Miraggi

Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.
(E. A. Poe)

∼ Miraggi inferiori ∼

Aria molto calda vicina al suolo, e più fredda al di sopra. I raggi di luce rifratti dagli oggetti in lontananza vengono deviati dalla colonna di aria torrida che si sposta verso l’alto. Ecco il miraggio classico dei beduini del Sahara, le oasi fresche fra le dune e le pozze d’acqua là dove non c’è altro che sabbioso deserto.

Miraggio che accompagna anche un altro tipo di nomade, colui che non può fare a meno di viaggiare perché è in preda ai blues dell’autostrada, e che sa bene come l’asfalto possa apparire bagnato sotto il sole rovente.

Più ci si avvicina, più l’illusione svanisce. Ci affrettiamo verso l’acqua agognata per scoprire che era soltanto un inganno; e il correre nient’altro ha fatto se non peggiorare la nostra sete. “Perché l’acqua di un miraggio non è vista da chi vi sta vicino? – si domandava NāgārjunaIl modo in cui questo mondo è visto come reale da chi sta lontano non è lo stesso in cui è visto da chi sta vicino, per il quale è privo di realtà, come un miraggio”. Forse anche noi presto saremo abbastanza vicini alla verità da renderci conto che è un’illusione.

∼ Miraggi superiori∼

Il transatlantico, nella notte scura rischiarata soltanto dalle stelle, filava sull’acqua maestoso. A bordo, passeggeri in festa: all’orizzonte, una strana bruma. Reginald Lee era di vedetta:

Una notte chiara e stellata sopra di noi, ma al momento dell’incidente c’era una nebbia a prua, […] in effetti si estendeva più o meno per tutto l’orizzonte. Nessuna luna.

Foschia scura, corolla indefinibile, appena sopra l’orizzonte, ma troppo lontana per sembrare un funesto presagio. Dal nulla di quella caligine poi, senza preavviso, come un gigante che irrompesse in scena dal sipario funebre, ecco l’enorme profilo lattiginoso.

Era una massa scura che venne fuori da quella nebbia e non c’era traccia di bianco finché non fu proprio accanto al fianco della nave.

Sembra che sia andata proprio così: il Titanic probabilmente affondò per colpa di un miraggio. La montagna di ghiaccio era nascosta fino all’ultimo istante dalla luce siderale, piegata dal freddo del mare.

Ironicamente, si tratta dello stesso genere di miraggio che diede a un’altra nave, questa volta fantastica, una vita eterna, una persistenza tenace nelle fantasie dei marinai. L’Olandese Volante, che fluttuava immortale sopra le acque dell’oceano, forse deve la sua leggenda all’abbaglio chiamato “miraggio superiore”. Superiore perché le sue fantasmagorie appaiono sopra la linea dell’orizzonte, e talvolta le navi che stanno al di là della curvatura della Terra, e che non potremmo a rigore riuscire a vedere, ci appaiono sospese nell’aria.


Come gli alpinisti, che temono e rispettano la montagna, il popolo del mare conosceva un segreto che sfuggiva agli uomini di terraferma. Era conscio della natura insidiosa dell’acqua, sapeva i gorghi pronti a spalancarsi, le visioni, i fuochi magici sui pennacchi, i terribili mostri gemelli che attendevano le imbarcazioni in quella striscia di mare fra Sicilia e Calabria.

∼ Fata Morgana ∼

È proprio sullo Stretto di Messina che di tanto in tanto è avvistato il Castello nel Cielo, la dimora della Fata, crudele sorellastra di Artù figlio di Pendragon. Le arti magiche della fattucchiera fanno sì che il maniero alato sia visibile sia dalle coste dell’isola che dalle sponde calabre. Molti credettero di poter conquistare i suoi tremuli bastioni, finendo miseramente affogati.

Così la Fata Morgana ha dato il nome al più raro dei miraggi superiori, capace di accavallare tre o più strati di oggetti, invertiti e distorti, in un magma visivo in costante mutamento. Il miraggio definitivo, in cui nulla è ciò che appare; apparizioni impossibili di torri lontane e cupe, città incantate, foreste fantasma. L’orizzonte non è più una promessa, ma un beffardo abbaglio.

∼ Il miraggio del Tutto ∼

Una volta Chuang-Tzu sognò d’essere una farfalla: era una farfalla perfettamente felice, che si dilettava di seguire il proprio capriccio. Non sapeva d’essere Tzu. Improvvisamente si destò e allora fu Tzu, gravato dalla forma. Non sapeva se era Tzu che aveva sognato d’essere una farfalla, o una farfalla che sognava d’essere Tzu.

Quello che Chuang-Tzu omette di considerare è la possibilità che sia lui che la farfalla siano un sogno: il sogno di qualcun altro.
I fisici quantistici, moderni poeti, mistici, artisti, ci suggeriscono la possibilità di un cosmo olografico. Per alcuni uomini di scienza, l’intero universo sarebbe un simulacro, una sofisticata simulazione (atomi-pixel), e noi i personaggi che a poco a poco stanno prendendo coscienza di far parte di un gioco. Il metodo di Galilei abbraccia ora le lucide allucinazioni dei mangiatori d’oppio, è la matematica a dirci per prima che “la vita è sogno”.

Fra i sostenitori dell’ipotesi che vede questo universo come un’elaborata finzione all’interno di un algoritmo alieno, c’è anche un controverso, visionario innovatore che sta cercando di metterci al riparo dalla minaccia delle Intelligenze Artificiali forti. Il suo inconcepibile progetto: fondere le nostre cortecce cerebrali con la Rete, liberandoci per sempre dal virus del linguaggio e, nel tempo, riprogrammando dall’interno un corpo ormai obsoleto. Mutate or die!
E la mutazione comincerà, c’è da starne certi, non nel giro di duecento anni, ma nei prossimi dieci o quindici.

Oggi ci guardiamo attorno, e tutto è miraggio.
Da millenni si discute del Grande Sogno, ma mai come ora il velo di Maya è stato così sottile, pronto a strapparsi ad ogni istante.
Cosa può significare, per noi, accettare una possibile irrealtà del tutto? Significa forse il relativismo assoluto, che uccidere non è poi così grave, che tutto è privo di valore? Non erano le ultime parole di Hassan-i Sabbāhnulla è vero, tutto è permesso”?
[Il vecchio Uncle Bill sorride sornione dal suo universo parallelo, attorniato da seducenti ragazzi-scolopendra.]
O dobbiamo intendere il miraggio come liberazione? Che, finalmente, la morte sia davvero quel passaggio raccontato da tutti gli illuminati, e che il mondo vero non sia questo? Ma esiste, poi, un mondo vero? O è un altro miraggio dentro a un miraggio?

Di nuovo Chuang-Tzu, lo stesso della farfalla:

Gli stolti credono d’essere desti e sanno minuziosamente se sono principi o pecorai. Che certezza! Tanto io, Ch’iu, che tu sogniamo. È un sogno anche che io dica che tu sogni.

(Grazie, Bruno!)

La Pinacoteca di Pietra

Articolo a cura del nostro guestblogger Stefano Cappello

Ho vissuto per diversi anni a Catania, prima come studente della facoltà di Lettere Moderne e in seguito per lavoro. L’Arte mi ha sempre affascinato e la possibilità di vivere e viaggiare in Sicilia mi ha permesso di scoprire questo luogo in cui attraverso i millenni hanno convissuto, compenetrandosi spesso con esiti unici, alcune delle più elevate espressioni della creatività umana.

Visitando una delle chiese catanesi mi capitò di notare come i marmi degli altari mostrassero forme curiose: tra le venature si potevano intuire volti grotteschi, maschere animali, figure bizzarre.

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L’uso di accostare lastre di marmo per ottenerne un’immagine speculare è una pratica nota come “macchia aperta”. Usata da millenni, tale tecnica sfrutta le lastre consecutive di un blocco, che una volta tagliate vengono affiancate tra loro, sfruttandone le venature, al fine di creare la figura presente in nuce nello stesso marmo.

Cominciai così a visitare le altre chiese della città per constatare che il fenomeno si ripeteva con una certa frequenza. Il taglio delle lastre e la loro disposizione erano intenzionali e nel caso degli esempi riportati non si può parlare di pareidolia, intesa come illusione subcosciente che codifica gli stimoli visivi artificiali o naturali riconducendoli a forme riconoscibili.
Forse è più consono accostare le figure dei marmi catanesi, o quantomeno alcuni di essi, al fenomeno del Gamahés, il quale sottende un aspetto sacro delle immagini e delle forme che l’Anima Mundi imprime nella pietra nelle sembianze di volti, animali, simboli o di interi paesaggi, come nel caso della Pietra Paesina. Attraverso la medesima via occulta, i disegni sarebbero stati impressi nei marmi da quella stessa forza creatrice, quella natura naturans che genera ogni aspetto della realtà, in attesa che uno spirito arguto, grazie alla propria Arte, li portasse alla luce.

Tutte queste chiese sono accomunate dal fatto di essere state ricostruite ex novo dopo il devastante terremoto che l’11 gennaio del 1693 distrusse Catania. La città subì ingenti perdite, si calcolano 16.000 vittime su una popolazione di circa 20.000 abitanti.
La macchina organizzativa si mise in moto per ricondurre, in tempi ragionevoli, la vita della popolazione alla normalità. La ricostruzione della città dimostra come la catastrofe abbia determinato uno stimolo verso la ricerca di soluzioni architettoniche innovative con esiti di altissima qualità. Tali innovazioni, che accomunarono con diversi risultati i centri della Val di Noto colpiti dal sisma, furono elaborate da quello che potrebbe essere considerato come un grande e unico “laboratorio di sperimentazione dei modelli internazionali del Barocco”.

Nel caso di Catania, l’unità d’intenti che sottese l’intero progetto trasparirà sia sul piano architettonico, attraverso l’utilizzo di materiali che meglio avrebbero assorbito l’urto di eventuali future scosse, sia urbanistico. Verrà infatti definita una nuova pianta della città con strade più ampie, slarghi, vie di fuga [1].
Uno dei marmi usati nelle chiese catanesi, il Libeccio Antico di Sicilia, è chiamato anche Breccia Pontificia, proprio per l’utilizzo che ne venne fatto all’interno dello Stato Vaticano. Questo marmo raro e pregiato, estratto dalle cave di Custonaci, è ideale per essere lavorato a macchia aperta, in modo da poterne esaltare i disegni che vi si trovano impressi.

L’intenzionalità dell’utilizzo figurativo del marmo è evidente nella Chiesa di S. Agata la Vetere dove, nell’altare laterale che un tempo ospitò il Sarcofago della Martire, furono posti questi marmi.

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Sembra che si sia voluta riprodurre con queste lastre di diaspro rosso, la sagoma del corpo della Santa come fosse disteso su un Sarcofago.
Se l’immagine è ruotata, la composizione risalta in maniera più definita.

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La testa, le spalle, le braccia ripiegate sul petto, la forma dei fianchi, le gambe, i piedi che emergono dalla veste.
Le suggestioni possono essere molteplici. Sul petto della figura, ad esempio, sembra intravedersi un Cuore Fiammeggiante. Una forma sferica si delinea alla base dell’immagine la quale appare come circondata da una sorta di aura.
L’intento figurativo, la forma che emerge dal componimento delle lastre è coerente, dal punto di vista delle proporzioni, con un corpo femminile.
Gli stimoli visivi che la figura può suggerire, se considerata come ritta su un globo, rimandano all’iconografia Mariana. Tale ipotetico “trasferimento iconografico” sarebbe del resto giustificabile una volta che venga applicato alla rappresentazione di una santa, in quanto le figure femminili della tradizione cristiana sono simbolicamente accomunate dal fatto di essere, in fondo, differenti manifestazioni dell’archetipo del Femminino Sacro.

Un altro esempio nel quale l’intenzionalità della figurazione marmorea sembra essere coerente con il luogo prescelto, si trova nella Chiesa di S. Michele Arcangelo. Qui, così come nelle altre chiese della città, le figure compaiono spesso a coppie, alla base delle colonne degli altari laterali discostandosi tra loro per alcuni particolari.

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I marmi in questione, maggiormente il secondo, mostrano due figure a intarsio stilizzate, ma delle quali sarebbero riconoscibili la testa, il collo, le braccia aperte, il busto, la parte terminale di una tunica. Al tempo stesso quelle che appaiono dietro la figura, potrebbero essere due ali, delle quali le venature del marmo sembrano perfino tracciarne il piumaggio. L’insieme rimanderebbe all’iconografia bizantina dell’Arcangelo.

Quello dei marmi delle chiese catanesi è un viaggio figurativo tra bestie, uomini, santi e demoni.

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Le specchiature marmoree che seguono sembrano rappresentare ciascuna un volto con un copricapo che ricorda nella forma la testa di un lupo. La figura potrebbe rimandare all’iconografia di Ade, Signore dell’Oltretomba, raffigurato con indosso il kunée, l’Elmo dell’Oscurità.

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Se si volesse considerare che le maestranze abbiano agito in libertà, verosimilmente all’insaputa delle committenze ecclesiastiche, si può immaginare che abbiano applicato la loro Arte, la quale fondeva sapere artigiano e conoscenza dei trattati, unendola al loro estro per esplorare le potenzialità di questa forma rappresentativa e testimoniando in tal modo la presenza di un’ideologia sotterranea rispetto a quella ufficiale. E questi marmi ne potrebbero fornire l’esempio.

Due volti grotteschi dei quali individuiamo gli occhi, il naso e la bocca, oltre a quella che sembra essere una mitra come copricapo.

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Curiosa l’immagine che emerge da queste lastre: una creatura ghignante con quelle che per coerenza di proporzioni rispetto alla testa sarebbero le mani (le venature sembrano tratteggiarne le dita) in posizione a triangolo, alzate di fronte al petto.

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La particolarità di questo volto grottesco sta nel fatto di trovarsi dietro un altare, invisibile frontalmente. Esempio che risponde alla necessità, tipica del Barocco, di riempire il vuoto, di esorcizzare l’horror vacui?

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Nella chiesa di S. Francesco all’Immacolata troviamo questi marmi, dai quali emerge una figura seduta con quella che parrebbe una testa asinina reclinata in avanti. Le lunghe orecchie, il muso, le narici. Le mani coerenti nella misura e nelle proporzioni come fossero appoggiate sulle gambe, le venature simmetriche ai lati della lastra che conferiscono l’idea prospettica di un sedile. Curioso che tale figura, così come altre, sia stata ottenuta con una tecnica a intarsio, in un esito che unisce la forma naturale suggerita dalle venature e l’artificio tecnico, al fine di creare una determinata suggestione figurativa. Tale pratica è documentata già da Plinio che riporta nella sua Naturalis historia di come si fosse arrivati al suo tempo non solo a rivestire di marmi tutte le pareti dei templi e degli edifici pubblici, ma anche di traforare il marmo inserendovi piccole crustae sagomate in forma d’immagini di cose e di animali. Si cominciò insomma a “dipingere con la pietra” (“coepimus et lapide pingere”, Nat. hist., Liber xxxv, 3).

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La composizione di queste lastre marmoree sembra ripetere la struttura di un parapetto proveniente da Samotracia, importante sede di Culti Misterici del mondo greco. Qui abbiamo ai lati dei marmi che, attraverso le loro venature, assumono l’aspetto di due bucrani e al centro, al posto del fiore a 8 petali presente nel parapetto di Samotracia, una croce greca alla quale si aggiungono 4 raggi, come a voler rimanere aderenti alla simbologia dell’originale.

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Possiamo immaginare che le composizioni dei marmorai si rifacessero a volte a modelli preesistenti, considerando quindi un lavoro di ricerca proprio di quelle lastre che ne potessero ricreare la suggestione, come nel caso del parapetto di Samotracia, e in tutti gli altri casi fossero le stesse venature delle lastre a suggerire l’immagine da realizzare. E tali simulacri non potevano che manifestarsi nella pietra con la fissità dei simboli, degli archetipi, ma apparire al tempo stesso mutevoli, proteiformi quando emergono dalle superfici colorate del marmo, forma informata dall’immanente azione della Natura.

L’aspetto interessante di questo capitolo ignoto del Barocco Siciliano è che il Mostruoso, il Grottesco, il Difforme dei mascheroni decorativi, rimasto al di fuori degli edifici e soprattutto di quelli civili piuttosto che ecclesiastici, vi fosse invece penetrato sotto altra forma. Dalla tridimensionalità della scultura alla bidimensionalità della lastra, appiattendosi lungo le pareti, adornando gli altari giusto in prossimità di quelle tele utilizzate come didascalico strumento del potere della chiesa nella forma di Biblia pauperum, in una sorta di parallela pinacoteca lapidea.

Non si conosce lo scopo di questa forma rappresentativa.
Possiamo affermare che fu intenzionale, che fu un sistema decorativo millenario che trovò campo di applicazione nella rappresentazione del bizzarro, del grottesco, tipica della Cultura Barocca e particolarmente di quella del Barocco Siciliano. Conosciuta probabilmente anche negli ambienti ecclesiastici dell’epoca, almeno ai suoi livelli più alti, tale forma d’arte testimoniava al tempo stesso la sua singolarità proprio nella possibilità di essere fruita da pochi.
L’ambiguità insita nella lettura di questi stimoli visivi è infatti paragonabile per certi versi alla mancanza di oggettività riferibile agli esiti interpretativi delle Tavole di Rorschach le quali, costituendo un test proiettivo, non hanno delle risposte esatte ma quelle che soggettivamente gli vengono attribuite.

Viene da chiedersi se i committenti e le maestranze si fossero interrogati sulla possibilità che i fedeli si accorgessero di tali composizioni celate nelle superfici, solo apparentemente caotiche, delle lastre. Se tale eventualità si fosse verificata, del resto quanti ne avrebbero parlato senza il rischio di incorrere nella Santa Inquisizione, attiva nell’Isola e abolita solo nel 1782?
Perché quindi selezionare solo certi marmi rari e pregiati per comporre figure che dall’astratto si concretizzano fino ad assumere le maschere del grottesco? Semplice piacere estetico per pochi o precisa funzione apotropaica, valenza magica del mostruoso per allontanare il pericolo di una catastrofe simile a quella che aveva distrutto la città?
Le motivazioni di questa forma rappresentativa rimangono quindi un campo aperto all’indagine. Si possono formulare diverse ipotesi, così come molteplici sono le analogie che emergono anche solo a livello di suggestione con la tradizione esoterica — senza dimenticare che ad ogni modo “non esiste in realtà nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre” (Roger Caillois, La Scrittura delle Pietre).

Al termine di questa visita alla Pinacoteca di Pietra, la lastra che meglio simboleggia a un tempo l’inizio e la fine del Viaggio è quella che possiamo soprannominare “Il Giullare”.

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Lo sguardo acceso, il sorriso ambiguo, il berretto a sonagli. Potrebbe far pensare al Matto, la carta dei Tarocchi con valore 0, il grande moltiplicatore. È l’archetipo di tutto ciò che sta al di là dell’intelligibile, il pellegrino sulla Via che sembra emergere dalla fredda pietra per dirci: “Aprite gli occhi!

 


[1] Giuseppe Lanza duca di Camastra, nominato vicario generale, e l’architetto Giovan Battista Vaccarini sono le due personalità che vengono maggiormente ricordate nel contesto della ricostruzione di Catania mentre i documenti dell’Archivio Storico e le fonti riportano poche informazioni circa le maestranze che vi contribuirono, le quali rimasero in buona parte anonime.
Tra i pochi nomi, nell’ambito dei primi anni della riedificazione post terremoto, emerge quello dell’architetto Salvatore de Amico, in alcuni documenti citato come Caput Magister, originario di Aci S. Antonio, feudo che apparteneva alla famiglia del neoeletto vescovo di Catania. De Amico fu per cinque anni il nesso tra la curia vescovile catanese e la vita quotidiana dei cantieri: gestiva egli stesso i denari, assumendo, coordinando e dirigendo le maestranze, valutando e comprando i materiali e acquistando i terreni necessari (Le maestranze acesi nella fase iniziale di ricostruzione di Catania, S. Condorelli).
L’architetto disegnò la nuova pianta e diresse i lavori di ricostruzione del Palazzo Vescovile e anche delle cinque chiese parrocchiali della città.
La curia vescovile era la diretta committente di queste opere ed è verosimile che alcune delle figure ecclesiastiche, tra queste il vescovo Andrea Riggio (figlio di Luigi Riggio Branciforte principe di Campofiorito, nobile e diplomatico di spessore europeo) abbiano visitato le fabbriche cittadine anche nelle fasi di sviluppo degli edifici e che fossero quindi a conoscenza degli arredi che ne avrebbero abbelliti gli interni.

Atlantropa

Guardate una mappa della buona, vecchia Europa: rimasta immutata per secoli, per millenni. In un certo senso, è rassicurante seguire con lo sguardo i contorni frastagliati e familiari del bacino del Mediterraneo, che ha cullato la nostra cultura, da Scilla e Cariddi alle colonne d’Ercole, dalla foce del Nilo alla Terra Promessa. Eppure meno di cento anni fa c’era qualcuno che, guardando la stessa cartina geografica, vedeva tutt’altro: i suoi occhi vi scorgevano un’opportunità, un mondo nuovo, la più grande opera architettonica dell’umanità. Ecco a voi Herman Sörgel, l’uomo che sognava di cambiare il volto di due continenti.

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All’inizio del XX Secolo, lo spirito generale era positivo ed ottimista; nonostante la Guerra, c’era una bella aria di cambiamento, di progresso scientifico e di rinnovamento politico e sociale. La tecnologia riduceva sempre di più le distanze fra i continenti, grazie a telegrafi senza fili, radio, aeroplani, e cineprese. C’era la sensazione, ben esemplificata dalla furia del nostro Marinetti, che il futuro fosse luminoso e già alle porte; e questo si rifletteva anche nelle nuove mode architettoniche come ad esempio il Bauhaus, scuola tedesca all’avanguardia per le inedite soluzioni razionali, funzionali e dal design fantascientifico. Insomma, tutto sembrava possibile – bastava avere il coraggio di pensare in grande.

Se una cosa si può dire di Herman Sörgel, classe 1885, è che pensava davvero in grande. Il progetto della sua vita, pianificato nel 1927 (anno di Metropolis di Fritz Lang… coincidenza?) e presentato ufficialmente nel 1928, era la più titanica opera di ridefinizione geofisica mai immaginata. In soldoni, Sörgel voleva creare un nuovo super-continente, chiamato Atlantropa, unendo l’Europa all’Africa. “E come?”, vi chiederete.
Che domande.
Prosciugando il Mediterraneo, ovviamente.

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Per prima cosa, andavano chiusi lo stretto di Gibilterra, il canale di Suez e lo stretto dei Dardanelli con una serie di imponenti dighe, in modo da isolare completamente il Mediterraneo dagli oceani. A questo punto, toccava aspettare un po’: il mare sarebbe evaporato al ritmo di quasi due metri all’anno, processo ulteriormente velocizzato con l’aiuto di pompe idrauliche. L’Adriatico sarebbe quasi scomparso, e tutte le altre coste sarebbero state ridisegnate con l’emergere dei fondali.

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Atlantropa
Ma Sörgel non voleva far essiccare tutta l’acqua, perché quello che gli interessava era creare una serie di dislivelli all’interno dell’enorme bacino. Ad ovest, il mare sarebbe stato abbassato di circa 100 metri, mentre ad est sarebbe calato di 200 metri. La Sicilia, ormai quasi unita alla Tunisia da una parte e alla Calabria dall’altra, avrebbe ospitato delle dighe interne che, sfruttando il dislivello fra Mediterraneo occidentale ed orientale, avrebbero alimentato delle enormi centrali idroelettriche. Non solo: l’Italia, ormai unita all’Africa (da Marsala a Tunisi ci sarebbe bastato un ponte) avrebbe funzionato come canale di comunicazione privilegiato con la parte meridionale di Atlantropa.

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Anche per l’Africa Sörgel aveva dei piani di rinnovamento: sbarrando con un’ulteriore diga il fiume Congo, si sarebbe creato un gigantesco lago di 135.000 km² al centro del continente; calcolò che questo avrebbe invertito il corso del fiume Ubangi, che fluendo a nordovest nel fiume Chari avrebbe trasformato il Lago Ciad nel “Mare del Ciad”, di ben 270.000 km². Quest’ultimo sarebbe infine stato collegato a ciò che rimaneva del Mediterraneo attraverso un “secondo Nilo” per irrigare l’Algeria e il Sahara.

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Che bisogno c’era di tutto questo? Sörgel era convinto che i benefici della sua visione utopica fossero incalcolabili. Innanzitutto, il complesso sistema di dighe e centrali idroelettriche avrebbe soddisfatto il fabbisogno di energia non soltanto europeo, ma anche della quasi totalità dell’Africa; inoltre, prosciugato il Mediterraneo, l’emergere di circa 660.000 km² di terre costiere avrebbe garantito nuove aree agricole. L’Europa si sarebbe riappacificata grazie agli sforzi collaborativi necessari per completare l’opera, e il nuovo super-continente, Atlantropa, sarebbe stato grande ed economicamente forte quanto l’Asia o le Americhe. E immaginate quale gioia avrebbero provato gli archeologi a vedere rispuntare le svariate migliaia di relitti di navi persiane, romane e greche che riposavano sui fondali fin dall’antichità!

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Visto oggi, il progetto Atlantropa sembra una follia: sigillare il Mediterraneo significherebbe aumentarne la salinità a dismisura, creando una specie di enorme Mar Morto senza vita alcuna. Le terre emerse, ricoperte di sale, sarebbero tutt’altro che coltivabili; la Corrente del Golfo, non potendo più contare sul riversamento di una parte delle sue acque oltre Gibilterra, cambierebbe forse il suo flusso, rendendo ghiacciato il Nord Europa. Tutto questo senza considerare l’idea di alluvionare tutto l’interno dell’Africa.

All’epoca, però, il dibattito che Atlantropa suscitò fu enorme, e continuò per tutta la metà del ‘900. Si poteva fare, non si poteva? I sostenitori illustri erano molti, ma purtroppo il progetto non incontrò il favore della persona giusta – vale a dire, del Führer. Hitler infatti non aveva alcuna intenzione di collaborare con gli altri stati europei e inoltre, come purtroppo sappiamo, aveva piani ben diversi per ottenere lo “spazio vitale” di cui necessitava il popolo tedesco.

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Il sogno di Sörgel, che poteva rivelarsi un incubo, non ebbe mai un futuro. Infatti Atlantropa, a suo modo, prevedeva la partecipazione, l’industrializzazione e l’emancipazione dei popoli africani – e questo non era un punto a favore in periodi di leggi razziali ed espansionismo coloniale; disperato, Sörgel provò perfino a smussare questi “angoli” troppo egualitari, e a colorare il progetto di toni razzisti pur di compiacere il regime, ma Hitler non ci cascò. All’architetto venne proibita ogni ulteriore pubblicazione, e rifiutato il visto per portare le sue idee alla Fiera Internazionale di New York del 1939.

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Sörgel morì nel 1952 a Monaco di Baviera, e l’Istituto Atlantropa chiuse i battenti sei anni più tardi, dichiarando il tutto come “un progetto superato”.

La mummia più bella del mondo

All’interno delle suggestive Catacombe dei Cappuccini a Palermo, rinomate in tutto il mondo, sono conservate circa 8.000 salme mummificate. Fin dalla fine del Cinquecento, infatti, il convento cominciò ad imbalsamare ed esporre i cadaveri (principalmente provenienti da ceti abbienti, che potevano permettersi i costi di questa particolare sepoltura).

Forse queste immagini vi ricorderanno la Cripta dei Cappuccini a Roma, di cui abbiamo già parlato in un nostro articolo. La finalità filosofica di queste macabre esibizioni di cadaveri è in effetti la medesima: ricordare ai visitatori la transitorietà della vita, la decadenza della carne e l’effimero passaggio di ricchezze e onori. In una frase, memento mori – ricorda che morirai.

Le prime, antiche procedure prevedevano la “scolatura” delle salme, che venivano private degli organi interni e appese sopra a speciali vasche per un anno intero, in modo che perdessero ogni liquido e umore, e rinsecchissero. In seguito venivano lavate e cosparse con diversi olii essenziali e aceto, poi impagliate, rivestite ed esposte.

Ma fra le tante mummie contenute nelle Catacombe (così tante che nessuno le ha mai contate con precisione), ce n’è una che non cessa di stupire e commuovere chiunque si rechi in visita nel famoso santuario. Nella Cappella di Santa Rosalia, in fondo al primo corridoio, riposa “la mummia più bella del mondo”, quella di Rosalia Lombardo, una bambina di due anni morta nel 1920.

La piccola, morta per una broncopolmonite, dopo tutti questi anni sembra ancora che dorma, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara. Il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le sue lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita. Com’è possibile che sia ancora così perfettamente conservata?

Il segreto della sua imbalsamazione è rimasto per quasi cento anni irrisolto, fino a quando nel 2009 un paleopatologo messinese, Dario Piombino Mascali, ha concluso una lunga e complessa ricerca per svelare il mistero. La minuziosa preparazione della salma di Rosalia è stata attribuita all’imbalsamatore palermitano Alfredo Salafia, che alla fine dell’Ottocento aveva messo a punto una sua procedura di conservazione dei tessuti mediante iniezione di composti chimici segretissimi. Salafia aveva restaurato la salma di Francesco Crispi (ormai in precarie condizioni), meritandosi il plauso della stampa e delle autorità ecclesiastiche; aveva perfino portato le sue ricerche in America, dove aveva dato dimostrazioni del suo metodo presso l’Eclectic Medical College di New York , riscuotendo un clamoroso successo.

Fino a pochissimi anni fa si pensava che Salafia avesse portato il segreto del suo portentoso processo di imbalsamazione nella tomba. Il suo lavoro sulla mummia di Rosalia Lombardo è tanto più sorprendente se pensiamo che alcune sofisticate radiografie hanno mostrato che anche gli organi interni, in particolare cervello, fegato e polmoni, sono rimasti perfettamente conservati. Piombino, nel suo studio delle carte di Salafia, ha finalmente scoperto la tanto ricercata formula:  si tratta di una sola iniezione intravascolare di formalina, glicerina, sali di zinco, alcool e acido salicilico, a cui Salafia spesso aggiungeva un trattamento di paraffina disciolta in etere per mantenere un aspetto vivo e rotondeggiante del volto. Anche Rosalia, infatti, ha il viso paffuto e l’epidermide apparentemente morbida come se non fosse trascorso un solo giorno dalla sua morte.

Salafia era già celebre quando nel 1920 effettuò l’imbalsamazione della piccola Rosalia e, come favore alla famiglia Lombardo, grazie alla sua influenza riuscì a far seppellire la bambina nelle Catacombe quando non era più permesso. Così ancora oggi possiamo ammirare Rosalia Lombardo, abbandonata al sonno che la culla da quasi un secolo: la “Bella Addormentata”, come è stata chiamata, è sicuramente una delle mummie più importanti e famose del ventesimo secolo.

E l’imbalsamatore? Dopo tanti anni passati a combattere i segni del disfacimento e della morte, senza ottenere mai una laurea in medicina, Alfredo Salafia si spense infine nel 1933. Nel 2000, allo spurgo della tomba, i familiari non vennero avvisati. Così, come ultima beffa, nessuno sa più dove siano finiti gli ultimi resti di quell’uomo straordinario che aveva dedicato la sua vita a preservare i corpi per l’eternità.

AGGIORNAMENTO: questo è un vecchio articolo, e alcuni dei dati che contiene sono imprecisi. Diversi anni dopo la stesura di questo post, ho pubblicato per Logos Edizioni un intero volume sulle Catacombe di Palermo.