Le sventure della Willie Dee

Mentre discendevo lungo fiumi indifferenti,
M’avvidi di non essere più in mano ai manovranti.

(A. Rimbaud, Le Bateau ivre, 1871)

Nell’ipotetico Museo del Fallimento che proponevo qualche tempo fa, la famigerata nave cacciatorpediniere USS William D. Porter (DD-579) avrebbe un posto d’onore.
Il resoconto delle sue imprese belliche è talmente tragicomico da sembrare frutto di una sceneggiatura, ma se pure alcuni aneddoti sono con tutta probabilità leggende, la nomea che l’accompagnò nei suoi quasi due anni di servizio fu purtroppo meritata.

La carriera della “Willie Dee“, com’era soprannominata la Porter, cominciò con un incarico formidabile.
Appena dopo il varo, infatti, la nave venne assegnata a una missione segretissima e di vitale importanza: scortare Franklin Delano Roosevelt attraverso l’Atlantico — infestato dai sottomarini nazisti — fino al Nord Africa, dove il Presidente avrebbe dovuto incontrare per la prima volta Stalin e Churchill. Il vertice dei Tre Grandi sarebbe passato alla storia come la conferenza di Teheran, e assieme agli incontri successivi (il più celebre dei quali tenutosi a Jalta) avrebbe contribuito a modificare l’assetto europeo post-bellico.
Eppure, proprio a causa della Willie Dee, il meeting rischiò di non accadere mai.

Le cacciatorpediniere sono navi agili e veloci, pensate appositamente per fare scudo e proteggere vascelli più grandi. La Porter dunque ricevette il 12 novembre 1943 l’ordine di raggiungere il resto della flotta che scortava la nave da guerra USS Iowa, una corazzata di 45.000 tonnellate a bordo della quale era già salito il Presidente assieme al Segretario di Stato e a una moltitudine di altissime cariche politiche e amministrative.


L’equipaggio della Willie Dee all’epoca era composto da 125 marinai, capitanati dal comandante Wilfred Walter. Ma in quei tempi di guerra, necessitando di un vasto numero di soldati, l’esercito arruolava anche ragazzi che erano ancora studenti, o che si erano sempre e soltanto occupati della fattoria di famiglia. Gran parte degli incidenti militari era causato proprio dall’inesperienza delle reclute, senza adeguato addestramento e costrette a imparare sul campo dai propri errori. La quasi totalità dell’equipaggio della Willie Dee non era mai salito su una nave prima di allora (inclusi i 16 ufficiali, di cui soltanto 4 avevano precedenti esperienze in mare), e il battesimo di fuoco di una missione top secret aumentò sicuramente la pressione psicologica nella ciurma.

Fatto sta che la Willie Dee debuttò fin dall’inizio sotto una cattiva stella. Dimenticandosi di salpare l’ancora.
Mentre il comandante Walter stava facendo manovra per uscire dal porto di Norfolk, si udì un terribile fracasso di lamiere contorte. Affacciandosi, l’equipaggio vide che l’ancora non era stata sollevata del tutto e, restando a mezz’aria sul lato della nave, aveva sventrato il parapetto del vascello ormeggiato al suo fianco, distruggendo le scialuppe di salvataggio e squarciando vari altri equipaggiamenti. La Willie Dee aveva riportato soltanto dei graffi e, dato il ritardo, il comandante Walter poté soltanto porgere delle affrettate scuse prima di salpare di gran carriera verso la Iowa, lasciando alle autorità portuali il compito di risolvere il pasticcio.
Ma non era finita lì. Durante le successive 48 ore, la Willie Dee sarebbe precipitata in un maelstrom di vergognosa incompetenza.

Dopo neanche un giorno di viaggio, proprio mentre la Iowa e le altre navi stavano entrando in una zona notoriamente infestata dagli U-boat tedeschi, una fortissima esplosione scosse le acque. Tutte le unità, convinte di essere sotto attacco, cominciarono frenetiche manovre diversive, mentre i tecnici radar in massima allerta scandagliavano i fondali alla ricerca dei sottomarini nemici.
Finché un’imbarazzata comunicazione non arrivò alla Iowa da parte del comandante Walter: la detonazione era dovuta a una delle loro cariche di profondità che era accidentalmente caduta in acqua, perché la sicura non era stata inserita in maniera corretta. Per fortuna l’esplosione era avvenuta senza danneggiare la nave.
Come se sganciare una bomba involontariamente non fosse abbastanza, le cose si fecero ancora più disperate nelle ore successive. Poco dopo infatti un’onda anomala scaraventò fuori bordo un marinaio, che non venne più ritrovato. A neanche un’ora da questa tragedia, la sala macchine della Willie Dee subì un’avaria e perse di potenza, lasciando la cacciatorpediniere ad arrancare in posizione arretrata rispetto al resto della flotta.

A questo punto, a bordo dell’Iowa il nervosismo per le gaffe della Willie Dee era palpabile. Sotto gli occhi di tutte quelle alte cariche, il Capo delle Operazioni Navali, l’Ammiraglio Ernest J. King, prese personalmente il microfono radio per redarguire il comandante Walter. Quest’ultimo, conscio che le opportunità di una missione di alto profilo come quella stavano velocemente trasformandosi in una catastrofe, promise mestamente di “migliorare la performance della nave“. E, in un certo senso, lo fece, causando il disastro definitivo.

La flotta in missione attraverso l’Oceano, pur proseguendo a tutta velocità, avrebbe impiegato più di una settimana ad arrivare a destinazione. Era dunque di cruciale importanza svolgere delle esercitazioni di guerra, in modo che gli equipaggi (come si era già visto, piuttosto inesperti) fossero preparati a un eventuale attacco a sorpresa.
Il 14 novembre, al largo delle Bermuda, il capitano della Iowa decise di dimostrare a Roosevelt e agli altri passeggeri come la sua nave fosse in grado di respingere un attacco aereo. Furono liberati dei palloni sonda come bersagli, mentre il Presidente e gli altri funzionari venivano fatti accomodare sul ponte a godersi lo spettacolo dei cannoni che li abbattevano a uno a uno.
Il comandante Walter e il suo equipaggio, a più di cinque chilometri di distanza, restavano a guardare mentre cresceva la loro voglia di partecipare all’esercitazione e riscattare la propria immagine. Quando la Iowa mancò alcuni palloni, che entrarono nel raggio di tiro della Willie Dee, Walter ordinò di fare fuoco. Allo stesso tempo, diede il via a un’esercitazione di siluri.

Sottocoperta due membri dell’equipaggio, Lawton Dawson e Tony Fazio, si assicurarono che gli inneschi fossero disattivati — altrimenti i siluri sarebbero partiti veramente — e comunicarono l’ok al ponte di comando. L’ufficiale di coperta ordinò il fuoco, e il primo “finto” torpedine venne attivato. Poi il secondo, “fuoco!“. E il terzo.
A quel punto, l’ufficiale di coperta sentì l’ultimo rumore che avrebbe voluto udire. L’inconfondibile sibilo di un vero siluro che prendeva il largo.
Comprendere appieno l’orrore che l’ufficiale deve aver provato in quel momento non è difficile, se si tiene conto di un dettaglio. La simulazione di norma richiedeva che si stabilisse come bersaglio di prova una delle navi in vista. Il bersaglio più vicino era la Iowa.

La Porter aveva appena sparato un siluro contro il Presidente degli Stati Uniti.

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A bordo della Willie Dee, scoppiò il pandemonio. Un luogotenente si avvicinò di corsa al capitano Walter, e gli chiese se avesse dato il permesso di lanciare una torpedine. La risposta non fu certo un aforisma bellico di quelli che passano alla storia: “Diamine, no, io… aaaah… io — COSA?!“.
Rimanevano due minuti scarsi prima che il siluro esplodesse sulla fiancata della Iowa, affondandola assieme alle più importanti personalità dell’America intera.
Walter ordinò immediatamente che venisse lanciato l’allarme, ma il più stretto silenzio radio era stato decretato per scongiurare il rischio di intercettazioni, vista la pericolosa posizione in cui si trovava la flotta. Così si decise di utilizzare una lampada di segnalazione.
Ma, in preda a un giustificato panico, il giovane marinaio che aveva il compito di avvertire la Iowa del tragico errore andò in confusione. Così alla nave madre cominciarono ad arrivare messaggi incomprensibili: “Un siluro sta allontandosi dalla Iowa!“; poi, poco dopo “La nostra nave sta andando indietro tutta!“.
Il tempo era agli sgoccioli e, comprendendo che con il codice Morse non ne sarebbero mai venuti fuori, il comandante Walter decise di rompere il silenzio radio. “Lion, Lion, virate a destra!” “Idetificatevi e ripetete. Dov’è il sottomarino?” “Siluro in acqua, virate a destra! Emergenza, virate a destra, Lion, virate a destra!
A quel punto il siluro era stato avvistato anche a bordo della Iowa. La nave eseguì una manovra di emergenza, aumentando la velocità e virando a dritta, mentre tutti i cannoni sparavano verso il proiettile in arrivo. Il Presidente Roosevelt chiese all’agente dei Servizi Segreti che lo accompagnava di spostare verso il parapetto la sua sedia a rotelle, così da poter vedere meglio il siluro. A quanto si racconta, il bodyguard si mise addirittura a sparare in acqua con la sua pistola, come se i suoi proiettili avessero potuto fermare il missile.
Nel frattempo sulla Willie Dee era sceso il più spettrale silenzio, mentre tutti osservavano impietriti la scena, trattenendo il fiato in attesa dell’esplosione.

Quattro minuti dopo essere stato sparato il proiettile scoppiò nell’acqua, poco distante alla Iowa, provvidenzialmente senza danneggiarla. Il Presidente annotò in seguito sul suo diario: “Lunedì scorso esercitazione d’armi. La Porter ha sparato una torpedine verso di noi per sbaglio. L’abbiamo vista — ci ha mancato di 300 metri“.

Con tutta la buona volontà, un simile incidente non poteva passare in sordina — anche perché a quel punto era forte il sospetto che nella ciurma della Willie Dee si nascondesse un infiltrato, e che il maldestro errore celasse un vero e proprio tentativo di attentato. Così la Iowa ordinò alla Porter di lasciare il convoglio e di ritornare a una base americana nelle Bermuda; a orecchie basse, Walter e il suo equipaggio fecero inversione e, una volta entrati in porto, vennero accolti da un plotone di Marines che li arrestarono in blocco. Seguirono giorni di interrogatori e indagini, e Dawson, il marinaio ventiduenne che aveva dimenticato di disinserire l’innesco del siluro, venne condannato a 14 anni di lavori forzati. Venuto a sapere della pena, fu Roosevelt in persona che si attivò per concedere la grazia al povero ragazzo.

Il resto del convoglio nel frattempo arrivò illeso in Africa e Roosevelt (nonostante un tentativo, questa volta reale, di attentato) riuscì a siglare con Churchill e Stalin i primi fra quegli accordi che, a guerra finita, avrebbero cambiato il volto dell’Europa.
La Willie Dee fu invece spedita al largo dell’Alaska, dove non avrebbe potuto arrecare danni, e divenne a poco a poco una sorta di mito marinaresco. Altri aneddoti, mai verificati, cominciarono a circolare sul conto di questa “pecora nera” della flotta statunitense, come quello del marinaio ubriaco che una sera per sbaglio sparò un colpo di cannone verso la base militare sulla costa, distruggendo le aiuole di un comandante. Ironiche leggende via via più esagerate, che la resero il perfetto capro espiatorio, la farsesca antieroina su cui sublimare ogni timore di fallimento.
L’eco delle infami gesta precedeva la Willie Dee in ogni porto, in cui invariabilmente la nave veniva salutata via radio con lo sberleffo “Non sparate! Siamo repubblicani!“.

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Finì per inabissarsi durante la battaglia di Okinawa — ingloriosamente affondata da un aereo già abbattuto, che le esplose sotto la chiglia.
E probabilmente, quel giorno, molti marinai tirarono un sospiro di sollievo. La nave americana più sfortunata della storia riposava infine sul fondo dell’oceano.

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(Grazie, Andrea!)

I neonati prematuri di Coney Island

Un tempo, sulla midway dei circhi o dei Luna Park, fra l’odore di hot dog e le grida degli imbonitori, si potevano vedere straordinarie attrazioni secondarie, dai mangiatori di fuoco alle donne barbute, dalle ballerine elettriche alle mostruosità più esotiche (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui).
Eppure, oltre al fascino che ancora esercita su di noi quest’epoca di ingenua meraviglia, c’è un’altra e meno conosciuta ragione per cui dovremmo essere grati alle vecchie fiere itineranti: fra coloro che stanno leggendo queste righe, quasi uno su dieci è vivo anche grazie ai sideshow.

Questa è la strana storia di come i Luna Park, e la caparbietà di un medico visionario, contribuirono a salvare milioni di vite umane.

Fino alla fine dell’800, i bambini nati prematuri non avevano pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza. Gli ospedali non disponevano di unità neonatali in grado di assicurare cure efficaci per il problema, dunque i prematuri venivano ridati ai genitori affinché li portassero a casa — in pratica, a morire. Con ogni evidenza, Dio aveva deciso che quei bambini non fossero destinati a sopravvivere.
Nel 1878 un celebre ostetrico parigino, il Dr. Étienne Stéphane Tarnier, visitò una mostra chiamata Jardin d’Acclimation in cui veniva esibito anche un innovativo metodo di allevamento del pollame in ambiente riscaldato da un sistema idraulico, inventato da un impiegato dello Zoo di Parigi; immediatamente, il medico pensò di applicare lo stesso sistema ai neonati prematuri e commissionò la costruzione di una scatola che permettesse di condizionare la temperatura dell’ambiente in cui il bambino si trovava.
Dopo le prime, positive sperimentazioni all’Ospedale di Maternità di Parigi, ben presto l’incubatore fu dotato di una campanella che suonava quando la temperatura si alzava troppo.
Il suo braccio destro, Pierre Budin, sviluppò ulteriormente il concetto dell’incubatore di Tarnier, studiando da una parte come isolare e proteggere i fragili neonati dalle malattie infettive, e dall’altra ricercando le modalità e le quantità corrette di alimentazione di un bimbo prematuro.

Ma nonostante i buoni risultati, la comunità medica stentava a riconoscere l’utilità degli incubatori. Si trattava principalmente di una riserva dettata dalla mentalità dell’epoca: come ricordato, riguardo i bambini prematuri l’atteggiamento era piuttosto fatalista, e la morte dei piccoli più deboli era considerata inevitabile fin dall’alba dei tempi.

Fu così che Budin si decise a spedire un suo collaboratore, il Dr. Martin Couney, all’Esposizione Mondiale di Berlino nel 1896. Couney, il vero protagonista della nostra storia, era un personaggio fuori dal comune: al di là delle sue competenze di ostetrico, aveva uno sviluppato carisma e la verve di un vero animale da palcoscenico; queste sue doti si rivelarono, come vedremo, fondamentali per la riuscita della sua missione.
Couney, al fine di creare un po’ di clamore e diffondere meglio la novità, ebbe l’idea di esporre negli incubatori dei bambini prematuri in carne ed ossa. Dimostrando una notevole faccia tosta, chiese direttamente all’Imperatrice Augusta Vittoria di poter utilizzare alcuni infanti dell’Ospedale di Carità di Berlino. Il favore gli fu accordato, visto che comunque i neonati erano destinati a morte certa.
Però nessuno dei bambini alloggiati negli incubatori morì, e l’esposizione di Couney, intitolata Kinderbrutanstalt (“vivaio di bambini”) ebbe un’eco clamorosa in tutta la città.

Il successo si ripeté a Londra l’anno seguente, all’Esibizione di Earl’s Court (Couney totalizzò 3600 visitatori al giorno), e nel 1898 all’Esposizione Trans-Mississippi ad Omaha, Nebraska. Nel 1900 tornò a Parigi, all’Esposizione Mondiale, e nel 1901 alla Pan-American a Buffalo, NY.

L'edificio costruito per gli incubatori a Buffalo.

L’edificio costruito per ospitare gli incubatori a Buffalo.

Gli incubatori all’Esposizione di Buffalo.

Negli Stati Uniti, però, c’era una resistenza ancora maggiore nell’accettare questa innovazione e implementarla negli ospedali.
C’è da sottolineare che nonostante Couney stesse esibendo un’invenzione medica, lo stand con gli incubatori veniva (con suo grande disappunto) invariabilmente relegato nelle aree destinate al divertimento invece che nella sezione scientifica.
Fu forse per questo motivo che nel 1903 Couney prese una coraggiosa decisione.

Gli americani pensavano che quella non fosse altro che una trovata da circo? Bene, allora avrebbe dato loro l’intrattenimento che volevano. Ma a pagamento.

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Couney si trasferì definitivamente a New York, e aprì una nuova attrazione al parco di divertimenti stabile di Coney Island. Per i 40 anni successivi, ogni estate, il medico esibì bambini prematuri nei suoi incubatori, al costo di entrata di un quarto di dollaro. Il pubblico affluiva numeroso per contemplare quei bambini estremamente sottopeso, gracili e indifesi, che dormivano nelle loro scatole di vetro temperate. “Mio Dio, guarda che piccolo!“, si sentiva esclamare dalla folla, mentre la gente scorreva lungo la ringhiera che la teneva separata dalla corsia di incubatori, infilati l’uno dietro all’altro.

 
Couney, per enfatizzare le dimensioni minute dei suoi neonati, cominciò a ricorrere anche a trucchi da vero e proprio imbonitore: se il bimbo non era abbastanza minuscolo, aumentava le coperte che lo avvolgevano per farlo apparire più piccolo. L’infermiera  Madame Louise Recht, al fianco di Couney fin dalle primissime esibizioni a Parigi, di tanto in tanto infilava il suo anello sul braccio dei neonati, per dimostrare quanto fossero sottili i loro polsi: peccato che l’anello fosse in realtà di dimensioni sproporzionate anche per il dito dell’infermiera.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Bambino prematuro con al polso l’anello dell’infermiera.

L’attività di Couney, che presto si allargò a contare due centri di incubazione (uno a Luna Park e uno a Dreamland), può sembrare ai nostri occhi piuttosto cinica. Eppure non era affatto così.
I bambini ospitati nelle sue attrazioni erano stati rifiutati dagli ospedali della città, e consegnati ai genitori che non avevano speranze di vederli sopravvivere; il “Doctor Incubator” prometteva alle famiglie di curarli senza alcuna spesa da parte loro, a patto di poterli esporre al pubblico. I 25 centesimi che il pubblico pagava per vedere i neonati coprivano interamente le elevate spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, garantendo addirittura un modesto margine di guadagno per Couney e i suoi collaboratori. In questo modo, i genitori avevano un’opportunità di salvare il proprio bambino senza sborsare un soldo, e Couney poteva continuare la sua opera di sensibilizzazione sull’importanza e l’efficacia del metodo.
Cosa più unica che rara nell’America di inizio secolo, Couney non faceva nemmeno distinzioni di razza, esibendo neonati di colore a fianco di neonati dalla pelle chiara. I suoi incubatori annoverarono fra i loro “ospiti” anche la figlia prematura di Couney stesso, Hildegarde, che più tardi divenne infermiera e affiancò il padre nella gestione dell’attrazione.

Infermiere con bambini alla Fiera Mondiale di Flushing, NY. Al centro la figlia di Couney, Hildegarde.

Oltre ai suoi due stabilimenti di Coney Island (uno dei quali rimase distrutto nel terribile incendio del 1911), Couney continuò a portare in tour per tutti gli Stati Uniti i suoi incubatori, da Chicago a St. Louis a San Francisco.
In quarant’anni di attività Couney trattò circa 8000 bambini e salvò almeno 6500 vite; ma la sua instancabile ostinazione nel divulgare l’incubatore ebbe effetti ben più vasti. I suoi sforzi, sul lungo termine, contribuirono all’apertura delle prime unità ospedaliere di cura intensiva neonatale, oggi presenti in tutto il mondo.

Dopo un picco di popolarità a inizio secolo, sul finire degli anni ’30 il sucesso degli incubatori di Couney cominciò a calare. Si trattava di un’attrazione ormai vecchia e risaputa.
Quando il primo reparto per bambini prematuri venne inaugurato al Cornell’s New York Hospital, nel 1943, Couney confidò a suo nipote: “la mia opera è conclusa“. Dopo 40 anni di quella che aveva sempre considerato propaganda a fin di bene, chiuse definitivamente la sua attività a Coney Island.

Martin Arthur Couney (1870–1950).

La maggior parte delle informazioni presenti in questo post provengono dallo studio più approfondito sull’argomento, ad opera del Dr. William A. Silverman (Incubator-Baby Side Shows, in Pediatrics, 1979).

(Grazie, Claudia!)

Emperor Norton

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Questa è la storia dell’unico Imperatore degli Stati Uniti d’America.

Nel 1849, un uomo di circa trent’anni sbarcò a San Francisco da un battello a vapore. Il suo passato era sconosciuto: a quanto si sapeva era inglese (o forse scozzese), di famiglia ebraica, e aveva passato la prima parte della sua vita in Sud Africa, impiegato nelle milizie di Capo di Buona Speranza. Il suo nome era Joshua Abraham Norton.

Norton era arrivato in America con un’eredità di 40.000 dollari, ben deciso a farli fruttare. In effetti il suo lavoro partì a gonfie vele: la compravendita di immobili, e le commissioni nel mercato di importazione, gli fruttarono presto un grosso capitale, e non immeritatamente. Norton era scaltro, di un’intelligenza acuta e di rimarchevole giudizio e fiuto per gli affari. A questi attributi si aggiungevano delle qualità più rare, vale a dire un’integrità morale inflessibile, e una gentilezza d’animo davvero poco comune. Nel giro di quattro anni la sua fortuna era arrivata a un quarto di milione di dollari.

Nel 1853, a causa di una carestia, la Cina arrestò l’esportazione di riso e nel giro di pochi giorni il prezzo di un chilo passò da 9 a 79 cent.
Norton, assieme ad alcuni soci, decise di provare a controllarne il mercato. Stimato per la sua lungimiranza e per i suoi proficui affari trascorsi, non ebbe difficoltà a trovare partner facoltosi (banche e altre imprese) per questa nuova avventura. Avendo saputo che la nave Glyde stava facendo rientro dal Perù, portando a bordo quasi 100 tonnellate di riso peruviano, Norton comprò l’intero carico, sicuro così di essersi garantito il monopolio sul commercio. L’operazione era ineccepibile, e tutto sembrava promettere un immenso profitto.
Quello che Norton non sapeva è che la Glyde non era l’unico cargo in arrivo dal Perù.

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Quando a sorpresa altri battelli portarono a San Francisco grosse quantità di riso, i prezzi precipitarono. Visto l’imminente pericolo, molti degli associati di Norton si ritirarono ed egli, nel giro di pochi giorni, si vide finanziariamente rovinato. Intentò una causa legale, vincendo al primo grado ma perdendo in appello alla Corte Suprema nel novembre del 1853. Poco dopo Norton fu costretto a vendere le sue proprietà nei dintorni di North Beach per ripagare i debiti, e si ritrovò sul lastrico.

Lo shock di questo disastro ebbe un terribile effetto sulla psiche di Norton. Ritiratosi nell’oscurità, nessuno seppe più nulla di lui per diversi anni. Quando finalmente fece ritorno a San Francisco nel 1857, era una persona diversa: la sua mente aveva ormai sorpassato una invisibile soglia, e viveva all’interno di una fantasia maniacale.

La sua ossessione aveva preso la forma di un’impossibile convinzione – quella di essere l’unico, legittimo Imperatore degli Stati Uniti.
Il 17 settembre del 1859 Norton spedì ai vari giornali locali una lettera di auto-proclama:

Alla perentoria richiesta e secondo il desiderio della larga maggioranza dei cittadini di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, precedentemente residente ad Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, ed ora per gli ultimi 9 anni e 10 mesi abitante di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità acquisita, ordino ai rappresentanti dei differenti Stati dell’Unione di riunirsi nel Music Hall di questa città, il primo giorno del prossimo febbraio, per modificare le esistenti leggi dell’Unione al fine di porre rimedio ai mali che affliggono questo paese, e ridare fiducia, sia in patria che all’estero, nella nostra stabilità e integrità.

NORTON I, Imperatore degli Stati Uniti.

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Ogni città ha i suoi personaggi folli ed eccentrici; ma San Francisco, lungo la sua storia, è stata la capitale e la patria di tutti i diversi, i rivoluzionari, gli artisti e i sognatori. La gente, in quella magnifica città, ha sempre dimostrato un’inedita tolleranza verso la bizzarria. Norton, nelle parole di Isobel Osbourne, “era un uomo gentile e di buon cuore, e fortunatamente si ritrovò nella città più amichevole e sentimentale del mondo, dove l’idea fu ‘lasciate che faccia l’imperatore, se vuole’. San Francisco accettò di giocare il suo gioco“.

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Fu così che il San Francisco Bulletin pubblicò il suo proclama. La gente, divertita, cominciò a seguire le sue battaglie per dissolvere il Governo, e i decreti che Norton emanava in grande quantità, ordinando di volta in volta all’Esercito, al Congresso, alle Chiese protestanti e cattoliche, di riconoscerlo come Imperatore e di piegarsi al suo scettro. Dopo i primi anni, vedendo che nessuno di questi testardi ed insubordinati organi ufficiali sembrava dargli ascolto, Norton si concentrò su altri problemi più locali, come ad esempio la pulizia delle strade; firmò addirittura un’ordinanza per fermare il dilagare del soprannome dato alla città di San Francisco:

Chiunque dopo debito avvertimento sia sentito pronunciare l’abominevole parola “Frisco”, che non ha alcuna autorevolezza linguistica né d’altra natura, sarà ritenuto colpevole di infrazione grave, e dovrà pagare al Tesoro Imperiale una multa di venticinque dollari.

Gli abitanti della città si abituarono presto alla sua figura imponente, mentre si aggirava per le strade ispezionando lo stato dei marciapiedi e delle cable cars, oppure mentre si lanciava in uno dei suoi discorsi pubblici: vestito di un’uniforme militare blu con spallette dorate (donatagli dagli ufficiali locali dell’Esercito), il cappello adornato da piume e una specie di scettro in mano per esaltare la sua regale postura, l’Imperatore era uno dei personaggi più amati della città. Sia il cappello che lo scettro, in effetti, gli erano stati offerti in dono dai suoi “sudditi”. Talvolta, quando il tempo era inclemente, Norton portava con sé anche un ombrello perché, si sa, anche gli Imperatori si bagnano, e sulla pioggia la sua regale autorità non aveva alcuna efficacia.

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I migliori ristoranti di San Francisco trovavano sempre un posto per lui, esponendo addirittura delle placche d’ottone all’ingresso che dimostravano l’eccellenza dell’esercizio “per nomina di Sua Maestà Imperiale, Imperatore Norton I degli Stati Uniti“. Oltre a questi pittoreschi sigilli imperiali, Norton cominciò a stampare anche la sua propria valuta, che gli esercizi locali accettavano senza battere ciglio (ma tutti gli avrebbero fatto credito comunque). In pochi anni quest’uomo, per quanto strambo e squattrinato, divenne talmente popolare che nessuno spettacolo teatrale debuttava senza riservargli una poltrona gratuita in balconata.

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Gran parte di questa spontanea simpatia era dovuta alla sua onestà e bontà d’animo.
Nei suoi editti, il dichiarato fine ultimo era spesso quello di risolvere i conflitti interni al paese, di creare un dialogo costruttivo, di sostituire l’amore all’odio. Proibì ad esempio qualsiasi forma di scontro fra religioni, e addirittura abolì tutti i partiti, nell’ingenuo desiderio di eliminare la lotta politica.
In un episodio divenuto leggendario, l’Imperatore si frappose fra alcuni lavoratori cinesi e la folla che voleva linciarli; chinando il capo, cominciò a recitare il Padre Nostro finché il tumulto non si acquietò.
Sempre gentile, amante dei bambini, astemio (una rarità, a quell’epoca), egli s’infiammava soltanto per le sue passioni politiche.

C’è da dire che, nonostante la sua mania, alcune idee di Norton avevano ancora l’acume che lo contraddistingueva nei suoi giorni passati. In uno dei suoi visionari decreti, ad esempio, diede istruzioni per la formazione di una Lega delle Nazioni che migliorasse la qualità della vita. Sempre senza venire ascoltato, nel 1872 propose a più riprese la costruzione di un ponte sospeso, o di un tunnel, che collegasse San Francisco ad Oakland.
La sua lungimiranza era in questi casi un po’ troppo avanti per i tempi. La Società delle Nazioni venne istituita nel 1919, il Bay Bridge nel 1936, e il tunnel della metropolitana sotto la Baia nel 1969.

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Il regno di Norton I non visse soltanto momenti pacifici. Vi furono perfino dei tentativi di detronizzarlo, come accadde con un certo D. Stellifer Moulton che nel 1865 si autoproclamò “Re Stellifer, Principe Regnante della Casa di Davide, e Guardiano del Messico”. Norton andò su tutte le furie: non era forse lui stesso della Casa di Davide, e non aveva già assunto il titolo di Protettore del Messico?
Seguì un rabbioso decreto:

Via gli usurpatori e gli impostori! Tagliategli la testa! Basta con chi cucina l’oca degli altri! Si ordina alle autorità legittime di New York di arrestare un certo Stellifer, che si atteggia a Re o Principe della Casa di David, e di spedirlo in catene a San Francisco, Cal., per essere giudicato di fronte alla Corte Imperiale di varie imputazioni di frode […].

L’Imperatore era oggetto di un tale affetto che il Municipio stesso si premurò di comprargli una nuova uniforme, quando la sua cominciò a diventare logora: eppure, un giorno, un incidente diplomatico finì per verificarsi.
Nel 1867 Norton venne arrestato da un poliziotto, con l’intento di rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico. L’arresto dell’Imperatore causò un enorme scandalo: le proteste dei cittadini e i feroci articoli di critica apparsi sui giornali spinsero il capo della polizia, Patrick Crowley, a rilasciare immediatamente Norton, e a presentare alla città le scuse formali delle forze dell’ordine: “[Norton] non ha versato alcun sangue; non ha derubato nessuno; e non ha saccheggiato alcun paese; che è più di quanto si possa dire dei suoi simili“.
Norton perdonò l’ufficiale che l’aveva arrestato, e da quel momento tutti i poliziotti della città presero l’abitudine di fare il saluto militare quando passava l’Imperatore.

La vita privata di Norton era molto semplice, a dispetto di tutto. Le sue regali stanze erano in realtà costituite da una piccola sistemazione presso un affitta-camere, in cui trovava posto la sua collezione di cappelli e di bastoni da passeggio, e un misero letto.
Profondamente interessato all’educazione, frequentava spesso la neonata Università, ed era divenuto membro del Liceo di Libera Cultura, dove sostenne dibattiti “nella maniera più intelligente e logica“.

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La sera dell’8 gennaio 1880, mentre si recava all’Accademia delle Scienze per assistere ad una conferenza, Norton si accasciò di colpo sul marciapiede. Se ne accorse immediatamente un poliziotto, che chiamò una vettura per trasportarlo in ospedale: ma nel giro di pochi minuti, il cuore di Norton si era fermato per sempre.

Il giorno dopo, in prima pagina, il San Francisco Chronicle titolò: LE ROI EST MORT. L’articolo riportava che “sul fetido marciapiede, nel buio di una notte senza luna, sotto la pioggia battente… Norton I, per grazia di Dio Imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico ha lasciato questa vita“.
Nelle sue tasche aveva cinque dollari.

Povero, talvolta sudicio e logoro, patetico e filosofo, ma sempre dalla mente nobile, si comportava con dignità nel mezzo dello squallore con un obbiettivo fisso ed invariabile, e cioè il benessere del suo popolo. Il retaggio di onore e integrità che aveva dimostrato nel suo periodo di agiatezza, non venne mai a dilapidarsi o dissiparsi, e per questo egli mantenne fino alla fine il rispetto e la benevolenza delle migliori fra le persone. Gli scherzi giocatigli furono tutti innocui, e il divertimento che talvolta egli provocava fu sempre privo dell’amaro veleno del ridicolo.

(R. E. Cowan, Norton I Emperor of the United States and Protector of Mexico, 1923)

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La storia di questo colorito personaggio ha ispirato diversi autori, fra cui Mark Twain, Robert Louis Stevenson, Charles Bukowski, Selma Lagerlöf, Neil Gaiman. La sua figura si ritrova in romanzi, fumetti, giochi di ruolo, canzoni, opere musicali e teatrali. Dal 1974, ogni anno si tiene un memoriale presso la sua tomba a Colma, vicino a San Francisco, e il 14 di febbraio si celebra l’Emperor Joshua Norton Day: una allegro simposio a base di cibo tradizionale cinese (per ricordare l’episodio eroico dello sventato linciaggio). E in questa amichevole festività cittadina non manca mai il riso, pianta che causò la drammatica rovina di Norton, ma che in fondo portò anche all’instaurazione di un favoloso e commovente Impero immaginario, durato per 21 anni.

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(Grazie, Carlo!)

Miss Bambina

Una bizzarria assolutamente americana ed oggi molto controversa è quella dei Child Beauty Pageant, ossia dei concorsi di bellezza per bambine – qualcuno di voi se ne ricorderà per via dello splendido film Little Miss Sunshine (2006).

Nati negli anni ’20 ma esplosi negli anni ’60, i concorsi per bambine e teenager di cui stiamo parlando hanno ciascuno regole leggermente diverse, ma tutti prevedono una determinata categorie di “eventi” o “numeri” di vario genere, sulla base dei quali la giuria assegnerà i premi. Proprio come in un regolare concorso, tipo Miss Italia per intenderci, ci sono quindi eventi di canto o danza, interviste con le candidate, sfilate di abbigliamento sportivo, da spiaggia, ma anche abbigliamento a tema, ad esempio in stile “western”, eccetera. Di queste bambine si giudicano qualità come il portamento, la fiducia, l’individualità, l’abilità.

Ma il tipo di evento che maggiormente colpisce l’immaginario è quello in cui le bambine debbono sfilare con l’abbigliamento “da sera”. Quello è il momento che tutti attendono, nel quale si deciderà la vera “reginetta” della serata: le bambine restano in camerino con una truccatrice professionista anche per ore. E, infine, salgono sul palco.

Messe in piega elaboratissime e pacchiane, denti finti, make-up pesantissimo, abbronzature spray, perfette manicure, abiti su misura quanto mai glamour e kitsch: gli occhi dei genitori brillano di orgoglio, ed è difficile scuotersi di dosso l’angosciante sensazione che queste bambine non siano altro che delle grottesche bamboline lanciate sulla scena proprio per il compiacimento ossessivo di mamma e papà.

Cosa può spingere due genitori a far partecipare la figlia in tenera età ad uno di questi concorsi? Certo, può essere l’ammirazione “cieca” per la propria bambina. Può essere anche che, come dichiarano molti genitori, spedirle sul palco sia un modo per educarle, per migliorare la loro autostima, per insegnare loro a parlare in pubblico… Eppure, ci deve essere qualcos’altro.

Ogni anno negli Stati Uniti si svolgono 25.000 concorsi di bellezza per bambine. Le quote di iscrizione vanno da poche centinaia  fino a svariate migliaia di dollari. I vestiti su misura da soli possono costare anche più di 5000$, senza parlare degli accessori di trucco o delle parrucchiere e le make-up artist professioniste. Visti gli altissimi costi, le bambine che partecipano a un solo concorso di bellezza praticamente non esistono: se si fa l’investimento, tocca almeno rientrare della spesa. Così, la maggioranza dei genitori accompagna le figlie da un concorso all’altro, spostandosi di stato in stato, seguendo un calendario stretto ed estenuante. Nonostante per la legge americana i concorsi di bellezza non possano essere considerati un lavoro (e non ricadano quindi nelle leggi sullo sfruttamento del lavoro minorile), per le piccole miss si tratta di un vero e proprio impegno a tempo pieno. I premi e i trofei – talvolta più alti delle vincitrici stesse! – implicano vincite in denaro, contratti con riviste fashion e sponsor, e tutta una galassia di beni di lusso come vestiti, elettronica, ecc.. È un’industria da un miliardo di dollari l’anno.

Per questo motivo la controversia riguardante questi concorsi è tutt’ora aspra. In particolare, si è molto discusso della sessualizzazione infantile messa in scena in questi eventi, soprattutto in relazione alla pedofilia. In questo strano e assurdo contesto, infatti, i genitori possono trasformare le loro figliolette di cinque anni in vere e proprie femmes fatales, con rossetti di fuoco e ciglia lunghissime, tacchi alti e abiti da sera, rendendole per così dire “sexy”. Cercando, cioè, di fare delle loro bambine proprio quello che terrorizza gli altri genitori: un oggetto del desiderio.

Francesco Lentini

Francesco Lentini nacque nel 1889 a Rosolini, in provincia di Siracusa. I suoi genitori avevano altri 11 figli, e quando rifiutarono di riconoscere Francesco, di certo non pensavano che sarebbe divenuto una celebrità mondiale con nomi d’arte del calibro di “meraviglia delle meraviglie”, “la sfida della natura”, ecc.

I Lentini avevano avuto, in realtà, 12 figli e mezzo: Francesco infatti inglobava nel suo corpo anche le vestigia di un gemello siamese parassita (cioè non completamente sviluppato). Aveva tre gambe, due apparati genitali, e un piede rudimentale formatosi sul ginocchio della terza gamba. Quindi, facendo un rapido calcolo, Francesco poteva vantare tre gambe, quattro piedi, sedici dita dei piedi, e due aree genitali funzionanti. I medici che lo esaminarono decisero che operarlo sarebbe stato rischioso, perché il gemello parassita era collegato alla spina dorsale, e la rimozione poteva risultare in una paralisi degli arti inferiori.

Dopo essere stato ripudiato dai genitori, Francesco venne cresciuto da una zia, che ad un certo punto decise di affidarlo a una clinica per persone disabili. Lì il piccolo Lentini venne a contatto con bambini ciechi, sordi e con altri problemi motori molto più gravi dei suoi, e cominciò ad accettare la sua terza gamba, che aveva odiato fino ad allora. Imparò non soltanto a camminare, ma a correre, saltare la corda, andare in bicicletta e addirittura pattinare sul ghiaccio. La sua esperienza alla casa di recupero fu decisiva nel fornirgli la motivazione per lottare e vivere, come avrebbe dichiarato più tardi.

All’età di nove anni, Lentini emigrò negli Stati Uniti, dove iniziò la sua sfolgorante carriera nei sideshow americani: prima con i Ringling Bros., poi con il circo di Barnum & Bailey, poi ancora a Coney Island, e infine con lo show di Buffalo Bill. A 30 anni ottenne la cittadinanza americana. I suoi spettacoli affascinavano il pubblico per via del suo senso dell’umorismo e della sua signorilità. Aveva inoltre uno stupefacente controllo sulla sua appendice “extra”, con cui poteva calciare una palla, oppure su cui si sedeva come se fosse uno sgabello. Le sue gambe erano tutte di lunghezza differente. “Anche con tre gambe, non ne ho manco un paio”, scherzava.

La sua personalità affascinante conquistò infine una giovane ragazza, Theresa Murray, e Lentini la sposò. Ebbero quattro figli di sana costituzione. Lentini continuò ad esibirsi fino alla morte, sopravvenuta nel 1966 (morto a 77 anni, Lentini è il più longevo uomo con tre gambe della storia). La sua carriera durò più di quarant’anni, e contribuì al successo dei maggiori circhi e sideshow d’America. Francesco era talmente rispettato per la sua affabilità che nel circuito era spesso soprannominato semplicemente “il Re”.