La Grotta Gino: nell’antro del popolo di pietra

Articolo a cura delle guestblogger Alessia Cagnotto e Martina Huni

È una bella giornata di ottobre, il cielo è terso e il sole scalda ancora come fosse inizio settembre. Ci troviamo a Moncalieri, di fronte a un edificio meticolosamente salvato dal trascorrere del tempo. La facciata è illuminata in modo omogeneo; le ombre dei decori e delle finestre non sono eccessivamente calcate e le insegne verde Irlanda risaltano nette contro le pareti di mattoni color salmone, proprio come le lettere bianche della scritta “Ristorante La Grotta Gino”.
La porta d’ingresso non presenta nulla di strano, ma non ci lasciamo ingannare da questa apparente normalità: sappiamo che ciò che ci attende all’interno è tutto fuorché ordinario.

Entrando nella piccola saletta bar, una ragazza sorridente ci accoglie e ci indica il percorso per addentrarsi nel fiabesco ristorante.
A sinistra c’è qualche tavolo apparecchiato, circondato da pentole antiche appese ai muri, insieme ad altri utensili e fotografie: sono pedine su cui rimbalza lo sguardo fino ad arrivare all’ingresso dell’antro che ci porterà all’interno di un altro mondo.
Si ergono qui due cariatidi rosso cupo che segnano l’inizio del tragitto, oltre le quali l’intonaco rassicurante delle pareti muta in una volta di pietra grigio scuro, mentre gli occhi si perdono all’interno di un tunnel illuminato da pochi faretti incastonati nel soffitto.

Oltrepassate le cariatidi del Mondo Vero, per proseguire all’interno della grotta — come in tutte le avventure che si rispettino — c’è una barca ormeggiata che aspetta di prendere il largo; ci ritroviamo quindi a galleggiare su un sentiero di acqua incerta, sul nostro traghetto personale. Decidiamo di goderci con calma il percorso, a nostro agio nei panni di Jim Hawkins, e ci soffermiamo a guardare le statue che costeggiano il canale.


Dietro una leggera curva del percorso (circa 50 metri su un rivolo di acqua sorgiva) incontriamo il primo gruppo di personaggi rocciosi, del quale fanno parte l’artefice dello scavo in persona, cioè il Signor Lorenzo Gino, assieme al Re Galantuomo e a un putto in carne che sorregge un’iscrizione dedicata al Re Vittorio Emanuele.

La storia della Grotta è infatti incredibile: nell’arco di trent’anni, tra il 1855 e il 1885, Lorenzo Gino scavò da solo il suo pertugio, con il pretesto di voler ampliare la sua bottega di falegname. I lavori si svolsero con numerose e notevoli difficoltà, senza piani o progetti architettonici da seguire, e tuttavia furono portati a termine con questo straordinario risultato.
Nel 1902 il figlio Giovanni volle dedicare al padre e ai suoi sforzi un busto, proprio quello che abbiamo appena sorpassato; durante l’inaugurazione della statua intervennero i giornali, che pubblicizzarono con due libretti la strabiliante Grotta Gino.

Già allora il pubblico guardava con meraviglia quei tunnel improvvisati, all’interno dei quali Gino aveva inserito raffigurazioni di personaggi reali e all’epoca ben noti.
La luce che viene dall’alto scolpisce ulteriormente i lineamenti delle statue, l’incavatura degli occhi sembra più profonda e da quelle fessure ombrose le pietre personificate ricambiano, fiere, il nostro sguardo curioso.
Proseguiamo sul nostro canale in miniatura fino ad attraccare in un piccolo slargo pianeggiante che fa da molo. Scendiamo un po’ dispiaciute dalla barca e ci ritroviamo a guardare dentro una nicchia buia, che si incurva proprio davanti a noi: dall’oscurità emergono, severi, due uomini baffuti in compagnia di un fedele cane da caccia con in bocca una lepre.

Realizziamo con stupore di aver iniziato un nuovo percorso avventuroso, saliamo un paio di gradini e ci imbattiamo in un altro gruppo di statue disposte in cerchio: ballano felici sotto una volta forata che fa entrare qualche raggio di luce naturale che, in quel buio contesto, risulta così inaspettata da sembrare magica.

Da lì si diramano altri nuovi cunicoli. Alla nostra destra c’è un rettilineo che ospita ancora un po’ di acqua calma, sulla quale si specchiano bottiglie e piccole creature pietrificate, incastonate nella parete soprastante. I mezzi busti, gli omini alti come i loro cilindri e una dama elegantemente malinconica si sporgono sul rigagnolo, nel quale un bambino impertinente sguazza giocoso.

Forse sorridiamo, con la sensazione di essere dentro la pancia della balena. Lo straniamento è aiutato dall’illuminazione: neon coloratissimi rendono la pietra rossa, verde, blu, viola, e così osserviamo quel che ci circonda come quando da piccoli si guarda il mondo attraverso la carta colorata delle caramelle. L’unica cosa che ci potrebbe ancorare alla realtà del XXI secolo è il sonoro della radio, ma il volume discreto non riesce a rompere l’incantesimo, e a toglierci di dosso la sensazione che quelle creature ci stiano guardando, divertite dal nostro stupore.

Ci incamminiamo nei cunicoli come in cerca di un forziere magico, guardandoci attorno ipnotizzate da ogni dettaglio; ci accompagnano le onnipresenti bottiglie impolverate e la folla di sculture umanizzate, quasi volessero indirizzarci lungo il giusto percorso. Ci imbattiamo in un antro a mezza sfera, ricolmo di un’enorme quantità di bottiglie che ci sovrastano, le osserviamo appoggiate su più piani, etichetta dopo etichetta: fanno da festone a una serie di nicchie abitate da basse creature bizzarre, tutte sorridenti, il viso che si sporge a guardare i curiosi come noi. Al centro di questa sorta di portico in miniatura sta un giovinetto di pietra bianca, ancora più gioioso dei suoi compagni di stanza, intento a festeggiare eternamente il vino che lo circonda.

 

Proseguiamo per raggiungere un nuovo gruppo di statue: i personaggi, questa volta, sono più numerosi, sempre disposti in un festoso girotondo — signori dai grossi baffi e dagli alti cilindri accompagnano un ragazzetto smodato e una signora ben vestita, dall’abito ingombrante; le ombre sul tessuto richiamano la dettagliata acconciatura della gran dama. Nella penombra, le statue suscitano una leggera melanconia: ci sembra di scorgervi l’eterno tentativo dell’Uomo di scolpire il tempo, di imprimere nella pietra un istante, una visione che non si vorrebbe finisse consumata; una missione purtroppo destinata a fallire perché, come recita il detto, “il ricordo della felicità non è più felicità”.
Per qualche minuto, però, riusciamo davvero a diventare parte della festa, giriamo in tondo attorno ai convitati di pietra, seguendo il turbinio che suggeriscono i loro movimenti fissati in eterno.
Ce ne andiamo, infine, in silenzio, come fanno gli intrusi, senza essere riuscite a comprendere del tutto il motivo della celebrazione.

I cunicoli ci portano verso una leggera salita, il sentiero umido si trasforma in una scala. Saliamo i gradini, ormai avvezze ai mezzi busti imponenti che ci accompagnano nell’ultima parte della nostra avventura.


Una piccola scala a chiocciola in ferro battuto, verde come le insegne in superficie, ci riporta alla contemporaneità. La sua presenza contrasta con quella di un’ultima, piccola statua posta sulla parete di sfondo: un putto bianco, paffuto e diroccato, rimane immobile sotto una finestrina, la luce del sole non lo sfiora che per poco. Dalla sua nicchia, è destinato a immaginarsi il mondo senza mai poterlo conoscere.

Il viaggio finisce di lì a poco, quando ci troviamo in una grande sala rotonda, sovrastata da un’alta cupola. Eccoci nel luogo deputato ai ricevimenti e agli eventi che qui si possono organizzare.

Il percorso a ritroso, seguito a malincuore, ci regala un’ultima magia prima di ritornare con i piedi per terra: dalla barca, la luce che proviene dall’esterno oltre le cariatidi rosse, appare eccessivamente bianca, si riverbera nell’acqua creando un riflesso stranamente allungato, come quelli rappresentati nelle illustrazioni dei libri antichi di favole e leggende.

All’uscita dall’antro fiabesco, di ritorno al Mondo Vero, la giornata di ottobre che ci attende sa ancora di inizio settembre.
Con un sorriso ringraziamo mentalmente il Signor Lorenzo Gino per aver scavato una piccola favola nella realtà, e per aver dato sostanza, nella pietra, al desiderio che tutti abbiamo: quello di potere, per un poco, giocare e fantasticare come quando eravamo bambini.
Come quando distorcevamo il mondo guardandolo da dietro una carta di caramella, dolciastra e colorata.

“La Grotta Gino” si trova in Piazza Amedeo Ferdinando 2, a Moncalieri (TO). Ecco il sito ufficiale e la pagina FB.
Segnalo che sul blog dell’associazione Egeria Centro Ricerche Sotterranee si accenna al mistero di una seconda Grotta Gino in Lombardia.
Vi consiglio anche di dare un’occhiata alle belle fotografie delle due autrici di questo articolo: Alessia Cagnotto e Martina Huni.

I Templi dell’Umanità

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Il primo piccone colpì la roccia in una calda notte di agosto. Era una sera di sabato, nel 1978. […]
Cadde una stella nel cielo, grande e luminosa, che lasciò dietro di sé una striscia ben visibile di polvere dorata che ricadde sulla Terra.
Tutti pensarono che fosse un buon segno, e Oberto disse che in effetti indicava il momento perfetto per iniziare a scavare un Tempio, come quelli che da migliaia di anni non esistevano più. Si sarebbe fatto tutto grazie alla volontà e al lavoro delle mani…

Questo, secondo il racconto ufficiale, è l’inizio della straordinaria impresa portata avanti in gran segreto dai damanhuriani.

Damanhur è una cittadina egizia che sorge sul Delta del Nilo, e il suo nome significa “Città di Horus“, dal tempio che vi sorgeva dedicato alla divinità falco. I damanhuriani di cui stiamo parlando però non sono affatto egiziani, bensì italiani. Quell’Oberto che interpreta la stella cadente come buon auspicio è la loro guida spirituale, e (forse proprio in onore di Horus) a partire dal 1983 si farà chiamare Falco.

Gli anni ’70 in Italia vedono fiorire l’interesse per l’occulto, l’esoterismo, il paranormale, e per le medicine alternative: si comincia a parlare per la prima volta di pranoterapia, viaggi astrali (oggi si preferisce l’acronimo OBE), chakra, pietre e cristalli curativi, riflessologia, e tutta una serie di discipline mistico-meditative volte alla crescita spirituale – o, almeno, all’eliminazione delle cosiddette “energie negative”. Immaginate quanto entusiasmo potesse portare allora tutto questo colorato esotismo in un paese come il nostro, che non aveva mai potuto o voluto pensare a qualcosa di diverso dal millenario, risaputo Cattolicesimo.

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Oberto Airaudi, classe 1950, ex broker con una propria agenzia di assicurazioni, è da subito affascinato da questa nuova visione del mondo, tanto da cominciare a sviluppare le sue tecniche personali. Fonda quindi nel 1975 il Centro Horus, dove insegna e tiene seminari; nel 1977 acquista dei terreni nell’alto Canavese e fonda la prima comunità basata sulla sua concezione degli uomini come frammenti di un unico, grande specchio infranto in cui si riflette il volto di Dio. Nella città-stato di Damanhur, infatti, dovrà vigere un’assoluta uguaglianza in cui ciascuno possa contribuire alla crescita e all’evoluzione dell’intera umanità. Damanhur inoltre dovrà essere ecologica, sostenibile, avere una particolare struttura sociale, una Costituzione, perfino una propria moneta.
E un suo Tempio sotterraneo, maestoso e unico.

Così nel 1978, in piena Valchiusella, a 50 km da Torino, Falco e adepti cominciarono a scavare nel fianco della montagna – ovviamente facendo ben attenzione che la voce non si spargesse in giro, poiché non c’erano autorizzazioni né permessi urbanistici. Dopo un paio di mesi avevano completato la prima, piccola nicchia nella roccia, un luogo di ritiro e raccoglimento per meditare a contatto con la terra. Ma il programma era molto più ambizioso e complesso, e per anni i lavori continuarono mentre la comunità cresceva accogliendo nuovi membri. L’insediamento ben presto incluse boschi, aree coltivate, zone residenziali e un centinaio di abitazioni private, laboratori artistici, atelier artigianali, aziende e fattorie.

Il 3 luglio del 1992, allertati da alcune segnalazioni che parlavano di un tempio abusivo costruito nella montagna, i Carabinieri accompagnati dal Procuratore di Ivrea eseguirono l’ispezione di Damanhur. Quando infine giunsero ad esaminare la struttura ipogea, si trovarono di fronte a qualcosa di davvero incredibile.

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Corridoi, vetrate, specchi, pavimenti decorati, mosaici, pareti affrescate: i “Templi dell’Umanità”, così Airaudi li aveva chiamati, si snodavano come un labirinto a più piani nelle viscere della terra. I cinque livelli sotterranei scendevano fino a 72 metri di profondità, l’equivalente di un palazzo di venti piani. Sette sale simboliche, ispirate ad altrettante presunte “stanze interiori” dello spirito, si aprivano al visitatore lungo un percorso iniziatico-sapienziale, in un tripudio di colori e dettagli ora naif, ora barocchi, nel più puro stile New Age.

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I damanhuriani cominciarono quindi una lunga battaglia con le autorità, per cercare di revocare l’ordine di demolizione per abusivismo e nel 1996, grazie all’interessamento della Soprintendenza, il governo italiano sancì la legalizzazione del sito. Ormai però il segreto era stato rivelato, così i damanhuriani cominciarono a permettere visite controllate e limitate agli ambienti sacri. Nel 2001 il complesso di templi vinse il Guinness World Record per il tempio ipogeo più grande del mondo.

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Ma perché tenere nascosta questa opera titanica? Perché costruirla per quasi quindici anni nel più completo riserbo?

In parte propaggine del sogno hippie, l’idilliaca società di Damanhur proietta un’immagine di sé ecologica, umanistica, spirituale ma, nella realtà, potrebbe nascondere una faccia ben più cupa. Secondo l’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici, infatti, quella damanhuriana non sarebbe altro che una vera e propria setta; opinione condivisa da molti ex aderenti alla comunità, che hanno raccontato la loro esperienza di vita all’interno del gruppo in toni tutt’altro che utopistici.

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La storia delle sette ci insegna che i metodi utilizzati per controllare e plagiare gli adepti sono in verità pochi – sempre gli stessi, ricorrenti indipendentemente dalla latitudine o dalle epoche. La manipolazione avviene innanzitutto tagliando ogni ponte con l’esterno (familiari, amici, colleghi, ecc.): la setta deve bastare a se stessa, chiudersi attorno agli adepti. In questo senso vanno interpretati tutti quegli elementi che concorrono a far sentire speciali gli appartenenti al gruppo, a far loro condividere qualcosa che “gli altri, là fuori, non potranno mai capire”.

Almeno a un occhio esterno, Damanhur certamente mostra diversi tratti di questo tipo. Orgogliosamente autosufficiente, la comunità ha istituito addirittura una valuta complementare, cioè una moneta valida esclusivamente al suo interno (e che pone non pochi problemi a chi, dopo anni di lavoro retribuito in “crediti damanhuriani”, desidera fare ritorno al mondo esterno).

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Inoltre, a sottolineare la nuova identità che si assume entrando a far parte della collettività di Damanhur, ogni proselito sceglie il proprio nome, ispirandosi alla natura: un primo appellativo è mutuato da un animale o da uno spirito dei boschi, il secondo da una pianta. Così, sbirciando sul sito ufficiale, vi potete imbattere in personaggi come ad esempio Cormorano Sicomoro, avvocato, oppure Stambecco Pesco, scrittore con vari libri all’attivo e felicemente sposato con Furetto Pesca.

Oberto Airaudi, oltre ad aver operato le classiche guarigioni miracolose, ha soprattutto insegnato ai suoi accoliti delle tecniche di meditazione particolari, forgiato nuove mitologie ed elaborato una propria cosmogonia. Poco importa se a un occhio meno incline a mistici entusiasmi il tutto sembri un’accozzaglia di elementi risaputi ed eterogenei, un sincretico potpourri che senza scrupoli mescola reincarnazione, alchimia, cromoterapia, tarocchi, oracoli, Atlantide, gli Inca, i riti pagani, le correnti energetiche, i pentacoli, gli alieni… e chi più ne ha più ne metta.

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In questo senso è evidente come il Tempio dell’Umanità possa aver rappresentato un tassello fondamentale, un aggregatore eccezionale. Non soltanto i damanhuriani condividevano tra loro la stessa visione del mondo, ma erano anche esclusivi depositari del segreto di un’impresa esaltante – un lavoro non unicamente spirituale o di valore simbolico, ma concreto e tangibile.
Inoltre la costruzione degli spazi sacri sotterranei potrebbe aver contribuito ad alimentare la cosiddetta “sindrome dell’assedio”, vale a dire l’odio e la paura per i “nemici” che minacciano continuamente la setta dall’esterno. Ecco che le autorità, anche quando stavano semplicemente applicando la legge nei confronti di un’opera edilizia abusiva, potevano assumere agli occhi degli adepti il ruolo di osteggiatori ciechi alla bellezza spirituale, gretti e malvagi antagonisti degli “eletti” che invece facevano parte della comunità.

È nostra consuetudine, in queste pagine, cercare il più possibile di lasciare le conclusioni a chi legge. Risulta però difficile, con tutta la buona volontà, ignorare i segnali che arrivano dalla cronaca. Se non fosse per l’eccezionale costruzione dei Templi dell’Umanità, infatti, il copione che riguarda Damanhur sarebbe lo stesso che si ripete per quasi ogni setta: ex-membri che denunciano presunte pressioni psicologiche, manipolazioni o abusi; famigliari che lamentano la “perdita” dei propri cari nelle spire dell’organizzazione; e, in tutto questo, il guru che si sposta in elicottero, finisce indagato per evasione ed è costretto a versare un milione e centomila euro abbondanti al Fisco.

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Il controverso Oberto Airaudi, alias Falco, è morto dopo una breve malattia nel 2013. Tutto si può dire di lui, ma non che gli mancasse il dono dell’immaginazione.
Il suo progetto dei Templi dell’Umanità, infatti, non è ancora finito. La struttura esistente non rappresenta che il 10% dell’opera completa. Ma i damanhuriani stanno già pensando al futuro, e a una nuova formidabile impresa:

È importante che i rappresentanti di popoli e culture si incontrino in luoghi speciali, capaci di creare un effetto di risonanza sul pianeta. I cittadini di Damanhur, che stanno creando un nuovo popolo, si sono impegnati a costruire uno di questi “centri nervosi spirituali”, che hanno chiamato “il Tempio dei Popoli”.
In questo luogo sacro, tutti i piccoli popoli potranno incontrarsi per dare vita a un parlamento spirituale […] Come i Templi dell’Umanità, il Tempio dei Popoli sarà all’interno della terra, in un luogo di incontro di Linee Sincroniche, perché non è un edificio per impressionare gli esseri umani – come i palazzi del potere delle nazioni – ma deve essere una dimostrazione del cambiamento, della volontà e delle capacità umane alle Forze della Terra.

Le donazioni sono ovviamente ben accette e, riguardo alla possibilità di detrazione fiscale, è possibile chiedere informazioni alla responsabile. Che, lo confessiamo, porta (assieme all’avv. Cormorano Sicomoro) il nostro nome damanhuriano preferito: Otaria Palma.

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Potete fare un tour virtuale all’interno dei Templi dell’Umanità a questo indirizzo.
Il sito del CESAP (Centro Studi Abusi Psicologici) ospita una esauriente serie di articoli su Damanhur, e in rete è facile trovare informazioni riguardo alle caratteristiche settarie della comunità; se invece volete sentire la campana dei damanhuriani, potete dare un’occhiata al sito personale di Stambecco Pesco oppure dirigervi direttamente al sito ufficiale di Damanhur.