Il cadavere colonizzato: storia dell’ultimo uomo della Tasmania

∼  King Billy 

William Lanne, ritenuto l’ultimo aborigeno purosangue della Tasmania, era nato a Coal River intorno al 1835. All’età di sette anni, assieme alla famiglia venne trasferito alla riserva aborigena di Flinders Island; quando aveva dodici anni, gli aborigeni superstiti (poco più di una quarantina) furono spostati a Oyster Cove, 56 chilometri a sud della capitare Hobart. Qui, nel 1847, William entrò nell’orfanotrofio locale, il Queen’s Orphan Asylum. È proprio a Oyster Cove che, a parte qualche breve spostamento, Lanne passò tutta la sua vita.

William Lanne con la moglie Truganini (a sinistra).

Gli aborigeni erano spesso impiegati a bordo delle baleniere, assegnati all’albero maestro per via della loro ottima vista. William Lanne, di animo allegro, divenne popolare tra i colleghi marinai come “King Billy” e, nonostante il suo regale soprannome, condusse tutto sommato un’esistenza anonima, divisa tra i duri giorni in mare e le bevute al pub con gli amici.
Nel febbraio del 1869, dopo un lungo viaggio a bordo della Runnymede, William tornò in salute precaria. Spese la sua ultima paga in birra e rum in una bettola frequentata da prostitute e balenieri, e dopo una settimana si ammalò di diarrea colerica. Il 3 marzo morì mentre si stava vestendo per andare all’ospedale.

La sua salma venne portata al General Hospital su ordine del Dr. Crowther. E qui cominciarono i problemi, perché il cadavere di William Lanne rappresentava un’appetitosa occasione per molte persone.

  L’oggetto del desiderio 

Nel XIX Secolo, l’anatomia comparata era tra i temi più “caldi” in seno alla comunità scientifica. Lo studio della conformazione del cranio, in particolare, rivestiva un’importanza fondamentale non tanto a livello medico quanto nell’ottica più ampia della teoria delle razze.


Attraverso le misurazioni craniometriche e frenologiche, e paragonando le varie caratteristiche fisiche, si creavano delle vere e proprie classifiche razziali: si affermava ad esempio che una razza avesse un cervello più pesante di un’altra, prova “inconfutabile” di maggiore intelligenza; le peculiarità fisiognomiche di un’altra razza la avvicinavano invece alle scimmie, spingendola dunque più in basso nella scala razziale; una robusta costituzione invece aumentava le possibilità di sopravvivenza, e via dicendo. Non occorre specificare chi, in questa classifica stilata dagli uomini bianchi, occupasse la vetta dell’evoluzione.
Se gli Europei erano i più adatti a sopravvivere, era chiaro che gli aborigeni della Tasmania (spesso confinati al penultimo posto nella graduatoria delle razze) si sarebbero presto estinti come i dodo o i dinosauri. Qualsiasi violenza o sopruso era dunque giustificato da una inevitabile supremazia “naturale”.

Per dimostrare queste teorie, etnologi, anatomisti e archeologi erano costantemente alla ricerca di teschi esemplari. I resti degli aborigeni, però, scarseggiavano ed erano tra i più richiesti.
Questo fu il motivo per cui, appena l’ultimo aborigeno tasmaniano purosangue morì, si scatenò una guerra per decidere chi si sarebbe aggiudicato il suo scheletro: William Lanne ricevette più attenzione da morto di quanta ne avesse mai avuta da vivo.

William Crowther (1817-1885)

Attorno ai suoi resti, fin dal principio si crearono due fazioni opposte.
Da una parte c’era il dottor William Crowther, il medico che ne aveva constatato il decesso. Da molto tempo era alla disperata ricerca di uno scheletro aborigeno da spedire al curatore dello Hunterian Museum di Londra. Egli sosteneva che questo regalo avrebbe favorito i rapporti tra la Tasmania e l’Impero Britannico, ma evidentemente il suo vero intento era quello di entrare nelle grazie del prestigioso Royal College of Surgeons.
Dall’altra si schierava la più potente società scientifica della Tasmania, la Royal Society, la quale sosteneva che i preziosi resti fossero patrimonio nazionale e dovessero rimanere presso il proprio museo.

Sotto la pretesa importanza scientifica, si trattava dunque di una questione eminentemente politica.
Di questo si rese conto subito il premier Richard Dry, chiamato a decidere sulla delicata questione: la sua mossa fu inizialmente favorevole alla Royal Society, forse perché quest’ultima era strettamente ammanicata con il suo governo, o forse perché lo stesso Dry aveva avuto violente divergenze politiche con Crowther in passato.
Fatto sta che venne stabilito che il corpo sarebbe rimasto in Tasmania; ma Dry decise, da fervente cristiano, che l’ultimo aborigeno avrebbe avuto prima di tutto un funerale. Conoscendo l’impazienza di Crowther di mettere le mani sullo scheletro, ordinò al nuovo responsabile dell’ospedale, il Dottor George Stockell, di impedire che succedesse qualcosa alla salma.

  La profanazione, atto primo: Crowther 

Il giorno seguente Stockell incontrò Crowther per strada, e subito nacque un diverbio; Crowther sosteneva che il cadavere era suo di diritto, mentre Stockell ribatté di aver ricevuto chiari ordini di proteggere la salma.
Quando a sorpresa Crowther lo invitò a cena alle 8 della sera stessa, Stockell dovette pensare ingenuamente a un tentativo di riappacificazione. Presentatosi all’abitazione all’ora stabilita, però, scoprì che il medico era fuori casa: ad accoglierlo trovò la moglie, che sembrava particolarmente loquace, e continuava a farlo parlare…

Nel frattempo Crowther, con il favore del crepuscolo, doveva agire in fretta.
Assistito da suo figlio, penetrò nell’ospedale e si diresse all’obitorio. Qui si concentrò innanzitutto sulla salma di un anziano signore bianco: decapitò il vecchio, e spellò velocemente la testa per ottenerne il teschio. Si recò poi nella sala attigua, dove si trovava il cadavere di William Lanne.
Crowther cominciò a incidere il capo di Lanne lateralmente, passando dietro l’orecchio; spostando la pelle del volto e forzando le mani al di sotto, estrasse il teschio dell’aborigeno e lo sostituì con quello appena prelevato dall’altro cadavere.
Una volta ricucito il volto di Lanne, nella speranza che nessuno notasse la differenza, si dileguò nella notte con il prezioso bottino.

Stockell rimase a parlare con la moglie di Crowther fino alle 9, quando intuì che qualcosa non quadrava, e finalmente fece ritorno all’ospedale. Nonostante le precauzioni di Crowther, non gli ci volle molto a comprendere cosa fosse successo.

  La profanazione, atto secondo: Stockell e la Royal Society 

Stockell, invece di chiamare le autorità, avvisò subito il segretario della Royal Society delle mutilazioni effettuate sul cadavere. Dopo un breve consulto con altri membri della società, si decise che era imperativo assicurarsi le parti più importanti del cadavere, prima che Crowther provasse a fare ritorno.
Alla salma di Lanne vennero dunque tagliati i piedi e le mani, che furono nascosti nel museo della Royal Society.

Il funerale si svolse il giorno previsto, sabato 6 marzo. Un’inaspettata folla si radunò per salutare King Billy, l’ultimo vero aborigeno: soprattutto marinai, tra cui il capitano della Runnymede che si era accollato i costi delle esequie, e diversi nativi tasmaniani.
Tuttavia le voci di un’orrenda mutilazione subita da Lanne cominciavano a diffondersi, e al primo ministro Dry venne chiesto di riesumare il corpo per controllare. Il premier, in attesa di aprire l’inchiesta, ordinò che la tomba fosse piantonata da due agenti fino al giorno di lunedì.
Ma all’alba della domenica, si scoprì che il luogo di sepoltura era stato devastato: la bara giaceva esposta sulla terra smossa. C’era sangue tutto attorno, e il corpo di Lanne era sparito. Il teschio del vecchio, quello sostituito all’interno del cadavere, era stato scartato e gettato di fianco alla tomba.

Nel frattempo, un sempre più furioso Crowther era ben lontano dal darsi per vinto – soprattutto ora che si era visto soffiare a quel modo le parti mancanti del “suo” aborigeno.
Il pomeriggio del lunedì egli irruppe all’ospedale con un gruppo di sostenitori. Quando Stockell gli intimò di andarsene, Crowther rispose facendosi strada a martellate attraverso il divisorio di uno dei reparti, e sfondando la porta dell’obitorio.
All’interno la scena era raccapricciante: sul tavolo delle dissezioni giacevano pezzi di carne e masse di grasso insanguinate. Lanne era stato disossato.
Non trovando dunque l’agognato scheletro, Crowther e la sua cricca lasciarono l’ospedale.

  Quando tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole

Le investigazioni sul caso portarono a un risultato sfavorevole soprattutto per Crowther, che venne sospeso dalla professione medica, mentre suo figlio si vide revocato il permesso di studiare all’ospedale. Per quanto riguardava la Royal Society , nonostante Stockell avesse ammesso di aver tagliato mani e piedi al cadavere, si ritenne che non ci fossero prove sufficienti per alcuna condanna.
Anche se l’inchiesta si risolse essenzialmente con un nulla di fatto, il terribile episodio di cronaca scosse l’opinione pubblica, per più di un motivo.

Da una parte, gli eventi avevano scoperchiato il marcio che si annidava nelle istituzioni scientifiche e statali.
Il cadavere di William Lanne era stato profanato – e altrettanto quello di un uomo bianco.
I medici si erano dimostrati abbietti e senza scrupoli – altrettanto i poliziotti che, evidentemente corrotti, avevano abbandonato il loro posto di guardia presso la tomba.
Le misure di sicurezza dell’ospedale si erano rivelate risibili – altrettanto quelle del St. David’s, il cimitero urbano più grande della città.
Il governo aveva agito in maniera poco imparziale e decisa – altrettanto oscuro e riprovevole era stato il comportamento tenuto dalla Royal Society.
Come riassunse un quotidiano dell’epoca, l’incidente aveva dimostrato che “la gente comune ha un maggior senso della decenza e della moralità rispetto alle cosiddette classi superiori, e agli uomini istruiti”.

John Glover, Mount Wellington and Hobart Town from Kangaroo Point (1834)

Ma il secondo motivo di indignazione era che l’ultimo aborigeno era stato trattato come carne da macello.
Un atto orrendo, ma tristemente in linea con la decimazione degli indigeni della Tasmania in quello che è stato definito un vero e proprio genocidio, che in poco più di settant’anni dall’arrivo dei coloni aveva spazzato via l’intera popolazione dell’isola. Come la sua terra e la sua gente, anche William Lanne era stato spartito avidamente tra i bianchi – desiderosi forse di giustificarsi dimostrandone l’inferiorità.
Pur con tutta la retorica razzista dell’epoca, era difficile non sentirsi in colpa. Quando qualcuno propose di erigere un monumento in ricordo di Lanne, prevalse la vergogna e non si costruì nessun memoriale.

  Epilogo: molto orrore per nulla 

Chi si guadagnò una statua imponente, invece, fu William Crowther.
Il dottore entrò in politica poco dopo i sanguinosi avvenimenti, e una fulgida carriera lo portò addirittura a essere eletto premier della Tasmania nel 1878.Non bisogna stupirsi che avesse tanti sostenitori, perché nulla è solo bianco o nero: nonostante il torbido episodio, Crowther era benvoluto perché in qualità di medico si era sempre dedicato a curare i poveri e i nativi. Rimase in politica fino alla morte, nel 1885; dichiarò di non aver mai perso una notte di sonno per la faccenda della “testa di King Billy”, che a suo dire era stata solo una montatura per screditarlo.

Statua di William Crowther, Franklin Square, Hobart.

Stockell, dal canto suo, non vide confermato il suo posto all’ospedale al termine del periodo di prova, e si trasferì a Campbell Town dove morì nel 1878.
Lo scandalo Lanne ebbe almeno una conseguenza positiva: sulla scia delle polemiche la Tasmania promulgò nell’agosto del 1869 il primo Anatomy Bill, un atto che regolamentava la pratica delle dissezioni.

E le ossa di William Lanne?
Lo scheletro rimase quasi sicuramente nascosto tra le proprietà del museo della Royal Society. Si ignora che fine abbia fatto.
Anche del teschio nessuno sentì più parlare. Eppure, stranamente, Crowther ricevette nel 1874 una medaglia d’oro dal Royal College of Surgeons per i suoi “numerosi e preziosi contributi” allo Hunterian museum. Quali fossero stati esattamente questi contributi, non si sa di preciso; ma è naturale sospettare che l’onorificenza avesse qualcosa a che fare con l’infame teschio di Lanne, magari spedito a Londra in gran segreto.
Non esistono però prove certe che il teschio sia effettivamente arrivato in Inghilterra, e d’altronde la collezione di crani umani del Royal College of Surgeons venne distrutta nei bombardamenti nazisti.

Royal College of Surgeons, inizio ‘900.

Certo è che per quel teschio Crowther aveva rischiato tutto ciò che aveva, la sua reputazione e la sua professione. Ed ecco l’amara ironia: nel 1881, fu lo stesso curatore dello Hunterian a mettere pubblicamente in dubbio la validità della craniologia nella determinazione delle presunte razze.
Al giorno d’oggi risulta evidente che tutta questa ansia di catalogare e classificare fu “uno sforzo futile”, dal momento che “il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne” (da Storia e geografia dei geni umani, 2000).

Ovunque si trovassero, né il cranio né lo scheletro di William Lanne furono mai utilizzati per essere studiati scientificamente, e non comparvero in alcuna ricerca.
Dopo tutto quello che si era fatto per espropriarli, conquistarli e annetterli a una collezione piuttosto che a un’altra, e a dispetto dell’importanza fondamentale che si sosteneva rivestissero per la comprensione dell’evoluzione, quei resti umani finirono dimenticati in qualche cassa o in qualche armadio.
L’importante era averli colonizzati.

La fonte principale per questo articolo è Stefan Petrow, The Last Man: The Mutilation of William Lanne in 1869 and Its Aftermath (1997) che è disponibile online in PDF.
Interessante anche la storia di Truganini, la moglie di William Lanne nonché l’ultima donna aborigena, che subì un meno drammatico ma comunque analogo calvario post-mortem.
L
a procedura utilizzata da Crowther per sostituire il teschio senza sfigurare il cadavere ha una sua storia affascinante, raccontata in Frances Larson, Teste mozze: Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri (2014) – un libro che non mi stancherò mai di lodare.

La legge della lingua

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 50 – Il posto delle balene

La cittadina costiera di Eden, in Australia, era nell’Ottocento uno degli epicentri della baleneria. Si affacciava (e si affaccia ancora) sull’insenatura di Twofold Bay, dove tra l’inverno e la primavera faceva la sua comparsa la balena franca australe, in vista dell’accoppiamento.

Questo enorme cetaceo si muove a rilento, la sua stazza gli preclude scatti e guizzi. Era dunque la preda perfetta per i balenieri, in grado di ottenere molti barili d’olio da un solo mammifero; durante una sola stagione di caccia, se ne catturavano fino a 22 esemplari, assicurando così alle famiglie di Eden una rendita sufficiente per tutto l’anno.
Ma ogni inverno, assieme alle balene, arrivavano anche i branchi di orche assassine, e volevano la stessa cosa dei pescatori.

Inizialmente questi ultimi, avvertendo la competizione, cercarono di scacciarle.
A quanto si dice, però, le cose cambiarono a partire dal 1840 circa, quando i balenieri cominciarono a reclutare come arpionieri alcuni aborigeni della tribù Thaua. Questi nativi, infatti, si erano dedicati alla caccia delle balene per migliaia di anni prima che arrivassero gli europei, e avevano stretto un “patto” con le orche.

Quando le orche intercettavano un gruppo di balene in migrazione, le accerchiavano spingendole fin dentro al golfo di Twofold Bay, vicino alla costa. Qui un’orca maschio, il capobranco, nuotava fino al molo per allertare i balenieri, saltando e schiaffeggiando l’acqua con la coda. Gli uomini balzavano sulle barche e avevano gioco facile nell’arpionare e uccidere le balene. In cambio dell’aiuto ricevuto, i balenieri instaurarono la cosiddetta “legge della lingua”: legavano la carcassa della balena appena uccisa a una barca o a una boa, e la lasciavano in acqua tutta la notte in modo che le orche potessero reclamare la loro parte del bottino – vale a dire, le enormi labbra e la lingua del cetaceo con cui pasteggiare. Il resto del corpo, contenente il grasso e le ossa preziosi per i pescatori, non veniva toccato.

Una carcassa di balena fotografata nel 1908: qui le orche avevano già divorato lingua e labbra.

Per gli abitanti di Eden, le orche divennero compagne irrinunciabili: venivano liberate non appena rimanevano impigliate nelle reti da pesca e si racconta che allontanassero perfino i pericolosi squali dalle fragili scialuppe dei balenieri.
L’orca maschio che interagiva maggiormente con gli uomini richiamando la loro attenzione era lunga sette metri e pesava circa sei tonnellate: divenne nota con il soprannome di Old Tom.

Un baleniere, e Old Tom sullo sfondo.

Questa cooperazione durò per quasi un secolo.
Nel 1923 un certo John Logan, allevatore in pensione, uscì a caccia assieme a George Davidson, baleniere di terza generazione. Come era solito fare, Old Tom spinse verso di loro una piccola balena, che gli uomini uccisero. Ma si avvicinava una tempesta, e la stagione era stata davvero magra: Logan, temendo che quella potesse essere l’ultima balena dell’anno, decise di infrangere per la prima (e unica) volta la legge della lingua.
Usò il suo arpione per spingere lontano dalla preda Old Tom, che giustamente pretendeva il suo compenso. Con un colpo male assestato, senza volerlo davvero, Logan finì per strappare un paio di denti alla povera orca. Quando Old Tom, ferito, nuotò via dalla barca, Logan mormorò: “Oh Dio, cos’ho fatto?”

Le gengive di Old Tom si infettarono e negli anni successivi l’orca fece sempre più fatica ad alimentarsi; il 18 settembre 1930 venne trovata spiaggiata vicino a Eden, morta di stenti e di fame.
Da quel momento il suo branco scomparve per non fare più ritorno.

Oggi, lo scheletro di Old Tom è esposto all’Eden Killer Whale Museum, a perenne ricordo della bizzarra, ma fruttuosa, alleanza tra gli uomini e le orche assassine.

Edipo in Indonesia

Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 49, “Incesto”

C’erano una volta due animali: un cane, chiamato Tumang, e un cinghiale femmina di nome Celeng Wayungyang. Non erano animali comuni, bensì due divinità trasformate in bestie a causa di un peccato commesso molto tempo prima.
Un giorno, nella giungla, la dea-cinghiale bevve l’urina di un re che stava cacciando nei paraggi e ne rimase incinta; poiché era un essere soprannaturale, diede alla luce una bambina nel giro di qualche ora. Il re, che si trovava ancora nella giungla, udì la piccola piangere, la trovò e la adottò.
La bambina, chiamata Dayang Sumbi, crebbe a palazzo e divenne un’abile tessitrice, oltre che una bellissima ragazza corteggiata da numerosi principi e nobiluomini.
Un giorno, mentre stava filando sulla terrazza, il suo telaio cadde giù nel cortile; non potendo poggiare i piedi a terra per andare a recuperarlo, a causa del suo status di principessa, Dayang Sumbi promise ad alta voce di sposare chiunque glielo avesse riportato. Con suo grande sconcerto, fu Tumang il cane a esaudire la sua richiesta, ed ella fu costretta a prenderlo come marito, ignara del fatto che in realtà si trattava di un semidio. Il sovrano, quando venne a sapere della scandalosa unione di sua figlia con un cane, la ripudiò e la cacciò dalla reggia.
I due si ritirarono in una capanna nella giungla, dove Dayang Sumbi scoprì presto che nelle notti di luna piena Tumang riacquistava la sua forma originale, trasformandosi in un giovane e meraviglioso amante; assieme concepirono un figlio maschio, che chiamarono Sangkuriang.

Quando Sangkuriang aveva dieci anni, la madre gli chiese di trovare un fegato di cervo, di cui era ghiotta. Così il ragazzo andò a caccia nella giungla, accompagnato dal fido cane Tumang (che non sapeva fosse suo padre).
Nella foresta non c’era traccia di cervi, ma i due si imbatterono in un bel cinghiale femmina, e Sangkuriang pensò che forse il suo fegato poteva andare bene comunque; ma quando provò a uccidere la bestia, il cane Tumang – che aveva riconosciuto in quel cinghiale la dea, nonna di Sangkuriang – deviò l’arco facendogli mancare il bersaglio. Allora Sangkuriang, infuriato, rivolse le sue frecce contro Tumang stesso, uccidendolo. Ne portò poi il fegato alla madre, che lo cucinò credendo si trattasse di cacciagione. Una volta scoperto l’inganno, però, la povera Dayang Sumbi andò su tutte le furie, rendendosi conto di aver appena mangiato il fegato di suo marito; colpì dunque Sangkuriang sulla testa con un mestolo: un colpo talmente violento che il ragazzino perse completamente la memoria, e fuggì spaventato nella foresta.

Passarono dodici lunghi anni.
Sangkuriang era diventato un bel giovane, forte e attraente. Non ricordava assolutamente nulla di sua madre, così quando un giorno la incontrò per caso – ancora giovane e bella, in quanto figlia di una dea – se ne innamorò. I due decisero di sposarsi, finché un giorno Dayang Sumbi, mentre pettinava il suo promesso sposo, scoprì la cicatrice lasciata dal mestolo e comprese che Sangkuriang era suo figlio.
Cercò di convincerlo a mandare a monte le nozze ma il giovane, ancora vittima dell’amnesia, non voleva crederle ed esigeva che il matrimonio fosse celebrato.

Allora Dayang Sumbi architettò un tranello, una prova d’amore impossibile. Disse a Sangkuriang che l’avrebbe sposato soltanto se prima dell’alba fosse riuscito a riempire l’intera vallata di acqua; inoltre, sempre prima del canto del gallo, avrebbe dovuto costruire una barca, per poter navigare insieme sul lago così formato. La donna era convinta che l’impresa fosse irrealizzabile.
Con sua grande sorpresa, però, Sangkuriang invocò l’aiuto degli spiriti celesti e fece crollare gli argini del fiume, sommergendo così la vallata di acqua: era riuscito a creare il lago!
Abbatté poi un enorme albero e iniziò a intagliare la barca.
Dayang Sumbi si accorse che il figlio avrebbe presto vinto la sfida, così si mise a tessere febbrilmente degli enormi veli rossi; pregò a sua volta le creature celesti, che stesero i grandi veli lungo l’orizzonte. I galli, ingannati, pensarono che l’alba fosse già arrivata e si misero a cantare. Ingannato, Sangkuriang andò su tutte le furie e con un calcio capovolse la barca incompiuta che finì per trasformarsi in un’enorme montagna. Le schegge formarono altre cime montuose, intorno alla prima.

Il monte Tangkuban Perahu, il cui profilo ricorda una barca capovolta.

Questa antichissima leggenda viene ancora narrata dai sundanesi dell’isola di Giava, ed è sorprendente non soltanto per la somiglianza con la vicenda di Edipo.
Il mito è usato infatti per spiegare la creazione del bacino del Bandung, del monte Tangkuban Parahu (che significa letteralmente “barca capovolta”) e delle montagne vicine. Ma il lago Bandung, di cui parla la leggenda, è prosciugato da almeno 16.000 anni e le montagne si formarono ancora prima, a causa di una serie di eruzioni vulcaniche.
Gli archeologi e gli antropologi sono convinti che la colorita leggenda di Sangkuriang, e della sfida che sua madre gli lanciò per evitare l’incesto, abbia un fondo di verità storica: tramandata oralmente per innumerevoli generazioni, porterebbe con sé il ricordo ancestrale del lago ormai scomparso da millenni e degli sconvolgimenti sismici che diedero origine alla catena montuosa.
Proprio sulla base del mito, gli studiosi hanno quindi datato lo stanziamento dei sundanesi in quest’area geografica a circa 50.000 anni fa.

Le violon noir

Il direttore d’orchestra piemontese Guido Rimonda, virtuoso del violino, possiede uno strumento eccezionale: lo Stradivari Leclair del 1721.
Come tutti gli Stradivari, anche questo violino ha ereditato il nome del suo più celebre proprietario: Jean-Marie Leclair, considerato il padre della scuola violinistica di Francia, “il più italiano dei compositori francesi”.
Ma lo strumento porta anche l’inquietante nomignolo di “violino nero” (violon noir): è infatti protagonista di un’oscura leggenda che riguarda proprio Jean-Marie Leclair, morto in circostanze drammatiche e misteriose.

Nato a Lione il 10 maggio 1697, Leclair godette di una straordinaria carriera: cominciò come primo ballerino al Teatro dell’opera di Torino – all’epoca i violinisti dovevano essere anche maestri di danza – e, stabilitosi a Parigi, a partire dal 1728 si guadagnò il favore di pubblico e critica grazie alle sue composizioni eleganti e innovative. Applaudito ai Concerts Spirituels, autore di numerose sonate per violino e basso continuo nonché per flauto, si esibì in Francia, Italia, Inghilterra, Germania e Paesi Bassi. Appuntato ordinario di musica e direttore della regia orchestra da Luigi XV nel 1733 (carica che per quattro anni condivise a rotazione con il suo rivale Pierre Guignon, prima di licenziarsi per i continui dissapori), venne ingaggiato anche alla corte d’Orange sotto la Principessa Anna.
Il suo declino cominciò nel 1746 con la sua prima e unica opera lirica, Scilla e Glauco, che non ebbe il successo sperato nonostante sia oggi considerata un piccolo capolavoro capace di fondere suggestioni italiane e francesi, antiche e moderne. Il successivo impiego al teatro di Puteaux, diretto dal suo ex-studente Antoine-Antonin duca di Gramont, si concluse nel 1751 a causa dei problemi finanziari del duca.

Nel 1758 Leclair si separò dalla seconda moglie, Louise Roussel, dopo ventotto anni di matrimonio e di collaborazione (la consorte, anch’ella musicista, aveva inciso in rame tutti i suoi lavori). Amareggiato sentimentalmente e professionalmente, si ritirò a vivere da solo in una piccola casa nel Quartier du Temple, all’epoca una zona pericolosa e malfamata di Parigi.
Le storie che cominciarono a circolare sul suo conto erano tante, e spesso diametralmente opposte: si diceva che egli, divenuto misantropo, vivesse recluso rifiutando ogni visita e facendosi passare i viveri con una carrucola; altri al contrario sostenevano che conducesse l’esistenza dissoluta del libertino.

Nemmeno la morte del musicista mise un punto finale a queste dicerie, anzi: perché il 23 ottobre del 1764, Jean-Marie Leclair venne trovato assassinato, con tre pugnalate, all’interno della sua abitazione. L’omicida non fu mai catturato.

Negli anni e nei secoli a venire, il giallo riguardante la sua morte non ha cessato di incuriosire gli amanti della musica, e come ci si può aspettare è sorta anche una leggenda “nera” sul suo conto.
La versione più popolare, raccontata spesso da Guido Rimonda, vuole che Leclair, appena dopo essere stato pugnalato, avesse raccolto le ultime forze per stringere al petto lo Stradivari.
Il violino era l’unica cosa che, nella sua misantropia, egli ancora amava.
Il cadavere fu trovato soltanto due mesi dopo la morte, mentre ancora teneva tra le mani lo strumento musicale; decomponendosi, la sua mano aveva lasciato sul legno un’impronta nera e indelebile, visibile ancora oggi.

Che si tratti, appunto, di una leggenda, lo dimostrerebbero i rapporti della polizia che, oltre a non fare menzione del famoso violino, raccontano il ritrovamento della vittima la mattina successiva all’omicidio (e non a mesi di distanza):

Il 23 ottobre 1764, di mattina presto, un giardiniere di nome Bourgeois […] passando davanti alla casa di Leclair si accorgeva che la porta era aperta. Quasi al medesimo istante arrivava sul luogo Jacques Paysan, il giardiniere del musicista. La casa piuttosto triste del violinista aveva un giardino in una corte interna. Ed entrambi gli uomini, avendo notato il cappello e la parrucca di Leclair che giacevano nel giardino, come precauzione cercarono dei testimoni prima di penetrare nella casa. Assieme a qualche vicino, entrarono dal musicista e lo trovarono per terra nel suo vestibolo. […] Jean-Marie Leclair era steso sulla schiena, con la camicia e la canottiera macchiate di sangue. Gli erano state inferte tre ferite con un oggetto appuntito, una sopra il capezzolo sinistro, l’altra sotto lo stomaco sul fianco destro, e la terza al centro del petto. Di fianco al corpo giacevano diversi oggetti, che sembravano essere stati posti lì intenzionalmente. Un cappello, un libro intitolato L’èlite des bons mots, della carta da musica, e un coltello da caccia privo di tracce di sangue. Leclair indossava il cinturone di questo coltello ed era evidente che l’assassino aveva ideato tutta questa messa in scena. L’esame del cadavere, compiuto dal signor Pierre Charles, chirurgo, riportava delle ecchimosi nella parte lombare, al labbro superiore e inferiore e alle ossa della mascella, il che provava che dopo una lotta con il suo assassino Leclair era stato buttato a terra di schiena.

(in Marc Pincherle, Jean-Marie Leclair l’aîné, 1952,
citato in Musicus Politicus, Qui a tué Jean-Marie Leclair?, 2016)

I sospetti della polizia si concentrarono sul giardiniere Jacques Paysan, la cui testimonianza era incerta e imprecisa, ma soprattutto sul nipote di Leclair, François-Guillaume Vial.
Quest’ultimo, un uomo di una quarantina d’anni, era figlio della sorella di Leclair; musicista egli stesso, arrivato a Parigi verso il 1750, da tempo perseguitava lo zio affinché lo facesse entrare al servizio del Duca di Gramont.
Sempre secondo il rapporto di polizia, Vial “si lamentava di ingiustizie che lo zio gli avrebbe fatto subire, dichiarava che aveva avuto quello che si meritava visto che aveva sempre vissuto come un lupo, che era un maledetto pezzente che se l’era cercata, e che aveva abbandonato sua moglie e i suoi figli per ridursi a vivere tutto solo in quella casa rifiutando di vedere chiunque della sua famiglia”. Vial fornì dichiarazioni contraddittorie agli inquirenti, oltre ad un alibi maldestro e palesemente falso.

Eppure, forse scoraggiati dalla doppia pista, gli investigatori decisero di archiviare il caso. All’epoca le indagini erano tutt’altro che scientifiche, e in casi come questi ci si limitava a interrogare i vicini e i familiari; l’assassinio di Leclair rimase così insoluto.

Ma torniamo alla macchia nera che impreziosisce il violino di Rimonda. Nonostante le fonti sembrino smentirne la provenienza “maledetta”, mai come in questo caso la veridicità storica si rivela ben poco rilevante in confronto alla portata della narrativa leggendaria.

Il violon noir è un autentico simbolo, quanto mai affascinante: appartenuto a un artista pienamente iscritto nell’epoca dei Lumi, esso ci parla invece dell’Ombra.
Mantiene impressa nel legno l’impronta della morte (lo spirito del defunto attraverso la sua traccia fisica), e si fa emblema della violenza, della crudeltà che gli esseri umani si infliggono l’un l’altro a dispetto della Ragione. Ma il marchio nero – quell’ultimo, affettuoso e disperato abbraccio di Leclair al suo strumento – è anche il segno dell’amore di cui l’uomo è capace: amore per la musica, per l’impalpabile, per la bellezza, vale a dire per tutto ciò che è trascendente.

Se ogni Stradivari è inestimabile, il violino di Rimonda lo è doppiamente in quanto rappresenta tutto ciò che c’è di terribile e di meraviglioso nella nostra natura. E quando lo si ascolta, sembra sprigionare diverse voci al medesimo istante: la personalità di Rimonda, che in maniera sublime esegue le note vere e proprie, si mescola con quella di Stradivari, percepibile nella limpidezza del timbro. Ma una terza presenza sembra aleggiare: è la memoria di Leclair e, assieme, la sua rivincita. Dimenticato in vita, continua oggi a riecheggiare attraverso l’adorato violino.

Potete ascoltare il violino di Rimonda nell’album Le violon noir, disponibile in CD e in formato digitale.

(Grazie, Flavio!)

Il pietrificatore: La Collezione Anatomica Paolo Gorini

 

Il 16 febbraio uscirà Il pietrificatore, quinto volume della Collana Bizzarro Bazar, dedicato alla Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi.

Pubblicato da Logos e ancora una volta impreziosito dalle meravigliose foto di Carlo Vannini, il libro racconta la vita e l’opera di Paolo Gorini, uno dei più celebri “pietrificatori” di corpi umani, e situa la straordinaria collezione nel contesto culturale, sociale e politico del tempo.

A breve scriverò qualcosa di più approfondito sul motivo che mi fa ritenere Gorini così importante ancora oggi, e così particolare anche rispetto ai suoi colleghi pietrificatori. Per adesso, ecco la descrizione nella scheda del libro:

Corpi interi, teste, neonati, giovani donne, contadini, la loro carne mutata in pietra, immune alla putredine: sono i “morti di Gorini”, fissati per sempre in un’eternità lapidea che li salva dalla famelica devastazione del Verme Conquistatore.
Li troviamo a Lodi, in un piccolo museo che raccoglie, sotto la volta cinquecentesca affrescata a grottesche, una collezione unica al mondo, lo straordinario lascito di Paolo Gorini (1813-1881).
Personaggio eccentrico, dai forti contrasti, Gorini si occupò di matematica, vulcanologia, geologia sperimentale, conservazione delle salme (imbalsamando quelle illustri di Mazzini e di Rovani) ma anche della progettazione di uno dei primi forni crematori italiani. Schivo eremita nel suo laboratorio ricavato da una vecchia chiesa sconsacrata, eppure amante delle donne e uomo di scienza capace di intrecciare stretti rapporti con i letterati del suo tempo, nell’immaginario popolare Gorini rimane ancora in bilico tra la figura del negromante e il cliché romantico dello “scienziato pazzo”, amato e temuto al tempo stesso. Proprio a causa dei suoi misteriosi procedimenti e delle segretissime formule in grado di “pietrificare” i cadaveri, la vita di Paolo Gorini è stata spesso offuscata da un alone di leggenda.
Questo libro ricostruisce, grazie anche ai contributi del curatore museale Alberto Carli e dell’antropologo Dario Piombino-Mascali, il peculiare periodo storico in cui il metodo della pietrificazione poté godere di una certa fortuna, nonché l’interesse e il valore che la collezione di Lodi riveste oggi. Perché questi preparati non sono affatto testimoni muti: raccontano la storia dell’antica ossessione umana per la conservazione delle spoglie documentando un momento seminale in cui il rapporto con la morte, in Occidente, si preparava a cambiare. E svelano, infine, l’enigma di Paolo Gorini stesso: “mago”, uomo e scienziato, che sconvolto in tenera età dalla morte del padre passerà tutta la vita a cercare di penetrare i segreti della Natura e sconfiggere il decadimento.

Potete prenotare la vostra copia de Il pietrificatore a questo link.

“Il rosso forellino”: orribili storie di aghi

Talvolta gli oggetti più minuscoli possono rivelarsi i più utili. E i più spaventosi.
Chi non prova almeno un piccolo brivido, una benché minima avversione alla visione di un ago che entra sottopelle?

Ecco, come avrete capito questo articolo è dedicato proprio agli aghi, in contesti clinici bizzarri. Se fate parte di quel 10% della popolazione che soffre di belonefobia, questo post non fa per voi… o forse sì.

Aghi preistorici
Un’invenzione più antica dell’uomo stesso

Innanzitutto, una piccola curiosità che esula dal vero fulcro di questo articolo, ma che trovo affascinante: quello qui sopra è l’ago più antico mai ritrovato dagli archeologi… e non è un manufatto umano.

Lungo 7,5 centimetri, ricavato dall’osso di un uccello non ancora identificato, questo ago perfetto (con tanto di cruna per inserire il filo) venne costruito più di 50.000 anni fa – non dagli Homo sapiens, ma dai misteriosi ominidi di Denisova: stanziati sul monte Altaj in Siberia, questi nostri predecessori sono ancora in gran parte un enigma per i paleontologi. Ma questo ago recuperato nel 2016 dalla loro grotta è una prova di quanto fossero tecnologicamente avanzati.

Aghi sotto la pelle
L’inspiegabile ritardo della medicina occidentale

Passare dagli aghi da cucito a quelli a scopo medico fu una conquista molto più tarda di quanto si potrebbe immaginare.

Non avrebbe dovuto essere così difficile comprendere che iniettare una medicina sottopelle poteva essere una tecnica efficace. Norman Howard-Jones apre il suo A Critical Study of the Origins and Early Development of Hypodermic Medication (1947) constatando che:

Gli effetti dei morsi dei serpenti e degli insetti velenosi puntavano già chiaramente alla possibilità di introdurre farmaci attraverso la puntura della pelle. Nelle società primitive, era praticata l’applicazione di prodotti vegetali e animali a scopi terapeutici attraverso l’incisione cutanea […], e l’uso di frecce avvelenate può essere visto come un grezzo precursore delle medicazioni ipodermiche e intramuscolari.

Se vogliamo, un altro “grezzo precursore” delle iniezioni intramuscolari potrebbe essere la proposta avanzata nel 1831 da Sir Robert Christison, che suggerì ai balenieri di fissare una fiala di acido prussico sulla punta degli arponi per uccidere le balene più velocemente.

Eppure, nonostante questi indizi, prima di arrivare alla vera e propria iniezione ipodermica a scopi medici bisogna aspettare la metà dell’Ottocento. Fino ad allora, le siringhe (che pure esistevano da secoli) venivano usate principalmente per aspirare, ad esempio i liquidi che si accumulavano negli ascessi. I clisteri e le irrigazioni nasali erano in uso fin dall’antichità romana, ma nessuno aveva pensato di iniettare dei farmaci sottopelle.

  I medici avevano provato con risultati alterni ad abradere l’epidermide con irritanti per depositare la medicina direttamente sull’ulcera, oppure incidevano la pelle con una lancetta, come per i salassi, al fine di inserire dei sali (ad esempio di morfina) attraverso il taglio. Nel 1847 G. V. Lafargue fu il primo ad avere l’intuizione di combinare l’inoculazione con l’agopuntura, e a costruire un lungo e grosso ago cavo riempito di pasta di morfina. Ma si continuavano a testare anche altri metodi di somministrazione, come cucire un filo, imbevuto di droga, direttamente nella pelle dei pazienti.

La prima siringa ipodermica vera e propria fu inventata nel 1853 dallo scozzese Alexander Wood, come riportato nel suo New Method of Treating Neuralgia by Subcutaneous Injection (1855). Quasi in contemporanea anche il francese Charles Pravaz ne aveva messa a punto una sua versione. Alla fine del Diciannovesimo secolo, l’iniezione ipodermica era già diffusa ovunque in ambito medico.

Aghi nella carne
Il bizzarro caso clinico della “donna dagli aghi”

Pubblicato nel 1829 da Giuseppe Ferrario, primo chirurgo dell’Ospedale Maggiore di Milano, La donna dagli aghi è il resoconto di uno strano caso accaduto a partire dal giugno del 1828.

Una giovane di 19 anni, Maria Magni, “contadina, d’aspetto scrofoloso, ma dotata di temperamento sanguigno” venne ricoverata in preda a gravi dolori.
Una mattina d’aprile dell’anno precedente, aveva trovato per terra una carta azzurra contenente 70-80 aghi da cucito d’acciaio. Non volendo perderli, se li era appuntati al risvolto della camicetta. Ma Maria soffriva di attacchi epilettici, e poche ore dopo, al lavoro nella vigna, “fu sorpresa dalle solite vertigini, e da accesso di convulsione. Sotto i violenti abnormi moti musculari, […] involontariamente, crede ella d’essersi conficcati nel braccio destro che era nudo, secondo il costume di vestire delle nostre contadine, non che nella mammella, gli aghi che teneva trapuntati nel busto”. Gli aghi non le avevano dato fastidio fino a tre mesi dopo, e infine aveva deciso di recarsi all’ospedale quando il male era diventato insopportabile.

Il chirurgo di guardia esitò sulle prime ad ammetterla in corsia, per paura che fosse sifilitica: la Magni infatti si era curata con medicine alternative, applicandosi “molti e variati rimedi, cataplasmi, unguenti, vescicanti, ed altre sostanze escarotiche, ecc., coll’intenzione di eccitare gli aghi ad uscire dalla pelle”, ma ottenendo soltanto il risultato di ricoprirsi di ulcere.

Qui entra in scena il dott. Ferrario, che nei primi 35 giorni di cura la sottopone a 16 salassi al braccio, le applica alle tempie più di 160 sanguisughe, somministra vescicanti, frizioni, decotti, sali e tinture varie. Ma gli attacchi epilettici quotidiani sono terribili, e nulla sembra funzionare: “tutte le persone dell’arte [medica], ricolme di stupore all’orribile stato della donna, le pronosticavano fra poco inevitabile morte”.

Sentendo la storia degli aghi, però, a Ferrario viene il dubbio che la giovane ne abbia ancora qualcuno conficcato dentro al corpo. Esamina dunque le ferite e sente effettivamente qualcosa di duro e sottile nascosto all’interno della carne; ma appena tocca quei punti, scatena degli attacchi epilettici di violenza inaudita. Ferrario li racconta con la tipica enfasi ottocentesca, così simile allo stile di un romanzo gotico, che oggi può sembrare fuori luogo in un contesto medico:

la sventurata, facendo punto d’appoggio col capo e coi piedi, alto balzando sulle coltri spingeva la testa retratta tra le spalle, e per la spasmodica contrazione dei muscoli dorsali curvava all’indietro il tronco e gli arti a foggia d’un arco […] scuotevasi urlando, arrotolava il corpo sulle braccia con pericolo di soffocarsi […]. Eravi involontaria evacuazione dell’orina e delle materie fecali […]. Il respiro aneloso, minacciante soffocazione, il seno floscio ed aggrinzato che discoprivasi per la camicia fatta a brani; la violenza con cui ruotava il capo in giro sul collo, e con cui lo dibatteva quasi contro la muraglia e lo cacciava penzolone dalle sponde del letto ; gli occhi rosso-turgidi, ora stralunati, ora spalancati, prominenti dall’orbita, fissi e saettanti; il ributtante digrignare dei denti, la materia spumosa tinta di sangue che vomitava a spruzzi dalle luride fauci, il viso gonfio orribilmente contraffatto, i neri capelli che aggruppati e intrisi di bava tratto tratto scuoteva d’intorno al cranio […] tutto inspirava il massimo raccapriccio e terrore, presentando viva l’immagine funesta d’una furia infernale.

Ferrario comincia ad estrarre gli aghi dal corpo della donna, con piccole incisioni, e il registro vira su questi toni: “questa mattina ho scoperto un ago posto alla regione superiore interna della mammella destra. […] Nel dopo pranzo, previo il solito tagliuzzo, dalla esterna superiore parte del braccio, ho estratto l’ago 14, coperto di ruggine, con punta senza cruna […] dalla sommità del monte di Venere ho estratto l’ago 24, arrugginito, con punta, senza cruna, e lungo otto linee”.

Gli spilli sono difficili da individuare, si spostano attraverso i muscoli da un giorno all’altro, tanto che il medico sperimenta anche l’utilizzo di grosse calamite a ferro di cavallo per localizzare gli aghi.
Passano i giorni, e man mano che gli aghi estratti crescono di numero cresce anche il sospetto che la donna stia ingannando i medici; Maria Magni sembra continuare a espellere aghi a ripetizione. Si insinua il dubbio che se li infili da sé, di nascosto.
Ma prima di accusarla bisogna avere le prove. La perquisiscono, la tengono sotto costante osservazione, usano perfino delle “esche”, degli aghi lasciati apposta nei pressi del letto della paziente per controllare se scompaiono. Nulla.

Nel frattempo, a partire dall’estrazione numero 124, la Magni gli aghi comincia a vomitarli.
Il medico si chiede: gli aghi sono arrivati nel tratto digestivo attraversando il diaframma? O la Magni li ha ingoiati di proposito? Certo è che il vomitarli le causò tante e tali sofferenze che “essendosi trovata a sì mal partito non [credo] ne abbia più ingoiati in seguito, ma abbia piuttosto ricorso ad altro canale meno incommodo e meno pericoloso, come fece, onde continuare la maliziosa introduzione degli aghi nel suo corpo”.
Il canale “meno incommodo” è la vagina, nella quale vengono ritrovati innumerevoli nuovi aghi.

Come non bastasse si è sparsa la voce che la “donna dagli aghi” sia in realtà una strega, e la faccenda sta seminando il panico tra i pazienti dell’ospedale.

Una vecchia contadina convalescente, posta nel letto di fianco a quello della Magni, incominciò da qualche giorno a fissarsi in capo che questa era stata stregata, e che poscia era divenuta essa pure una strega in virtù della magia comunicatale dagli aghi. Standole vicina di letto credeva la vecchia di potere ella medesima andare soggetta allo stesso stregamento. Non voleva quindi essere toccata dalla giovane, e nemmeno da me ch’essa pure credeva uno stregone, perché avevo la facilità di estrarle gli aghi. Il fatto si è che la vecchia s’infatuò tanto di questa scempiaggine, che gridando in tutta la giornata qual pazza, cadde veramente in una specie di delirio, e le si dovettero applicare molte sanguisughe al capo onde tranquillarla.

Finalmente, un bel giorno si riesce a scoprire dove la Magni nasconde gli aghi che si infila nel corpo:

Due aghi intieri infilati in un gomitolo di refe; quattro aghi pur intieri entro carta nascosti tra il materasso ed il pagliariccio, tutti lucidissimi; poscia un settimo ago poco ossidato confitto in una panca del suo letto. Diverse malate delle vicine sale deposero che la Magni si era fatta imprestare quattro aghi dall’una e due da un’altra, ma che non gli aveva più restituiti colla scusa che eransi rotti. La sconsigliata giovane essendosi così veduta accerchiata e scoperta […] finse violente convulsioni ed operò da demonio, mettendo a soqquadro e letto ed assistenti. Finì simulando estasi furibonda in cui parlava d’individui di pura immaginazione, chiamava in suo soccorso i santi e i diavoli, e malediva poscia, e bestemmiava orrendamente ed angioli, e santi, e diavoli, e medici, e chirurghi ed infermieri.

Dopo un paio di giorni di scenate, la Magni confessa. Era stata lei a impiantarsi gli aghi sottopelle. a inserirli nella vagina o ingurgitarli, avendo cura di nascondere le aree traforate in attesa che “il rosso forellino” si cicatrizzasse e scomparisse.
In totale, dal corpo di Maria Magni furono estratti 315 aghi.
Nell’epilogo del suo scritto, Ferrario svela che quello da lui raccontato non è nemmeno il primo caso registrato: nel 1821 dalla giovane Rachele Hertz vennero estratti 363 aghi; un altro resoconto parla di una ragazza che resistette per più di 24 anni ai malori causati dall’ingestione di 1500 aghi. Un’altra donna, Genueffa Pule, nata nel 1763 e morta a 37 anni, era stata sottoposta ad autopsia e “alla sezione del cadavere, nella parte superiore-interna di ciascuna coscia, precisamente sui muscoli tricipiti, si rinvennero ammassi di spille e d’aghi sotto i tegumenti, e tutti i muscoli formicavano d’aghi e di spille.

Ferrario attribuisce le motivazioni di questi gesti al picacismo, o alla superstizione; Maria sostenne di essere stata spinta da altre “comari” a ingurgitare gli aghi per emulare i santi martiri, come una sorta di rito apotropaico. Più probabile che si trattasse di una menzogna detta dalla donna, trovatasi con le spalle al muro.

In ultima analisi il medico è costretto ad alzare le mani:

Strana cosa è senza dubbio l’immaginarsi da chi è sano di mente e di corpo, come il dolore, sensazione da cui recedono i bruti medesimi, e sommamente abborrita in genere dall’umana natura, sia talora a sé procurato da un individuo di ragione fornito.

Chissà cosa direbbe oggi Ferrario, se potesse vedere alcune pratiche come il play piercing o le performance di sospensione con i ganci.

Aghi nel cervello
Un lascito agghiacciante

Mentre spulciavo gli archivi di anatomia patologica, alla ricerca di studi simili a quello su Maria Magni, mi sono imbattuto in uno, poi due, poi numerosi altri report riguardanti una situazione ancora più incredibile: aghi da cucito individuati nell’encefalo di pazienti adulti, spesso nel corso di radiografie di routine.

I corpi estranei intracranici sono un’evenienza rara, e di solito sono il risultato di traumi o di operazioni; ma né il paziente di 37 anni ricoverato nel 2004, né quello di 45 anni nel 2005, né la donna italiana di 82 anni nel 2010, né la donna cinese di 48 anni nel 2015 avevano subìto traumi cranici importanti o procedure chirurgiche alla testa.
Un enigma all’apparenza impossibile: com’erano arrivati lì quegli aghi?

La risposta è terribile. Questi sono tutti casi di fallito infanticidio.

La possibilità dell’infanticidio attraverso l’inserimento di spilli attraverso la fontanella è citata nell’Enciclopedia legale di F. Foramiti (1839), in cui l’autore propone un (agghiacciante) elenco approssimativo dei metodi con cui una madre può uccidere un bambino, tra cui compare anche “forargli con acuto e sottile pugnale o con ago lungo e forte, la fontanella e il cervello”.

Ma la pratica, di concreto documentata in letteratura medica solo a partire dal 1914, compariva già nei romanzi e testi Persiani: il fatto che il metodo fosse noto già nell’antico medioriente potrebbe spiegare perché la maggior parte dei poco più di quaranta casi conosciuti provengano da Turchia e Iran, con una minoranza di casi del Sudest Asiatico, Europa e Stati Uniti. In Italia esistono due casi accertati, uno nel 1987 e quello già citato del 2010.

La maggior parte di questi pazienti non presentava particolari sintomi neurologici: gli aghi da cucito, rimasti all’interno della testa per così tanti anni, non vengono nemmeno rimossi; un intervento chirurgico sarebbe a quel punto più pericoloso che lasciarli in sede.
Si è proceduto in questo modo anche nell’unico caso segnalato in Africa, un bambino di 4 anni con un ago di 4,5 cm nell’encefalo. All’epoca della stesura del report, nel 2014, l’ago era ancora là: “non si sono notate complicazioni, il bambino ha uno sviluppo fisico e mentale normale con eccellenti risultati a scuola”.

Certo, scoprire a quarant’anni che qualcuno – i vostri genitori, o magari i vostri nonni – ha tentato di uccidervi quando avevate pochi mesi non dev’essere gradevole.
È quello che è successo a Luo Cuifen, donna cinese nata nel 1976, che recatasi a una visita di controllo per via di sangue nelle urine, nel 2007, scoprì di avere in corpo ben 26 aghi da cucito, che penetravano organi vitali come polmoni, fegato, reni e cervello. Una vicenda, questa, che rientra nella sfera delle discriminazioni verso i neonati di sesso femminile nella Cina rurale, dove un figlio maschio è più benvisto perché può tramandare il cognome di famiglia, svolgere i riti funebri per gli antenati, ecc. Nel caso di Luo, sono stati probabilmente i nonni a tentare l’omicidio quando la bambina aveva solo pochi mesi (anche se questa teoria non può essere provata visto che i nonni sono ormai deceduti).

In altri tre casi recenti, registrati in Tunisia, Cina e Brasile, si è scoperto che i bambini avevano rispettivamente tre, dodici e perfino cinquanta aghi all’interno del corpo.

I casi di persone sopravvissute per decenni con un ago nel cervello sono ovviamente l’eccezione – non per nulla uno degli studi parla di “punta dell’iceberg”.
La ferita di uno spillo può essere pressoché invisibile. Ad essere davvero inquietante, quindi, è lo scenario che si apre su quegli infanticidi che sono portati a termine con “successo”, cioè senza venire scoperti.

Talvolta gli oggetti più minuscoli possono rivelarsi i più utili. E i più letali.

Ringrazio Mariano Tomatis, che mi ha segnalato La donna dagli aghi, scovato durante i suoi studi sul magnetismo ottocentesco, e da cui ha preso avvio questa ricerca.

Pestilenze, alberi sacri e un bicchiere d’acqua tonica

Ho un debole per l’acqua tonica. Forse perché è l’unica tra le bevande gassate ad avere un gusto che non ho mai capito fino in fondo, impossibile da descrivere: un sapore ambiguo, strano contrasto tra quel pizzico di zucchero e la vena aspra che asciuga il palato.
Di tanto in tanto, nelle sere d’estate, mi capita di sorseggiarla sul terrazzo di casa mentre guardo i Colli Albani, dove i Castelli Romani si aggrappano al vulcano spento. E portando il bicchiere alle labbra, non posso impedirmi di pensare a quanto strana possa essere la storia dell’umanità.

Sovrani, guerre, crociate, invasioni, rivoluzioni, e via dicendo. Qual è la più potente tra le cause di cambiamento? Quale agente ha prodotto le più drammatiche modificazioni a lungo termine della società umana?
La risposta è: le epidemie.
Secondo diversi studiosi, nessun altro elemento ha avuto un impatto così profondo sulla nostra cultura, tanto che si è detto che senza la peste, il progresso sociale e scientifico come lo conosciamo non sarebbe stato possibile (ne avevo già scritto tempo fa). Con ogni ondata epidemica, i sopravvissuti si ritrovavano poco numerosi e molto più ricchi. Così le arti e le scienze avevano modo di svilupparsi e fiorire; ma la peste cambiò anche la storia della medicina e i suoi metodi.

“Peste” è un termine in verità generico, come “malattia”: fu usato storicamente per definire diversi tipi di epidemie. Fra queste, una tra le più antiche e probabilmente la peggiore che abbia mai colpito l’umanità, era la malaria.

Si crede che la malaria abbia ucciso più di tutte le altre cause di morte messe assieme attraverso l’intera storia umana.
A dispetto dell’importante riduzione dell’impatto della malattia nell’ultima decade, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa 300 milioni di persone siano colpite ogni anno. Significa all’incirca la popolazione degli Stati Uniti. Di quelli che si ammalano, più di 400.000 muoiono ogni anno, soprattutto bambini: la malaria reclama la vita di un bimbo ogni due minuti.

La malaria prende il nome dalla “mala aria” che si poteva respirare negli acquitrini e nelle paludi che circondavano la città di Roma. Si credeva che l’odore mefitico e stagnante fosse la causa del morbo. (Giovanni Maria Lancisi aveva suggerito già nel 1712 che le zanzare potessero avere a che fare con l’epidemia, ma soltanto alla fine del XIX secolo Sir Ronald Ross, premio Nobel inglese, provò che la malaria è trasmessa dalla zanzara anofele.)

Ai tempi della Roma medievale, ogni estate riportava con sé il flagello, e morivano centinaia di persone. La pestilenza colpiva senza fare distinzioni: uccideva aristocratici, guerrieri, contadini, cardinali, perfino Papi. Come scrisse Goffredo da Viterbo nel 1167, “quando è incapace di difendersi con la spada, Roma può difendersi per mezzo della febbre”.

La malaria era diffusa in Europa, Asia e Africa. Eppure, nessuno sapeva esattamente cosa fosse, né come curare la patologia. Non c’era cura, non c’era rimedio.

Ecco, questa è la parte che davvero mi fa impazzire. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che qualcuno stesse giocando un brutto scherzo agli esseri umani — perché, in realtà, un rimedio c’era. Ma gli Dei beffardi l’avevano piazzato in una terra che non era mai stata raggiunta dalla malaria. Peggio: si trovava in una terra che nessuno aveva ancora scoperto.

Mentre l’Europa continuava a essere devastata dalle terribili febbri di palude, la soluzione era nascosta nel folto delle giungle del Perù.

Qui entrano in gioco i gesuiti. La loro prima missione in Perù fu fondata nel 1609. I gesuiti non potevano esercitare la medicina: le istruzioni lasciate dal fondatore dell’ordine, Sant’Ignazio di Loyola, proibivano loro di diventare dottori, poiché dovevano concentrarsi unicamente sulle anime degli uomini. A dispetto del divieto di praticare la medicina, i preti gesuiti spesso rivolsero la loro attenzione allo studio di erbe e piante. Padre Agostino Salumbrino era un gesuita, e un farmacista. Egli fu tra i primi missionari in Perù, e visse al collegio di San Pablo a Lima, facendo buon uso della sua conoscenza farmacologica nel costruire quella che sarebbe diventata la più grande è migliore farmacia in tutto il nuovo mondo. I gesuiti volevano convertire i nativi al cattolicesimo, ma capirono che non poteva essere fatto con la forza; prima dovevano comprendere gli indios e la loro cultura. I guaritori nativi, ovviamente, conoscevano ogni sorta di rimedi naturali, e i preti annotarono con cura tutta questa conoscenza, raccogliendo piante ed erbe mai viste prima di allora, registrando e dettagliando i loro effetti. Ed è a questo punto che notarono che gli indiani che vivevano nelle Ande a volte bevevano infusioni di una particolare corteccia per arrestare i brividi e le convulsioni. I gesuiti fecero due più due: forse quella corteccia poteva essere efficace nel trattamento delle febbri di palude.

A partire dal 1630 circa, Padre Salumbrino (forse con l’aiuto di un altro gesuita, Bernabé Cobo) decise di spedire a Roma un piccolo quantitativo di questa corteccia, per vedere se potesse essere d’aiuto con la malaria.
A Roma, all’epoca, viveva un altro personaggio straordinario: il Cardinale Juan De Lugo, direttore della farmacia dell’Ospedale Santo Spirito. Era stato lui a trasformare la farmacia da una bottega artigianale a qualcosa che si avvicina a una moderna filiera produttiva: sotto la sua direzione, l’officina galenica aveva raggiunto proporzioni inedite, sia per scala che per visione. Migliaia di vasetti e bottiglie, scaffali straripanti di ricette per preparazioni medicinali, prescrizioni per il loro uso e descrizioni di sintomi e malattie. De Lugo curava i poveri e distribuiva medicamenti gratuiti. Quando la corteccia peruviana arrivò a Roma, De Lugo comprese il suo potenziale e decise di pubblicizzare la medicina il più possibile: si trattava del primo rimedio che funzionasse veramente contro le febbri.

Il Perù offre alla scienza un ramo di cinchona (acquaforte, XVII Secolo).

La corteccia dell’albero cinchona contiene quattro differenti alcaloidi attivi contro il parassita della malaria, il più importante fra i  quali è il chinino. Il segreto del chinino è che è in grado di calmare la febbre e i brividi, ma allo stesso tempo di uccidere il parassita che causa la malaria, perciò può essere impiegato sia come cura che come trattamento preventivo.
Ma non tutti erano felici dell’arrivo di questa nuova, miracolosa polvere di corteccia.

Prima di tutto, era stata scoperta dai Gesuiti. Di conseguenza, tutti i protestanti immediatamente rifiutarono di assumere la medicina. Non potevano accettare che la cura per la più antica e mortale delle malattie fosse arrivata dai loro rivali religiosi. Così in Olanda, Germania e Inghilterra la cura fu quasi unanimemente rifiutata.
In secondo luogo, la corteccia era amarissima. “Lo sapevamo, quei Gesuiti stanno cercando di avvelenarci!

Ma forse il rifiuto più veemente arrivò proprio dal mondo della medicina.
Questo potrebbe non sorprendere, se si sa come i dottori trattavano la malaria prima del chinino. Molte cure medievali implicavano ad esempio il traferire la malattia su oggetti o animali: si portava una pecora nella camera da letto di un paziente febbricitante, e si salmodiavano canti e preghiere per spostare il morbo sulla bestia. Una cura ancora popolare nel Diciassettesimo secolo faceva uso di una mela dolce e di un incantesimo rivolto ai tre Magi che seguirono la stella a Betlemme: “Si tagli la mela in tre parti. Nella prima fetta si scrivano le parole Ave Gaspari, nella seconda Ave Balthasar, nella terza Ave Melchior. Poi si mangi ogni segmento all’alba per tre mattine consecutive, recitando tre padrenostri e tre avemarie”.

Anche dopo il Medioevo, l’ortodossia medica credeva ancora ciecamente negli insegnamenti di Galeno. Ai tradizionalisti, che volevano preservare l’antica dottrina della medicina galenica ad ogni costo, sembrava che la corteccia di cinchona smentisse tutta la loro visione del corpo umano – ed effettivamente era quello che avrebbe fatto. Secondo Galeno, la febbre era un disordine causato dalla bile: non era un sintomo ma una malattia in sé. Un paziente con febbre alta si riteneva soffrisse di “fermentazione” del sangue. Quando il sangue fermentava, si comportava un po’ come il latte che bolle, producendo un residuo spesso che andava eliminato affinché il paziente potesse riprendersi. Per questo motivo i trattamenti d’elezione erano i salassi, le purghe, o entrambi.
Ma la corteccia peruviana sembrava curare la febbre senza produrre alcun residuo. Com’era possibile?

Gli anni passarono, e il successo della cura arrivò dall’uso: nessuno sapeva perché, ma funzionava.  Nel tempo, la corteccia di cinchona modificò il modo in cui i medici si approcciavano alla malattia: fu uno dei colpi decisivi inferti alla dottrina di Galeno, che aprì e preparò la strada alla medicina moderna.

Un grande contributo per il successo della corteccia dei Gesuiti venne da un certo Robert Talbor. Talbor non era un medico: non aveva una vera e propria istruzione, era soltanto un ciarlatano. Ma era riuscito a diventare piuttosto famoso e alla moda, e quando venne chiamato a curare il re Carlo II d’Inghilterra dalla malaria, egli usò un rimedio segreto che stava sperimentando da tempo. Funzionò, e ovviamente si scoprì che si trattava della polvere dei Gesuiti sciolta nel vino. Re Carlo appuntò Talbor come medico personale, facendo infuriare l’establishment medico inglese, e lo spedì in Francia dove curò anche il figlio del re. Senza rendersene conto, Talbor aveva scoperto il modo perfetto per somministrare la corteccia di cinchona: le emulsioni più efficaci erano quelle create dissolvendo la polvere nel vino — e non nell’acqua — perché gli alcaloidi della cinchona sono altamente solubili in alcol.

Alla fine del XVIII secolo, quasi trecento navi arrivavano ai porti spagnoli dalle Americhe ogni anno — quasi una al giorno. Una su tre veniva dal Perù, e a bordo di ognuna c’era l’immancabile corteccia di cinchona.

Caventou & Pelletier.

Il chinino nacque ufficialmente nel 1820: due scienziati, Pelletier e Caventou, isolarono il principio attivo e misero a punto la procedura di estrazione dell’alcaloide dal legno. Per il nome della loro droga presero ispirazione dal nome originario della pianta, quina o quina-quina, che significa “corteccia delle cortecce”, o “corteccia sacra”.

Per il chinino si combatterono ancora innumerevoli  battaglie, si persero e rischiarono vite. Negli anni 40 e 50 dell’Ottocento, i soldati britannici e i coloni in India usavano più di 700 tonnellate di corteccia ogni anno, ma il monopolio sul chinino era spagnolo. Esploratori inglesi e olandesi cominciarono quindi a contrabbandare i semi della pianta, e proprio  gli olandesi riuscirono infine a stabilire delle piantagioni a Java, arrivando a controllare presto le scorte mondiali di chinino.

Durante la Seconda Guerra Mondiale i Giapponesi occuparono Giava, e ancora una volta si impugnarono le armi per un estratto di corteccia; ma per fortuna venne sviluppata una versione sintetica del chinino, e per la prima volta le compagnie farmaceutiche furono in grado di produrre la sostanza senza il bisogno di enormi piantagioni.

Le truppe di stanza nelle colonie consumavano, nelle loro razioni mediche, farmaci antipiretici a base di chinino come ad esempio la tintura di Warbug. Questo portò alla creazione, tramite l’aggiunta di soda, di diverse Acque Toniche al chinino; nel 1870 venne commercializzata l’Acqua Tonica Indiana di Schweppes, a base della celebre acqua minerale inventata già a fine Settecento dall’orologiaio svizzero Jacob Schweppe. L’Acqua Tonica Indiana era pensata appositamente per i coloni inglesi che cominciavano ogni giornata con una forte dose di solfato di chinino, e conteneva acido citrico per dissolvere gli alcaloidi, e un un pizzico di zucchero.

Quindi eccomi qui ora, che guardo i i Colli Albani. Vivo nel luogo in cui un tempo cominciavano le temute antiche paludi; la mortale “mala aria” si sprigionava proprio da queste terre.
Ovviamente, la malaria venne eradicata negli anni ‘50 in tutta la penisola italiana. Eppure ogni volta che mi verso un bicchiere di acqua tonica, e assaporo l’amaro aroma del chinino, non posso impedirmi di pensare a quanto possa essere strana la storia dell’umanità — in cui un albero sacro venuto dall’altra parte dell’oceano è capace di dimostrarsi più importante di tutti i sovrani, le guerre e le crociate del mondo.

Gran parte delle informazioni sono tratte da Fiammetta Rocco, The Miraculous Fever-Tree. Malaria, medicine and the cure that changed the world (2003 Harper-Collins).

Un computer in gonnella

(Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 46: #HEROES)

L’anno prossimo Katherine Johnson, questa bellissima signora, compirà cento anni. Quando era piccola, suo padre Joshua le ripeteva sempre: “Tu vali quanto chiunque altro in questa città, ma non di più”.
Difficile credere di valere come chiunque altro, per una bambina di colore cresciuta a White Sulphur Springs, dove per chi non era bianco l’educazione si fermava obbligatoriamente alla terza media.
Papà Joshua lavorava come contadino e tuttofare presso il Greenbrier Hotel, lo stabilimento termale dove i signorotti più ricchi di tutta la Virginia andavano in villeggiatura; forse proprio per questo voleva che la sua bambina andasse spedita per la sua strada, ignorando le barriere segregazioniste. Nella loro cittadina non la facevano studiare? Lui l’avrebbe portata a Institute, 130 miglia più a ovest.

Katherine, dal canto suo, bruciò ogni tappa: a 14 anni aveva già finito le superiori, a 18 anni era laureata con lode in matematica. Nel 1938 la Corte Suprema stabilì che le università “white-only” avrebbero dovuto ammettere anche studenti di colore, così nel 1939 Katherine divenne la prima donna afroamericana a entrare nella scuola di specializzazione alla West Virginia University di Morgantown.
Completati gli studi, però, la carriera era tutt’altro che assicurata. Katherine avrebbe voluto dedicarsi alla ricerca, ma ancora una volta c’erano ben due handicap da superare: era donna, e per giunta afroamericana.

Insegnò matematica per più di dieci anni, aspettando l’occasione propizia che infine arrivò nel 1952. La NASA (all’epoca chiamata NACA) aveva cominciato ad assumere matematici sia bianchi sia afroamericani, e le propose un lavoro. Katherine Johnson entrò così a far parte, nel 1953, del primissimo team dell’agenzia spaziale.
Inizialmente lavorò nella sezione dei “calcolatori in gonnella”, un gruppo di donne il cui compito era elaborare i dati delle scatole nere degli aerei e svolgere specifiche operazioni matematiche. Un giorno Katherine venne assegnata a un gruppo di ricerca di volo, composto esclusivamente da maschi; la sua permanenza all’interno del team avrebbe dovuto essere temporanea, ma Katherine dimostrò una tale conoscenza della geometria analitica che i capi finirono per “dimenticarsi” di rimandarla al suo lavoro precedente.

Alla segregazione, però, non si sfuggiva. Katherine doveva lavorare, mangiare e andare in bagno in luoghi separati da quelli usati dai colleghi bianchi. Indipendentemente da chi avesse svolto il lavoro, i report venivano firmati soltanto dagli uomini del team.
Ma Katherine aveva sempre in mente le parole del padre, e la sua strategia fu quella di non curarsi di cosa ci si aspettava da lei. Si presentava alle riunioni ingegneristiche per soli uomini, firmava rapporti al posto dei suoi superiori maschi, ignorando qualsiasi obiezione. Perché non si era mai sentita inferiore – né superiore – a nessuno.

Era un’epoca pionieristica, e far parte della prima Space Task Force della storia significava avventurarsi in problemi e operazioni del tutto inediti. Con la sua preparazione e propensione per la geometria, Katherine era una dei “computer umani” più brillanti. Eseguì tutti i calcoli relativi alla traiettoria del primo volo americano nello spazio, quello di Alan Shepard nel 1961.

Venne il momento in cui la NASA decise di passare ai computer elettronici, smantellando l’équipe dei “calcolatori umani”; il primo volo ad essere programmato usando le nuove macchine fu quello di John Glenn, che doveva essere spedito in orbita intorno alla Terra. Ma fu l’astronauta in persona a rifiutarsi di partire, a meno che Katherine non avesse verificato a mano tutti calcoli eseguiti dal computer. Si fidava soltanto di lei.
In seguito Katherine contribuì a calcolare la traiettoria per il volo dell’Apollo 11, nel 1969. Vedere Neil Armstrong fare il primo passo sulla Luna la emozionò, ma neanche troppo: per chi aveva passato anni sulla missione non era certo una sorpresa.

Per lungo tempo si seppe ben poco del lavoro svolto da Katherine (e dalle sue colleghe): rimasta per decenni nell’ombra a fronte di una società che faticava a tributarle il giusto peso, oggi finalmente il suo nome si studia sui banchi di scuola e la sua storia è stata di recente raccontata dal film Il diritto di contare (2016, regia di Theodore Melfi). Il contributo offerto da questa donna alla corsa spaziale è riconosciuto come fondamentale – anche se a diventare eroi furono quegli astronauti che non avrebbero mai lasciato il suolo senza la precisione dei suoi calcoli.

Sorridente, a quasi un secolo di età, Katherine Johnson non smette di ripetere: “Valgo quanto chiunque altro, ma non di più”.

Dirty Dick, l’uomo che smise di lavarsi

Questo articolo è apparso originariamente su The LondoNerD, il blog italiano dedicato ai segreti di Londra.

Ho all’incirca un’ora per portare a termine la missione.
Uscito dalla stazione della metro di Liverpool Street, mi guardo attorno in attesa che le pupille si adattino al riverbero della strada. In questo momento la luce è stranamente forte, nonostante le nubi londinesi si adagino sui palazzi vittoriani come una tela cerata. O come un sudario, mi viene da pensare — un’associazione naturale, dato che mi trovo a pochi passi dalle zone (gli slums ottocenteschi tra Whitechapel e Spitafields) in cui era attivo lo Squartatore.
La mia missione però non ha nulla a che fare con il vecchio Jack.
L’incarico mi è stato affidato da The LondoNerD in persona: sapendo che avrei avuto un po’ di tempo libero prima della mia coincidenza, mi ha scritto un laconico messaggio:

Dovresti andare da Dirty Dicks. E scendere nella toilette.

Chiariamo: avere come amico The LondoNerD è sempre una garanzia, quando ci si trova nella capitale britannica. Le sue dritte sono spesso più preziose di quelle di chi a Londra ci vive davvero.
Tuttavia devo ammettere che recarmi nei cessi di un posto chiamato Dirty Dicks (c’è bisogno di tradurlo?) non è esattamente una prospettiva che mi riempie di entusiasmo.

Ma d’altro canto in quella proposta deve per forza nascondersi qualcosa che può risvegliare il mio interesse. Un segreto macabro, molto probabilmente.
Per chi non mi conosce, è di questo che mi occupo: di cose macabre e bizzarre. Il mio (poco serio) biglietto da visita recita: Esploratore del perturbante, collezionista di meraviglie.

La collezione a cui fa riferimento il biglietto è certamente composta di oggetti concreti, provenienti da tempi lontani e latitudini esotiche, stipati nei miei armadietti; ma è anche una metafora per le strane storie dimenticate che raccolgo e racconto da tanti anni — storie che dimostrano come il mondo non abbia in realtà mai smesso di essere un luogo incantato e straripante di sorprese.

Ma lasciamo stare, il tempo stringe.

Mi dirigo a veloci falcate verso il Dirty Dicks, al 202 di Bishopsgate. E non è una gran scoperta constatare che, con un nome simile sulle insegne, la facciata del locale sia tra le più fotografate dai turisti, fra risatine e ammiccamenti finto-puritani.

La lavagna all’entrata rimarca una verità troppo spesso ignorata: “Le persone smilze sono più facili da rapire — vai sul sicuro — mangia una braciola di maiale!

Non sono affatto paranoico (non potrei esserlo, visto che passo il mio tempo tra mummie, cripte e musei anatomici), ma decido comunque di seguire il consiglio, che mi sembra di una logica ferrea.

L’interno del Dirty Dicks coniuga la classica atmosfera da pub inglese con un arredamento rétro, singolare e vagamente hipster. Vecchie stampe alle pareti, mongolfiere sulla tappezzeria, un bel lampadario che penzola attraverso i due piani del locale.

Ordino velocemente, e mi dirigo alla famosa toilette.

L’anticamera dei bagni veri e propri è soffusa di una fioca luce giallastra, ma ecco che finalmente in un angolo riconosco l’obiettivo della mia missione. Il motivo per cui sono stato inviato qui.

Un armadietto a due ante, immerso nella semioscurità, è decorato con una scritta: “Nathaniel Bentley’s Artefacts”.

Qui dentro è così buio che perfino a occhio nudo è quasi impossibile distinguere cosa contengano le vetrine. (Provo a scattare qualche foto, ma il sensore, spinto al limite delle sue capacità, restituisce soltanto immagini confuse — di cui mi scuso con il lettore.)

Riconosco, questo sì, un gatto mummificato. Ed eccone un secondo. Ricordano il gatto e il topo morti dietro l’organo della Christ Church di Dublino e conservati nella stessa chiesa.

Qui di topi non ne vedo, ma c’è un inquietante scoiattolo rinsecchito che mi guarda con gli occhietti fuori dalle orbite.

E diversi animali tassidermizzati, uccellini, teschi di mammiferi, stampe naturalistiche antiche, chimere costruite con parti di bestie diverse, boccette e boccali contenenti non meglio specificati preparati che fluttuano nell’alcol intorbidito da chissà quanto tempo.

Cosa ci fa questo impolverato e ammuffito armadietto di curiosità, all’interno di un pub? Chi era Nathaniel Bentley, indicato dalla scritta come il creatore degli “artefatti”?

La vicenda di questa piccola e bizzarra collezione è strettamente legata alle origini del bar, e al suo infame nome.
Il Dirty Dicks ha infatti perso (in un’ottima e goliardica scelta di marketing) l’antico apostrofo genitivo che evidenziava il riferimento a un personaggio realmente esistito.
Dirty Dick era in realtà proprio il nostro misterioso Nathaniel Bentley.

Vissuto nel Diciottesimo Secolo, Bentley era il proprietario originario del pub, oltre a possedere un negozio di ferramenta e un magazzino adiacenti alla locanda. Dopo aver vissuto una gioventù spensierata da vero dandy, decise di prendere moglie. Ma, nel più drammatico degli scherzi del destino, la sua sposa morì il giorno stesso delle nozze.

Da quel momento in poi Nathaniel, sprofondato negli abissi di un lutto disperato, smise di lavarsi e di pulire la sua taverna. Divenne talmente famoso per la sua sporcizia da vedersi affibbiato il soprannome di Dirty Dick — e conoscendo lo stato igienico di Londra a quell’epoca, il lerciume della sua persona e del suo punto di ristoro dovevano essere davvero inimmaginabili.
Le lettere spedite al suo magazzino venivano semplicemente indirizzate a “The Dirty Warehouse”. Sembra che perfino Charles Dickens, nel suo Great Expectations, abbia preso ispirazione da Dirty Dick per il personaggio di Miss Havisham, la sposa abbandonata all’altare che rifiuta di togliersi l’abito nuziale per il resto della sua vita.

Nel 1804 Nathaniel chiuse tutte le sue attività commerciali, e se ne andò da Londra. Dopo la sua morte avvenuta nel 1809 a Haddington, Lincolnshire, il pub venne rilevato da altri gestori che decisero di lucrare sulla celebre leggenda urbana. Ricrearono il look dello squallido magazzino, mantenendo le bottiglie di liquori perennemente impolverate e ricoperte di ragnatele, e lasciando in giro (come simpatici oggetti d’arredo) i logori animali impagliati o mummificati che Dirty Dick non si era mai curato di buttare nell’immondizia.

Oggi che il Dirty Dicks si presenta lindo e curato, e gli unici odori sono quelli della buona cucina, le reliquie sono state spostate nell’armadietto di fianco ai bagni. A ricordo di una di quelle innumerevoli vicende, eccentriche e spesso tragiche, di cui è disseminata la storia di Londra.

Come cambiano i tempi. Adesso la specialità della casa non è più la sporcizia, ma l’invitante e deliziosa pork T-bone ricoperta di champignon che mi attende quando ritorno al mio tavolo.

E che affronto di buona lena, giusto per scongiurare eventuali rapimenti.

The LondoNerD è un blog giovane ma già pieno di spunti meravigliosi: storie strambe, curiose e poco conosciute sulla capitale britannica. Seguitelo su Facebook e Twitter, non ve ne pentirete.