Delfinofilia

Art by Dr Louzou.

[…] scivolarono l’uno verso l’altra, con ammirazione reciproca, e la femmina di squalo scostava l’acqua con le pinne, e Maldoror batteva l’acqua con le braccia; e trattennero il respiro, con venerazione profonda, desiderosi entrambi di contemplare, per la prima volta, il proprio ritratto vivente. Giunti a tre metri di distanza senza il minimo sforzo, bruscamente caddero l’uno sull’altra, come due calamite, e si abbracciarono con dignità e riconoscenza, in una stretta tenera come quella di un fratello e di una sorella. I desideri carnali seguirono da vicino questa dimostrazione d’amicizia. Due cosce nervose s’incollarono strette alla viscida pelle del mostro, come due sanguisughe; e, con le braccia e le pinne avvinghiate intorno al corpo dell’oggetto amato che avvolgevano con amore, con le gole e i petti che presto non furono altro che una sola massa glauca dalle esalazioni di alghe; in mezzo alla tempesta che continuava a infuriare; al bagliore dei lampi; avendo per letto di nozze l’onda schiumeggiante, trascinati da una corrente sottomarina come in una culla, rotolando su se stessi verso le profondità ignote dell’abisso, si unirono in un accoppiamento lungo, casto e schifoso!… Finalmente avevo trovato qualcuno che mi somigliasse!… Ormai non ero più solo nella vita!… Aveva le mie stesse idee! Avevo di fronte il mio primo amore!

Ho sempre amato questa sulfurea descrizione dell’accoppiamento tra Maldoror e uno squalo, tratta dal secondo canto del capolavoro di Lautréamont.
Mi è tornata alla mente quando un’amica mi ha suggerito di dare una controllata a un certo Malcolm Brenner. Capisci subito di trovarti davanti a un tipo interessante, se la prima riga di Wikipedia lo descrive come “autore, giornalista e zoofilo“.
La passione di Malcolm, a quanto pare, sono i delfini.

Ora, la zoofilia è un argomento quanto mai delicato — provai ad affrontarlo anni fa — perché tocca corde sensibili non soltanto nell’ambito della sessualità ma anche dei diritti degli animali. Ho deciso di ritornare sul tema per raccontare due storie, molto diverse tra loro, che ritengo particolarmente rimarchevoli: riguardano entrambe degli incontri di natura sessuale tra esseri umani e delfini.
La prima è, appunto, quella di Brenner.

Per iniziare, il mio consiglio è di ritagliarvi un quarto d’ora di tempo e di guardare lo straordinario Dolphin Lover, qui sotto, che racconta la storia d’amore poco convenzionale tra Malcolm e la delfina Dolly.
Il merito del mini-documentario sta nella sensibilità con cui approccia il suo soggetto: un uomo abusato in tenera età, che è ancora visibilmente segnato da quella che è convinto essere stata una meravigliosa connessione sentimentale e spirituale con l’animale.
La visione del video di certo pone un intrigante spettro di domande: oltre alle questioni intrinseche alla zoofilia (la verosimiglianza dell’amore inter-specie, la liceità di inserire le tendenze zoofile in quadri patologici, il problema del consenso negli animali) vengono proposti alcuni punti audaci, come il parallelismo proposto da Malcolm con i matrimoni inter-razziali. “150 anni fa i neri erano considerati una subspecie degenere dell’essere umano. All’epoca il matrimonio misto veniva considerato come un crimine in molti stati, tanto quanto oggi il sesso tra specie diverse, la bestialità. Spero che in un futuro più illuminato la zoofilia non venga più vista in modo così controverso e pericoloso, proprio come oggi accade per il sesso interraziale.”

Il documentario, e il libro Wet Goddess (2009) pubblicato da Brenner, non hanno mancato di suscitare controversie. “Glorificare le interazioni sessuali umane con altre specie non è appropriato per la salute e il benessere di alcun animale. Mette a repentaglio la salute stessa del delfino e le sue coordinate di comportamento sociale“, ha dichiarato l’esperta Dr. Hertzing all’Huff Post.

Ma se pensate che la love story tra Malcolm e Dolly sia bizzarra, ce n’è almeno un’altra che la supera in stranezza. Lasciate che vi presenti Margaret Lovatt.

Margaret Lovatt. Foto: Matt Pinner/BBC

Da ragazza anche Margaret — pur non avendo inclinazioni né interessi zoofili — ha subìto le attenzioni erotiche di un delfino maschio.  E fin qui non ci sarebbe nulla di così particolare: questi mammiferi sono noti per essere sessualmente promiscui con gli addestratori e con gli altri umani che nuotano con loro. Talvolta possono diventare aggressivi nelle loro avance (dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il consenso è uno scrupolo del tutto umano).

Insomma, il fatto che un delfino abbia tentato approcci “piccanti” con Margaret è tutto fuorché inusuale. Ma il contesto in cui questo avvenne è così deliziosamente weird, e la sua storia così affascinante, che meritano di essere raccontati.

Isole Vergini, primi anni ’60.
Il dottor John C. Lilly era nel pieno delle sue ricerche (che, molti decenni più tardi, gli varranno una descrizione su Wiki immensamente più cool di quella di Brennan). Questo brillante neuroscienziato aveva già brevettatto svariati manometri, condensatori e misuratori medici; studiato l’effetto dell’altitudine sulla fisiologia del cervello; realizzato un apparecchio per visualizzare l’attività cerebrale tramite elettrodi (la stimolazione, usata ancora oggi, è chiamata “onda di Lilly”). Intrigato dalla psicanalisi, aveva anche già abbandonato le aree più convenzionali dell’investigazione scientifica per inventare le vasche di deprivazione sensoriale.


Realizzate nel 1954 e pensate inizialmente per lo studio della neurofisiologia dell’encefalo in assenza di stimoli esterni, le vasche di isolamento si erano inaspettatamente rivelate uno strumento capace di indurre uno stato alterato della coscienza, favorendo una trance profonda e introspettiva. Lilly aveva cominciato a considerarle veicoli spirtuali o psichici: “feci così tante scoperte che non osai riportare al gruppo di psichiatria perché mi avrebbero preso per pazzo. Scoprii che la vasca di isolazione era un buco nell’universo.” Da qui aveva preso avvio la seconda fase della carriera di Lilly, quella di esploratore della coscienza.

I primi anni ’60 furono anche il momento in cui John Lilly cominciò a sperimentare con l’LSD, si interessò agli alieni,  e… ai delfini.

Lo scienziato era convinto che questi mammiferi fossero estremamente intelligenti, e aveva scoperto che sembravano in grado di replicare alcuni suoni umani. Non sarebbe bello, pensava Lilly, riuscire a comunicare con i cetacei? Quali concetti illuminanti potrebbero insegnarci, con i loro enormi cervelli? Pubblicò le sue idee in Man and Dolphin (1961), che divenne subito un bestseller; nel libro prevedeva un futuro in cui i delfini avrebbero ampliato le nostre prospettive sulla storia, la filosofia e perfino la politica mondiale (auspicava l’istituzione di un Seggio di  consulenti cetacei presso le Nazioni Unite).

Il passo successivo di Lilly consistette nel farsi finanziare un progetto per insegnare ai delfini a parlare inglese.
Provò a coinvolgere la NASA e la marina militare americana — come farebbe chiunque, no? —, e ci riuscì. In questo modo Lilly fondò il Communication Research Institute, un laboratorio marino segreto sull’isola caraibica di St. Thomas.

Questo, a grandi linee, è il contesto in cui nel 1964 la nostra Margaret cominciò a lavorare con il delfino maschio Peter, uno dei tre cetacei che venivano studiati nella struttura di Lilly. Margaret si trasferì a vivere nel delfinario per tre mesi, a contatto con Peter sei giorni su sette. Qui diede all’animale lezioni di inglese, cercando per esempio di insegnargli a pronunciare “Hello Margaret”.
La M era molto difficile. […] Lavorai al suono della M e alla fine lui si rigirò per dirlo attraverso l’acqua e le bolle. Lavorò così duro per dire quella M di Margaret.
Peter però si dimostrava curioso nei riguardi di molte altre cose: “era molto, molto interessato alla mia anatomia. Se me ne stavo seduta e le mie gambe erano in acqua, si avvicinava per guardare a lungo il retro del mio ginocchio. Voleva sapere come funzionava quella cosa e io ne ero incantata.

Spendere così tanto tempo in intimità con il delfino introduce la Lovatt ai bisogni sessuali del cetaceo: “a Peter piaceva stare con me. Si strofinava sul mio ginocchio, o il mio piede, o la mia mano.” A quel punto, per non interrompere le sessioni, Margaret cominciò a soddisfare manualmente le necessità di Peter, quando insorgevano. “Glielo permettevo. Non mi dava fastidio, a meno che non diventasse troppo brutale. Era diventata una parte di quello che succedeva, come un prurito – te ne liberi, e continui. Ed è così che sembrava funzionasse. […] Da parte mia non era sessuale. Sensuale, forse. Mi sembrava che rendesse il nostro legame più intimo. Non per via dell’attività sessuale, ma per il fatto di non dover interrompere. E questo è tutto ciò che era in realtà. Io ero lì per conoscere Peter. Quello era un lato di Peter.

Con il passare dei mesi John Lilly perse gradualmente interesse per i delfini. La ricerca scientifica sugli allucinogeni, all’epoca di grande interesse per il Governo, lo impegnò sempre di più e finì per diventare un interesse più personale che professionale: come ricorda un amico, “vidi John trasformarsi da scienziato in camice bianco a hippy in piena regola.”

Icone della controcultura psichedelica: Ginsberg, Leary & Lilly.

Il laboratorio perse i finanziamenti, i delfini furono spostati in un altro acquario a Miami, e Margaret non seppe più nulla di Peter fino a qualche settimana dopo. “Ricevetti questa chiamata da John Lilly. John mi chiamò in persona per dirmelo. Disse che Peter si era suicidato.
Proprio come Dolly nel racconto di Malcolm Brenner, anche Peter aveva deciso di smettere di respirare (nei delfini la respirazione è volontaria).

Dopo più di una decade, alla fine degli anni ’70, la rivista pornografica Hustler pubblicò un articolo scandalistico su Margaret Lovatt e il suo rapporto “sessuale” con Peter, con tanto di esplicito disegno. Purtroppo, nonostante tutti i tentativi di riportare la vicenda nella cornice di quei pionieristici esperimenti, Margaret rimase sempre nell’immaginario come la donna che si accoppiava con i delfini.

È un po’ sgradevole” ha dichiarato in una intervista per il Guardian. “Il peggior esperimento del mondo, ho letto da qualche parte, saremmo stati io e Peter. Va bene, non mi importa. Ma quello non fu mai il fine, né il risultato del nostro lavoro. Quindi mi limito a ignorare il tutto.

Verso la fine della sua carriera, John Lilly si convinse che gigantesche entità cosmiche (visualizzate durante i suoi trip con l’acido) fossero responsabili di tutte le coincidenze inspiegabili.
In maniera consona, mentre stavo ultimando questo post mi è capitata una di queste coincidenze. Ho aperto il sito del New York Times e trovato questo nuovo articolo: alcuni scienziati dell’Università del Cile hanno appena pubblicato una ricerca, in cui sostengono di aver addestrato un’orca a ripetere alcune parole in inglese.

Quindi il sogno di Lilly di comunicare con i cetacei continua.
Il sogno di Brennan, al contrario, è ancora controverso, così come le associazioni di zoofili — ad esempio la tedesca ZETA (Zoophiles Engagement für Toleranz und Aufklärung, “impegno zoofilo per la tolleranza e l’illuminazione”) — che credono in un futuro senza più alcuna barriera sessuale.
Un futuro in cui si possa tranquillamente fare l’amore con un delfino senza suscitare curiosità morbose.
E senza che a nessuno venga in mente di scriverne su un blog di stranezze.

(Grazie, Fabri!)

The Dangerous Kitchen – V

Nella prima puntata di “Dangerous Kitchen” vi avevamo introdotto all’affascinante mondo del pesce fermentato, consigliandovi il surströmming. Ora però dobbiamo proprio dirvelo, è tempo che lo sappiate: il surströmming è roba da bambini… i veri uomini mangiano lo hákarl.

Antica tradizione vichinga, lo hákarl è una preparazione a base di squalo diffusa in Islanda e in Groenlandia. I due squali comunemente utilizzati a scopi alimentari sono lo squalo elefante e lo squalo della Groenlandia. I problemi però sono due: il primo è che gli squali non fanno pipì, ma espellono l’urea direttamente dalla pelle, che contiene quindi una concentrazione altissima di acido urico; il secondo è che la carne di questi squali è adattata alle bassissime temperature polari ed è piena di sostanze velenose. In particolare contiene una tossina, l’ossido di trimetilammina, che, se digerita, si scinde in trimetilammina. Qual è l’effetto della trimetilammina? La peggiore sbornia della vostra vita. A causa di questa neurotossina, i cani da slitta che si sono nutriti della carne di questo squalo non riescono più a stare in piedi.

Come fare allora per cibarsi di questi giganti marini senza finire tutti sbronzi a zonzo per la tundra ghiacciata? Ecco che ci viene in aiuto la ricetta dello hákarl. Che, preparatevi, è conosciuto anche come squalo marcio o squalo putrefatto.

Prendete la vostra tonnellata di squalo (alcuni esemplari superano i 1000 kg), togliete testa e interiora, poi con una gru o una ruspa meccanica calatelo in una fossa scavata nella sabbia sassosa; lo coprirete con pietre e sassi fino a formare una montagnetta sopra al corpo, e infine vi adagerete dei massi più grossi in modo da pressare il pesce per bene. Lasciate fermentare per un periodo che va da 6 a 12 settimane, durante le quali i fluidi dannosi, l’acido urico e gli altri prodotti putrefattivi coleranno dal corpo. Estraete quindi la carne semidecomposta e macellatela in grosse strisce che appenderete ad essiccare. (Alcuni per praticità macellano lo squalo prima di seppellirlo; oggigiorno i giovani vogliono tutto e subito).

Appeso a seccare, lo hákarl resta per diversi mesi esposto a diversi cicli naturali di congelamento e disgelo, finché non sviluppa una caratteristica crosta scura. A quel punto eliminerete la crosta, e servirete la carne tagliata a pezzettini (minuscoli, per carità) su uno stuzzicadenti, accompagnandola da un bicchierino di acquavite. Oggi potete trovarlo anche in alcuni supermercati, risparmiandovi un bel po’ di fatica.

Dobbiamo essere sinceri: lo hákarl è talmente estremo che perfino in Islanda e in Groenlandia non tutti sono disposti ad assaggiarlo. L’odore è più penetrante di quello dell’urina stantia, e il gusto aggiunge al sentore di ammoniaca anche la nauseante dolcezza della carne avariata. Alcuni recensori sottolineano che lo stesso nome “hákarl” sembra quasi un’onomatopea dei suoni gutturali che emetterà la vostra gola mentre si contorcerà nel tentativo di inghiottire il fetido pezzettino di pesce.

Ma se volete mettere alla prova il vostro animo vichingo, questo cibo tradizionale è senza dubbio il primo passo per entrare nel Valhalla… se non l’ultimo.

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Il Teatro-Balena

Ogni bambino adora pensare a Giona nel ventre del grande pesce. Così come il Barone di Münchhausen nella balena, o Pinocchio nel pescecane, dimorare per qualche tempo all’interno di uno di questi enormi animali marini è un’idea fantastica che ha ispirato artisti e scrittori di ogni epoca.

Bene, potete immaginare cosa stiamo per raccontarvi. Sì, qualcuno ha davvero vissuto all’interno di un pesce. Anzi, ci ha costruito un teatro.

Quest’uomo è Simon-Max, un tenore francese di opera buffa che visse a cavallo tra ‘800 e ‘900. Si esibiva principalmente a Parigi, ma con il successo i suoi affari si diversificarono e nel 1893 era già proprietario di un casinò a Villerville, una cittadina costiera della Bassa Normandia.

Proprio nel 1893, giunse la notizia che una balena si era spiaggiata nei dintorni della cittadina. Non era un fatto poco comune che le balene si spiaggiassero sulla costa della Normandia a causa delle basse maree, come testimonia questa cartolina dello stesso anno.

Simon-Max acquistò la balena dai pescatori, e rivendette l’olio e la carne ricavati dall’animale. Poi decise che con la pelle avrebbe fatto qualcosa di completamente inedito. Costruì un teatro-museo all’interno della pelle del cetaceo.

Le dimensioni esibite nei manifesti pubblicitari dell’epoca sono ovviamente esagerate, ma danno l’idea di cosa potessere essere il teatro. Il pubblico entrava dalla bocca della balena, assisteva allo spettacolo nella sala interna che poteva contenere quasi cento persone, e poi usciva da una porticina praticata nella coda. Questa attrazione, chiamata da tutti Théatre-Baleine, fruttò parecchio a Simon-Max e per un anno rese celebre la cittadina di Villerville. Il tenore si esibiva all’interno della balena in uno spettacolo intitolato Jonas Revue (“Giona rivisitato”), che ottenne un grosso successo.

Il Teatro-Balena fu poi trasferito al Casino di Parigi, e l’inverno seguente venne completamente distrutto in un incendio.

Münchhausen