R.I.P. Leonard Cohen

Aveva visto il futuro. Aveva conosciuto la tenebra e la luce. Aveva sempre osservato il mondo senza sconti, con una sincerità talvolta crudele perfino con se stesso, non esitando a farci parte dei suoi fallimenti. Aveva anche compreso come siano proprio quelle ferite che portiamo dentro di noi, a permettere la bellezza.
Negli ultimi tempi, dava l’idea di un uomo che si preparava alla morte spogliandosi delle sue maschere, ad una ad una.
È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. Sappi che ti sono così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia.” Così scriveva pochi mesi fa a Marianne Ihlen, la musa che aveva l’ispirato  e che si trovava in quei giorni sul letto di morte.

Il percorso di Leonard Cohen è stato tormentato, in perenne precario equilibrio fra i due estremi dello spettro dell’esperienza: vizio ed estasi, depressione e misticismo, eccessi e frugalità, cinismo e romanticismo.
Eppure sarebbe vano cercare di rintracciare nelle sue parole una qualsiasi indulgenza o presunzione. Guardatevi una sua qualsiasi intervista, e vedrete una modestia quasi imbarazzata (la sua leggendaria insicurezza gli diede in effetti non pochi problemi con le esibizioni dal vivo), e la gentilezza di chi è consapevole della pena di essere vivi.

Era questo il fulcro delle sue poesie, e della sua musica. La qualità liturgica di molti suoi testi era forse per lui il registro più naturale per affrontare il problema della sofferenza, ma non esitava a contaminarla con elementi profani. In effetti la sua è sempre stata una ricerca sintetica, un tentativo di conciliare gli opposti che aveva vissuto: e si traduceva anche in un paziente lavoro di condensamento sulla parola (cinque anni per scrivere Hallelujah, dieci per Anthem). Lo scopo era giungere il più possibile vicino alla perfezione della semplicità.
Arrivare a versi come questo, capace di riassumere in un breve tocco l’idea più autentica di amore: “Tu va’ per la tua strada / me ne andrò anch’io per la tua“.

Questa necessità di trascendenza aveva portato il “piccolo ebreo” innamorato della Cabala a sperimentare diversi sentieri spirituali, fino a rinchiudersi in un monastero Zen — e non da “turista”, ci rimase sei anni. Salvo comprendere infine, come confessava nell’ultimo singolo pubblicato, che i suoi demoni erano sempre stati vergognosamente borghesi e noiosi.

Già, quell’ultimo gioiello nero, You Want It Darker; una sorta di testamento o di preparazione alla fine.
Un cupo dialogo tra l’uomo-Cohen, l’Uomo di ogni epoca e latitudine, e un Dio con cui è impossibile il vero compromesso (“Se tu sei il banco, abbandono il gioco / Se tu sei il guaritore, allora io sono debole e spezzato / Se tua è la gloria, a me lasci la vergogna“); un Dio che si rifiuta di tendere la sua mano verso l’uomo, lasciandolo perduto nell’inferno che gli è stato preparato (“un milione di candele accese per un aiuto che non è mai arrivato“).
Un Dio freddo ed enigmatico dal cui mistero scaturisce perfino il Male, tanto che tutto l’orrore sembra nascere dal Suo ordine imperscrutabile: se Dio vuole questa Terra un po’ più oscura, noi uomini, pronti, “soffochiamo la fiamma“.
Ed è in questo desolante affresco che, come un fiato finale, come un’estrema preghiera, arriva quello straziante hineni. “Eccomi“, la parola pronunciata da Abramo mentre si accingeva a sacrificare suo figlio per conto del Signore.
Sono pronto“, sussurra Leonard.

Forse era davvero, finalmente, pronto.

Le lanterne dei morti

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In alcuni cimiteri medievali della Francia centro-occidentale si ergono delle strane costruzioni in muratura, di altezza variabile, simili a piccole torri. Il loro interno, cavo e spoglio, era sufficientemente largo perché un uomo potesse arrampicarsi fino alla cima della struttura e accendere, al tramonto, una lanterna.
Ma a cosa servivano questi bizzarri fari? Che bisogno c’era di segnalare ai viandanti, nella notte, la presenza di un camposanto?

Le “lanterne dei morti”, costruite fra il XII e il XIII secolo, sono uno degli enigmi storici che rimangono tutt’oggi senza una spiegazione certa.

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Parte del problema deriva dal fatto che nella letteratura medievale non viene mai fatto cenno alle lampade: l’unica fonte coeva è un passo del De miraculis di Pietro il Venerabile (1092-1156). In uno dei suoi resoconti di eventi miracolosi, il celebre abate di Cluny menziona la lanterna di Charlieu, che aveva certamente visto nei suoi viaggi in Aquitania:

C’è, al centro del cimitero, una struttura in pietra, al culmine della quale si trova un posto che può ospitare una lampada, la cui luce rischiara tutte le notti questo sacro luogo, in segno di rispetto per i fedeli che vi riposano. Ci sono anche alcuni scalini per i quali si accede a una piattaforma il cui spazio è sufficiente per due o tre uomini seduti o in piedi.

Questa scarna descrizione è l’unica risalente al XII secolo, cioè l’esatto periodo in cui la maggior parte di queste lanterne dovrebbe essere stata edificata. Di per sé questo brano racconta ben poco, quindi, almeno a prima vista: ma torneremo più tardi sul passo e sulle sorprese che potrebbe nascondere.
Dato il silenzio letterario che circonda gli edifici, come c’era da aspettarsi è sorto negli anni un florilegio di improbabili congetture, che più che spiegare alcunché moltiplicano i presunti “misteri” — dagli studi sulla disposizione geografica delle torri, che rivelerebbe esoteriche geometrie nascoste, alla decifrazione delle correlazioni numerologiche, ad esempio fra le 11 colonne del fusto della lanterna di Fenioux e le 13 colonnette del fanale… e via dicendo. (Per inciso, queste speculazioni a briglia sciolta ricordano la classica escalation brillantemente esemplificata da Mariano Tomatis nel suo mini-documentario L’ombra di Poussin).

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Invece il dibattito “serio” fra gli storici, nato nella seconda metà dell’Ottocento, vede affermarsi inizialmente due teorie, entrambe fragili a un’analisi più moderna: da una parte l’idea che queste torri abbiano derivazioni celtiche (proposta da Viollet-Le-Duc che le associava ai menhir), e dall’altra l’ipotesi che siano nate da un’influenza orientale. Che il ricordo dei minareti visti durante le crociate, o della torcia che si racconta bruciasse sulla tomba del Saladino, abbiano veramente a che fare con le lampade dei morti è una tesi ormai scartata dagli storici.

Senza ricorrere a letture esotiche o esoteriche, è possibile dunque azzardare un’interpretazione del significato e dello scopo delle lanterne partendo dalla cultura medievale di cui sono espressione?
A questo fine, la storica Cécile Treffort ha analizzato la polisemia della luce nella tradizione cristiana, e le sue correlazioni con i ceri della Candelora, o Pasquali, e con la lanterna (Les lanternes des morts: une lumière protectrice?, Cahiers de recherches médiévales, n.8, 2001).

Fin dai primi versi della Genesi, la lux divina si contrappone alle tenebre, ed è simbolo della sapienza che porta a Dio: i fedeli devono mantenersi lontano dall’oscurità e seguire la luce del Signore che, non a caso, li attende anche dopo la morte in un aldilà splendente e pervaso da una lux perpetua, Regno dei Cieli in cui le profezie dicono che il sole non tramonterà mai più. Anche Cristo, peraltro, afferma “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
L’assenza della luce, di contro, sancisce il dominio dei demoni, delle tentazioni, degli spiriti malvagi — è il regno di chi un tempo portava la fiamma, ma è stato destituito (Lucifero).

In epoca medievale erano diffuse storie di apparizioni demoniache e di pericolosi revenant ambientate all’interno dei cimiteri, e probabilmente accendere una lanterna aveva innanzitutto la funzione di proteggere questo luogo dalle grinfie degli esseri inferi.

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D’altro canto, però, la simbologia della lanterna non si risolve nella sua funzione apotropaica, ma rimanda anche alla parabola delle dieci vergini contenuta nel Vangelo di Matteo: qui il tenere la fiamma accesa in attesa dello Sposo è una metafora dell’essere vigili e pronti all’arrivo del Redentore. Al Suo ritorno, si vedrà chi ha mantenuto la propria lampada accesa — e l’anima pura —, e chi ha stoltamente lasciato che si spegnesse.

La stessa regola benedettina prevedeva che nei dormitori dei conventi vi fosse sempre una candela che bruciava, perché i “figli della luce” dovevano rimanere al riparo dalle tenebre anche sul piano corporale.
Se ricordiamo dunque che la parola cimitero etimologicamente significa “dormitorio”, accendervi una lanterna poteva assolvere diversi scopi assieme. Serviva a portare la luce nel luogo intermediario per eccellenza, posto fra la chiesa e la terra profana, fra la liturgia e le tentazioni, fra la vita e la morte, confine permeabile in cui le anime potevano ancora ritornare o perdersi in preda ai demoni; serviva a proteggere corporalmente e spiritualmente i defunti; e ancora a segnalare simbolicamente l’attesa escatologica, la vigilanza nella fede.

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Rimane un ultimo interrogativo, la cui risposta può essere piuttosto sorprendente.
Il senso teologico delle lanterne dei morti, come abbiamo visto, è ricco e sfaccettato. Perché allora Pietro il Venerabile vi fa un accenno così veloce e all’apparenza quasi disinteressato?

Questa domanda apre uno spiraglio su un aspetto poco conosciuto della storia ecclesiastica: il cimitero come campo di battaglia politico.
Dal X secolo in poi la Chiesa comincia ad “appropriarsi” sempre più gelosamente dei luoghi di sepoltura, rivendicandone la gestione. Questo movimento (che anticipa e prepara l’introduzione del Purgatorio, di cui ho scritto nel mio De Profundis) ha come effetto quello di rendere l’autorità ecclesiastica arbitro indiscusso della memoria — decidendo chi aveva o non aveva il diritto di essere sepolto sotto l’egida della Santa Chiesa. La scomunica, già arma temibile per gli eretici in vita, acquisisce così il potere di maledirli anche dopo la morte. E non dimentichiamo che il cimitero, oltre a questo controllo politico, ne offre anche uno giuridico, essendo in quel periodo terra di asilo e rifugio inviolabile.

Pietro il Venerabile si trovava nel bel mezzo di uno scisma, quello dell’antipapa Anacleto, e i suoi viaggi in Aquitania avevano lo scopo di cercare di risolvere i difficili rapporti con i monasteri benedettini insorti. Le lanterne dei morti si trovavano proprio in questa regione della Francia, e vedendoli Pietro deve essere rimasto affascinato dal loro spessore simbolico. Ponevano però un problema: potevano essere viste come un’alternativa alla consacrazione del camposanto, che l’abbazia di Cluny stava promuovendo proprio in quegli anni per creare uno spazio inviolabile sotto l’esclusivo governo ecclesiastico.
Così, nel suo racconto, ecco che egli decide di piazzare la torre funebre a Charlieu — priorato fedele alla sua abbazia — senza suggerire minimamente che la paternità dell’invenzione provenisse in realtà dalla rivale Aquitania.

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Questa battaglia di copyright ante litteram ci ricorda che il cimitero, ben lungi dall’essere un semplice luogo in cui si seppellivano i defunti, era un territorio liminale politicamente strategico. Perché detenere il dominio simbolico sulla morte e sull’aldilà si è spesso storicamente rivelato più importante di qualsiasi potere temporale.

Nonostante queste schermaglie siano ormai tornate alla polvere, ancora oggi molte torri si innalzano nei cimiteri francesi. Ritte fra le tombe e le spoglie orizzontali che attendono il risveglio, prive di lanterne ormai da secoli, rimangono testimoni muti di un tempo in cui la fiamma di una lampada offriva protezione e speranza sia ai vivi che ai morti.

(Grazie, Marco!)

Il Messia Meccanico

Le mie idee religiose si limitano a questa assurda convinzione:
che Dio abbia creato l’uomo, e viceversa.
(André Glucksmann)

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Massachussetts, 1853. High Rock era una collinetta rocciosa alta 52 metri da cui si poteva godere di un bel panorama: ai suoi piedi si stendeva l’industriosa cittadina di Lynn, Massachussetts, piuttosto famosa all’epoca per la produzione di calzature e come tranquillo luogo di villeggiatura. Proprio qui, all’inizio di ottobre, un gruppo di uomini si riunì per dare inizio ad  un progetto, lungo e particolarmente delicato, che avrebbe rivoluzionato il mondo. Lo scopo della loro missione era di portare un Nuovo Messia sulla Terra. Ma non l’avrebbero pregato né invocato: l’avrebbero costruito.

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La loro guida nell’incredibile impresa era John Murray Spear, un uomo gentile, anticonvenzionale ed eccentrico. Un tempo ministro della Chiesa Universalista (che predicava la salvezza finale di tutti gli uomini, senza esclusione), si era già fatto notare per alcune prese di posizione poco ortodosse: nei suoi sermoni, infatti, parlava di diritti delle donne, di liberazione degli schiavi, di uguaglianza fra razze, di abolizione della pena di morte. Tutte opinioni poco condivise dalla folla, che nel 1844 a Portland, Maine, lo pestò a sangue a causa di un suo discorso contro lo schiavismo. Dalle prigioni, in cui portava conforto ai detenuti, alle iniziative clandestine per far passare in Canada gli schiavi fuggitivi, la vita di Spear era tutta dedicata a combattere quelle che avvertiva come ingiustizie.

Ma, nella sua battaglia contro i pregiudizi del tempo, anche Spear sentiva di aver bisogno di certezze. Fu così che egli si lasciò affascinare dalla nuova moda che stava esplodendo proprio in quel periodo: lo spiritismo. Nel 1851 lasciò la Chiesa Universalista, e divenne un medium.
Il suo scopo non era mutato. Cercava ancora di aiutare gli indifesi, e portare sollievo ai sofferenti, però questa volta non era solo: gli spiriti lo guidavano durante le sessioni di trance, ed egli viaggiava di villaggio in villaggio, “curando” gli ammalati secondo le prescrizioni che gli arrivavano dall’aldilà. I defunti che lo consigliavano non erano certo i primi venuti: si trattava nientemeno che di Emanuel Swedenborg, e soprattutto Benjamin Franklin. Spear dava pubbliche dimostrazioni dei suoi poteri medianici entrando in trance e lasciando che gli spiriti parlassero, attraverso la sua bocca, di temi che (guarda caso) lo avevano sempre interessato – politica, salute, uguaglianza. I suoi nuovi sermoni, nonostante fossero ora ammantati della veste spiritista, poco sorprendentemente ricevettero la stessa accoglienza dei primi. Il pubblico era convinto che fosse Spear a parlare, e non le anime dei famosi defunti, e la carriera del medium faticava a decollare.

In effetti, a una prima occhiata Spear potrebbe sembrare il classico ciarlatano; ma tutti coloro che lo conobbero non misero mai in dubbio la sua fede sincera nella scrittura automatica, nella trance medianica e nelle voci autorevoli che guidavano le sue azioni. Fatto sta che nel 1853 a Rochester, New York, le cose cambiarono. Spear cominciò a ricevere da un gruppo di spiriti, come al solito capitanati dal buon vecchio Ben Franklin, una serie di comunicazioni che gli svelarono quale fosse la sua vera missione.

Tramite la scrittura automatica, gli spiriti lo proclamarono rappresentante terrestre della “Banda degli Elettrizzatori”, una cerchia di anime di ampie vedute scientifiche. Nell’aldilà, infatti, esisteva un’Associazione di Beneficienza che contava nelle sue file – oltre agli Elettrizzatori – anche i Salutizzatori, gli Educatizzatori, gli Agricolturizzatori, gli Elementizzatori, i Governatizzatori; ogni gruppo avrebbe scelto il suo rappresentante nel mondo dei vivi, per far progredire e rendere finalmente divina e perfetta la società umana.

Gli Elettrizzatori cominciarono a rivelare al medium i loro piani per il futuro dell’umanità.  La commissione di fantasmi gli indicò come lanciare messaggi al mondo degli spiriti tramite una sorta di armatura ricoperta di batterie di rame e zinco: grazie a questo strumento di avanzatissima tecnologia, Spear riceveva consigli che spaziavano dalla progettazione urbanistica di vaste città circolari alla costruzione di macchine da cucire perfezionate, dai metodi per eliminare il terribile sintomo dei “peli che si rizzano sul collo” (molto nocivo, a detta degli spiriti, per la memoria) al brevetto di una barca elettrica, fino al fantascientifico programma per stabilire una rete telepatica intercontinentale.

Ma il primo, e il più importante compito, che gli Elettrizzatori affidarono al fervente spiritista era la costruzione di un Nuovo Messia, “l’ultimo dono del Cielo agli uomini”, che avrebbe infuso nuova vitalità in tutte le creature, animate e inanimate, della Terra.

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Fu così che, nell’ottobre del 1853 ad High Rock, in un capanno per gli attrezzi presso il cottage della famiglia Hutchinson (anch’essi appassionati di spiritismo), cominciò la fabbricazione dell’automa messianico. Oltre a Spear e ad alcuni suoi fedelissimi, il gruppo di costruttori includeva anche due editori di testate spiritiste e una misteriosa donna chiamata “la Maria della Nuova Legge Divina”, che secondo alcune versioni sarebbe stata, più prosaicamente, la signora Spear.

Gli Elettrizzatori inviavano a Spear ogni giorno una nuova parte di precise e dettagliate istruzioni sui materiali da usare, sulla forma che i diversi ingranaggi avrebbero dovuto avere, e su come montarli. Il gruppo lavorava alla cieca, perché non c’era un piano completo: si procedeva pezzo per pezzo alla costruzione e all’assemblaggio, “come si decora un albero di Natale”. Il fatto che Spear non avesse la benché minima preparazione scientifica o tecnica era la garanzia che i progetti degli Elettrizzatori non sarebbero stati alterati da interpretazioni fallaci – o dalla logica.

Dopo una gestazione di nove mesi, la Nuova Forza Motrice era completata e pronta per essere “vivificata”. Putroppo nessuna immagine di questo Messia elettrico è giunta fino a noi, ma si trattava certamente di una macchina impressionante, seppure bislacca:

Dal centro del tavolo si alzavano due pali metallici collegati in alto da una sbarra rotante in acciaio. La sbarra sosteneva un braccio trasversale alle cui estremità erano sospese due grosse sfere d’acciaio con dei magneti al loro interno. Sotto alle sfere appariva […] una curiosa costruzione, una specie di piattaforma ovale formata da una combinazione peculiare di magneti e metalli. Direttamente sopra a questo erano sospese alternativamente un certo numero di placche di zinco e rame, che fungevano come riserva elettrica per il cervello. Erano equipaggiate con conduttori metallici, o attrattori, che dovevano raggiungere un alto strato dell’atmosfera per ricavarne direttamente l’energia. In combinazione con queste parti principali erano assemblate varie sbarre di metallo, placche, cavi, magneti, sostanze isolanti, strani composti chimici, ecc. In alcuni punti lungo la circonferenza di queste strutture, e connesse con il centro, erano appese piccole palle d’acciaio che racchiudevano magneti. Due connessioni metalliche finivano dentro il terreno, una positiva e una negativa, corrispondenti agli arti inferiori, destro e sinistro, del corpo.

La Nuova Maria, dopo aver annunciato di essere incinta, giacque accanto alla macchina per due ore in preda alle doglie, mentre Spear, rinchiuso in un elaborato pastrano rigido costellato di gemme grezze e strisce metalliche, entrava in stato di trance profonda e creava un legame psichico “ombelicale” con l’automa. Quando il “parto” giunse al termine, Maria si alzò, impose le mani sull’automa, e il Nuovo Messia… si mosse!

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O, perlomeno, questo fu quello che vide Spear. Gli altri astanti, a dir la verità, rimasero un po’ meno impressionati: ci fu chi disse di aver notato soltanto un leggerissimo movimento nelle sfere sospese; chi raccontò di non aver visto proprio un bel nulla.
Spear annunciò alla stampa con toni entusiastici “la Nuova Forza Motrice, il Salvatore Fisico, l’Ultimo Dono del Cielo all’Uomo, la Nuova Creazione, la Grande Rivelazione Spirituale dell’Era, la Pietra Filosofale, Arte di ogni Arte, Scienza di ogni Scienza, il Nuovo Messia” – e riuscì a fare in modo che qualche testata titolasse “LA COSA SI MUOVE!”.
Peccato però che già le prime lettere ai giornali facessero notare che questo straordinario Messia non era in grado nemmeno di girare un macinino per il caffè.
Un giornalista analizzò attentamente l’intero progetto e, concedendo il beneficio del dubbio al simpatico Spear, che certamente aveva operato in buona fede, concluse che forse gli spiriti si erano presi gioco di lui. Anche se non si muoveva, concluse, il Nuovo Messia era comunque un’opera di eccellente e ammirevole artigianato.

Gli Elettrizzatori, vista la mala parata, consigliarono a Spear che forse un cambio d’aria avrebbe giovato al Messia. L’automa venne spostato a Randolph, New York, dove sarebbe riuscito a nutrirsi grazie a una “posizione elettrica migliore”. Ancora una volta, un consiglio poco preveggente: una volta a Randolph, il Messia venne alloggiato temporaneamente in un fienile; ma, nella migliore tradizione frankensteiniana, una folla inferocita fece irruzione nel rifugio e distrusse completamente il macchinario, spargendo ovunque i suoi pezzi. Alla violenta aggressione non sopravvisse nemmeno un ingranaggio.

Questa è la versione narrata dallo stesso Spear al Lynn News del 27 ottobre 1854: in realtà gli storici che hanno indagato sul caso non hanno trovato alcuna fonte che corrobori la sua dichiarazione – nessun articolo che parli della distruzione di un automa, di un’orda furibonda, nessun accenno all’accaduto nemmeno nelle lettere o nei diari privati dell’epoca. Il Messia, dunque, potrebbe essere stato – molto meno romanticamente – smontato e gettato via dopo il clamoroso insuccesso.

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Sia che abbia assistito impotente alla Passione del suo meccanismo divino, sia che abbia inventato di sana pianta l’intera leggenda della folla vendicativa, Spear comunque abbandonò ogni progetto di ingegneria redentrice. Tornò a predicare le riforme sociali che gli stavano a cuore, a combattere per i diritti delle donne, continuando contemporaneamente a tenere sedute spiritiche. Fino a quando, nel 1887, non passò egli stesso dall’altra parte dell’invisibile soglia che ci separa dal mondo ultraterreno.

I Templi dell’Umanità

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Il primo piccone colpì la roccia in una calda notte di agosto. Era una sera di sabato, nel 1978. […]
Cadde una stella nel cielo, grande e luminosa, che lasciò dietro di sé una striscia ben visibile di polvere dorata che ricadde sulla Terra.
Tutti pensarono che fosse un buon segno, e Oberto disse che in effetti indicava il momento perfetto per iniziare a scavare un Tempio, come quelli che da migliaia di anni non esistevano più. Si sarebbe fatto tutto grazie alla volontà e al lavoro delle mani…

Questo, secondo il racconto ufficiale, è l’inizio della straordinaria impresa portata avanti in gran segreto dai damanhuriani.

Damanhur è una cittadina egizia che sorge sul Delta del Nilo, e il suo nome significa “Città di Horus“, dal tempio che vi sorgeva dedicato alla divinità falco. I damanhuriani di cui stiamo parlando però non sono affatto egiziani, bensì italiani. Quell’Oberto che interpreta la stella cadente come buon auspicio è la loro guida spirituale, e (forse proprio in onore di Horus) a partire dal 1983 si farà chiamare Falco.

Gli anni ’70 in Italia vedono fiorire l’interesse per l’occulto, l’esoterismo, il paranormale, e per le medicine alternative: si comincia a parlare per la prima volta di pranoterapia, viaggi astrali (oggi si preferisce l’acronimo OBE), chakra, pietre e cristalli curativi, riflessologia, e tutta una serie di discipline mistico-meditative volte alla crescita spirituale – o, almeno, all’eliminazione delle cosiddette “energie negative”. Immaginate quanto entusiasmo potesse portare allora tutto questo colorato esotismo in un paese come il nostro, che non aveva mai potuto o voluto pensare a qualcosa di diverso dal millenario, risaputo Cattolicesimo.

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Oberto Airaudi, classe 1950, ex broker con una propria agenzia di assicurazioni, è da subito affascinato da questa nuova visione del mondo, tanto da cominciare a sviluppare le sue tecniche personali. Fonda quindi nel 1975 il Centro Horus, dove insegna e tiene seminari; nel 1977 acquista dei terreni nell’alto Canavese e fonda la prima comunità basata sulla sua concezione degli uomini come frammenti di un unico, grande specchio infranto in cui si riflette il volto di Dio. Nella città-stato di Damanhur, infatti, dovrà vigere un’assoluta uguaglianza in cui ciascuno possa contribuire alla crescita e all’evoluzione dell’intera umanità. Damanhur inoltre dovrà essere ecologica, sostenibile, avere una particolare struttura sociale, una Costituzione, perfino una propria moneta.
E un suo Tempio sotterraneo, maestoso e unico.

Così nel 1978, in piena Valchiusella, a 50 km da Torino, Falco e adepti cominciarono a scavare nel fianco della montagna – ovviamente facendo ben attenzione che la voce non si spargesse in giro, poiché non c’erano autorizzazioni né permessi urbanistici. Dopo un paio di mesi avevano completato la prima, piccola nicchia nella roccia, un luogo di ritiro e raccoglimento per meditare a contatto con la terra. Ma il programma era molto più ambizioso e complesso, e per anni i lavori continuarono mentre la comunità cresceva accogliendo nuovi membri. L’insediamento ben presto incluse boschi, aree coltivate, zone residenziali e un centinaio di abitazioni private, laboratori artistici, atelier artigianali, aziende e fattorie.

Il 3 luglio del 1992, allertati da alcune segnalazioni che parlavano di un tempio abusivo costruito nella montagna, i Carabinieri accompagnati dal Procuratore di Ivrea eseguirono l’ispezione di Damanhur. Quando infine giunsero ad esaminare la struttura ipogea, si trovarono di fronte a qualcosa di davvero incredibile.

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Corridoi, vetrate, specchi, pavimenti decorati, mosaici, pareti affrescate: i “Templi dell’Umanità”, così Airaudi li aveva chiamati, si snodavano come un labirinto a più piani nelle viscere della terra. I cinque livelli sotterranei scendevano fino a 72 metri di profondità, l’equivalente di un palazzo di venti piani. Sette sale simboliche, ispirate ad altrettante presunte “stanze interiori” dello spirito, si aprivano al visitatore lungo un percorso iniziatico-sapienziale, in un tripudio di colori e dettagli ora naif, ora barocchi, nel più puro stile New Age.

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I damanhuriani cominciarono quindi una lunga battaglia con le autorità, per cercare di revocare l’ordine di demolizione per abusivismo e nel 1996, grazie all’interessamento della Soprintendenza, il governo italiano sancì la legalizzazione del sito. Ormai però il segreto era stato rivelato, così i damanhuriani cominciarono a permettere visite controllate e limitate agli ambienti sacri. Nel 2001 il complesso di templi vinse il Guinness World Record per il tempio ipogeo più grande del mondo.

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Ma perché tenere nascosta questa opera titanica? Perché costruirla per quasi quindici anni nel più completo riserbo?

In parte propaggine del sogno hippie, l’idilliaca società di Damanhur proietta un’immagine di sé ecologica, umanistica, spirituale ma, nella realtà, potrebbe nascondere una faccia ben più cupa. Secondo l’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici, infatti, quella damanhuriana non sarebbe altro che una vera e propria setta; opinione condivisa da molti ex aderenti alla comunità, che hanno raccontato la loro esperienza di vita all’interno del gruppo in toni tutt’altro che utopistici.

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La storia delle sette ci insegna che i metodi utilizzati per controllare e plagiare gli adepti sono in verità pochi – sempre gli stessi, ricorrenti indipendentemente dalla latitudine o dalle epoche. La manipolazione avviene innanzitutto tagliando ogni ponte con l’esterno (familiari, amici, colleghi, ecc.): la setta deve bastare a se stessa, chiudersi attorno agli adepti. In questo senso vanno interpretati tutti quegli elementi che concorrono a far sentire speciali gli appartenenti al gruppo, a far loro condividere qualcosa che “gli altri, là fuori, non potranno mai capire”.

Almeno a un occhio esterno, Damanhur certamente mostra diversi tratti di questo tipo. Orgogliosamente autosufficiente, la comunità ha istituito addirittura una valuta complementare, cioè una moneta valida esclusivamente al suo interno (e che pone non pochi problemi a chi, dopo anni di lavoro retribuito in “crediti damanhuriani”, desidera fare ritorno al mondo esterno).

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Inoltre, a sottolineare la nuova identità che si assume entrando a far parte della collettività di Damanhur, ogni proselito sceglie il proprio nome, ispirandosi alla natura: un primo appellativo è mutuato da un animale o da uno spirito dei boschi, il secondo da una pianta. Così, sbirciando sul sito ufficiale, vi potete imbattere in personaggi come ad esempio Cormorano Sicomoro, avvocato, oppure Stambecco Pesco, scrittore con vari libri all’attivo e felicemente sposato con Furetto Pesca.

Oberto Airaudi, oltre ad aver operato le classiche guarigioni miracolose, ha soprattutto insegnato ai suoi accoliti delle tecniche di meditazione particolari, forgiato nuove mitologie ed elaborato una propria cosmogonia. Poco importa se a un occhio meno incline a mistici entusiasmi il tutto sembri un’accozzaglia di elementi risaputi ed eterogenei, un sincretico potpourri che senza scrupoli mescola reincarnazione, alchimia, cromoterapia, tarocchi, oracoli, Atlantide, gli Inca, i riti pagani, le correnti energetiche, i pentacoli, gli alieni… e chi più ne ha più ne metta.

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In questo senso è evidente come il Tempio dell’Umanità possa aver rappresentato un tassello fondamentale, un aggregatore eccezionale. Non soltanto i damanhuriani condividevano tra loro la stessa visione del mondo, ma erano anche esclusivi depositari del segreto di un’impresa esaltante – un lavoro non unicamente spirituale o di valore simbolico, ma concreto e tangibile.
Inoltre la costruzione degli spazi sacri sotterranei potrebbe aver contribuito ad alimentare la cosiddetta “sindrome dell’assedio”, vale a dire l’odio e la paura per i “nemici” che minacciano continuamente la setta dall’esterno. Ecco che le autorità, anche quando stavano semplicemente applicando la legge nei confronti di un’opera edilizia abusiva, potevano assumere agli occhi degli adepti il ruolo di osteggiatori ciechi alla bellezza spirituale, gretti e malvagi antagonisti degli “eletti” che invece facevano parte della comunità.

È nostra consuetudine, in queste pagine, cercare il più possibile di lasciare le conclusioni a chi legge. Risulta però difficile, con tutta la buona volontà, ignorare i segnali che arrivano dalla cronaca. Se non fosse per l’eccezionale costruzione dei Templi dell’Umanità, infatti, il copione che riguarda Damanhur sarebbe lo stesso che si ripete per quasi ogni setta: ex-membri che denunciano presunte pressioni psicologiche, manipolazioni o abusi; famigliari che lamentano la “perdita” dei propri cari nelle spire dell’organizzazione; e, in tutto questo, il guru che si sposta in elicottero, finisce indagato per evasione ed è costretto a versare un milione e centomila euro abbondanti al Fisco.

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Il controverso Oberto Airaudi, alias Falco, è morto dopo una breve malattia nel 2013. Tutto si può dire di lui, ma non che gli mancasse il dono dell’immaginazione.
Il suo progetto dei Templi dell’Umanità, infatti, non è ancora finito. La struttura esistente non rappresenta che il 10% dell’opera completa. Ma i damanhuriani stanno già pensando al futuro, e a una nuova formidabile impresa:

È importante che i rappresentanti di popoli e culture si incontrino in luoghi speciali, capaci di creare un effetto di risonanza sul pianeta. I cittadini di Damanhur, che stanno creando un nuovo popolo, si sono impegnati a costruire uno di questi “centri nervosi spirituali”, che hanno chiamato “il Tempio dei Popoli”.
In questo luogo sacro, tutti i piccoli popoli potranno incontrarsi per dare vita a un parlamento spirituale […] Come i Templi dell’Umanità, il Tempio dei Popoli sarà all’interno della terra, in un luogo di incontro di Linee Sincroniche, perché non è un edificio per impressionare gli esseri umani – come i palazzi del potere delle nazioni – ma deve essere una dimostrazione del cambiamento, della volontà e delle capacità umane alle Forze della Terra.

Le donazioni sono ovviamente ben accette e, riguardo alla possibilità di detrazione fiscale, è possibile chiedere informazioni alla responsabile. Che, lo confessiamo, porta (assieme all’avv. Cormorano Sicomoro) il nostro nome damanhuriano preferito: Otaria Palma.

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Potete fare un tour virtuale all’interno dei Templi dell’Umanità a questo indirizzo.
Il sito del CESAP (Centro Studi Abusi Psicologici) ospita una esauriente serie di articoli su Damanhur, e in rete è facile trovare informazioni riguardo alle caratteristiche settarie della comunità; se invece volete sentire la campana dei damanhuriani, potete dare un’occhiata al sito personale di Stambecco Pesco oppure dirigervi direttamente al sito ufficiale di Damanhur.

Jhator

Siamo abituati a considerare la salma di un caro estinto con estremo rispetto: nonostante la convinzione che si tratti in definitiva di un involucro vuoto, le esequie occidentali si iscrivono nella tradizione cristiana della conservazione del cadavere, in attesa della resurrezione della carne. Anche esulando dall’ambito strettamente religioso, il rispetto per la salma non cambia: addirittura la cremazione, pur disfacendo il corpo, viene principalmente intesa da noi come metodo per “salvare” il corpo dalla naturale putrefazione, o per dissolvere metaforicamente l’anima del defunto nel mondo.

In Tibet, invece, le esequie tradizionali hanno assunto dei connotati decisamente distanti dalla nostra sensibilità, ma non per questo meno stimolanti o affascinanti. La cerimonia funebre del jhator, o “funerale del cielo”, si è sviluppata a causa della mancanza, alle grandi altitudini himalayane, della vegetazione necessaria alla cremazione e dell’estrema durezza del suolo che impedisce la sepoltura vera e propria. Jhator significa letteralmente “elemosina agli uccelli”, ed infatti sono proprio questi ultimi i protagonisti della cerimonia.

Dopo alcuni giorni di canti e preghiere, il corpo del defunto viene portato all’alba nel luogo sacro destinato al funerale, sul fianco di una montagna che guarda ad est.  Il punto esatto delle esequie può essere in prossimità di templi (stupa), marcato da altari oppure da semplici lastre di pietra. Qui il corpo viene liberato dal sudario, e al sorgere del sole alcuni uomini (chiamati rogyapa, “distruttori di corpi”) cominciano a tagliare la salma secondo le indicazioni di un lama, seguendo un preciso ordine di dissezione rituale.

I primi pezzi di carne, strappati dalle ossa, vengono gettati a qualche metro di distanza, per attirare gli avvoltoi. Se questi non si avvicinano, viene eseguita una danza propiziatoria, il cui canto intriso di versi e suoni gutturali serve da richiamo per gli animali. In breve tempo alcune dozzine di uccelli sono allineati in fremente attesa. Dopo aver proceduto a rimuovere gli organi interni e a tagliare il corpo in pezzi sempre più piccoli, i rogyapa, con dei grossi martelli o con delle pietre, frantumano le ossa per mischiarle alla polpa.

Ogni brandello di carne viene dato in offerta agli avvoltoi, e niente va conservato: una volta sazi, questi enormi uccelli lasciano i rimasugli ai falchi e ai corvi più piccoli, che hanno pazientemente aspettato a debita distanza. Talvolta le carni vengono mischiate alla farina, per sottolineare come questo “pasto” sia davvero un’offerta.

Questo rito funebre, che può apparire barbaro agli occhi di un occidentale, è in realtà intriso di un profondo sentimento: quello dell’impermanenza, una delle grandi verità buddiste. Siamo soltanto di passaggio, appariamo e subito svaniamo nel nulla, in un continuo cambiamento di forma; l’accettazione di questa realtà rende la salma niente più che un guscio, utile a nutrire altri esseri viventi. Così il jhator è innanzitutto un atto rituale di generosità, ma dona anche la sensazione che il morto non sia mai veramente uscito dal ciclo naturale della vita.

In poco meno di un’ora del corpo non rimane più nulla, e i parenti si allontanano dal sacro luogo per far ritorno, più a valle, alle loro gioie e alle loro difficoltà quotidiane. Forse, per ricordare chi se ne è andato, è sufficiente lanciare uno sguardo alle vette dell’Himalaya, che brillano, immense, nel sole.

Ecco la pagina di Wikipedia (in inglese) sul jhator.

Dolore sacro

Come è noto, nella maggior parte delle tradizioni religiose il sacrificio corporale è parte integrante di specifici rituali o pratiche di ascesi o espiazione. Nelle culture più marcatamente sciamaniche o tribali il dolore sacro va spesso di pari passo con l’estasi e la trance mistica, come accade durante alcune festività in cui le ferite vengono praticate o autoinflitte dai devoti come segno di una raggiunta “immunità” alle sofferenze, garantita dalla comunione con la divinità.

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In Oriente, l’intera esistenza era vista come una serie ininterrotta di sofferenze. Questo tipo di visione pessimistica era comune nell’area indocinese, e le due soluzioni a cui si era pensato prima dell’avvento del Buddha erano le più logiche. Per sconfiggere il dolore si doveva: 1) massimizzare il piacere – da cui la tradizione tantrista, che peraltro ha diversi elementi di derivazione sciamanica ed è radicalmente differente dalla versione edulcorata che ne hanno dato in Occidente le varie trasposizioni New-Age; oppure 2) abituare l’anima alla sofferenza, in modo talmente estremo da non poterla più percepire – da cui tutte le tecniche di meditazione ascetiche induiste. La rivoluzione operata dal Buddha fu proprio quella di proporre una via di mezzo, che non indulgesse nell’attaccamento alle cose ma che non mortificasse il corpo.

Eppure, anche la visione buddhista deve fare i conti con la sofferenza: quando il Buddha Siddhārtha Gautama annunciò le Quattro Nobili Verità, che ruotano tutte attorno al concetto di dolore (Dukkha), la prima di queste recitava: “[…] la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; il dispiacere, le lamentazioni, la sofferenza, il tormento e la disperazione sono dolore; l’unirsi con ciò che è spiacevole è dolore; il separarsi da ciò che è piacevole è dolore”.

Chiaro quindi come, all’interno di una concezione simile dell’esistenza, il sottoporsi a stress fisici notevoli assuma un significato di accettazione e di “allenamento” alla vita, fino all’auspicato distacco da questa realtà fatta di illusione e dolore.

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Per quanto riguarda il cattolicesimo, il sacrificio più comune è quello di derivazione ebraica, vale a dire la vera e propria rinuncia a un beneficio o a una ricchezza come forma di contraccambio per una grazia o un favore richiesto alla divinità.

Nella tradizione cattolica, però, il corpo umano ha storicamente avuto un posto subordinato rispetto al concetto di anima. Nonostante la nuova catechesi abbia cercato di rettificare l’attitudine religiosa verso il corpo, ancora oggi per molti fedeli esiste una marcata dicotomia fra fisicità e spirito, come se la purezza dell’anima fosse minacciata costantemente dalle pulsioni animali e peccaminose del suo involucro materiale.

In questo senso nel mondo cattolico il sacrificio (da sacer+facere, rendere sacro) tenta spesso di ridare dignità al corpo disonorato; l’accanimento per il controllo degli istinti, considerati impuri, fa in questi casi sfumare i contorni dell’atto sacrificale, rendendo difficile capire se si tratti effettivamente di un atto di rinunzia al benessere fisico in nome del sacro, oppure di una vera e propria punizione.

A San Pedro Cutud, nelle Filippine, durante le celebrazioni della Settimana Santa, i credenti inscenano la Passione del Cristo in maniera fedele e realistica: il devoto che “interpreta” Gesù, in questa sorta di rappresentazione sacra, viene flagellato, coronato di spine e infine crocifisso realmente (anche se con accorgimenti che rendono il martirio non letale). Pare che Ruben Enaje, un fedele locale, sia stato crocifisso ben 21 volte fino al 2007. Rolando Del Campo, un altro devoto, ha fatto voto di essere crocifisso per 15 volte se Dio avesse voluto far superare a sua moglie una gravidanza difficoltosa.

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Chiaramente, come in tutto ciò che riguarda l’ambìto religioso, ognuno è libero di credere ciò che vuole; e di leggere, in queste manifestazioni di fede assoluta, una miopia intellettuale oppure uno strapotere della casta sacerdotale, una ricerca della spettacolarità che sconfina nel divismo, oppure al contrario una commovente espressione di modestia e di umanità. Quello che resta come dato di fatto è che il dolore trova sempre posto nella contemplazione del sacro, in quanto è, assieme alla morte, uno dei misteri essenziali a cui l’uomo ha da sempre cercato una risposta.