Stupire! – Il Festival delle Meraviglie

Vi sono luoghi in cui i sedimenti del Tempo si sono venuti a depositare, con il fluire dei secoli, e che assumono un’atmosfera densa, stratificata anch’essa come le architetture di cui è possibile leggere le successive rielaborazioni: sembra quasi che in simili luoghi il passato non sia mai veramente passato, ma sopravviva ancora — o perlomeno ci immaginiamo di avvertire una sua impronta vestigiale.

La Rocca Sanvitale a Fontanellato (Parma) è uno di questi maestosi luoghi della meraviglia: teatro di congiure, battaglie, assedi, così come — certamente — di risate, amori, feste e spensieratezza; luogo d’arte (il Parmigianino fu chiamato ad affrescare le lunette della Saletta di Diana e Atteone nel 1523) e di scienza (a fine ‘800 il conte Giovanni Sanvitale installò nella torre sud una incredibile camera ottica, ancora oggi funzionante).
Qui la Storia si respira. Non ci si stupirebbe, insomma, nell’incontrare fra le stanze della Rocca uno di quei sbiaditi fantasmi che ripetono sempre lo stesso gesto, intrappolati all’infinito in una mestizia più profonda della morte stessa.

Ed è proprio fra le mura e le torri di questo castello che si terrà la prima edizione di Stupire!, il Festival delle Meraviglie: tre giorni ricchi di sorprese fra spettacoli, laboratori, esperimenti, incontri con mentalisti e scienziati pazzi. L’intento è quello di trasmettere cultura in modo divertente e inaspettato, impiegando gli strumenti dell’illusionismo.

Dietro all’iniziativa, sostenuta dal Comune di Fontanellato e organizzata in collaborazione con il Circolo Amici della Magia di Torino, ci sono due menti assolutamente fuori dall’ordinario: Mariano Tomatis e Francesco Busani.

Se seguite Bizzarro Bazar li conoscete già: sono entrambi apparsi su queste pagine, oltre a essere stati ospiti della mia Accademia dell’Incanto.
Mariano Tomatis (uno dei miei eroi personali) è il vulcanico wonder injector che sta rivoluzionando il mondo della magia restandone, per così dire, a margine. Per metà storico dell’illusionismo, per metà teorico della meraviglia, e per l’altra metà attivista dell’incanto, Mariano scandaglia le implicazioni psicologiche, sociologiche e politiche dell’arte magica riuscendo così a spostarne il baricentro verso nuovi e fecondi equilibri(smi). Da quest’anno il suo Blog of Wonders è gemellato con Bizzarro Bazar.
Se Mariano è il “teorico” del duo, il fidentino Francesco Busani è il mentalista vero e proprio, esperto di bizarre magick, indagatore dell’occulto e impareggiabile cantastorie. Come ha raccontato nell’intervista che mi ha concesso qualche mese fa, è anche stato fra i primi in Italia a proporre esperienze di mentalismo one-to-one. Dal sodalizio di questi due artisti è già nato il Progetto Mesmer, un laboratorio di illusionismo che sta riscuotendo ottimo successo. Il festival Stupire! è il coronamento di questa collaborazione, forse la loro impresa più visionaria.

Avrò l’onore di aprire le danze, venerdì 19 maggio, assieme a Mariano.
Durante l’incontro parlerò di collezionismo di curiosità, di oggetti macabri, di camere delle meraviglie antiche e di neo-wunderkammer. Porterò anche qualche pezzo interessante, direttamente dai miei armadietti aperti per l’occasione.

Nei giorni successivi, oltre alle conferenze e agli spettacoli di Busani e Tomatis (vanno davvero visti per comprendere la profondità che raggiungono attraverso la magia), il programma prevede: l’arte manipolatoria e le ombre cinesi di Diego Allegri, la street magic di Hyde, il Professor Alchemist e i suoi folli esperimenti; chiude il festival Gianfranco Preverino,  tra i massimi esperti mondiali sulle tecniche dei bari nel gioco d’azzardo.
Ma l’evento non è soltanto limitato al castello. Sabato e domenica saranno le strade di Fontanellato a farsi teatro delle imprevedibili azioni di guerrilla magic del collettivo Double Joker Face: esibizioni a sorpresa in spazi pubblici, progettate per creare sconcerto tra i passanti.
Se ancora non bastasse, sabato e domenica per tutto il giorno fuori dalla Rocca chi è alla ricerca di qualche piccola stranezza dimenticata potrà setacciare le bancarelle del mercatino magico e dell’antiquariato.

Infine, lo slogan di Mariano Tomatis “la Magia al popolo!” si incarna in un ultimo, gradito abracadabra: tutti gli eventi di cui avete letto qui sopra sono assolutamente gratuiti, fino a esaurimento posti.
Tre giorni di cultura, illusionismo e meraviglia in un luogo in cui, come dicevamo all’inizio, la Storia è tutta attorno. Un week-end che probailmente lascerà i partecipanti con occhi più inclini all’incanto.
Perché non è al mondo che va restituita la magia, ma al nostro sguardo.

Qui potete trovare il programma dettagliato, assieme ai link per prenotare gratuitamente i posti a sedere.

Speciale: Francesco Busani

Sono ormai diversi anni che mi interesso di illusionismo.
Intendiamoci, non ho neanche mai provato a far sparire un fazzoletto: quello che mi intriga è la portata simbolica del gioco di prestigio, lo scarto di prospettiva che opera, ma soprattutto il potere performativo di rendere instabile il confine tra realtà e finzione. La capacità dell’illusionista di toglierci il terreno sotto i piedi senza ricorrere a tanti giri di parole teorici, con un semplice gesto.
Eppure più si studia, più ci si accorge che a rendere possibile la magia è ancora e sempre la storia che si sta raccontando. Che sia sotterranea o esplicita, la narrativa rimane il vero meccanismo dell’incanto (o dell’inganno).

Quando il mentalista Francesco Busani ha accettato di partecipare all’inaugurazione dell’Accademia dell’Incanto, ho studiato la sua performance nei minimi dettagli.
Non tanto per scoprire i suoi trucchi — esercizio tutto sommato sterile e destinato alla delusione, perché come insegna Teller, “il segreto più grande dietro la messa in scena di un effetto magico che inganni in modo efficace è quello di realizzarlo con un metodo il più brutto possibile”.
No, il suo trucco migliore lo conoscevo già: sapevo che, prima di tutto, Busani è un eccezionale storyteller (uno storyteller “con gli effetti speciali”, come ama definirsi). Così mi sono concentrato sul modo in cui egli tirava i fili della sua narrazione. E sono rimasto con un sorriso stampato sul volto per l’intero show.
Perché durante un suo spettacolo succede qualcosa di strano: tutti ci rendiamo conto razionalmente che le storie fantastiche che Busani racconta sono, almeno in parte, frutto di fantasia; ma non sappiamo fino a che punto, e ci accorgiamo con sorpresa che esiste un’incontrollabile parte di noi che è disposta a crederci.

Un solo esempio: Busani ha raccontato la storia di due monete seppellite per anni assieme a un morto, sugli occhi del cadavere. Con l’aiuto di una spettatrice che si è offerta volontaria dal pubblico, in una routine che non vi svelo, le monete hanno dimostrato di aver acquisito virtù esoteriche e misteriose, a causa del prolungato contatto con la salma.
A colpirmi non è stato soltanto l’effetto finale, pure strabiliante, bensì un altro dettaglio a cui magari pochi hanno prestato attenzione: a chiusura del suo gioco, Francesco ha consegnato le monete nel palmo della spettatrice, e quest’ultima con uno scatto immediato e del tutto involontario ha tirato indietro le mani per non toccarle.

Ecco, quando quelle due monete sono cadute rumorosamente sul tavolo ho compreso quale eccezionale narratore fosse Francesco Busani.

Gran parte del fascino deriva proprio dal fatto che egli fa il “verso”, per così dire, a medium e sensitivi. Possiamo guardare con superiorità chi si affida a cartomanti e maghi, ma con un semplice gioco di prestigio raccontato nella giusta maniera Busani ci dimostra quanto il mito sia ancora intrinsecamente e inconsciamente efficace sulla nostra mente. E non è solo una lezione di umiltà: è anche a suo modo un tributo alla potenza della sconfinata fantasia umana.

Non mi sono dunque lasciato sfuggire l’occasione, la mattina successiva, di fargli qualche domanda in più sulla sua professione.

Partiamo dalla domanda inevitabile: quando e come hai cominciato a interessarti al paranormale da una parte, e all’illusionismo dall’altra?

Il mio è un percorso piuttosto anomalo per un mentalista. Non mi sono formato nei club magici o negli ambienti dove si ritrovano i prestigiatori, ma arrivo nel mondo della ricerca sul paranormale e sull’occulto, che ho coltivato fin da quando, a circa 12 anni, mi sono spaventato durante una seduta spiritica. In quel momento ho capito che l’unico modo per esorcizzare le mie paure era capire se potevano realmente esistere sistemi per contattare l’aldilà.
Successivamente mi sono interessato anche alle facoltà ESP, a figure di sensitivi e medium e ai casi di cronaca misteriosi. Durante tutti questi anni ho visitato luoghi infestati, cimiteri, castelli, ho visto all’opera sensitivi, cartomanti e anche qualche medium. Ho partecipato a ritiri spirituali, ascoltato decine di testimonianze relative a situazioni paranormali, letto centinaia di libri scritti sia da scettici che da believer. Visto che la maggior parte delle persone di cui sentivo o leggevo le testimonianze erano in buona fede, ho cominciato a chiedermi come mai io, assieme ad altre migliaia di ricercatori, non riuscissi a verificare alcunché di particolare.
Questo percorso è proseguito in parallelo con quello religioso di cattolico praticante fino ai ventiquattro anni, quando sono giunto alla conclusione che non esistono prove oggettive e scientifiche di fenomenologie paranormali. In quel preciso momento mi sono staccato anche dal percorso religioso che avevo mantenuto fino a quel momento solo per motivi sociali.
Infine ho scoperto che esistevano illusionisti che, utilizzando perlopiù tecniche derivate dai medium, “simulavano” i prodigi delle sedute spiritiche. Da lì al mentalismo il passo è stato breve.

Ti definisci “scettico al 100%”, eppure a fini scenici utilizzi tutto l’armamentario simbolico dell’occultismo e del paranormale. Non c’è una contraddizione?

Essere scettici e mentalisti non è per nulla un contraddizione: anzi forse è vero il contrario. I più grandi performer, da Derren Brown a Silvan solo per citarne due conosciuti in Italia, sono dichiaratamente scettici. E d’altronde se qualcuno possedesse doti paranormali, non avrebbe bisogno né di definirsi mentalista, né di mantenere il segreto sulle sue tecniche… né probabilmente di esibirsi per soldi!
La mia scelta stilistica, nella maggior parte dei miei spettacoli, è quella di utilizzare contesti e narrazioni che richiamano il mondo dell’occulto e dello spiritismo. Il mentalista è un intrattenitore – non dimentichiamolo – e la sua performance consiste nel sospendere l’incredulità nello spettatore. Questo processo avviene per gradi.
All’inizio di un mio show lo spettatore è cosciente che sta assistendo ad uno spettacolo. Poi, passo dopo passo, uso varie tecniche ed effetti per traghettare lo spettatore verso uno stato di dubbio sempre più profondo, fino a quando non è più in grado di capire dove finisce la finzione e inizia la realtà.

Nei tuoi spettacoli ti poni in maniera radicalmente differente rispetto ai classici mentalisti che sfoggiano “superpoteri” e abilità psichiche sovrumane: spesso si ha la sensazione che tu voglia rimanere un po’ in disparte, come se la tua funzione fosse quella del catalizzatore e del testimone di eventi inspiegabili, piuttosto che il loro diretto artefice. In altre parole, eviti programmaticamente l’effetto “et voilà!”.
Quanto è difficile per un performer questa rimozione dell’ego? Non rischia di diminuire l’impatto dei tuoi trucchi?

Penso che il mentalismo raggiunga il suo effetto più dirompente quando è il pubblico stesso a realizzare dei prodigi. Lo spettatore si aspetta che un illusionista possa stupirlo, ma non che sarà stupito da se stesso.
Questo scarto, seppure non sempre attuabile, è a parer mio l’ultimo gradino della trasmissione della meraviglia al pubblico, quello più alto. Infatti io spesso ci arrivo per gradi. Ad esempio in uno spettacolo scritto da me e dall’amico Luca Speroni, abile mentalista e copywriter, accadeva che ogni effetto magico fosse un passo per far acquisire al pubblico (tutto il pubblico in sala!) i poteri tipici delle guaritrici magiche che ancora oggi esistono nell’Appennino Tosco-Emiliano. Attraverso alcuni riti e un percorso ascetico ogni spettatore che saliva sul palco si trovava ad avere questi poteri sempre più amplificati.
Oppure prendi il mio intervento durante una conferenza/spettacolo con il collettivo Wu Ming e Mariano Tomatis (esiste un video della performance su YouTube): sono riuscito a far gridare a tutto il pubblico una parola che lo spettatore sul palcoscenico aveva soltanto pensato. L’effetto è stato stranissimo: le persone tra il pubblico si guardavano l’un l’altro divertite e si chiedevano come potesse essere accaduto.
Detto questo, non esiste un “modo corretto” per trasmettere lo stupore al pubblico: ogni performer deve trovare il proprio. Il mentalista-superuomo in determinati casi potrebbe far pesare troppo la sua abilità e risultare altezzoso, ma è anche vero che ci sono colleghi preparatissimi che rivestono in modo magistrale il personaggio del mentalista con poteri da X-Men.
Dipende anche dalla situazione. Lo spostamento dell’attenzione sullo spettatore funziona bene con un pubblico non troppo numeroso, ma spesso di fronte a platee più ampie, ad esempio negli spettacoli aziendali, rimango invece vestito dell’abito tipico del mentalista.

Al di là dei tuoi spettacoli di bizarre magic, hai sviluppato un’originale declinazione di mentalismo one-to-one. Come cambia il tuo lavoro quando ti trovi di fronte a un solo spettatore? Quali libertà ti puoi permettere, e a quali devi rinunciare?

Amo in particolar modo il contesto one-to-one, mi consente di esibirmi in ambienti e ambiti in cui spesso sarebbe impossibile realizzare uno spettacolo. Lavorare davanti a un solo spettatore è una bella sfida, sia psicologicamente che tecnicamente: sono indispensabili grande empatia, capacità di improvvisazione e sicurezza. La libertà che ti puoi permettere è quella di “affidare” allo spettatore stesso una parte dell’effetto, vale a dire che è lui che ne elabora e ne gestisce il senso, il significato speciale che un gioco può ricoprire rispetto alla sua sfera personale. Di contro, parlavamo di egocentrismo del performer: ecco, nel one-to-one devi assolutamente scordartelo, va messo da parte e soprattutto dal punto di vista etico bisogna rinunciare alla tentazione del potere quasi illimitato che quel ruolo, in quel momento, ti consentirebbe di avere.

Nel libro Magia a tu per tu racconti nel dettaglio come sei arrivato a costruire i tuoi effetti migliori, e in generale risulta evidente il perfezionismo nello studiare ogni minimo dettaglio della performance. Ti spingi perfino a dare suggerimenti minuziosi sulla logistica, su come posizionare o preparare la scena, eccetera. Eppure una delle cose che mi ha più colpito sono i passaggi in cui, di contro, parli dell’importanza dell’improvvisazione: quei preziosi momenti in cui – magari per quello che potrebbe sembrare a prima vista un incredibile colpo di fortuna – il numero travalica l’intento originario, e diventa qualcosa di più, sorprendendo perfino te stesso. Questo tipo di “fiuto” che ti permette di volgere la casualità a tuo favore, ho il sospetto che nasca proprio dalla meticolosità della preparazione, dall’esperienza. In che misura lasci la porta aperta all’imprevisto?

Un mentalista deve saper cogliere ogni situazione che si crea durante la performance, e volgerla a proprio favore. Non di rado, sia sul palco che in one-to-one, un’informazione ricevuta dallo spettatore permette di creare una variazione che risulta molto più potente dell’effetto magico programmato che, a quel punto, passa in secondo piano e può essere accantonato.
Chiaramente ogni improvvisazione, sia in ambito musicale che teatrale o illusionistico, necessita di una perfetta conoscenza della materia: da qui la maniacale preparazione di tutta l’impalcatura che deve sorreggere una mia performance.
Questa caratteristica di cambiare repentinamente traiettoria è anche una delle differenze che si notano tra gli illusionisti ed i sensitivi: i primi solitamente propongono allo spettatore uno schema che rimane invariato indipendentemente da ciò che lo spettatore comunica (volontariamente o involontariamente). Al contrario i sensitivi, dai quali io prendo ispirazione, sono estremamente opportunisti e se colgono uno spiraglio da cui possono trarre maggior stupore lo utilizzano al volo. Certo, è molto meno faticoso proporre una routine magica in modo “meccanico”, ma penso che la seconda strada porti a risultati eccezionali, e regali grande soddisfazione anche allo spettatore.

Qual è il tuo consiglio d’oro per qualcuno che volesse muovere i primi passi sulla strada del mentalismo?

Vorresti conseguire il brevetto di volo in una scuola dove nessun insegnante ha mai volato? Piuttosto rischioso… Eppure in questi anni ho visto nascere corsi di mentalismo tenuti da performer che non hanno mai fatto uno show in vita loro. Analoga situazione per i libri e i corsi online: hanno la pretesa di spiegare tecniche ed effetti, ma del loro ideatore non trovi traccia. Hai un bel cercare uno show del “docente” per andare a vederlo in scena, è tutto inutile: mai una foto di lui sul palco, mai una recensione. Ecco perché consiglio di frequentare lezioni e corsi tenuti da mentalisti che lavorano sul serio a contatto con il pubblico, che fanno davvero spettacolo.
Diverso è il discorso per i libri di storia dell’illusionismo, di storytelling e di principi generali: in Italia abbiamo scrittori riconosciuti in tutto il mondo, uno per tutti Mariano Tomatis che con il suo ambizioso progetto Mesmer – Lezioni di mentalismo ha realizzato una vera e propria enciclopedia relativa alla storia del mentalismo partendo dal ‘700.

Anche il mestiere ideale ha sempre qualche lato frustrante. C’è qualche aspetto del tuo lavoro che proprio non ti va giù?

La frustrazione inizia quando non si è più in grado di esprimere se stessi dal punto di vista artistico. Per questo motivo cerco sempre di rinnovarmi, e presentare testi che siano stimolanti per me, prima ancora che per il pubblico. Per ora non ho incontrato aspetti negativi, forse perché il mentalismo, pur essendo la mia professione, non riesco ancora a considerarlo un lavoro: rimane sempre la più grande delle mie passioni.

Ecco il sito ufficiale di Francesco Busani.

Peti sovversivi e ani musicali

Chi mi legge da un po’ conosce il mio amore per le storie non convenzionali, e la mia testarda convinzione che se si scava a fondo in qualsiasi argomento, per quanto all’apparenza inopportuno, è possibile incontrare piccole illuminazioni.
In questo post tenteremo assieme un ennesimo esercizio di equilibrismo. Partendo da una domanda che a tutta prima suona ridicola: può la flatulenza fornirci qualche intuizione sulla natura umana?

Un articolo del Petit Journal del 1 maggio 1894 descriveva “un artista più o meno lirico le cui melodie, canzoni senza parole, non vengono esattamente dal cuore. Per rendergli giustizia dobbiamo dire che egli è il pioniere di qualcosa di interamente originale, mentre libera dal profondo dei suoi calzoni quei gorgheggi che altri, gli occhi rivolti al cielo, proiettano verso il soffitto“.
Il sensazionale performer di cui parlava il quotidiano parigino era Joseph Pujol, celebre con il nome d’arte Le Pétomane.


Marsigliese di nascita, e all’epoca non ancora trentasettenne, Pujol aveva inizialmente proposto i suoi spettacoli nel Sud della Francia, a Cette, Béziers, Nîmes, Toulouse e Bordeaux per sbarcare infine a Parigi, dove si esibì per diversi anni al Moulin Rouge.
Il suo show di enorme successo si basava interamente sulle sue straordinarie abilità nell’emettere peti: era capace di imitare i suoni dei svariati strumenti musicali, colpi di cannone, tuoni; di modulare numerose melodie popolari, come La Marsigliese, Au clair de la lune, O sole mio; di spegnere candele con un colpo d’aria da 30 centimetri di distanza; di suonare flauti e ocarine collegati con un tubo al suo posteriore, dal quale poteva anche agevolmente fumare una sigaretta.
Forte di un successo sempre crescente a cavallo fra il XIX e il XX secolo, si esibì pefino di fronte al Principe di Galles, e anche Freud si recò a uno dei suoi spettacoli (sebbene più interessato alle reazioni del pubblico che all’artista in sé).


Pujol aveva scoperto la sua peculiare dote per caso a tredici anni, durante una nuotata nel Mediterraneo della sua Costa Azzurra. Avvertito di colpo un freddo penetrante all’intestino, era tornato di corsa in spiaggia e all’interno di una cabina aveva scoperto che il suo ano aveva per qualche motivo incamerato una buona quantità di acqua marina. Sperimentando negli anni, Pujol si era specializzato ad aspirare anche l’aria; non poteva trattenerla a lungo, ma il suo bizzarro talento gli aveva assicurato la notorietà tra i coetanei prima, e più tardi fra i commilitoni del suo battaglione.
Una volta assurto agli onori del palcoscenico, famoso e celebrato, Pujol venne anche esaminato da diversi medici interessati a studiarne l’anatomia e la fisiologia. Gli articoli di medicina sono un tipo di letteratura che personalmente adoro leggere, ma pochi sono così gustosi come l’articolo pubblicato nel 1892 sulla Semaine médicale dal dott. Marcel Badouin con il titolo Un cas extraordinaire d’aspiration rectale et d’anus musical (“Un caso straordinario di aspirazione rettale e di ano musicale”). Se masticate il francese, lo potete trovate qui.
Nell’articolo si scopre fra l’altro che una delle abilità (mai proposta nei suoi spettacoli per motivi di decenza) era sedersi su una bacinella d’acqua, aspirarla e spruzzarla con un forte getto fino a 5 metri di distanza.

La fine della carriera di Joseph Pujol coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Resosi conto dell’inaudita disumanità del conflitto, Pujol decise che la sua arte ridicola e un po’ vergognosa non aveva più motivo di esistere in un momento talmente crudele, e si ritirò per sempre dalle scene a fare il panettiere, come suo padre prima di lui, fino alla morte nel 1945.
Per molto tempo la sua figura venne rimossa, quasi fosse un imbarazzo per la borghesia e gli intellettuali francesi che avevano riso fino a poco tempo prima delle esibizioni di questo strano guitto. Se ne tornò a parlare soltanto dopo la metà del XX secolo, in particolare con una biografia edita da Pauvert e con il film Il Petomane (1983) di Pasquale Festa Campanile, interpretato con la consueta vena comico-amara da Ugo Tognazzi (film peraltro mai distribuito in Francia).

Pujol in realtà non fu né il primo né l’ultimo petomane. Fra i suoi precursori un certo Roland the Farter, vissuto in Inghilterra nel XII secolo, che si guadagnò ben 30 acri di terreno e un’enorme tenuta in cambio dei suoi servigi di buffone per Re Enrico II. Continuò per contratto ad eseguire di fronte al sovrano, ad ogni giorno di Natale, “unum saltum et siffletum et unum bumbulum” (un salto, un fischio e un peto).
Ma il più antico petomane professionista di cui ci è giunta notizia è il giullare medievale Braigetóir, attivo in Irlanda, immortalato anche nella tavola più famosa del libro di John Derricke The Image of Irelande, with a Discoverie of Woodkarne (1581).

L’unico a tentare di replicare in tempi moderni gli exploit di Pujol è l’inglese Paul Oldfield, conosciuto come Mr. Methane, che oltre ad apparire a Britain’s Got Talent ha inciso un album e lanciato un’app per dispositivi Android. Se cercate qualche suo video su YouTube, noterete come purtroppo i tempi siano cambiati dalla distinta signorilità dell’unico film muto esistente di Pujol.


Torniamo ora alla domanda posta all’inizio del post. Cosa ci racconta la storia di Pujol, e dei petomani in generale? Qual è il motivo del loro successo? Perché la scorreggia ci fa ridere?

La flatulenza, come il resto delle espressioni corporali legate al disgusto, è un tabù culturale. Questo significa che il divieto che la riguarda è variabile nel tempo e nello spazio, acquisito, non naturale: è qualcosa, per intenderci, che non è innato ma ci viene insegnato fin da piccoli (e infatti sappiamo di quali “schifezze” siano capaci i bambini).
Gli antropologi collegano questo orrore per i fluidi e le emanazioni corporee alla paura di un’eredità animalesca, pre-civilizzata; la paura cioè di vederci nuovamente primitivi, di veder crollare quell’ideale borghese di dignità e pulizia sotto la spinta di un residuo di bestialità. È lo stesso motivo per cui le società civili rifiutano progressivamente la crudeltà, ritenuta tratto “inumano”.
La cosa davvero interessante è che storicamente si può rintracciare, seppure convenzionalmente, la nascita di questa famiglia di tabù: il processo di civilizzazione (e dunque l’innalzamento di questa frontiera o barriera sociale) viene fatto risalire ai secoli XVI e XVII — che non a caso videro affermarsi il successo del Galateo, il trattato di etichetta di Monsignor Della Casa.
In questo periodo, all’uscita dal Medioevo, la cultura occidentale comincia a porre regole di comportamento per limitare e codificare ciò che è ritenuto rispettabile.

Nel tempo però il tabù (come ha ricordato Freud) viene avvertito come un peso e una costrizione. Così la società ricerca o crea determinati ambiti in cui sia accettabile, per un breve lasso di tempo, operare uno “strappo alla regola”, evadere la disciplina. Si tratta dello stesso meccanismo sociale che stava dietro alle blasfeme inversioni carnascialesche, accettate solo in quanto precisamente limitate a uno specifico periodo dell’anno.

Allo stesso modo, le esibizioni di Pujol erano sfoghi liberatori possibili soltanto su un palcoscenico teatrale, nel contesto satirico del cabaret. Incrinando per lo spazio di un’ora la facciata idealistica del gentiluomo, e contrapponendogli l’uomo fisiologico, l’osceno della carne e i suoi imbarazzi, Pujol sembrava a un primo livello sbeffeggiare le convenzioni borghesi (come farà ad esempio Buñuel nella famosa scena del pranzo nel Fantasma della Libertà del 1974).
Se così fosse, se il suo spettacolo fosse stato semplicemente sovversivo, avrebbe recato offesa e sarebbe stato etichettato come spregevole; il suo successo invece sembra indicare un’altra direzione.

È assai più plausibile che Pujol, con i suoi modi affettati e raffinati in contrasto con i boccacceschi rumori intestinali, si ponesse come una sorta di maschera, di burattino, di innocuo saltimbanco: grazie a questa distanza, egli poteva probabilmente mettere in scena un vero e proprio rituale catartico. Il pubblico rideva delle sue impudiche prodezze, ma segretamente riusciva a ridere anche di se stesso, della natura indecente del proprio corpo. E magari ad accettare un po’ di più anche i propri difetti repressi.

Ecco dunque l’intuizione che forse ci regala questo breve, “disdicevole” excursus: ogni volta che sghignazziamo di fronte a un peto in un film, o a una volgare battuta di toilet humor, stiamo mettendo in atto una difesa e assieme un esorcismo nei confronti della realtà che più fatichiamo ad ammettere; quella di appartenere ancora, e comunque, al regno animale.

On the Midway

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Abbiamo spesso parlato dei sideshow e dei luna-park itineranti che si spostavano di città in città attraversando l’America e l’Europa, assieme ai circhi, all’inizio del secolo scorso. Ma cosa proponevano, oltre allo zucchero filato, al tiro al bersaglio, a qualche ruota panoramica e alle meraviglie umane?
In realtà l’offerta di intrattenimenti e di spettacoli all’interno di un sideshow era estremamente diversificata, e comprendeva alcuni show che sono via via scomparsi dal repertorio delle fiere itineranti. Questo articolo scorre brevemente alcune delle attrazioni più sorprendenti dei sideshow americani.

Step right up! Fatevi sotto signore e signori, preparate il biglietto, fatelo timbrare da Hank, il Nano più alto del mondo, ed entrate sulla midway!

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All’interno del luna-park, i vari stand e le attrazioni erano normalmente disposti a ferro di cavallo, lasciando un unico grande corridoio centrale in cui si aggirava liberamente il pubblico: la midway, appunto. Su questa “via di mezzo” si affacciavano i bally, le pedane da cui gli imbonitori attiravano l’attenzione con voce stentorea, ipnotica parlantina e indubbio carisma; talvolta si poteva avere una piccola anticipazione di ciò che c’era da aspettarsi, una volta entrati per un quarto di dollaro. Di fianco al signore che pubblicizzava il freakshow, ad esempio, poteva stare seduta la donna barbuta, come “assaggio” dello spettacolo vero e proprio.
A sentire l’imbonitore, ogni spettacolo era il più incredibile evento che occhio umano avesse mai veduto – per questo il termine ballyhoo rimane tutt’oggi nell’uso comune con il significato di pubblicità sensazionalistica ed ingannevole.

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Aggirandosi fra gli schiamazzi, la musica di calliope e i colori della midway, si poteva essere incuriositi dalle ultime “danze elettriche”: ballerine i cui abiti si illuminavano magicamente, emanando incredibili raggi di luce… il trucco stava nel fatto che l’abito della performer era completamente bianco, e un riflettore disegnava pattern e fantasie sul suo corpo, mentre danzava. Con l’arrivo dei primissimi proiettori cinematografici, l’idea divenne sempre più elaborata e spettacolare: nel 1899 George La Rose presentò il La Rose’s Electric Fountain Show, che era descritto come

una stupefacente combinazione di Arte, Bellezza e Scienza. Lo show è l’unico al mondo equipaggiato con un grande palco girevole che si alza dall’interno di una fontana. Nel turbinare dell’acqua stanno alcune selezionate artiste che si producono in gruppi statuari, danze illuminate, danze fotografiche e riproduzioni dal vivo dei più raffinati soggetti.

Lo show contava su effetti scenici, cinematografici e si chiudeva con l’eruzione del vulcano Pelée.

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L’affascinante e tenebroso esotismo delle tribù “primitive” non passava mai di moda. Ecco quindi i Musei delle Mummie (in realtà minuscoli spazi ricavati all’interno di un carrozzone) che proponevano le tsantsa, teste rimpicciolite degli indios Jivaro, e stravaganze mummificate sempre più fantasiose. Si trattava, ovviamente, di sideshow gaff, ovvero di reperti falsificati ad arte (ne abbiamo parlato in questo articolo) da modellatori e scultori piuttosto abili.

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Uno dei migliori in questo campo era certamente William Nelson, proprietario della Nelson Supply House con cui vendeva ai circhi “curiosità mummificate”. Fra le finte mummie offerte a inizio secolo da Nelson, c’erano il leggendario gigante della Patagonia a due teste, King Mac-A-Dula; King Jack-a-Loo-Pa, che secondo la descrizione avrebbe avuto una testa, tre volti, tre mani, tre braccia, tre dita, tre gambe, tre piedi e tre dita dei piedi; il fantastico Poly-Moo-Zuke, creatura a sei gambe; il Grande Cavalluccio Marino, ricavato a partire da un vero teschio di cavallo, la cui coda si divideva in due lunghe pinne munite di zoccoli; mummie egiziane di vario tipo, come ad esempio Labow, il “Doppio Ragazzo Egiziano con Sorella che gli Cresce sul Petto”.

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Più avanti la cartapesta verrà soppiantata dalla gomma, con cui si creeranno i finti feti deformi sotto liquido, e dalla cera: nel decennio successivo alla Seconda Guerra, famose attrazioni includevano il cervello di Hitler sotto formalina, e riproduzioni del cadavere del Führer.

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Altri classici spettacoli erano le esibizioni di torture. Pubblicizzati dai banner con toni grandguignoleschi, erano in realtà delle ricostruzioni con rozzi manichini che lasciavano sempre un po’ l’amaro in bocca, rispetto alle raffinate crudeltà annunciate. Ma con il tempo anche i walk-through show ampliarono l’offerta, anche sulla scia dei vari successi del cinema noir: ecco quindi che si poteva esplorare i torbidi scenari della prostituzione, delle gambling house in cui loschi figuri giocavano d’azzardo, scene di droga ambientate nelle Chinatown delle grandi città americane, dove mangiatori d’oppio stavano accasciati sulle squallide brandine.

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La curiosità per il fosco mondo della malavita stava anche alla base delle attrazioni che promettevano di mostrare straordinari reperti dalle scene del crimine: la gente pagava volentieri la moneta d’entrata per poter ammirare l’automobile in cui vennero uccisi Bonnie e Clyde, su cui erano visibili i fori di proiettile causati dallo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Peccato che quasi ogni sideshow avesse la sua “autentica” macchina di Bonnie e Clyde, così come circolavano decine di Cadillac che sarebbero appartenute ad Al Capone o ad altri famigerati gangster. Anzi, crivellare di colpi una macchina e tentare di venderla al circo poteva rivelarsi un buon affare, come dimostrano le inserzioni dell’epoca.

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Nulla, però, fermava le folle come il frastuono delle moto che giravano a tutto gas nel motodromo.
Evoluzione di quelli progettati per le biciclette, già in circolazione dalla metà dell’800, i motodromi con pareti inclinate lasciarono il posto a loro volta ai silodrome, detti anche Wall of Death, con pareti verticali. Assistere a questi spettacoli, dal bordo del “pozzo”, era una vera e propria esperienza adrenalinica, che attaccava tutti i sensi contemporaneamente con l’odore della benzina, il rumore dei motori, le motociclette che sfrecciavano a pochi centimetri dal pubblico e gli scossoni dell’intera struttura in legno, vibrante sotto la potenza di questi temerari centauri. Con lo sviluppo della tecnologia, anche le auto da corsa avranno i loro spettacoli in autodromi verticali; e, per aggiungere un po’ di pepe al tutto, si cominceranno a inserire stunt ancora più impressionanti, come ad esempio l’inseguimento dei leoni (lion chase) che, in alcune varianti, vengono addirittura fatti salire a bordo delle auto che sfrecciano in tondo (lion race).

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Ogni sideshow aveva i suoi live act con artisti eclettici: mangiaspade, giocolieri, buttafuoco, fachiri, lanciatori di coltelli, trampolieri, uomini forzuti e stuntman di grande originalità. Ma l’idea davvero affascinante, in retrospettiva, è l’evidente consapevolezza che qualsiasi cosa potesse costituire uno spettacolo, se ben pubblicizzato: dalla ricostruzione dell’Ultima Cena si Gesù, ai primi “polmoni d’acciaio” di cui si faceva un gran parlare, dai domatori di leoni alle gare di scimmie nelle loro minuscole macchinine.

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Certo, il principio di Barnum – “ogni minuto nasce un nuovo allocco” – era sempre valido, e una buona parte di questi show possono essere visti oggi come ingannevoli trappole mangiasoldi, studiate appositamente per il pubblico rurale e poco istruito. Eppure si può intuire che, al di là del business, il fulcro su cui faceva leva il sideshow era la più ingenua e pura meraviglia.

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Molti lo ricordano ancora: l’arrivo dei carrozzoni del circo, con la musica, le luci colorate e la promessa di visioni incredibili e magiche, per la popolazione dei piccoli villaggi era un vero e proprio evento, l’irruzione del fantastico nella quotidiana routine della fatica. E allora sì, anche se qualche dime era speso a vanvera, a fine serata si tornava a casa consci che quelle quattro mura non erano tutto: il circo regalava la sensazione di vivere in un mondo diverso. Un mondo esotico, sconosciuto, popolato da persone stravaganti e pittoresche. Un mondo in cui poteva accadere l’impossibile.

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[Gran parte delle immagini è tratta da A. W. Stencell, Seeing Is Believing: America’s Sideshows]

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Melvin Burkhardt è stato, a suo modo, una leggenda. Ha lavorato nei principali luna park e circhi americani dagli anni ’20 fino al suo ritiro dalle scene nel 1989.

Nel mondo dei sideshow americani, lo spettacolo di Mel faceva parte dei cosiddetti working act, ossia quelle esibizioni incentrate sulle abilità dell’artista piuttosto che sulle sue deformità genetiche o acquisite. Ma quello che davvero lo distingueva da tanti altri performer specializzati in una singola prodezza, era l’incredibile ecletticità del suo talento: nella sua lunghissima carriera, Burkhardt ha ingoiato spade, lanciato coltelli, sputato fuoco, combattuto serpenti, eseguito innovativi numeri di magia, resistito allo shock della sedia elettrica.

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È stato anche la prima “Meraviglia Anatomica” della storia del circo, grazie alla sua capacità di risucchiare lo stomaco dentro la gabbia toracica, allungare il collo oltre misura, far protrudere le scapole in maniera grottesca, torcere la testa quasi a 180°, “rigirare” lo stomaco sul suo stesso asse. Mel sapeva anche sorridere con metà faccia, mentre l’altra metà si accigliava preoccupata (provate a coprire alternativamente con una mano la foto qui sotto per rendervi conto della sua incredibile abilità).

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Le sue specialità erano talmente tante che, durante la Grande Depressione, Burkhardt riuscì a sostenere da solo ben 9 dei 14 numeri proposti dal circo per cui lavorava. Praticamente un one-man show, tanto che alle volte qualcuno fra il pubblico lo punzecchiava ironicamente gridandogli: “Vedremo qualcun altro, stasera, oltre a te?”
Ma il suo maggiore contributo alla storia dei circhi itineranti è senza dubbio il numero chiamato The Human Blockhead – ovvero, la “Testa di Legno Umana”. La genesi di questo stunt, come tutto quello che concerneva Burkhardt, è piuttosto eccentrica. Ad un certo punto della sua vita, Melvin si era lasciato prendere dalla velleità di diventare un pugile professionista; purtroppo però, dopo la sesta sconfitta consecutiva, si ritrovò con i denti rotti, il labbro tumefatto e il naso completamente fracassato. Finito sotto i ferri del chirurgo, Burkhardt stava contemplando la rovina della sua carriera agonistica mentre il medico, con pinze ed altri strumenti, estraeva dalle sue cavità nasali dei sanguinolenti pezzi di osso. Eppure, mentre veniva operato, ecco che piano piano si faceva strada in lui un’illuminazione: i lunghi attrezzi del medico entravano così facilmente nel naso per rimuovere i frammenti di turbinati fratturati, che forse si poteva sfruttare questa scoperta e costruirci attorno un numero!

Detto fatto: Melvin Burkhardt divenne il primo performer ad esibirsi nell’impressionante atto di piantarsi a martellate un chiodo nel naso.

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Lo spettacolo dello Human Blockhead fa leva sulla concezione errata che le nostre narici salgano verso l’alto, percorrendo la cartilagine fino all’attaccatura del naso: l’anatomia ci insegna invece che la cavità nasale si apre direttamente dietro i fori del naso, in orizzontale. Un chiodo o un altro oggetto abbastanza sottile da non causare lesioni interne può essere inserito nel setto nasale senza particolari danni.

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Proprio come accade per i mangiatori di spade, non c’è quindi alcun trucco: si tratta in questo caso di comprendere fino a dove si può spingere il chiodo, come inclinarlo e quale forza applicare. La parte più lunga e difficile sta nell’allenarsi a controllare ed inibire il riflesso dello starnuto, che potrebbe risultare estremamente pericoloso; altri rischi includono infezioni alle fosse nasali, ai seni paranasali e alla gola, rottura dei turbinati, lacerazioni della mucosa e via dicendo (nei casi più estremi si potrebbe arrivare addirittura a danneggiare lo sfenoide). Un lungo periodo di pratica e di studio del proprio corpo è necessario per imparare tutte le mosse necessarie.

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Mel Burkhardt, però, non era affatto geloso delle sue invenzioni, anzi: con generosità davvero inusuale per il cinico mondo dello show business, insegnava tutti i suoi trucchi ai giovani performer. Così, lo Human Blockhead divenne uno dei grandi classici della tradizione circense, replicato ed eseguito infinite volte nelle decadi successive.

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Anche oggi, dopo che nel 2001 Melvin Burkhardt ci ha lasciato all’età di 94 anni, innumerevoli performer e fachiri continuano a piantarsi chiodi nel naso, nella cornice degli ultimi, rari sideshow – così come nella loro moderna controparte, i talent show televisivi da “guinness dei primati”. Moltissime le varianti rispetto al vecchio e risaputo chiodo: c’è chi nel naso inserisce coltelli, trapani elettrici funzionanti, lecca-lecca, ganci da macellaio, e chi più ne ha più ne metta. Ma nessuno di questi numeri può replicare la sorniona e consumata verve del vecchio Mel Burkhardt che, a chi gli chiedeva se ci fosse un trucco o un segreto, rispondeva serafico: “Uso un naso finto”.

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Il Teatro Anatomico di Padova

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Nel 1493, Alessandro Benedetti pubblica a Padova la sua Historia corporis humani, nella quale alla fine del capitolo primo è citato per la prima volta nella storia il concetto di teatro anatomico. Si trattava di un palco provvisorio in legno, montabile e smontabile all’occorrenza, a forma di anfiteatro, all’interno del quale questo celebre professore operava delle pubbliche dissezioni a beneficio degli studenti di medicina, e non solo.
All’epoca gli anatomisti potevano dissezionare esclusivamente i cadaveri dei condannati a morte, e Benedetti propose di estendere il permesso anche ai morti per malattia: fu anche grazie al suo impulso che la pratica settoria si diffuse in ambito medico, ma toccherà aspettare Vesalio (di cui abbiamo parlato in un articolo per l’ultimo numero di Illustrati) perché la mentalità scientifica al riguardo approdi alla piena maturità. E, proprio esaminando il famosissimo frontespizio del suo De humani corporis fabrica, e “cancellando” tutti gli spettatori, si può avere un’idea delle strutture a gradoni che venivano utilizzate durante le dissezioni.

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Un secolo dopo l’invenzione del teatro anatomico smontabile di Benedetti, sempre a Padova, insegnava il chirurgo Girolamo Fabrici d’Acquapendente.
Come un gran numero degli anatomisti dell’epoca, anche Fabrici era un personaggio particolare. Era uno studioso infaticabile, curava gratuitamente i poveri, eppure il suo carattere scontroso e la negligenza nello svolgere il suo ruolo di insegnante gli causarono non poche critiche. “Sopraordinario nella lettura di Anatomia e Chirurgia”, nonostante i suoi invidiabili titoli accademici (e il suo stipendio da capogiro), era famoso per la sua incostanza alle lezioni: si dava malato, spesso le iniziava in ampio ritardo, e se finalmente si decideva ad insegnare, gli studenti avevano un bel daffare a comprendere le sue parole, dato che la sua voce era praticamente un sussurro per via di una laringite cronica.

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Ironicamente, dobbiamo proprio alla sua pigrizia la nascita del primo teatro anatomico permanente. Fabrici era infatti stanco di dover tenere le lezioni all’aperto, in balia delle bizze metereologiche, e sgolandosi perché gli spettatori delle ultime file non riuscivano a sentire. Quando, attraverso un Console della Nazione Germanica, venne a sapere che anche gli studenti di medicina tedeschi che studiavano a Padova lamentavano la mancanza di un teatro per seguire le lezioni, colse la palla al balzo e commissionò (forse a Fra’ Paolo Sarpi) il progetto.

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Nel 1595 venne completato il teatro anatomico all’interno del Palazzo del Bo, sede dell’Università (molti altri verranno costruiti successivamente in diverse facoltà europee). Si tratta di un grande teatro ovale, con sei gallerie estremamente ripide che ricordano facilmente una visione dantesca dell’Inferno. Può contenere circa 300 persone: gli spettatori si affacciavano ai parapetti delle gallerie, mentre sul piano inferiore, il “palcoscenico”, si svolgeva lo spettacolo.

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E di vero e proprio spettacolo si trattava, impressionante e macabro. Immaginatevi di stare assiepati in questo vertiginoso teatro a forma di cono rovesciato, nell’oscurità pressoché totale, l’unica luce proveniente da un paio di candelabri posti ai fianchi del tavolo settorio sul fondo. Due “massari”, il cui compito era quello di procurare i cadaveri e assistere il professore, scoprono il corpo senza vita di un condannato (o in alternativa di qualche animale – cani, maiali, e perfino scimmie ed orsi). Entra l’anatomista, che indossa orgogliosamente un grembiule macchiato del sangue di decenni di operazioni chirurgiche e dissezioni. Per gli occhi della gente semplice è quasi un mago: una minuscola orchestra da camera sottolinea la sua entrata con l’esecuzione di una pomposa musichetta. In pochi minuti, il torace del morto viene inciso ed aperto, le interiora messe all’aria; a questo punto l’intero teatro è esposto alle esalazioni maleodoranti. Con pochi, decisi tagli (gran parte del lavoro sporco lo fanno gli assistenti), il professore dimostra la sua esperienza e la sua maestria, estraendo ed esibendo qualche organo in particolare, pontificando sul sistema circolatorio o su determinate afflizioni patologiche. A fine spettacolo, dopo gli applausi e dopo che il pubblico è uscito, viene aperto il tetto mobile per lasciare fuoriuscire i cattivi odori.

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L’atmosfera cupa del teatro venne attenuata nel 1844 con la costruzione di un lucernario che potesse far entrare la luce del sole. In seguito, quando le esecuzioni capitali si fecero più rare, a poco a poco le attività del teatro anatomico diminuirono, fino a quando nel 1872 smise definitivamente di funzionare. Ma rimane ancora oggi perfettamente conservato e restaurato, non ha mai subito alcuna modifica ed è parte integrante del percorso di visite guidate di Palazzo Bo.

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(Grazie, Cristina!)

Speciale: Mariano Tomatis

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Ama l’appellativo di wonder injector, istillatore di meraviglia o “tecnico dello stupore”. Quello che comincia come un rapido giro sul suo sito o sul suo blog si trasforma inevitabilmente in un viaggio di diverse ore, in preda ad una vertigine crescente. È difficile raccontare o definire Mariano Tomatis, ed è bello che lo sia.

Mariano si occupa di illusionismo, magia, matematica, criminologia e tecnologia. Ma, qualsiasi campo stia affrontando, lo fa inevitabilmente da un punto di vista inaspettato. Il suo lavoro è tutto proteso a un nuovo modo di relazionarsi con la meraviglia, a farla irrompere nel nostro quotidiano superando i modi triti e ritriti di quei misteri che in queste pagine abbiamo spesso definito “da supermarket”, preconfezionati, tipici di tanti libri o trasmissioni televisive.

Mariano Tomatis è il tipo di persona che, leggendo uno strano trattato esoterico seicentesco contenente alcune tavole crittografate secondo un sistema complicatissimo, si domanda: che tipo di computer avranno usato per codificarlo, all’epoca? E lo costruisce.

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È anche il tipo di persona che, vedendo l’ennesimo numero di magia in cui una bella ragazza viene tagliata a metà, sa scorgerne le implicazioni sessiste e non esita a raccontarci come un numero simile sia nato sorprendentemente proprio da problematiche politiche legati agli albori dei diritti della donna (in questo breve documentario).

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O, ancora, esaminando uno dei quadri più celebri della storia dell’arte ci racconta le infinite risme di ipotesi, sempre più fantascientifiche, che il dipinto ha originato… per poi gelarci con un’interpretazione molto più semplice e illuminante.

La performance che ha scritto assieme a Ferdinando Buscema ha aperto Ingenuity, una sontuosa celebrazione dell’intelligenza, della curiosità e della meraviglia che ha coinvolto scienziati, artisti, scrittori, designer, musicisti e maghi provenienti da tutto il mondo, organizzata da BoingBoing, uno dei siti di informazione geek e cyberpunk più letti al mondo. Potete vedere la performance qui.

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Oltre ad aver scritto libri sul mentalismo, sui numeri e sull’illusionismo, Mariano ci regala continuamente nuovi stimoli, riportando storie curiose e poco note che affronta con scrupolo, determinato com’è a “illuminare le meraviglie sul confine tra Scienza e Mistero”.

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In esclusiva per Bizzarro Bazar, ecco la nostra intervista a Mariano Tomatis.

Qual è la tua formazione?

Ho una laurea in Informatica e mi occupo di illusionismo da quindici anni.

Come hai incominciato ad appassionarti di illusionismo, misteri e scienza?

Recentemente ho ritrovato un tema scritto quando facevo le elementari, in cui mi ripromettevo – quando fossi stato “grande” – di fare luce sui principali misteri: dal mostro di Lochness al triangolo delle Bermude, fino alla perduta città di Atlantide. Ho incontrato l’illusionismo ammirando il mago Silvan e formandomi sulle sue scatole magiche. Vivendo a Torino, ho avuto la fortuna di scoprire e frequentare il Circolo Amici della Magia, dove l’arte magica è particolarmente valorizzata. Da qualche anno, insieme a Ferdinando Buscema, stiamo definendo il concetto di “magic experience design” – un approccio all’illusionismo che trascende il contesto teatrale e interviene sulla realtà, facendo succedere eventi magici nel quotidiano.

Il tuo approccio ai cosiddetti “misteri” (quello di Rennes-le-Château viene in mente per primo) è del tutto originale – ironico, scettico, e allo stesso tempo entusiasta: come concili queste tendenze? Si può dire che tu stia sfruttando il fascino di questi enigmi per parlarci in realtà di qualcos’altro?

Conciliare una consapevolezza razionale e un’immersione ingenua nei misteri potrebbe sembrare il tentativo di avere la botte piena e la moglie ubriaca, eppure si tratta di un equilibrio su cui molti autori hanno scritto pagine brillanti. Michael Saler lo chiama “incanto disincantato”. Joshua Landy parla di “sistemi di credenze consapevoli della propria illusorietà”. Orhan Pamuk confessa di scrivere romanzi la cui funzione principale è quella di coltivare tale capacità nel lettore. Il padre della prestigiazione moderna, Robert-Houdin, costruiva i suoi spettacoli in modo da premiare un atteggiamento di distaccata credulità. Con Sherlock Holmes, Conan Doyle ha creato un personaggio talmente verosimile che oggi i suoi fan continuano a visitare la sua casa in Baker Street a Londra, del tutto consapevoli di partecipare a un gioco. Coltivare nel lettore moderno questo atteggiamento è una scelta estetica a cui aderisco pienamente.
Nel dichiarare i suoi intenti, il Cicap afferma di usare il fascino dei misteri per spiegare la Scienza. Nel mio caso, spiegare la Scienza è solo un effetto collaterale: il mio intento è quello di contribuire al re-incantamento del mondo, e credo che il miglior modo di farlo sia l’educazione all’incanto disincantato.

In diversi tuoi lavori si avverte una particolare vertigine, che è quella di non poter esattamente sapere a che punto finiscono i fatti, e quando incomincia il “trucco”. Anche qui ho la sensazione che mischiare realtà e finzione sia, certamente, un gioco divertente; ma al tempo stesso, vista la sistematicità con cui lo utilizzi, che vi sia dietro un progetto più preciso.

Credo di averti risposto sopra. Per citare un altro dei miei autori più amati, Lovecraft mescolò in modi raffinati realtà e finzione, producendo potenti sensazioni di straniamento attraverso i suoi racconti. Nel suo Weird Realism: Lovecraft and Philosophy Graham Harman ne esplora le tecniche narrative con una notevole ampiezza di analisi. Leggendo Harman, oggi mi chiedo come Lovecraft avrebbe sfruttato Twitter, Facebook e YouTube per produrre le stesse sensazioni disturbanti. Accostare personaggi di epoche lontane alle moderne tecnologie offre straordinari spunti creativi. Se c’è un progetto dietro la sistematicità con cui lavoro su questi confini, esso riguarda la possibilità di portare alla luce modi per meravigliare sempre nuovi, più profondi e al passo coi tempi. E magari di ispirare un Lovecraft 2.0!

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Il mentalismo è intrigante soprattutto in quanto smaschera le trappole del nostro pensiero. Si può dire che vi sia un utilizzo “sano” del mistero e della meraviglia, e un altro invece “pericoloso”?

Michael Saler identifica nell’ironia l’elemento che è alla base della meraviglia “sana”. Inganno (e autoinganno) diventano pericolosi dove non c’è consapevolezza ironica, ma aperta volontà di approfittare di un altro individuo. Dovremmo sempre tenere in mente le parole di Joseph Pulitzer: «Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri».

Hai parlato di educazione alla complessità: come sta cambiando, o come deve secondo te cambiare, la magia nell’era tecnologica, non soltanto a livello di nuovi strumenti ma anche di portata etica?

La mentalità postmoderna deve contaminare l’illusionismo molto più di quanto abbia fatto finora. È ora che i prestigiatori si interroghino seriamente sul ruolo che possono avere le loro storie nel mondo contemporaneo. Terence McKenna diceva che «il vero segreto della magia è che il mondo è fatto di parole, e che se tu conosci le parole di cui il mondo è fatto puoi farne quello che vuoi». Anche se sembra una considerazione esoterica, è un’immagine precisa del potere che hanno le storie nel plasmare la realtà. Concordo con Wu Ming 4 quando scrive che “le narrazioni ci appartengono almeno quanto noi apparteniamo a esse. Noi interagiamo con le narrazioni allo stesso modo in cui interagiamo con il mondo che ci circonda, consapevoli che per cambiarlo abbiamo innanzi tutto bisogno di raccontarlo diversamente”. Credo che l’illusionismo, come la letteratura militante, possa avere una dimensione marziale – e che tale forza sia ampiamente da esplorare. Il mio documentario Donne a metà (2013) va in quella direzione. Penn&Teller sono la coppia di illusionisti più all’avanguardia su questo versante.

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Da specialista dell’incanto per il tuo pubblico, c’è qualcosa oggi che riesce ad incantare te?

Continuamente. Aderisco totalmente alla metafora che David Pescovitz usò per rispondere alla domanda della rivista Edge “Che cosa ti rende ottimista?” L’editor del blog BoingBoing scrisse di essere ottimista perché il mondo è una gigantesca Wunderkammer, pronta a stupirci a ogni angolo.
Un blog come il tuo ha il grande valore di dimostrarlo quotidianamente.

Ecco il sito ufficiale di Mariano Tomatis.

Winny Puhh

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I Winny Puhh sono una band proveniente dall’Estonia, il cui genere potrebbe essere definito come un misto di punk, heavy metal e follia pura. Nei loro show, sempre altamente teatrali, fanno uso di strumenti atipici (balalaika, banjo), di effetti speciali, make-up e costumi elaborati e assolutamente weird.

Pur essendo attivi dai primi anni ’90, soltanto oggi, grazie a YouTube, il mondo si è accorto di loro. Per farvi capire la portata spettacolare delle loro esibizioni, eccoli alle semifinali estone per la qualificazione all’Eurovision Song Contest 2013, con il loro pezzo Meiecundimees üks Korsakov läks eile Lätti.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=2dllo85ZSUk]

Purtroppo i Winny Puhh non si sono qualificati. Eppure è strano, visto che hanno scelto il loro nome (che significa, pensate un po’, Winnie The Pooh) proprio per piacere a grandi e piccini.

Il Turco

Nel 1770, alla corte di Maria Teresa d’Austria, fece la sua prima sconcertante apparizione il Turco.

Vestito come uno stregone mediorientale, con tanto di vistoso turbante, il Turco sedeva ad un grosso tavolo di fronte a una scacchiera, e fumava una lunghissima pipa tradizionale; da sopra la barba nerissima, i suoi occhi grigi, ancorché vuoti e privi d’espressione, sembravano osservare tutto e tutti.  Il Turco era in attesa del coraggioso giocatore che avrebbe osato sfidarlo a scacchi.

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Ciò che davvero impressionò tutti i presenti era che il Turco non era un uomo in carne ed ossa: era un automa. Il suo inventore, Wolfgang von Kempelen, lo aveva creato proprio per compiacere la Regina, con la quale si era vantato l’anno prima di essere in grado di costruire la macchina più spettacolare del mondo. Prima che cominciasse la partita a scacchi, Kempelen aprì le ante dell’enorme scatola sulla quale poggiava la scacchiera, e gli spettatori poterono vedere una intricatissima serie di meccanismi, ruote dentate e strane strutture ad orologeria – non c’era nessun trucco, si poteva vedere da una parte all’altra della struttura, quando Kempelen apriva anche le porte sul retro. Un’altra sezione della macchina era invece quasi vuota, a parte una serie di tubi d’ottone. Quando il Turco era messo in moto, si sentiva chiaramente il ritmico sferragliare dei suoi ingranaggi interni, simile al ticchettio che avrebbe prodotto un enorme orologio.

Il primo volontario si fece avanti e Kempelen lo informò che il Turco doveva avere sempre le pedine bianche, e muovere invariabilmente per primo. A parte questa “concessione”, si scoprì ben presto che il Turco non soltanto era un ottimo giocatore di scacchi, ma aveva anche un certo caratterino. Se un avversario tentava una mossa non valida, il Turco scuoteva la testa, rimetteva la pedina al suo posto e si arrogava il diritto di muovere; se il giocatore ci riprovava una seconda volta, l’automa gettava via la pedina.

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Alla sua presentazione ufficiale a corte, il Turco sbaragliò facilmente qualsiasi avversario. Per Kempelen sarebbe anche potuta finire lì, con il bel successo del suo spettacolo. Ma il suo automa divenne di colpo l’argomento di conversazione preferito in tutta Europa: intellettuali, nobili e curiosi volevano confrontarsi con questa incredibile macchina in grado di pensare, altri sospettavano un trucco, e alcuni temevano si trattasse di magia nera (pochi per la verità, era pur sempre l’epoca dei Lumi). Nonostante volesse dedicarsi a nuove invenzioni, di fronte all’ordine dell’Imperatore Giuseppe II, Kempelen fu costretto controvoglia a rimontare il suo automa e ad esibirsi nuovamente a corte; il successo fu ancora più clamoroso, e all’inventore venne suggerito (o, per meglio dire, imposto) di iniziare un tour europeo.

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Nel 1783 il Turco viaggiò fra spettacoli pubblici e privati, presso le principali corti europee e nei saloni nobiliari, perdendo alcune partite ma vincendone la maggior parte. A Parigi il più grande scacchista del tempo, François-André Danican Philidor, vinse contro il Turco ma confessò che quella era stata la partita più faticosa della sua carriera. Dopo Parigi vennero Londra, Leipzig, Dresda, Amsterdam, Vienna. A poco a poco si spense il clamore della novità, e il Turco rimase smantellato per una ventina d’anni: nessuno aveva ancora scoperto il suo segreto. Quando Kempelen morì nel 1804, suo figlio decise di vendere il macchinario a Johann Nepomuk Mälzel, un appassionato collezionista di automi. Mälzel decise che avrebbe dato nuova vita al Turco, perfezionandolo e rendendolo ancora più spettacolare. Aggiunse alcune parti, modificò alcuni dettagli, e infine installò una scatola parlante che permetteva alla macchina di pronunciare la parola “échec!” quando metteva sotto scacco l’avversario.

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Perfino Napoleone Bonaparte volle giocare contro il Turco. Si racconta che l’Imperatore provò una mossa illecita per ben tre volte; le prime due volte l’automa scosse il capo e rimise la pedina al suo posto, ma la terza volta perse le staffe e con un braccio – evidentemente incurante di chi aveva di fronte! – il Turco spazzò via tutti pezzi dalla scacchiera. Napoleone rimase estremamente divertito dal gesto insolente, e giocò in seguito alcune partite più “serie”.

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Nel 1826 Mälzel portò il Turco in America, dove la sua popolarità non smise di crescere su tutta la costa orientale degli States, da New York a Boston a Philadelphia; Edgar Allan Poe scrisse un famoso trattato sull’automa (anche se non azzeccò affatto il suo segreto), e numerosi “cloni” ed imitazioni del Turco cominciarono ad apparire – ma nessuno ebbe il successo dell’originale.

Ma ogni cosa fa il suo tempo. Nel 1838 Mälzel morì, e il Turco, inizialmente messo all’asta, finì relegato in un angolo del Peale Museum di Baltimora. Nel 1854 un incendio raggiunse il Museo, e ci fu chi giurò di aver sentito il Turco, avvolto dalle fiamme, che gridava “Scacco! Scacco!“, mentre la sua voce diveniva sempre più flebile. Dell’incredibile automa si salvò soltanto la scacchiera, che era conservata in un luogo separato.

Nel 1857 Silas Mitchell, figlio dell’ultimo proprietario del Turco, decise che non c’era più motivo di nascondere il vero funzionamento della macchina, visto che era andata ormai distrutta. Così, su una prestigiosa rivista di scacchi, pubblicò infine il “segreto meglio mantenuto di sempre”. Si scoprì che, fra le ipotesi degli scettici e le teorie di chi aveva tentato di risolvere l’enigma, alcune parti dell’ingegnosa opera erano state indovinate, ma mai interamente.

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Dentro al macchinario del Turco si nascondeva un maestro di scacchi in carne ed ossa. Quando il presentatore apriva i diversi scomparti per mostrarli al pubblico, l’operatore segreto si spostava su un sedile mobile, secondo uno schema preciso, facendo così scivolare in posizione alcune parti semoventi del macchinario. In questo modo, poiché non tutte le ante venivano aperte contemporaneamente, lo scacchista rimaneva sempre al riparo dagli occhi degli spettatori. Ma come poteva sapere in che modo giocare la sua partita?

Sotto ogni pezzo degli scacchi era impiantato un forte magnete, e l’operatore nascosto poteva seguire le mosse dell’avversario perché la calamita attirava a sé altrettanti magneti attaccati con un filo all’interno del coperchio superiore della scatola. L’operatore, per vedere nel buio del mobile in legno, usava una candela i cui fumi uscivano discretamente da un condotto di aerazione nascosto nel turbante del Turco; i numerosi candelabri che illuminavano la scena aiutavano a mascherare la fuoriuscita del fumo. Una complessa serie di leve simili a quelle di un pantografo permettevano al maestro di scacchi di fare la sua mossa, muovendo il braccio dell’automa. C’era perfino un quadrante in ottone con una serie di numeri, che poteva essere visto anche dall’esterno: questo permetteva la comunicazione in codice fra l’operatore all’interno della scatola e il presentatore all’esterno.

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Nel 1989 John Gaughan presentò a una conferenza sulla magia una perfetta ricostruzione del Turco, che gli era costata quattro anni di lavoro. Questa volta, però, non c’era più bisogno di un operatore umano all’interno del macchinario: a dirigere le mosse dell’automa era un programma computerizzato. Meno di dieci anni dopo Deep Blue sarebbe stato il primo computer a battere a scacchi il campione mondiale in carica, Garry Kasparov.

Oggi la tecnologia è arrivata ben oltre le più assurde fantasie di chi rimaneva sconcertato di fronte al Turco; eppure alcune delle domande che ci sono tanto familiari (potranno mai le macchine soppiantare gli uomini? È possibile costruire dei sistemi meccanici capaci di pensiero?) non sono poi così moderne come potremmo credere: nacquero per la prima volta proprio attorno a questa misteriosa e ironica figura dall’esotico turbante.

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(Grazie, Giulia!)

Scheletri viventi

Il circo è sempre stato interessato ai limiti del corpo umano: dagli acrobati, agli equilibristi, ai contorsionisti, ai mangiatori di spade e via dicendo, le imprese eroiche e spettacolari degli artisti circensi impressionano proprio perché il corpo viene portato oltre i confini delle sue normali capacità. Allo stesso modo, in quelle colorate e pittoresche baracconate che erano i freakshow, il corpo mostrava invece l’aspetto oscuro e osceno della sua fantasia. Ma anche qui, per colpire l’immaginario del pubblico, l’esibizione della deformità passava per gli estremi – nani e giganti, donne obese e uomini magrissimi.

Questi ultimi, in particolare, venivano chiamati living skeletons, “scheletri viventi”, e costituivano uno dei numeri classici di ogni freakshow. Già da qualche secolo i medici riportavano nei testi scientifici i rari casi di magrezza estrema; ma fu Isaac Sprague, nato nel 1841, che decise per primo di esibirsi di fronte ad un pubblico come scheletro vivente.

Fino all’età di dodici anni Isaac era stato un ragazzino normale; poi, a causa di qualche disfunzione mai chiarita, cominciò a perdere peso rapidamente. In poco tempo il profilo dello scheletro si affacciò alla superficie della sua pelle, la sua massa muscolare si restrinse all’inverosimile e di conseguenza Isaac divenne così debole da non potersi più permettere di lavorare né con il padre ciabattino, né come garzone all’emporio locale. Aveva un costante bisogno di nutrimento per affrontare la giornata e recuperare quel minimo di energia sufficiente a tenerlo cosciente: portava al collo una borraccia riempita di latte e zucchero dalla quale beveva ogni volta che sentiva le forze abbandonarlo.
La sua magrezza estrema attirava lo sguardo e i commenti velenosi dei passanti, ed Isaac si era rassegnato a vivere sopportando tutto questo. Era alto un metro e settanta, e pesava meno di 20 chili.

Un giorno però, nel 1865, Isaac volle farsi un giro al luna park, e lì venne notato da uno dei promoter che gli offrì di esibirsi. Sulle prime Isaac rifiutò, ma in breve tempo si fece strada in lui una riflessione più razionale. Lavorare, non poteva; la gente avrebbe comunque e sempre guardato con repulsione e curiosità il suo corpo – e allora tanto valeva che pagassero per farlo.

La scelta di Isaac Sprague di unirsi al luna park itinerante fu quella giusta: esibendosi come “scheletro vivente” nel giro di una manciata di mesi la sua popolarità crebbe talmente che venne provinato da P. T. Barnum in persona, e assunto per la cifra davvero notevole di 80 dollari a settimana. La sua fortuna fu breve: quando l’American Museum di Barnum prese fuoco per la seconda volta nel 1868, Isaac riuscì a sfuggire all’incendio per puro miracolo, magra e sparuta ombra di ossa e pelle che correva con sforzi inimmaginabili fra le fiamme. Dopo la brutta esperienza Sprague lasciò il mondo del freakshow per un po’; si sposò, ebbe tre figli di robusta costituzione, scrisse perfino un’autobiografia. Ritornato con il circo a causa di problemi finanziari, dovuti forse anche alla sua passione per il gioco d’azzardo, morì in povertà il 5 gennaio del 1887.

Un altro celebre scheletro vivente era Dominique Castagna, francese nato in Borgogna, a Saligny, nel 1869. La sua storia però è ben più triste di quella di Sprague.

Se Isaac poteva, nella sfortuna, almeno vantare un volto di bell’aspetto, Dominique aveva una faccia che pochi avrebbero definito attraente: il naso schiacciato e gli occhi bulbosi e sporgenti davano al suo viso un aspetto contorto e innaturale. All’età di due anni il suo corpo smise di svilupparsi normalmente, e da bambino crebbe emaciato e pallido. A dodici anni Castagna era alto 1 metro e 40 e pesava 22 chili: i concittadini lo evitavano per il suo aspetto macilento che scambiavano per qualche malattia mortale o contagiosa, e a sua volta lui imparò ad evitare la gente, vivendo secluso in casa, solitario ed introverso.

La storia racconta che Castagna, una volta adulto, trovò un lavoro d’ufficio a Monaco, l’unico impiego che il suo corpo fragile gli permetteva di assumere. Si dice che un suo collega che lavorava nello stesso ufficio, un certo Cruzel, lo convinse a tentare la strada del sideshow, e Dominique si decise a vincere una volta per tutte la sua timidezza: salì per la prima volta sul palcoscenico nel 1896 a Marsiglia. Ebbe un immediato successo.

Così Castagna e Cruzel divennero soci. Cruzel, in qualità di suo manager, gestiva gli ingaggi e fu lui ad inventare il nome d’arte vincente per Castagna: The Mummy, la mummia. Negli anni che seguirono fra i due nacque e si cementò un’amicizia vera, forse l’unica che Dominique avesse mai avuto. Per la prima volta in vita sua c’era qualcuno che non si mostrava disgustato dal suo aspetto, che non lo giudicava ma che anzi condivideva con lui la faticosa vita nomade e lo sosteneva con affetto nelle difficili esibizioni, quando Dominique era costretto a sopportare gli sguardi del pubblico, da solo sul palco.

Ma tutto ha una fine. Cruzel si innamorò di una donna; possiamo soltanto immaginare quanto questa novità possa aver riempito di angoscia e dolore Castagna, all’idea di rimanere ancora una volta da solo. Le sue paure, infine, si concretizzarono: Cruzel lasciò lo show business e si sposò.
Dominique Castagna decise che non voleva sopportare oltre una vita di solitudine, e si sparò nel 1905 in una camera d’hotel a Liegi, in Belgio.