Visitatori dal futuro

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su #ILLUSTRATI n. 42, Visitors.

Se potessimo comunicare, attraverso il tempo, con gli umani dell’anno 8113, riusciremmo a spiegarci?
E mettiamo il caso che ogni traccia della nostra attuale civiltà fosse stata cancellata: come potremmo far comprendere a questi lontani discendenti, a questi veri e propri alieni, il nostro presente?

Nel 1936 questa domanda prese forma nella mente del Dr. Thornwell Jacobs, allora preside della Oglethorpe University in Georgia, USA. Da qui la sua decisione di realizzare un compendio di tutto il sapere umano disponibile all’epoca. Ma c’è dell’altro: pensò che sarebbe stato opportuno fornire agli uomini del futuro un vasto assortimento di oggetti significativi, che potessero dare un’idea chiara degli usi e costumi del Ventesimo secolo.
L’impresa non era affatto semplice. Pensateci: cosa includereste nel vostro museo virtuale, per sintetizzare la storia della razza umana?

Con l’aiuto di Thomas K. Peters, fotografo, produttore cinematografico e inventore, il Dr. Jacobs passò tre anni a preparare la sua raccolta di materiali. La lista degli oggetti recuperati si faceva via via sempre più impressionante; includeva alcuni elementi che oggi potrebbero stupirci ma che evidentemente ai due curatori sembrava essenziale rendere noti agli uomini del nono millennio.

C’erano 600.000 pagine di testo in microfilm, 200 libri di narrativa, disegni di tutte le maggiori invenzioni meccaniche, una lista di sport e passatempi in voga durante il secolo scorso, pellicole che mostravano eventi storici e brani audio dei discorsi di Hitler, Mussolini, Roosevelt, Stalin. E ancora: fotografie aeree delle principali città del mondo, occhiali, dentiere, protesi artificiali per le braccia o le gambe, strumenti di navigazione, semi di fiori e piante, vestiti, macchine da scrivere… fino alle birre Budweiser, la carta di alluminio, la vaselina, le calze di nylon e i giocattoli di plastica.

I due uomini si dedicarono poi a sigillare in barattoli ermetici di acciaio e vetro questa montagna di oggetti, riempiendo di azoto alcuni dei recipienti per prevenire l’ossidazione dei materiali. Infine posizionarono il loro “museo”, contenente ben sei millenni di conoscenze umane, in una cripta negli scantinati del Phoebe Hearst Memorial Hall. Non dimenticarono di collocare un marchingegno chiamato Language Integrator proprio di fronte all’ingresso: sarebbe servito a insegnare l’inglese agli storici del futuro nel caso – piuttosto probabile – che la lingua di Shakespeare non fosse più in auge.

Il 25 maggio 1940, questa stanza venne ufficialmente chiusa. Una placca, fissata sull’enorme porta a tenuta stagna, specificava che non c’erano né oro né preziosi al suo interno. La prudenza non è mai troppa.

Lo strano e inaccessibile museo esiste ancora e, se tutto va per il verso giusto, rimarrà inviolato fino all’anno 8113, data indicata anche sull’iscrizione.
Già, ma perché proprio quest’anno?
Il Dr. Jacobs aveva considerato il 1936 come punto di mezzo di un’ipotetica linea del tempo e aveva raddoppiato il periodo già passato dalla nascita del calendario egizio, vale a dire 6177 anni.

Quella della Oglethorpe University fu la prima “capsula del tempo” mai costruita. L’idea ebbe vasta risonanza e seguirono molti altri tentativi di conservare l’identità e le conoscenze umane per il futuro, seppellendo simili campionari di ricordi e conoscenze.

Gli homo sapiens saranno ancora nei paraggi nell’anno 8113? Che aspetto avranno? E saranno davvero interessati a sapere come si viveva negli anni ’40 del Ventesimo secolo?
Più che le fantascientifiche visioni del futuro (utopiche o distopiche) che le capsule del tempo suggeriscono, il loro fascino risiede in quello che ci raccontano della loro stessa epoca. Un periodo ottimista, permeato da una fiducia nel progresso non ancora incrinata dalle catastrofi della Seconda guerra mondiale, dagli olocausti e dagli orrori nucleari, un’epoca ignara delle infinite tragedie a venire. Un tempo in cui si poteva ancora credere, con entusiasmo, di suscitare almeno un po’ di ammirazione e curiosità nei nostri discendenti.

Impossibile, oggi, pensare in termini umani a un futuro così distante. Già con la tecnologia in nostro possesso stiamo mutando, come specie, in modi insospettabili fino a poco tempo fa. Già stiamo modificando il sistema, ecologico e sociale, su una scala senza precedenti.
E se nonostante tutto vogliamo proprio immaginarci un “visitatore” dell’anno 8113… non è così insensato supporre che guardando a noi, suoi lontani antenati, lo vedremmo rabbrividire.

(Grazie, Masdeca!)

Tiny Tim, il reietto trovatore

Ricorda, è meglio essere una vecchia gloria
che non essere mai stato nessuno.
(Tiny Tim)

Il fatto che un outsider come Tiny Tim sia arrivato al successo, seppure breve, è senza dubbio da imputare all’appetito per le stranezze tipico degli anni ’60, quelli dell’etica/estetica del Freak Out!, perennemente alla ricerca di un pop non allineato e dalla follia liberatoria e sovversiva.
Eppure, rispetto a molti altri weird acts dell’epoca, questo bizzarro personaggio incarnava a suo modo un’innocenza e una purezza in cui la Love Generation si rispecchiava in pieno.

Al secolo Herbert Khaury nato a New York nel 1932, Tiny Tim era un omone grande e grosso, dall’enorme naso aquilino e dai lunghi capelli disordinati. Nonostante in realtà fosse un maniaco della pulizia e non avesse passato un giorno della sua vita senza farsi una doccia, dava sempre l’impressione di una certa untuosità. Si presentava sul palcoscenico in maniera quasi imbarazzata, il volto ricoperto di uno strato di cerone bianco, e tirava fuori da un sacchetto di carta il suo fido ukulele; i suoi occhi roteavano in maniera ambigua, caricati di un’enfasi melodrammatica fuori luogo. E quando incominciava a cantare, arrivava l’ultimo shock. Da quel volto vagamente inquietante si levava un incredibile, tremolante falsetto da bambina. Come se una Shirley Temple fosse rimasta imprigionata nel corpo di un gigante.

Ad aumentare l’effetto straniante contribuiva anche la scelta dei brani eseguiti da Tiny Tim sul suo ukulele: quasi invariabilmente oscure melodie degli anni ’20 o ’30, dal sapore già antico, reinterpretati in maniera affettata e ironica.

Facile sospettare che si trattasse di un personaggio creato a tavolino, con l’intento di perturbare e al tempo stesso di suscitare una risata. E le risate di sicuro non infastidivano Tiny Tim. Ma il vero segreto di questo eccentrico artista è che non portava alcuna maschera.
Tiny Tim era sempre rimasto un bambino.

Justin Martell, autore della biografia più completa sull’artista (Eternal Troubadour: The Improbable Life of Tiny Tim, con A. Wray Mcdonald), ha avuto occasione di decifrare alcuni diari di Tiny, compilati talvolta in scrittura bustrofedica: e qui si scopre che effettivamente per poco egli evitò l’ospedale psichiatrico.
Che i tratti peculiari della sua personalità avessero o meno a che fare con qualche disturbo nello spettro autistico, come è stato ipotizzato, l’unica cosa certa è che il suo infantilismo non era una messinscena. In grado di ricordare i nomi di chiunque incontrasse, mostrava un rispetto d’altri tempi per qualsiasi interlocutore – fino a riferirsi alle sue tre mogli chiamandole invariabilmente “signorina”: Miss Vicki, Miss Jan, Miss Sue. I primi due matrimoni fallirono anche per il suo dichiarato disgusto per il sesso, alle cui tentazioni resisteva strenuamente, da fervente cristiano. Un altro elemento che fece scalpore all’epoca era proprio il candore e la schiettezza con cui Tiny Tim parlava pubblicamente della sua vita sessuale, o dell’assenza della stessa. “Ringrazio Dio che mi ha dato la capacità di guardare tranquillamente le donne nude e avere solo pensieri puri”, diceva.
A sentire lui, era stato proprio Gesù che gli aveva rivelato l’abilità di cantare in falsetto, nonostante il suo timbro di baritono naturale (che spesso utilizzava come “seconda voce”, da alternare al registro più alto). “Stavo cercando uno stile originale che non suonasse come Tony Bennett o chiunque altro. Così pregai il Signore, e mi risvegliai con questa voce acuta e verso il 1954 partecipavo già a concorsi per principianti, e vincevo”.

Il palco era evidentemente tutta la sua vita, e che il pubblico lo trovasse buffo oppure che ne apprezzasse le qualità canore era tutto sommato indifferente: a Tiny Tim interessava portare gioia. Questa era la sua ingenua idea di show business – si trattava soltanto di essere amato, e di contraccambiare l’affetto regalando un po’ di allegria.

Tiny era un avido ricercatore d’archivio della musica americana di inizio secolo, di cui possedeva una conoscenza enciclopedica. Idolatrava i classici crooner come Rudy Vallee, Bing Crosby e Russ Columbo: e in un certo senso proprio ai suoi eroi faceva il verso, quando cantava degli standard come Livin’ In The Sunlight, Lovin’ In The Moonlight o My Way. Il suo humor cartoonesco non cessava comunque mai di essere rispettoso e reverenziale.

Tiny Tim ebbe un clamoroso e inaspettato successo nel 1968 con il singolo Tiptoe Through The Tulips, che raggiunse il diciassettesimo posto della classifica annuale; l’album di debutto da cui era tratto, God Bless Tiny Tim, godette di analoga fortuna di critica e pubblico.
Di colpo proiettato verso un’implausibile fama, accettò l’anno seguente di sposare la fidanzata Victoria Budinger in diretta TV al Tonight Show di Johnny Carson, di fronte a un’audience da record di 40 milioni di spettatori.

Nel 1970 si esibì al famoso rock festival dell’Isola di Wight, dopo Joan Baez e prima di Miles Davis; con la sua versione di There’ll Always Be An England riuscì, nelle parole della stampa, a rubare la scena “senza un singolo strumento elettrico”.

Ma il trionfo non durò a lungo: Tiny Tim ritornò poco dopo alla relativa oscurità che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua carriera. Durante tutti gli anni ’80 e ’90 visse di alterne fortune, tra matrimoni falliti e difficoltà economiche, invitato sporadicamente a programmi televisivi o radiofonici, e incidendo album in cui i suoi amati brani del passato erano inframezzati a cover di successi pop contemporanei (dagli AC/DC ai Bee Gees, da Joan Jett ai Doors).

Secondo una delle leggende che circolano sul suo conto, ogni volta che faceva una telefonata chiedeva al suo interlocutore: “hai fatto partire il registratore?
E in effetti in ogni intervista Tiny sembrava sempre intento a costruire una sua personale mitologia, a sviluppare il suo ideale romantico di artista “maestro di confusione”, spiazzante, sfuggente a qualsiasi categoria. Secondo alcuni, rimase sempre “un reietto solitario inebriato dalla fama”; anche quando la fama l’aveva ormai abbandonato. L’uomo che un tempo si accompagnava con i Beatles o con Bob Dylan, invitato a tutti i compleanni delle star, a poco a poco venne dimenticato e finì a suonare per pochi spiccioli in locali di terz’ordine, e perfino nei circhi. “Finché la mia voce resiste, e c’è un Holiday Inn che mi aspetta, va tutto alla grande”.

Come performer non smise mai di esibirsi, instancabilmente impegnato in logoranti tour attraverso gli States che alla fine richiesero il dazio: malato di cuore, contro il parere del medico Tiny Tim decise di continuare a cantare di fronte ai suoi sempre meno numerosi fan. Il secondo, fatale infarto arrivò il 30 novembre 1996 sul palcoscenico di una serata di beneficenza, mentre cantava la sua hit più celebre, Tiptoe Through The Tulips.

E proprio così, “in punta di piedi”, come recitava la canzone, quest’essere eternamente romantico, idealista, di rara gentilezza lasciò il mondo, e la scena, senza grande clamore.
Il pubblico se n’era già andato, e la sala era ormai semivuota.

Luca Cableri, il cercatore di meraviglie

Luca Cableri è un uomo divorato da una sconfinata passione.
Gallerista e collezionista, studia la storia delle wunderkammer da decenni; eppure quando ne parla, i suoi occhi si illuminano ancora. Chi si ostina a voler cercare la meraviglia, lo fa anche perché rifiuta di dimenticare lo sguardo del bambino — del bambino che era, del bambino che tutti siamo stati.

La più spettacolare creazione di Luca è Theatrum Mundi, una wunderkammer atipica e originale che si trova in pieno centro storico ad Arezzo.
Appena varcata la soglia della galleria, si entra in uno spazio straniante: sotto le bellissime volte affrescate del palazzo signorile che ospita questa collezione, si possono ammirare meraviglie antiche e moderne — scheletri di dinosauri e tute spaziali, edizioni originali del Monstorum historia dell’Aldrovandi e forchette per il cannibalismo rituale, tassidermie esotiche e installazioni di design contemporaneo.

Questi accostamenti “eretici” tra oggetti di museologia classica e rimandi alla cultura pop non sono affatto arbitrari, ma seguono una filologia che vuole dar conto dell’evoluzione che il concetto stesso di meraviglia ha subìto attraverso i secoli. Se il coccodrillo imbalsamato appeso al soffitto era un tempo una vera e propria icona dello stupore (nessuna wunderkammer poteva dirsi completa senza un coccodrillo o un dente di narvalo!), il collezionista moderno non può ignorare le declinazioni attuali di meraviglia: ecco perché Theatrum Mundi propone anche reperti dell’era spaziale, o cimeli relativi alle arti più giovani, come il cinema.

Luca insegue questa sua estetica con spirito surrealista e un po’ irriverente, esponendo per esempio una maschera sciamanica di fianco a quella utilizzata nel film The Mask con Jim Carrey.

Theatrum Mundi testimonia quindi l’attualità del concetto di wunderkammer, e ha il grande merito di proporre un tentativo di svecchiamento. Con questo suo personale modo di infondere nuova vita al collezionismo di curiosità, Luca sta anche invitandoci a cercare il nostro.

A ottobre ho invitato Luca a parlare all’Accademia dell’Incanto, presso la galleria di Giano Del Bufalo; e nonostante tutte le nostre serate abbiano avuto un ottimo riscontro, il suo talk ha registrato il tutto esaurito nel giro di poche ore dall’apertura delle prenotazioni.
Visto l’interesse, ho pensato dunque di fargli qualche domanda per Bizzarro Bazar, anche a beneficio di chi non ha potuto partecipare alla sua lezione su come si “reinventa” una wunderkammer.

Ricordi com’è iniziata tua passione per le camere delle meraviglie?

Tutto è iniziato da piccolissimo, mio padre mi portava al fiume dove incominciai a raccogliere sassi e bastoncini dalle forme strane e quasi aliene; poi ci fu l’epoca delle conchiglie, e in seguito, in età adolescenziale, mi cimentai con i collage, ritagliando dalle riviste le figure più bizzarre che colpivano la mia immaginazione.
All’università scoprii il concetto di wunderkammer e ne rimasi affascinato, mi documentai parecchio, incominciai a visitare mostre e musei… e così oggi faccio il raccoglitore di meraviglie.

Credo che il tuo lavoro sulla galleria Theatrum Mundi abbia soprattutto il merito di smentire un assioma che molti danno per scontato: che il collezionismo di wunderkammer sia un sottogenere dell’antiquariato. Capita che i tuoi abbinamenti fra pezzi antichi e moderni facciano storcere il naso ai puristi?

La galleria Theatrum Mundi di Arezzo, che ho aperto con il mio socio Iacopo Briano, è stato un grande “azzardo ragionato” in un periodo di crisi non solo economica ma anche per l’antiquariato classico. Pensare di proporre meteoriti, tute spaziali, dinosauri, maschere precolombiane, sarcofagi egizi o oggetti originali del cinema è stato veramente innovativo, e quando si propone qualcosa di nuovo c’è sempre chi ti guarda con sospetto o ti critica. Tutto ciò che non si conosce o scardina la normalità all’inizio fa paura, destabilizza. Però molti antiquari classici, dopo aver storto il naso in un primo periodo, hanno incominciato ad apprezzare il nostro approccio alle wunderkammer. C’è anche l’indubbio vantaggio di poter esporre nella stessa stanza, con disinvoltura, un busto romano e la tuta originale di Batman, una maschera rituale della Nuova Guinea e un quadro d’arte contemporanea. L’importante è che gli oggetti siano messi in condizione di “parlare” tra loro.

Esiste davvero un’idea — un concetto unico, ben definito — di wunderkammer? C’è un elemento che può definire una collezione come “appartenente” a questo specifico genere di collezionismo?

L’elemento fondamentale che deve assolutamente caratterizzare la wunderkammer è ovviamente la meraviglia: gli oggetti devono essere stupefacenti, che sia per il loro aspetto, la storia o la loro funzione.
Furono i Principi e l’alta nobiltà i primi a racchiudere in una stanza tutte le curiosità dell’epoca per poter sorprendere i loro attoniti ed increduli ospiti.
Se consideriamo dunque il concetto classico di wunderkammer (nato dalle kunstkammer del Quattrocento per poi conoscere nel Sedicesimo secolo la massima espansione in tutta Europa) la caratteristica fondamentale era la presenza di quattro categorie. I naturalia erano oggetti della natura provenienti dalle Indie, dalle Americhe o dall’Africa. Pensa allo stupore degli europei di fronte al primo rinoceronte o alla giraffa. I mirabilia erano invece oggetti creati dall’uomo — pensiamo ai grandi lavori di oreficeria con cui gli artigiani creavano figure fantastiche e preziose. Con exotica si indicava tutto quello che veniva da lontano, oltre le colonne d’Ercole: i costumi dei nativi, la loro produzione artistica. E infine c’erano gli scientifica, oggetti della nuova scienza, astrolabi, mappamondi, cannocchiali, automi.
Nel XXI secolo, rimangono ancora valide queste categorie per poter parlare di stanza delle meraviglie, ma io ho voluto attualizzarle. Così includo nei naturalia anche dinosauri o fossili, nei mirabilia i prop originali dei film come la maschera di Dart Fener o la corazza del gladiatore di Russel Crowe; negli exotica, che in un mondo globalizzato come il nostro hanno perso la loro connotazione originale, trovano posto le meteoriti; e negli scientifica tutto quello che è legato alla conquista spaziale, come un pezzo di una navicella o una tuta spaziale che ha veramente viaggiato nel cosmo.
I miei sono solo degli esempi, ognuno è libero di creare la sua personale wunderkammer a seconda della sua personalità, gusto, cultura e inclinazioni collezionistiche. L’importante secondo me è non scordare le quattro categorie, altrimenti il tutto si riduce a un insieme eterogeneo di oggetti.

Nella mia esperienza, più cerchi la meraviglia, più la meraviglia ti viene incontro: le situazioni in cui ci si ritrova sono spesso paradossali o surreali. Qual è l’ultima cosa strana che ti è capitato di fare, in relazione alla tua collezione?

Anni fa comprai a Parigi un manichino-reliquario, il Niombo della statuaria Bwendè, un grande fantoccio antropomorfo fatto di tessuto e paglia. Mi piaceva la sua forma bizzarra e i tatuaggi dipinti sul busto. Inoltre aveva una storia pazzesca, si narrava che questi oggetti contenessero al loro interno i resti di un defunto sciamano che con le sue braccia faceva da tramite tra le divinità e il popolo.
Misi l’oggetto in catalogo, e qualche tempo fa mi chiamò un collezionista dal sud della Francia. Mi disse di essere interessato al Niombo ad una sola condizione: che all’interno dovevano esserci le ossa, perché altrimenti voleva dire che si trattava solo di un falso decorativo, creato apposta per i turisti creduloni degli anni cinquanta.
Presi il manichino e mi recai all’ospedale di Arezzo, in reparto radiografie. Tra la curiosità e l’ilarità generale facemmo i raggi X, incominciammo a scandagliare dai piedi per risalire alla testa senza risultato… poi all’ improvviso con grande sorpresa e stupore comparve l’agognato osso. Evviva!

Avventurarsi in questo tipo di ricerche ha, sempre per quanto mi riguarda, un ulteriore “appeal”, ed è il fattore umano. Le persone che si conoscono mentre si insegue un pezzo, un particolare oggetto. Alcuni tra i collezionisti sono eccentrici quanto le loro collezioni! Qual è la persona più curiosa che hai incontrato?

Sicuramente un collezionista americano con la passione per i minerali e i fossili. Una sera, durante una fiera mi invitò nel suo immenso ranch vicino a Tucson in Arizona e mi fece vedere la sua sterminata collezione. Rimasi strabiliato per la vastità e qualità degli oggetti, aveva praticamente tutto!
Dopo cena ci sedemmo all’aperto ad ammirare un meraviglioso cielo stellato sorseggiando una birra. A quelle latitudini, nel deserto e senza alcun inquinamento luminoso, la volta celeste sembra più vicina e più bella.
Lui ad un certo punto mi confida il suo sogno proibito: mi dice che c’è un minerale che ancora non possiede. Allora io chiedo quale sia, e lui mi indica la luna. Voleva un vero pezzo di luna. Incominciai una frenetica ricerca e trovai nell’est Europa un piccolo frammento donato da un presidente americano ad un ambasciatore… per poi scoprire a malincuore che era proibito fare commercio di materiale lunare. Allora ripiegai su uno straordinario frammento di meteore lunare per assecondare la richiesta del mio interlocutore.
Lui non si demoralizzò, anzi mi disse che negli anni seguenti avrebbe contattato degli ingeneri della Nasa in pensione, per farsi costruire un razzo privato che potesse atterrare sulla luna, prelevare un pezzetto e ritornare sulla terra!

Al di là delle diverse possibilità economiche, tutti i collezionisti che incontriamo sono così: eterni sognatori.
È per questo che spesso ricordo mio padre, che quand’ero ragazzo mi diceva: “sono curioso di sapere cosa farai da grande”… Ecco, oggi posso dire in tutta franchezza che sono orgoglioso di essere un “wunderkammerista”, un cercatore dell’impossibile e del meraviglioso!

Ecco il sito ufficiale di Theatrum Mundi.

Sogni di pietra

La pietra ci appare immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi.
Al di là del tempo, ha sempre rimandato all’idea della creazione.
Incastonate, inaccessibili, racchiuse nello scrigno naturale della roccia, restano in attesa d’essere scoperte quelle anomalie che abbiamo chiamato tesori: minerali dalla forma inaudita, dai colori inaspettati, dalla trasparenza ultraterrena.
Può accadere che, nel rompere la pietra, si scoprano disegni che sembrano opera ragionata. Vi si possono scorgere panorami, figure umane, città, piante, scogliere, flutti marini.

Chi ha nascosto dentro alla roccia queste fantasie? Una mano divina? O si tratta forse di visioni e paesaggi sognati dalla pietra stessa, e rimasti incisi nel suo cuore?

Se nel Medioevo i disegni all’interno della pietra erano probabilmente ritenuti una prova dell’esistenza dell’anima mundi, già all’inizio dell’epoca moderna erano stati declassati al rango di semplici curiosità.
I naturalisti del XVI e XVII secolo, nelle loro wunderkammer e nei volumi dedicati alle meraviglie del mondo, catalogavano le figure scoperte nella pietra fra gli scherzi della Natura (lusus naturæ). Ricorda infatti Roger Caillois (La scrittura delle pietre, Marietti, 1986):

I dotti, tra gli altri Aldrovandi e Kircher, suddividono queste meraviglie in generi e specie secondo l’immagine che riescono a leggervi: mori, vescovi, gamberi oppure corsi d’acqua, visi, piante, cani o anche pesci, testuggini, draghi, teste da morto, crocifissi, tutto quello che una fervida immaginazione si è compiaciuta di riconoscere e identificare. Non esiste in realtà né essere, né oggetto, né mostro, né monumento, né evento né spettacolo della natura, della storia, della favola o del sogno, nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre.

È curioso notare, per inciso, come proprio questi “scherzi” siano stati più volte tirati in ballo nel lungo dibattito sul mistero dei fossili. Già Leonardo Da Vinci aveva intuito che le creature marine trovate pietrificate sulle cime dei monti erano avanzi di organismi viventi, ma nei secoli successivi si preferì invece pensare che i fossili non fossero altro che capricci della natura: se la pietra era capace di imitare una città, poteva benissimo creare dei simulacri di conchiglie o di esseri viventi. Solo alla metà del Settecento i fossili non vennero più considerati lusus naturæ.

Tra tutti i tipi di pierre à images (“pietre da immagini”), ce n’era una in cui il miracolo si ripeteva più spesso. Uno specifico tipo di marmo, che si estraeva nei dintorni di Firenze, era chiamato “pietra paesina” proprio perché non era raro ritrovare al suo interno delle venature che ricordavano dei paesaggi o perfino dei profili di città distrutte. Forse proprio la localizzazione toscana delle cave di paesina contribuì allo sviluppo, alla corte dei Medici, della prima vera scuola di pittura su supporto lapideo; altre botteghe specializzate in questo genere minore sorsero a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi.

 

Oltre alla pietra paesina, che era perfetta per evocare paesaggi marini o desolazioni rupestri, erano anche molto usati l’alabastro (per suggestioni celestiali e angeliche) e la pietra di paragone, o lavagna, sfruttata per vedute notturne o per rappresentare l’incendio di una città.

Il tutto partiva, forse, dalle prove di olio su pietra di Sebastiano del Piombo, che avevano l’intento di rendere la pittura altrettanto durevole della scultura; ma i colori in realtà non resistevano per molto tempo sull’ardesia levigata, con buona pace della pretesa eternità di questo metodo. Sebastiano del Piombo, interessato a un tipo di ricerca “alta”e formalmente austera, abbandonò la tecnica, che ebbe invece un inaspettato successo nell’ambito delle bizzarrie dipinte — grazie anche al “gusto per la rarità, l’artificiosa bizzarria, ovvero per quell’ambiguo gioco allo scambio dei ruoli tra arte e natura che fu apprezzato in sommo grado sia dal Manierismo cinquecentesco che dall’età barocca” (A. Pinelli su Repubblica, 22 gennaio 2001).

Così molti pittori, anche insigni (Jacques Stella, Stefano della Bella, Alessandro Turchi detto l’Orbetto, Cornelis van Poelemburgh), iniziarono a sfruttare le venature della pietra per costruire vere e proprie stranezze pittoriche in bilico fra naturalia e artificialia.

Lasciandosi ispirare dallo scenario offerto dalla lastra di marmo, vi aggiungevano figure umane, imbarcazioni, alberi e altri dettagli. Talvolta bastava poco: era sufficiente un balconcino, la sagoma di una porta o di una finestra, ed ecco che il disegno di una città guadagnava un immediato realismo.

Johann König, Matieu Dubus, Antonio Carracci e altri utilizzano in tal modo gli ornamenti a nastro e la profondità luminosa dell’agata, le volute e le sinuosità dell’alabastro. Nei soggetti devoti, il pittore trae dalle sfumature profonde e traslucide il mistero di un chiarore lattiginoso e sovrannaturale oppure, se vuole rappresentare il paesaggio del Mar Rosso, deve solo popolare di vittime spaventate i vortici della terribile ondata già suggerita dalle venature della pietra.

Particolarmente versato questo eccentrico genere di opere, che fra il Cinquecento e il Settecento divennero il fulcro di un importante commercio, fu Filippo Napoletano.
Nel 1619 il pittore donò a Cosimo II de’ Medici sette storie di Santi dipinte su “pietra lustra detta alberese”, e alcune delle sue opere sono ancora oggi impressionanti per la modernità della composizione e la vivida forza espressiva.
Rimane straordinaria, per esempio, la figurazione delle Tentazioni di Sant’Antonio, “piccolo capolavoro [in cui] l’intervento dell’artista è ridotto al minimo, tutto il dramma spirituale del santo echeggia nella malinconia del paesaggio dai toni danteschi” (P. Gaglianò su ExibArt, 11 dicembre 2000).

Il fascino di una pietra che “imita” la realtà, regalando l’illusione di un teatro segreto, è ancora oggi inalterato, come spiega elegantemente Caillois:

Tali simulacri, da molto tempo nascosti all’interno, appaiono quando le pietre vengono spaccate e ripulite. Sembrano rievocare ad una fantasia compiacente modelli in miniatura e immortali degli esseri e delle cose. Certamente solo il caso è all’origine del prodigio. Tutte le somiglianze sono del resto approssimative, incerte, talvolta lontane dal vero, decisamente arbitrarie. Non appena intuite, diventano però subito tiranniche o offrono più di quanto avevano promesso. Colui che le sa osservare vi scopre senza sosta nuovi dettagli che completano la presunta analogia. Immagini di questo tipo miniaturizzano a beneficio dell’interessato ogni oggetto del mondo, gliene riproducono per sempre una copia, che egli tiene nel cavo della mano, che può collocare a suo piacimento o chiudere in una vetrina. […] Chi possiede una simile meraviglia, prodotta, estratta e capitata nelle sue mani per uno straordinario insieme di casi, immagina volentieri che essa non sarebbe potuta giungere fino a lui senza lo speciale intervento del destino.

Immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi: è appropriato forse che la pietra, quando sogna, finisca per dare alla luce proprio questi paesaggi astratti e metafisici, di una bellezza aliena come quella della roccia stessa.

Diverse opere appartenenti alle collezioni Medicee sono visibili in un meraviglioso e poco noto museo di Firenze, quello dell’Opificio delle Pietre Dure.
La migliore raccolta fotografica sul tema è il catalogo
Bizzarrie di pietre dipinte (2000), a cura di M. Chiarini e C. Acidini Luchinat.

L’abominevole vizio

Tra le curiosità bibliografiche che ho collezionato negli anni, c’è anche un volumetto intitolato L’amico discreto. Si tratta dell’edizione italiana del 1862 di The silent friend (1847) di R. e L. Perry; oltre a 100 belle tavole anatomiche fuori testo, il libro esibisce anche un sottotitolo impagabile: Osservazioni sull’Onanismo ed i suoi funesti risultati, come L’Incapacità e l’Impotenza intellettuale e fisica.

Anche soltanto scorrendo l’indice, si comprende come la masturbazione fosse indicata dagli autori come causa principe delle malattie più disparate: si va dall’indigestione alla “malinconia ipocondriaca“, dalla sordità alla “curvatura della verga“, dal colorito pallido all’impossibilità di camminare, in un crescendo di sintomi sempre più terribili che spianano la via per l’inevitabile decorso finale — la morte.
Pagina dopo pagina, il lettore viene edotto su come l’onanismo provochi simili danni, nello specifico perché causa una

irritazione del sistema nervoso [che] produce, prima che l’età matura succeda alla gioventù, tutte le infermità della vecchiezza, effettuando ne’ suoi effetti terribili un concorso tale d’irritazione malaticcia che espone il corpo ad una eccitazione immensa e difficile a sopportare.

Ma questo non è che l’inizio: il male maggiore è quello arrecato allo spirito, perché la costante stimolazione nervosa

che mette l’uomo in uno stato d’angoscia e di miseria per tutto il resto della sua vita, e che sarebbe difficile a descrivere, fa sì che vegeti ma non viva: […] conduce l’uomo alla degradazione graduale e fatale di se stesso ed alla violazione dei diritti che la natura ha saggiamente istituiti per la conservazione della specie […] ad onta di tutte le leggi morali e religiose: di tal modo l’uomo che nella sua adolescenza era dotato d’uno spirito vivo e sociabile, diventa misantropo prima che sia giunto all’età di venti anni. Quanto devono essere deboli i sentimenti morali di colui che non si sente abbastanza forte per arrestarsi sull’orlo d’un sì terribile precipizio! […] Non è forse nulla d’accendere la tetra fiaccola che conduce a passi lenti e tristi al sepolcro della virilità, nel fiore della gioventù, lorché la sacra fiamma del genio, dei sentimenti e delle passioni dovrebbero invece animare tutto il sistema?

Trattandosi di un volume di anatomia e fisiologia, l’enfasi e il vocabolario evocativo (più vicino a quello di uno scadente poetucolo che alla terminologia scientifica) sembrano stranamente fuori posto — e possiamo sorridere nel leggere simili assurde teorie; eppure L’amico discreto non è che uno dei tanti esempi ottocenteschi di testi che demonizzavano la masturbazione, popolari e diffusissimi fin da quando nel 1712 un anonimo sacerdote aveva dato alle stampe un volume intitolato Onania, seguito nel 1760 da L’Onanisme del medico svizzero Samuel-Auguste Tissot, che divenne in breve tempo un best-seller del suo tempo.
Ora, se i medici reagivano in maniera tanto dura alla masturbazione maschile, vi lascio immaginare come fosse vista quella femminile.

Qui la repulsione per un atto già in sé considerato aberrante si arricchiva di tutti le ancestrali paure che da sempre avevano riguardato la sessualità della donna. Dall’antica vagina dentata (di cui ho già scritto), alla descrizione platonica dell’utero (hystera) come animale aggressivo che vaga nell’addome della femmina, passando per i dettami teologici biblico-cristiani, la medicina aveva ereditato una visione cupa e fortemente misogina: la sessualità femminile, vero e proprio rimosso, era avvertita come pericolosa e ingovernabile.
Un altro dei testi nella mia libreria è l’analogo femminile dell’Onania di Tissot: opera di J.D.T. de Bienville, La Ninfomania ovvero il Furore Uterino fu originariamente pubblicato in Francia nel 1771.
Copio un paio di passaggi, che mostrano toni molto simili a quelli degli estratti precedenti:

Si vedono ancora certe sviate fanciulle, che per lungo tratto di tempo hanno condotta una vita voluttuosa, attaccate improvvisamente da questo morbo; e ciò accade allorché uno sforzato ritiro le tien lontane dalle occasioni, che favorivano la rea e fatale loro inclinazione. […] Tutte, in somma, dopo che sono invase da tal morbo, si occupano con egual forza, e vivacità perpetuamente in oggetti, che possono accendere nella loro passione la fiamma infernale del piacer lubrico […], si trattengono nella lettura di lubrici Romanzi, che incominciano a disporre il cuore a teneri sentimenti, e terminano con ispirare la più grossolana, e turpe incontinenza. […] Le femmine che dopo aver inoltrati i primi passi in questo orrido laberinto, non hanno forza di tornare indietro, cadono insensibilmente, quasi senza avvedersene, in eccessi, i quali dopo aver corrotta, e danneggiata la loro buona fama, terminano col privarle della vita.

Il libro continua descrivendo il delirio in cui cadono le ninfomani, che si avventano come furie sugli uomini (evidentemente tutti casti e puri) lasciando “appena tempo di fuggir loro dalle mani“.
Certo, il testo è settecentesco. Ma le cose non migliorarono nel secolo successivo: è proprio nell’Ottocento che il malcelato desiderio di reprimere la sessualità femminile trovò una delle sue più crudeli attuazioni, nella moda della cosiddetta “estirpazione”.

Sotto questo eufemismo si indicava la pratica della clitoridectomia, l’asportazione chirurgica del clitoride.
Tutti sanno che le mutilazioni genitali femminili continuano ad essere una realtà in diversi paesi del mondo, e sono al centro di numerose campagne internazionali volte a promuovere l’abbandono della pratica.
Risulta forse più difficile credere che, lungi dall’essere tradizione esclusivamente tribale, essa fosse diffusa sia in Europa che in America nel quadro della medicina occidentale moderna.
La clitoridectomia, operazione tanto semplice quanto micidiale, si basava sull’idea che la masturbazione femminile portasse all’isteria, al lesbismo e alla ninfomania. Il perfetto ragionamento circolare che sottendeva questa teoria era il seguente: poiché le pazienti dei manicomi venivano spesso colte nell’atto di masturbarsi, evidentemente la masturbazione doveva aver causato la loro follia.

Uno dei più ferventi promotori dell’estirpazione era il Dr. Isaac Baker Brown, ginecologo e chirurgo ostetrico inglese.
Nel 1858 aprì una sua clinica a Notting Hill, e le sue terapie avevano tanto successo da spingere Baker Brown a rassegnare le dimissioni dal Guy’s Hospital per lavorare privatamente a tempo pieno. Mediante la clitoridectomia, il medico riusciva a curare (almeno a quanto raccontava) diverse forme di pazzia, epilessia, catalessi e isteria nelle sue pazienti: nel 1866 pubblicò un bel volumetto al riguardo, che il Times si affrettò a lodare, affermando che Brown aveva “condotto la follia alla portata del trattamento chirurgico“. Nel suo libro Brown riportava 48 casi di masturbazione femminile, i conseguenti, atroci effetti sulla salute delle pazienti, e il miracoloso risultato della clitoridectomia nella cura dei sintomi.

Non sappiamo con certezza quante donne finirono sotto il bisturi dell’entusiasta dottore.
Brown avrebbe probabilmente continuato senza impedimenti la sua opera di mutilazione, se non avesse commesso l’errore di organizzare un clamoroso battage pubblicitario per reclamizzare la sua clinica. Anche allora era considerato eticamente scorretto per un medico auto-promuoversi, e fu questo che spinse il British Medical Journal a pubblicare il 29 aprile 1866 un pesante j’accuse nei confronti del medico. Seguì a stretto giro il Lancet, e subito dopo anche il Times mostrò di aver cambiato opinione, chiedendosi in un editoriale se il trattamento chirurgico della follia fosse o meno consentito dalla legge. Brown finì indagato dalla Lunacy Commission, che si occupava del benessere dei pazienti dei manicomi, e preso dal panico negò di aver mai effettuato clitoridectomie sulle pazienti malate di mente ospitate nella sua clinica.

Ma ormai era troppo tardi.
Persino i piani alti del Royal College of Surgeons gli voltarono le spalle, e durante una seduta venne stabilita (con 194 voti favorevoli e 38 contrari) la sua espulsione immediata dall’Obstetric Society of London.
R. Youngson e I. Schott, nel loro A Brief History of Bad Medicine (Robinson, 2012), sottolineano il paradosso della storia:

La cosa straordinaria fu che Baker Brown cadde in disgrazia non perché praticasse la clitoridectomia per indicazioni assurde, ma perché, per avidità, aveva offeso l’etica professionale. Nessuno suggerì mai che vi fosse alcunché di sbagliato nella clitoridectomia in sé. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che questa operazione venisse condannata dalla professione medica.

E ancora molti di più, perché infine la stessa masturbazione si liberasse dallo stigma della criminalizzazione medica e dai pregiudizi di carattere morale: ancora a inizio Novecento si continuavano a raccomandare e prescrivere lacci restrittivi, camicie di forza, cinture di castità, fino alle terapie d’urto come cauterizzazione ed elettroshock.

Brevetto del 1903 per prevenire erezioni e polluzioni notturne tramite l’uso di spuntoni, scosse elettriche e una campanella d’allarme.

In tutta questa terribile galassia dei presidi anti-masturbatori, ce n’è uno che a prima vista sembrerebbe innocuo e addirittura salutare: sono i corn flakes, inventati dal famoso Dr. Kellogg come dieta coadiuvante per sconfiggere le tentazioni dell’onanismo. Eppure, quando i cereali non bastavano, Kellogg suggeriva di cucire con il fil di ferro il prepuzio dei giovani ragazzi, e quanto alle femminucce consigliava di bruciare il clitoride con l’acido fenico, che a suo dire era

un mezzo eccellente per sedare l’eccitazione anormale, e prevenire che la pratica venga ripetuta in coloro la cui forza di volontà si è indebolita a tal punto che la paziente è incapace di esercitare l’autocontrollo.
I peggiori casi tra le giovinette sono quelli in cui la malattia è in stato così avanzato che i pensieri erotici sono accompagnati dalle stesse sensazioni voluttuose dell’atto pratico. L’autore ha incontrato molti simili casi in giovani donne che riferivano che bastava questo a produrre l’orgasmo sessuale, anche più volte al giorno. L’applicazione di acido fenico nel modo già descritto è utile anche in questi casi per placare l’eccitazione abnorme, che è frequentemente provocata dalla pratica di questa forma di masturbazione mentale.

(J. H. Kellogg, Plain Facts for Old And Young, 1888)

Bisognerà aspettare il Rapporto Kinsey (1948-1953) per vedere la masturbazione definitivamente sdoganata in quanto parte naturale e salutare della sessualità.
In fondo, nelle parole di Woody Allen, non è altro che “fare sesso con qualcuno che amate“.

Sulla “fisiologia fantastica” dell’utero, si veda questo meraviglioso articolo di R. K. Salinari; Wikipedia ha invece un lemma sulla storia della masturbazione; consiglio anche Orgasmo e Occidente. Storia del piacere dal Rinascimento a oggi, di R. Muchembled.

La Suicida punita

Questo articolo è apparso originariamente in lingua inglese sul sito Death & The Maiden, che esplora i rapporti fra le donne e la morte.

Padova, 1863.

Una mattina, sotto un cielo color cenere, una giovane ragazza saltò nelle acque fangose del fiume che scorreva proprio dietro all’ospedale cittadino. Non conosciamo il suo nome, soltanto che lavorava come cucitrice, che aveva diciotto anni, e che il suo suicidio era con tutta probabilità dovuto a una delusione d’amore.
Un triste ma anonimo episodio, uno di quelli che la Storia è incline a dimenticare – se non fosse accaduto, per così dire, nel posto e nel momento “giusti”.

La città di Padova era sede di una delle più antiche Università della storia, ed era riconosciuta anche come la culla dell’anatomia. Fra gli altri, vi avevano insegnato medicina il grande Vesalio, Morgagni e Falloppio; nel 1595 Girolamo Fabrici d’Acquapendente vi aveva fatto costruire il primo teatro anatomico stabile, all’interno del Palazzo del Bo.
Nel 1863, la cattedra di Anatomia Patologica era occupata da Lodovico Brunetti (1813-1899), il quale, come molti anatomisti del tempo, aveva messo a punto un suo personale metodo per preservare gli esemplari anatomici: la tannizzazione. Il processo consisteva nell’essiccare i campioni e iniettarli poi con acido tannico; si trattava di una procedura lunga e difficile (e come tale non avrà infatti molta fortuna dopo di lui), ma nonostante ciò dava risultati qualitativamente straordinari. Ho avuto l’opportunità di saggiare la consistenza di alcuni suoi preparati, e ancora oggi mantengono meglio di altri le dimensioni naturali, l’elasticità e la morbidezza dei tessuti originari.
Ma torniamo alla nostra storia.

Quando Brunetti seppe del suicidio della giovane, chiese che gli fosse portato il corpo, per i suoi esperimenti.
Per prima cosa realizzò un calco in gesso del volto e della parte superiore del busto. Poi rimosse tutta la pelle dalla testa e dal collo, facendo particolare attenzione a preservare la bella chioma dorata della ragazza. Si accinse infine a trattare la pelle, sgrassandola con etere solforico e fissandola con la formula di acido tannico di sua invenzione. Una volta salvata la pelle dalla putrefazione, la stese sul calco in gesso che riproduceva i tratti somatici della giovane donna, e aggiunse alla sua creazione occhi in vetro e orecchie di gesso.

Ma qualcosa non andava.
L’anatomista si accorse che in diversi punti la pelle era lacerata. Erano gli strappi lasciati dagli uncini, usati dagli uomini per trascinare il corpo fuori dall’acqua, sull’argine del fiume.
Brunetti, che evidentemente doveva essere un perfezionista, ricorse allora a un’ingegnosa trovata per mascherare quei segni.

Piantò dei rametti vicino al busto e vi attorcigliò attorno dei serpenti tannizzati, posizionando attentamente i rettili come se stessero divorando il viso della ragazza. Fece colare un po’ di cera rossa per simulare degli spruzzi di sangue, ed ecco fatto: una perfetta allegoria della punizione riservata all’Inferno a coloro che avevano commesso il peccato mortale del suicidio.

Chiamò questa sua composizione La suicida punita.

Se questo fosse quanto, Brunetti potrebbe sembrare una sorta di psicopatico, e il suo lavoro sarebbe inaccettabile e spaventoso, sotto qualsiasi prospettiva etica.
Ma la storia non finisce qui.
Dopo aver completato il suo capolavoro, la prima cosa che fece Brunetti fu mostrarlo ai genitori della ragazza.
E qui le cose prendono una piega davvero inaspettata.
Perché i genitori della morta, invece di essere scioccati e orripilati, gli presentarono i loro complimenti per la precisione mostrata nel riprodurre le fattezze della loro figliola.
Sono riuscito a conservare la sua fisionomia tanto perfettamente – annotava orgoglioso Brunetti – che tutti hanno potuto riconoscerla”.

Ma aspettate, c’è di più.
Quattro anni più tardi, apriva a Parigi l’Esposizione Universale, e Brunetti chiese all’Università di assegnargli dei fondi per portare la sua Suicida punita in Francia. Ci aspetteremmo qualche tipo di imbarazzo da parte dell’Accademia, e invece non vi furono problemi a finanziare il viaggio a Parigi.
All’Esposizione Universale migliaia di spettatori, provenienti da tutto il mondo per ammirare le ultime innovazioni tecnologiche e scientifiche, videro la Suicida punita. Cosa pensate che successe a Brunetti allora? Il suo lavoro causò forse uno scandalo, venne forse criticato o esecrato?
Non proprio. Vinse il Grand Prix per le Arti e i Mestieri.

Se a questo punto avvertite una leggera vertigine, be’, probabilmente fate bene.
Considerando questa sconcertante storia, rimaniamo con due opzioni soltanto: o tutti nel mondo intero, Brunetti incluso, erano palesemente pazzi; oppure dev’esserci un enorme scarto di percezione fra il nostro sguardo sulla morte e quello della gente dell’epoca.
Mi colpisce sempre come non ci sia bisogno di allontanarsi troppo sull’asse temporale per provare questo tipo di vertigine: gli eventi di cui parliamo risalgono a meno di 150 anni fa, eppure fatichiamo a capire come ragionavano i nostri bis-bisnonni.
Certo, gli antropologi ci ricordano che la rimozione culturale della morte e la medicalizzazione del cadavere sono processi avvenuti in tempi relativamente recenti, cominciati all’incirca a inizio Novecento. Ma finché non ci troviamo faccia a faccia con un “oggetto” difficile come questo, non riusciamo veramente ad afferrare la distanza abissale che ci separa dai nostri antenati, l’intensità di questo cambiamento di sensibilità.
La Suicida punita è, in questo senso, un complesso e meraviglioso indizio di come i confini culturali e i tabù possano variare nell’arco di un brevissimo periodo di tempo.
Perfetto esempio di intersezione fra arte (che incontri o meno il nostro gusto moderno), anatomia (serviva in fin dei conti a illustrare una tecnica conservativa) e sacro (in quanto allegoria dell’Aldilà), è uno dei reperti più impegnativi tra i molti ancora visibili nel Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova.

Il volto anonimo di questa giovane ragazza, fissato per sempre in un’agonia tormentata nella sua teca di vetro, non può non suscitare una risposta emotiva fortissima. Ci forza a considerare molte essenziali questioni relative al nostro passato, al nostro stesso rapporto con la morte, al modo in cui intendiamo trattare i nostri morti in futuro, all’etica dell’esposizione museale di resti umani, e via dicendo.
Proprio in virtù della ricchezza e fecondità dei dilemmi che pone, mi piace pensare che la sua morte non sia stata del tutto vana.

Al Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova è dedicato l’ultimo libro della Collana Bizzarro Bazar, Sua Maestà Anatomica. Tutte le foto sono di Carlo Vannini. La storia della “suicida punita” è stata portata alla luce per la prima volta da F. Zampieri, A. Zanatta e M. Rippa Bonati su Physis, XLVIII(1-2):297-338, 2012.

Freaks: disabilità e sguardo

Introduzione: quei maledetti occhiali colorati

L’immagine qui sotto è probabilmente la mia illusione preferita (non a caso già apparsa in questo blog).

Ad una prima occhiata sembra una famigliola in una stanza, intenta a fare colazione.
Eppure, quando la figura viene mostrata agli abitanti di alcune zone rurali dell’Africa, essi vedono qualcosa di diverso: una famigliola intenta a fare colazione all’aperto, ai piedi di un albero, mentre la madre sta tenendo una scatola in equilibrio sulla testa, forse per divertire i bambini. L’illusione qui non è ottica, ma culturale.

Le origini dell’immagine sono incerte, ma non ci importa qui se essa sia stata effettivamente usata in uno studio psicologico, né se sia viziata o meno da un pregiudizio di fondo sulla vita nel Terzo Mondo. La forza di questa illustrazione sta nel sottolineare come la cultura sia un inevitabile filtro della realtà.

Ricorda a suo modo un passaggio del documentario di Werner Herzog The Flying Doctors of East Africa (1969), in cui i medici si trovano di fronte al problema di spiegare alla popolazione che sono le mosche a veicolare le infezioni; mostrare grandi cartelloni con la raffigurazione dell’insetto e la descrizione dei pericoli non sortisce alcun effetto perché la gente, non abituata alle convenzioni delle nostre rappresentazioni grafiche, non capisce che sono in scala e pensa: “Certo, staremo attenti, ma qui da noi non esistono delle mosche così grosse“.

Anche se non ci piace ammetterlo, la nostra visione è condizionata socialmente. La cultura è come un paio di occhiali dalle lenti colorate, utile in molte situazioni per decodificare il mondo ma deleterio in altre, e da cui fatichiamo a liberarci con la sola forza di volontà.

‘Freak pride’ e disabilità

Veniamo dunque ai “freak”: questo termine in origine denigratorio ha assunto oggi un particolare fascino culturale, e in questo senso l’ho sempre usato con il preciso intento di combattere il pietismo e dare valore alla diversità.
Ogni volta che ho parlato di meraviglie umane, ho scoperto sulla mia pelle quanto difficile sia scrivere di queste persone.

Riflettere sul taglio più corretto da dare all’argomento significa cercare di togliersi dal naso gli occhiali colorati della cultura, un’operazione quasi impossibile. Spesso mi sono domandato se non fossi incorso anch’io in alcune generalizzazioni che non intendevo fare, se avessi peccato di involontario conformismo nel mio approccio.
Certo, ho tentato di raccontare le storie di questi personaggi stupefacenti attraverso il filtro della meraviglia: convinto che – data per scontata l’uguaglianza dei diritti – la separazione fra ordinario e extra-ordinario potesse giocare in favore della disabilità.
In questo senso ho sempre preferito quei “diversi” che hanno deciso di riappropriarsi dell’esotismo del proprio corpo, della distanza dalla Norma, in una sorta di freak pride che rigira come un calzino il concetto di handicap.

Ma è davvero il modo più corretto di approcciarsi alla diversità e, in alcuni casi, alla disabilità? Quanto di questa visione è originale e quanto proviene pedissequamente da una lunga tradizione culturale? E se il freak, alla faccia dell’orgoglio, volesse in realtà soltanto avere una vita banale, se cercasse il conforto della mediocrità? Insomma, quale prospettiva narrativa è più etica?

A instillarmi il dubbio credo che sia stata una frase di Fredi Saal, classe 1935, autore tedesco che ha passato tutta la prima parte della sua esistenza fra ospedali e case di cura perché considerato “non educabile”:

No, non è la persona disabile che avverte se stessa come anormale – è avvertita come anormale dagli altri, perché un’intera fetta di vita umana è ignorata. Dunque la sua esistenza assume una qualità minacciosa. Non ci si concentra sulle persone disabili, ma sulla propria esperienza. Ci si chiede, come reagirei se mi colpisse improvvisamente un handicap?, e la risposta è proiettata sulla persona disabile. Quindi l’immagine che se ne riceve è completamente distorta. Perché non si vede l’altra persona, ma se stessi.

(F. Saal, Behinderung = Selbstgelebte Normalität, 1992)

Per quanto io sia affezionato all’idea di un orgoglio freak, è dunque possibile che sia soltanto l’ennesima proiezione inconscia: vale a dire che mi piace pensare che io reagirei così alla disabilità… ancora una volta non mi sto veramente rapportando con la persona diversa, ma con la mia idea romantica e irreale della diversità.

Non possiamo certo guardare attraverso gli occhi del disabile, c’è un’invalicabile barriera, ma in definitiva è la stessa che si innalza fra tutti gli esseri umani. Il “cosa farei io in quella situazione?” di cui parla Saal, quel proiettare sempre noi stessi a discapito degli altri, in realtà lo si fa di continuo e non solo nei confronti dei disabili.

Il freak però è sempre stato ambiguo – o, meglio, ciò che è difficile da comprendere appieno è il nostro stesso sguardo sul freak.
Credo sia dunque importante cercare di rintracciare le origini di questo sguardo, capire come si è evoluto nel tempo: potremmo addirittura scoprire che questa cosa che chiamiamo disabilità non è in definitiva che un altro prodotto culturale, un’illusione che siamo “allenati” a riconoscere nello stesso modo in cui vediamo la famigliola fare colazione all’interno di una casa anziché all’aperto.

A mia discolpa, chiariamo subito un punto: se è possibile per me immaginare un orgoglio freak, è perché il concetto stesso di freak non arriva dal nulla, e non ha propriamente a che fare con la disabilità. Molte delle persone che si esibivano nei freakshow erano anche disabili, altre no. Non era quello il discrimine. La vera caratteristica che permetteva a quelle persone di salire su un palco era la meraviglia che suscitavano: alcuni corpi erano ammirati, altri erano in grado di scandalizzare (in quanto insopportabilmente osceni), ma chi pagava il biglietto lo faceva per rimanere stupito, scioccato, scosso nelle sue certezze.

Nei tempi antichi il monstrum era un segno divino (condivide infatti la radice etimologica con “mostrare”), che andava interpretato – e molto spesso temuto, proprio in quanto segnale di sorte funesta. Se di norma il segno mostruoso era portatore di sciagura, alcune disabilità venivano risparmiate (la cecità e la follia su tutte, considerate forme di veggenza, cfr. V. Amendolagine, Da castigo degli dei a diversamente abili: l’identità sociale del disabile nel corso del tempo, 2014).

Nel Medioevo, invece, il problema della deformità acquista decisamente complessità; da una parte la fisiognomica voleva suggerire una correlazione fra la bruttezza e la corruzione dell’animo, e in effetti la letteratura propone vari esempi di denigrazione degli avversari mediante la descrizione dei loro difetti fisici; dall’altra teologi e filosofi (Sant’Agostino in prima linea) consideravano la deformità soltanto un altro esempio della condizione penale degli uomini su questa terra, tanto che nella risurrezione ne sarebbero stati cancellati tutti i segni (cfr. J.Ziegler in Deformità fisica e identità della persona tra medioevo ed età moderna, 2015); addirittura diverse sante cristiane invocavano la deformità come prova di espiazione (vedi il mio Corpi estatici: erotismo e agiografia).
Dall’altro canto la deformità precludeva l’accesso all’ordo clericalis, sulla base di un celebre passo del Levitico in cui il sacrificio sull’altare non può essere offerto da chi è imperfetto nel corpo (P. Ostinelli, sempre in Deformità fisica…, 2015).

Il monstrum che diviene mirabile, invece, è un’idea più moderna e tuttavia nata ben prima dei carrozzoni ambulanti, prima del “One of us!” di Tod Browning, prima delle controculture hippie che se ne sono appropriate: e si oppone all’altra grande invenzione moderna nei confronti della disabilità, cioè la commiserazione.
Tutta la storia dei nostri rapporti con la disabilità oscilla fra questi due poli contrapposti, l’ammirazione e la pietà.

Il tipo giusto di occhi

All’interno della mostra Der (im)perfekte Mensch (“L’essere umano (im)perfetto”), organizzata nel 2001 dal Museo Tedesco dell’Igiene a Dresda, venivano riconosciute sei categorie principali di sguardo sul disabile:

– Lo sguardo meravigliato e medico
– Lo sguardo annichilente
– Lo sguardo pietoso
– Lo sguardo d’ammirazione
– Lo sguardo strumentalizzante
– Lo sguardo che esclude

Questa lista è certamente discutibile, ma ha il merito di proporre e tracciare delle possibili distinzioni.
Fra tutti i tipi di sguardo elencati qui sopra, quello che più infastidisce oggi è lo sguardo pietoso. Perché implica una superiorità dell’osservatore, un giudizio definitivo su una condizione che, agli occhi del “normale”, non può che sembrare tragica: è la supponenza, l’intima convinzione che l’altro sia un povero storpio da compatire. Il sottinteso è che non ci può essere fortuna, non ci può essere felicità nell’essere diversi.

Il concetto di povero storpio che (pur imbellettato con termini più politicamente corretti) sta alla base di tutte le varie maratone di raccolta fondi è ancora profondamente radicato nella nostra cultura, e porta a una visione distorta dell’assistenza – spesso più incentrata sul nostro “fare opera pia” che non sul disabile stesso.

Per quanto riguarda lo sguardo pietoso, l’esempio storico più antico di cui siamo a conoscenza è questa stampa del 1620, conservata al Museo Regionale Tirolese Ferdinandeum di Innsbruck, che mostra un falegname disabile di nome Wolffgang Gschaiter nel suo letto. Il testo racconta come quest’uomo, dopo aver sofferto di insopportabili dolori al braccio sinistro e alla schiena per tre giorni, si sia ritrovato completamente paralizzato. Da quindici anni, continua il racconto, egli è in grado di muovere soltanto occhi e lingua. L’intento del foglietto è quello di raccogliere elemosine e carità, e i lettori sono invitati a pregare per lui nella vicina chiesa dei Tre Santi di Dreiheiligen.

Questo pamphlet è interessante per più di un motivo: nel testo la disabilità viene esplicitamente descritta come “specchio” della stessa miseria dell’osservatore, dunque stabilisce l’idea che si debba pensare a se stessi mentre la si guarda; viene operata la distinzione fra anima e corpo per rinforzare il dramma (l’anima del falegname può essere salvata, il suo corpo no); si tratta storicamente di uno dei primi utilizzi dell’espressione “povero storpio“.
Ma soprattutto questo foglietto è uno dei primissimi esempi di comunicazione di massa in cui la disabilità è associata al concetto di donazione, di raccolta fondi. In pratica, un proto-Telethon che puntava sull’elemosina e sulle preghiere in chiesa per ripulire le coscienze, e allo stesso tempo uno strumento in linea con la propaganda ideologica della Controriforma (cfr. V. Schönwiese, The Social Gaze at People with Disabilities, 2007).

Di contro, già nel secolo precedente si era sviluppato un altro tipo di sguardo, quello clinico-anatomico. Questa incisione di Albrecht Dürer del 1538 mostra una donna reclinata su un tavolo il cui corpo viene meticolosamente disegnato da un artista. Fra le due figure è stato eretto un telaio con dei fili che dividono in piccoli quadrati la visione del pittore, in modo che egli possa trasporla accuratamente su un foglio recante la medesima griglia. Ogni curva, ogni dettaglio è scomposto e replicato grazie a questo stratagemma: la visione ha il primato sugli altri sensi, ed è organizzata in un quadro asettico, geometrico, di pura forma. Siamo nella fase in cui si sviluppa una vera e propria cartografia del corpo umano, e in questo contesto anche la deformità viene studiata in maniera analoga. È lo sguardo “meravigliato e medico“, in cui non si avverte alcun giudizio di tipo etico o pietista, ma la cui ideologia è piuttosto quella della mappatura, dell’intelletto che divide, categorizza e dunque domina ogni possibile variante del cosmo.

Nella wunderkammer dell’Arciduca Ferdinando II di Austria (1529-1595), conservata nel Castello di Ambras vicino a Innsbruck, è presente un ritratto davvero eccezionale. Originariamente una parte del dipinto era coperta da una tendina di carta rossa: i visitatori della collezione, nel XVI secolo, devono aver visto qualcosa di simile a questa mia ricostruzione.

Chi aveva voglia e coraggio poteva scostare il foglio per ammirare il dipinto nella sua interezza: ecco allora comparire il corpo floscio e deforme del soggetto, raffigurato con un’estrema crudezza di dettaglio e di realismo.

Cosa gli uomini del Cinquecento vedessero in un simile dipinto non possiamo saperlo con certezza. Per rendersi conto della relatività dello sguardo, è sufficiente ricordare che all’epoca la categoria delle “meraviglie umane” includeva per esempio anche gli stranieri provenienti da paesi esotici, e una sotto-categoria degli stranieri erano i cretini che si diceva abbondassero in determinate regioni geografiche.
In libri come la celebre Opera ne la quale vi è molti Mostri de tute le parti del mondo antichi et moderni (1585) di Giovan Battista de’ Cavalieri sono messi fianco a fianco disabili e apparizioni mostruose, persone senza gambe e chimere mitologiche.

Ma la tendina di carta rossa del ritratto di Ambras è un segnale importante, perché sta a significare che un simile corpo era da una parte considerato osceno, capace di urtare la sensibilità dell’osservatore. Dall’altra gli animi più forti o curiosi potevano confrontarsi con l’immagine intera. Questo ci fa supporre che già nel Cinquecento la mostruosità si fosse almeno in parte svincolata dall’idea del prodigio, e liberata dalla superstizione dei secoli precedenti.

Il quadro è dunque un perfetto esempio di sguardo “meravigliato e medico”; dalla deformità come mirabilia all’ammirazione vera e propria, il passo è breve.

Il giusto mezzo?

Lo sguardo di ammirazione è quello che spesso ho adottato nei miei articoli. La mia pratica di scrittura e di pensiero coincide con quella di John Waters, che ha spesso ribadito di provare ammirazione per i protagonisti dei suoi film, di guardarli “dal basso verso l’alto” (looking up) e non viceversa: “Tutti i personaggi nei miei film, io li ammiro. Non penso a loro come fa la gente di fronte a un reality – che noi siamo meglio, e che dovremmo ridere di loro.

Eppure il rischio qui è di cadere nella trappola opposta a quella pietista, cioè un’eccessiva idealizzazione. Sarà forse una mia peculiare allergia al concetto di eroismo, ma non mi interessa proporre versioni agiografiche delle vite delle meraviglie umane.

Tutte queste riflessioni, di cui vi ho fatto parte, mi portano a credere che non esista un equilibrio facile. Non si può parlare dei freak senza incorrere in qualche errore, in qualche generalizzazione, senza insomma cadere nell’inganno delle lenti colorate.
Ogni comunicazione fra noi e i diversi/disabili sopravvive in una sorta di limbo, che è l’incrocio fra il nostro e il loro sguardo. E in questo spazio non può mai esistere un confronto davvero autentico, perché dal punto di vista fisico siamo separati da un’esperienza troppo differente.
Io non potrò mai comprendere il corpo degli altri, né loro il mio.

Forse, però, questa distanza è proprio ciò che ci avvicina.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra…”

Proviamo a considerare l’unico punto di riferimento che abbiamo – il nostro stesso corpo – rifiutando l’abitudine.
Prendo a prestito l’incipit dell’introduzione che ho scritto per Nueva Carne di Claudio Romo:

Il nostro corpo è un territorio inconoscibile.
Possiamo smontarlo, ritagliarlo in parti sempre più minuscole, studiarne le ossessive geometrie, annotare minuziosamente ogni sua insenatura su diagrammi precisi, rovistare fra le sue interiora, e il suo segreto continuerà a sfuggirci.
Ci guardiamo le mani. Passiamo la lingua sull’arco dei denti. Ci tocchiamo i capelli.
Siamo davvero noi, questo?

Ecco l’esercizio mentale definitivo, la mia personale soluzione al rebus dei freak: l’unico modo sincero e onesto che trovo per raccontare la diversità è renderla universale.

Johnny Eck si è risvegliato in questo mondo senza le estremità inferiori; suo fratello è invece emerso dal magma delle forme con due gambe.
Anch’io sono dotato di piedi, completi di dita che posso osservare, là in fondo, muoversi appena lo decido. Sono sempre io, quelle dita? Ignoro fin dove la mia identità si spinga, e dove cominci una sua estensione.
A ben guardare la mia esperienza e quella di Johnny sono diversamente, ugualmente
misteriose.
Siamo tutti fratelli nell’enigma della carne.

Questo è lo sguardo che scelgo, che mi permette di fissare il freak negli occhi senza compatirlo né celebrarlo oltre misura. Uno sguardo che non pretende affatto di mettere sullo stesso piano la mia e la sua esperienza, ma neanche di esagerare le nostre differenze.

Mi piacerebbe idealmente sedermi con lui — con il freak, con il “mostro” — sulla veranda dei ricordi, di fronte al tramonto delle nostre vite.
Allora, che te ne è parso di questo strano viaggio? Di questo strano posto in cui siamo capitati?’, gli chiederei.
E sono certo che il suo sorriso sarebbe simile al mio.

_____________

Per chi volesse addentrarsi nei meandri dell’etica e della politica del mostruoso, consiglio l’antologia saggistica a cura di U. Fadini, A. Negri e C. T. Wolfe Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica (Manifestolibri, 2001).

Sua Maestà Anatomica

Il quarto libro della Collana Bizzarro Bazar, edita da Logos, è finalmente qui.

Se i primi tre volumi affrontavano i luoghi sacri italiani in cui è ancora possibile un contatto fisico con i defunti, questo nuovo lavoro rivolge lo sguardo a un altro genere di “tempio” per i resti umani: il museo anatomico. Un tempio dove a essere celebrati sono i progressi della conoscenza, il funzionamento e la fabrica, la struttura del corpo — l’investigazione della nostra stessa sostanza.

Ma il Museo Morgagni di Padova, in cui potrete addentrarvi grazie alle meravigliose fotografie di Carlo Vannini, non è un semplice museo di anatomia, bensì di anatomia patologica.
Dimenticatevi le consuete architetture interne di organi, ossa e tessuti: qui la carne è impazzita. In questi preparati, conservati a secco, in liquido o tannizzati secondo il procedimento inventato da Lodovico Brunetti, è la inconcepibile vitalità del morbo che diviene protagonista.

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Vero e proprio archivio biologico della malattia, la collezione del Museo Morgagni è una sorta di macchina del tempo che ci permette di osservare deformazioni e patologie ormai debellate; di fronte alle teche e alle vetrine ci troviamo a fissare il nostro sguardo sulle infinite, strazianti modalità con cui il nostro corpo può fallire.
Un luogo inestimabile per la Storia che racchiude, che è quella delle vittime, vite spese per avanzare nella scoperta, così come degli uomini che alla malattia hanno voluto dare battaglia, dei pionieri della scienza medica, del loro impegno e della loro perseveranza. Fra i tesori che custodisce, infine, ci sono diversi straordinari punti d’incontro fra anatomia e arte.

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Il percorso intrapreso in Sua Maestà Anatomica è stato per me particolarmente intenso, a livello emotivo, anche per motivi personali; perché quando ho cominciato a lavorarci, più di due anni fa, la malattia — che fino ad allora era rimasto un concetto astratto — mi aveva appena raggiunto con tutta la sua forza destabilizzante. Così il museo, e la scrittura, si sono trasformati per me in un viaggio iniziatico nel mistero della carne, nei suoi stupori e nelle sue incertezze.
L’ossimoro nel sottotitolo, quell’oscuro splendore, è la più concisa espressione che ho trovato per riassumere il duplice stato d’animo che vivevo durante lo studio della collezione.
Le membra incise dalla sofferenza, i volti ancora espressivi nell’ambra della formalina, le impossibili fantasie delle cellule in preda alla furia: tutto questo mi ha portato a confrontarmi con l’idea di un morbo ambivalente. Da una parte siamo avvezzi a demonizzare la malattia; ma, con la stessa sorpresa di chi impara che il Satana biblico è in realtà un “avversario” dialettico, si rimane spiazzati nello scoprire come il morbo non sia mai soltanto un nemico. Il suo valore risiede nelle necessarie domande che ci rivolge. Mi sono così lasciato incantare dalla sua bellezza terribile, e interrogare dalla vertigine di senso che apre. Sono convinto che la stessa fertile inquietudine che io ho provato sia il sentimento ineluttabile per chiunque varchi la soglia di questo museo.

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Il volume, realizzato in stretta collaborazione con l’Università di Padova, è arricchito dalle schede di museologia e storia a cura di Alberto Zanatta (antropologo e curatore del Museo di Anatomia Patologica), Fabio Zampieri (ricercatore in storia della medicina), Maurizio Rippa Bonati (professore associato in storia della medicina) e Gaetano Thiene (professore ordinario in anatomia patologica).

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Potete acquistare Sua Maestà Anatomica nel bookstore di Bizzarro Bazar su Libri.it.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

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Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

“Rimanemmo stupefatti”: l’anatomia arriva in Giappone

Immaginate di vivere in un paese il cui governo decida di proibire la conoscenza di qualsiasi scoperta scientifica proveniente dall’estero.
Ancora peggio: immaginate di vivere in questo ipotetico paese, proprio mentre nel mondo sta avendo luogo la più grande rivoluzione dello scibile umano mai avvenuta nella storia, uno sconvolgimento che sta cambiando il modo di concepire il cosmo — ma di cui ignorate i dettagli, che vi sono preclusi per legge.

Questo era probabilmente l’incubo degli uomini di scienza nel Giappone del sakoku, la politica protezionista istituita dallo shogunato Tokugawa. Messa in atto intorno al 1640, ufficialmente per fermare l’avanzata del Cristianesimo dopo la rivolta di Shimabara, questa linea di severe restrizioni era pensata in realtà per controllare il commercio: in particolare, ciò che fece lo Shogun fu vietare del tutto l’accesso e lo scambio soprattutto a Portoghesi e Spagnoli, che considerava pericolosi viste le loro mire coloniali e missionarie in Sud America. Soltanto a Cina, Corea e Olanda venne infine garantita la possibilità di compravendita. Unici Europei a cui era consentito commerciare con il Giappone, stanziati nell’enclave di Dejima, gli Olandesi stabilirono con il Sol Levante rapporti economici e culturali di enorme importanza per più di due secoli, fino a quando la politica del sakoku non finì definitivamente e ufficialmente nel 1866.

Come dicevamo, il Giappone rischiava dunque di rimanere tagliato fuori dal progresso scientifico, iniziato appena un secolo prima in quel fatidico anno di Nostro Signore 1543, quando Copernico aveva pubblicato il De revolutionibus orbium coelestium e Vesalio la sua Fabrica — due testi che scardinarono in un sol colpo ciò che stava sopra e dentro l’uomo.
Se l’incubo paventato all’inizio non si concretizzò mai, fu grazie ai ricercatori del movimento Rangaku, i quali si imposero di studiare attentamente tutto quel che gli Olandesi portavano in Giappone.
Nonostante per i primi ottant’anni di isolamento la gran parte dei libri occidentali fossero banditi, le idee continuarono a circolare e a poco a poco la “quarantena” della cultura si allentò: poterono essere tradotte in giapponese opere fondamentali di ottica, chimica, geografia, scienze meccaniche e mediche.
Nella prima metà del XIX secolo esistevano già scuole Rangaku, le versioni dall’Olandese di testi occidentali erano molto diffuse e l’interazione fra scienziati giapponesi e stranieri molto più comune.

Gli studi medici vennero riconosciuti fin da subito come un campo in cui lo scambio culturale era davvero essenziale.
All’epoca in Giappone la medicina si rifaceva alla tradizione cinese, basata su una visione religiosa/spirituale del corpo, nella quale la conoscenza esatta dell’anatomia non era considerata necessaria. La dissezione umana era proibita, secondo i dettami del Confucianesimo, e i medici che davvero volevano conoscere l’interno di un corpo umano dovevano desumere le loro informazioni sezionando lontre, cani e scimmie.

La prima autopsia, su un criminale condannato alla pena capitale, avvenne nel 1754 ad opera di Yamawaki Tōyō. La dissezione vera e propria venne svolta da un assistente, perché per le classi più elevate era ancora tabù toccare dei resti umani.
Di colpo, si scoprì che l’interno di un corpo umano era molto più simile alle raffigurazioni degli Olandesi che non a quelle contenute negli antichi testi di medicina tradizionale cinese. Il resoconto dell’autopsia firmato da Yamawaki creò un terremoto in ambito scientifico; nel suo libro egli sosteneva strenuamente l’approccio empirico, posizione inaudita per il tempo:

Le teorie possono venire ribaltate, ma come possono deludere le cose materiali? Quando si stimano più le teorie che la realtà anche il più saggio fra gli uomini non può che sbagliare. Quando le cose materiali sono investigate e le teorie si basano su questo, perfino un uomo di intelligenza comune può agire correttamente.

(cit. in Bob T. Wakabayashi, Modern Japanese Thought)

Nel 1758, uno studente di Yamawaki, Kōan Kuriyama, effettuò la seconda dissezione nella storia del Giappone e fu anche il primo medico a tagliare un corpo umano con le sue proprie mani, senza delegare il compito a un assistente.

Sugita Genpaku fu un altro medico che rimase sconvolto nel constatare come le illustrazioni dei “barbari” occidentali fossero più accurate dei consueti diagrammi cinesi. Nel suo memoriale Rangaku Koto Hajime (“Inizio degli Studi Olandesi”, 1869), racconta di quando assieme ad altri medici dissezionò il cadavere di una donna di nome Aochababa, impiccata a Kyoto nel quartiere di Kozukappara (oggi Aeakawa) nel 1771. Prima di iniziare l’autopsia esaminarono un testo di anatomia occidentale, il Ontleedkundige Tafelen di Johann Adam Kulmus:

Ryotaku aprì il libro e ci spiegò, secondo quello che aveva appreso a Nagasaki, i vari organi come il polmone chiamato “long” in olandese, il cuore chiamato “hart”, lo stomaco chiamato “maag” e la milza chiamata “milt”. Sembravano così differenti dalle immagini nei libri anatomici cinesi che molti di noi erano piuttosto scettici sulla loro verità, finché non osservammo sul serio gli organi reali. […] Comparando le cose che vedevamo con le illustrazioni nel libro olandese che io e Ryotaku avevamo con noi, fummo meravigliati nel constatare il loro perfetto coincidere. Non c’era traccia né della divisione in sei lobi e due auricole nei polmoni, né dei tre lobi sinistri e due destri nel fegato, come era spiegato nei testi antichi. E ancora, la posizione e la forma degli intestini e dello stomaco erano molto differenti dalle descrizioni tradizionali. [Anche le ossa] non erano affatto come venivano raffigurate nei libri antichi, ma erano esattamente come nel libro olandese. Rimanemmo completamente stupefatti.

(1771: Green Tea Hag, the beginning of Dutch Learning)

Genpaku spese i successivi tre anni a tradurre il testo olandese che l’aveva talmente impressionato. L’impresa venne portata avanti senza alcuna conoscenza della lingua né dizionari a disposizione, a forza di interpretazioni, deduzioni e discussioni con altri medici che erano stati in contatto con gli Europei a Nagasaki. Il mastodontico lavoro di Genpaku, simile a una vera e propria decrittazione, venne infine pubblicato nel 1774.
Il Kaitai Shinsho era il primo libro giapponese illustrato di anatomia moderna.

Mano a mano che la medicina tradizionale importata dalla Cina impallidiva di fronte all’efficacia e alla precisione delle conoscenze che arrivavano dall’Europa, anche in Giappone la pratica della dissezione divenne sempre più diffusa.

In questo contesto va inserito il vero capolavoro del periodo, il Kaibo Zonshishu (1819), un rotolo contenente 83 illustrazioni anatomiche realizzate dal Dottor Yasukazu Minagaki.
Minagaki, nato a Kyoto nel 1785, studiò alla scuola pubblica e in seguito divenne medico in una clinica nella sua città; ma era anche un artista di enorme talento rispetto ai suoi predecessori, così decise di dipingere in maniera scrupolosa i risultati di una quarantina di autopsie a cui aveva presenziato. Il rotolo faceva parte di una corrispondenza fra Minagaki e il dottore olandese Philipp Franz von Siebold, che lodò gli ammirevoli disegni del collega giapponese.

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In rete si trovano diversi articoli sul Kaibo Zonshishu, e quasi tutti sostengono che Minagaki sia evidentemente distante dall’iconografia classicista degli écorché europei — quei modelli scorticati che mostravano le interiora restando in pose plastiche, da scultura greca. I cadaveri sezionati qui sono invece dipinti con crudo realismo, il sangue gocciolante dalle labbra, i loro volti contorti in una smorfia d’agonia.

In realtà, questa idea non è del tutto esatta.
In Europa, infatti, agli écorché si affiancavano illustrazioni di un verismo spesso perturbante già dal XVI secolo: basta guardare la dissezione della testa di Johann Dryander, addirittura pre-Vesaliana e molto simile a quella di Minagaki, le spietate tavole anatomiche dell’olandese Bidloo nel suo Anatomia Hvmani Corporis (1685), o i cadaveri di donne gravide di William Hunter che fecero gran scalpore nel 1774.
Questi predecessori occidentali ispirarono Minagaki, proprio come avevano già influenzato il Kaitai Shinsho. Un esempio per tutti:

La raffigurazione dei tendini del piede nel Kaibo Zonshishu

…era ispirata a questa tavola del Kaitai Shinsho, la quale a sua volta…

…era tratta da questa illustrazione di Govand Bidloo (Ontleding des menschelyken lichaams, Amsterdam, 1690).

Comunque, al di là delle considerazioni di carattere estetico, il Kaibo Zonshishu rimane probabilmente il compendio autoptico più accurato e vividamente realistico mai dipinto nell’epoca Edo, tanto da essere dichiarato patrimonio culturale nel 2003.

Quando finalmente vennero aperte le frontiere, grazie al lavoro di traduzione e diffusione culturale operato dalla comunità Rangaku, il Giappone poté mettersi velocemente al passo con il resto del mondo.
E diventare, in meno di un secolo, uno dei paesi leader nella tecnologia d’avanguardia.

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Potete consultare il Kaitai Shinsho qui, e leggere l’incredibile storia della sua traduzione qui. A questa pagina molte altre bellissime immagini sull’evoluzione dell’illustrazione anatomica in Giappone.
(Grazie, Marco!)