Nello svolgimento delle sue funzioni a bordo della flotta, però, venne colpito da una misteriosa malattia che gli procurava dolori insostenibili e che, con il passare del tempo, lo portò alla cecità completa.

James aveva solo 25 anni. Le medaglie all’onore di guerra che si era guadagnato gli interessavano poco, se non poteva riavere la vista. Visto che i medici non sapevano aiutarlo, se ne andò a Edimburgo a studiare medicina per conto suo. Resosi conto che la cecità era davvero irreversibile, il giovane James se ne fece una ragione. Ma non si piegò all’idea che la sua vita fosse finita lì.

L’unica cosa che lo spingesse avanti, l’unica che tenesse a bada la depressione, era per lui trovarsi in un luogo completamente sconosciuto. Grazie ai suoi altri sensi, che aveva imparato ad acuire, e a una sua personale tecnica di ecolocazione (pare sia stato fra i primi a utilizzare il battito del bastone per determinare il perimetro di un’area), James cominciò a viaggiare. Prima in Europa. Poi in Russia. Poi, in qualunque continente ancora poco esplorato.

James viaggiava sempre esclusivamente da solo. Non conosceva lingue straniere, era praticamente senza soldi, e l’unico attrezzo che portava con sé era una sorta di rudimentale macchina da scrivere. Ma aveva dalla sua una memoria prodigiosa, e un fascino personale unico. E così partì per anni e anni di viaggi e avventure.

Venne catturato in Siberia dalle autorità che lo sospettavano una spia (non potevano credere che la sua cecità fosse autentica); cercò di lanciare una ribellione contro la tratta di schiavi in Africa; cacciò elefanti selvatici a Ceylon; in Cina fu uno dei pochi occidentali a lanciare moniti sulla crescente conflittualità sociale che sarebbe poi sfociata nella ribellione di Taiping; cartografò buona parte dell’Australia allora inesplorata; e i suoi resoconti sulle popolazioni indigene di Zanzibar, Seychelles e Madagascar sono ancora oggi apprezzati dagli antropologi.

Il “viaggiatore cieco”, così veniva chiamato, divenne presto uno scrittore best-seller; poi, scemata la novità, la gente se ne dimenticò. Lui, però, continuò a viaggiare: soltanto un costante cambio di aria e scenario potevano risollevarlo dalla malattia. Sempre senza un soldo, sempre senza grosse conoscenze linguistiche, ma armato di un’incrollabile fiducia nella benevolenza del prossimo, James Holman visitò i quattro angoli del globo fino alla morte, avvenuta a 70 anni. Rimase, fino a buona parte del XX secolo, l’uomo che aveva maggiormente viaggiato della storia. Ancora oggi, in Africa, scorre il fiume Holman, così chiamato in suo onore.

In un’epoca in cui alla gente cieca si dava in mano una ciotola per mendicare, perché venivano considerati totalmente disabili, la figura solitaria di Holman che batteva il suo bastone da passeggio esplorando il continenti più selvaggi e pericolosi doveva avere un’aura quasi soprannaturale; e anche oggi le sue imprese hanno mantenuto un fascino unico.

Per chi conosce l’inglese, la biografia di riferimento è A Sense of The World, di Jason Roberts.