Spiriti della strada: il culto delle animitas

Il passante che uscendo dalla Estación Central di Santiago del Cile si incammini lungo via San Francisco de Borja, dopo neanche una ventina di metri si imbatterà, proprio sul muro della stazione ferroviaria alla sua sinistra, in una sorta di parete votiva, assiepata di targhette, offerte, candele perennemente accese, santini e fotografie. Un semplice cartello verde annuncia: “Romualdito”, lo stesso nome presente su tutti gli ex voto di ringraziamento.

Se poi il nostro ipotetico viaggiatore si dirigesse in auto lungo l’Autopista del Sol verso il sobborgo di Maipù, sul bordo della carreggiata opposta vedrebbe un altare abbastanza simile al primo, questa volta dedicato a una giovane ragazza di nome Astrid il cui ritratto è quasi sommerso da decine e decine di orsetti di peluche e giocattoli.

E se percorresse tutta l’affilata lingua di terra del Cile, stretto com’è tra la cordigliera e l’oceano, magari sconfinando talvolta nelle pampas argentine, noterebbe che il paesaggio (sia urbano che rurale) è costellato da numerosi di questi strani piccoli templi: luoghi di devozione in cui non si venerano i santi canonici, ma gli spiriti di alcune persone morte tragicamente. Questo è il culto delle animitas.

Espressione di pietas popolare, le animitas sono edicole votive che si innalzano spesso sul bordo della strada (animita de carretera) per commemorare alcuni morti di “mala morte”: nonostante le spoglie di questi individui siano sepolte al cimitero, essi non possono riposare veramente per via delle circostanze violente della loro dipartita. Le anime si aggirano ancora per i luoghi in cui la vita è stata loro tolta.

 

Il Romualdito della stazione dei treni, ad esempio, era un ragazzino malato di tubercolosi che venne assaltato dai malavitosi che lo uccisero per rubargli il poncho e i 15 miseri pesos che portava addosso. Ma la sua storia, risalente agli anni ’30, si è persa in molteplici versioni più o meno leggendarie, ed è ormai impossibile risalire con certezza alla verità dei fatti: certo è che la fede in Romualdito è così radicata a Santiago che quando si dovette rimodernare e ricostruire la stazione, la sua parete non venne toccata.

La giovane Astrid, a cui è dedicata l’edicola ricoperta di peluche, morì nel 1998 in un incidente di moto, quando aveva 19 anni. Oggi è conosciuta come la Niña Hermosa.

Ma questi cenotafi sono centinaia, per lo più installati sul ciglio delle strade, in forma di casette o di piccole chiese con croci ben evidenti che spuntano dai tettucci.


Vengono costruiti in un primo momento come atto di misericordia e di memoria, sul luogo esatto dell’incidente mortale (o, nel caso di pescatori dispersi in mare, in settori appositi sulla costa); ma diventano vero e proprio fulcro di devozione nel momento in cui l’anima del defunto si dimostra miracolosa (animita muy milagrosa). Quando cioè comincia a rispondere alle offerte e alle preghiere con delle grazie particolari, intercedendo presso la Vergine o Cristo stesso.

Il culto delle animitas è un’originale fusione del culto dei morti indigeno pre-ispanico (in cui l’antenato si trasformava in presenza benigna che proteggeva la stirpe) e il culto delle anime del Purgatorio che arrivò qui assieme al Cattolicesimo. Per questo esso presenta delle sorprendenti analogie con un’altra forma di religiosità popolare “anomala” – quella relativa alle anime pezzentelle sviluppatasi a Napoli nel Cimitero delle Fontanelle, a cui ho dedicato il mio libro De profundis.
Oltre a essere non ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa, hanno in comune diversi aspetti fondamentali.

Per prima cosa le animitas, costruite con materiali di recupero, sono oggetti estetici e d’arte popolare che ricordano molto da vicino i carabattoli delle Fontanelle; non soltanto per la forma ma anche per la loro funzione, che è quella di rendere possibile una dialettica, un dialogo con l’oltretomba.
In secondo luogo, il sistema di intercessioni e di grazie, di offerte e di ex voto, è essenzialmente lo stesso in entrambi i casi.

Ma lo snodo davvero cruciale è che a essere venerati non sono gli eroi religiosi, vale a dire dei santi che hanno compiuto imprese incredibili miracolose in vita, ma piuttosto delle vittime del destino.
Questo consente un’identificazione tra il fedele e l’anima invocata, un riconoscimento della reciproca condizione, una condivisione dell’umana miseria che risulta pressoché impossibile avvertire nei confronti di figure “soprannaturali” come i santi. I quali certo svolgono anch’essi una funzione apotropaica, ma rimanendo sempre in posizione più elevata rispetto al comune mortale.
Le animitas, così come le anime pezzentelle, sono invece emblemi “democratici”, con cui è più semplice relazionarsi: condividono con i fedeli la stessa estrazione sociale, conoscono le difficoltà quotidiane della sopravvivenza. Sono degli spiriti protettivi che è possibile scomodare anche per miracoli più modesti, più banali potremmo dire, perché in fondo comprendono bene le necessità della gente.

Ma se in Italia il culto è rimasto esclusivo appannaggio di una singola città, Napoli, in Cile si è diffuso a macchia d’olio. Per dare un’idea della tenacia e della pervasività di questa fede, è sufficiente fare un ultimo, stupefacente esempio.
Il fenomeno artistico delle bici fantasma (biciclette pitturate di bianco a ricordo di un ciclista investito) è diffuso in tutto il mondo, e ha la funzione di monito per gli utenti della strada. Ebbene, quando queste installazioni sono arrivate in Cile non hanno potuto fare a meno di confondersi con la devozione popolare, dando luogo a degli ibridi chiamati bicianimitas. Ecco dunque che vicino alla bicicletta compaiono anche le edicole per le offerte rituali, e il memoriale funebre si trasforma in punto di comunicazione tra i vivi e i morti.
Vivi e morti che, sembrano voler ricordare le animitas, non sono mai veramente separati ma coesistono per le strade della città, o lungo i bordi delle polverose autostrade che s’inoltrano nel deserto.

Il blog Animitas Chilenas si propone di archiviare tutte le animitas, riportando di ciascuna il nome, la storia e le  coordinate GPS.
Oltre ai link alle fonti presenti nell’articolo, consiglio il saggio di Lautaro Ojeda,
Animitas – Una expresión informal y democrática de derecho a la ciudad (in ARQ Santiago n. 81 agosto 2012) e l’approfondito post El culto urbano de la muerte: el origen y la trascendencia de las animitas en Chile, di Criss Salazar.
Il fotografo Patricio Valenzuela Hohmann ha una splendida gallery di foto di animitas.
A margine segnalo infine
la Difunta Correa, l’animita più celebre in Argentina, dedicata alla leggendaria figura di una donna morta di sete e fatica a metà dell’Ottocento mentre seguiva il marito costretto forzosamente ad arruolarsi, e il cui cadavere fu trovato sotto un albero mentre stringeva ancora al petto il figlio neonato. Il culto della Difunta Correa si è diffuso a tal punto che è stato addirittura costruito un vero e proprio santuario a Vallecito, presso il quale arrivano un milione di pellegrini all’anno.

Piccola gente sperduta

Qual è l’ultima volta che avete veramente prestato attenzione al selciato?
Il microcosmo attorno ai nostri piedi può riservarci ancora delle inaspettate visioni?
Guardare alle piccole cose, ai dettagli, guardare verso il basso può avere ancora qualche senso, al di là di evitarci di pestare qualcosa di spiacevole?

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In un mondo in cui ci viene insegnato che tutto, dai grattacieli alle ambizioni, deve mirare in alto, gli artisti Slinkachu e Cordal – ognuno dei due a suo modo, ognuno con un diverso e personale approccio – sembrano voler ridare valore a tutto ciò che è minuto, dimenticato, invisibile.
I lavori di questi due street artists, entrambi attivi indipendentemente l’uno dall’altro sulla scena londinese, potrebbero essere a prima vista confusi: entrambi utilizzano delle miniature, e installano le loro opere provocatorie all’interno del contesto urbano, lasciandole poi al loro destino. Eppure le similitudini si fermano qui.

Slinkachu possiede una vena satirica e beffarda inconfondibile, tanto che le sue installazioni si presentano come delle irriverenti microstorie a sé; i mini-uomini di Slinkachu sono specchi, parodie che ridicolizzano i nostri eccessi, miserie e vanità. Chissà quanto intelligenti, quanto avanzati si credono – eppure le dimensioni contraddicono le loro azioni. Che si credano criminali o supereroi, questi piccoli, miscroscopici primati non andranno da nessuna parte.

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Le loro disavventure sono evidentemente le nostre, e le figurine arrivano addirittura a riproporre, in versione pop e stralunata, alcuni dei temi di cronaca e di attualità più dibattuti del nostro tempo.

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Gli omini di Cordal, invece, sono l’incubo del rimosso che riaffiora.
Le atmosfere si fanno apocalittiche, malinconiche, surreali, e nei suoi lavori la miniatura è inseparabile dal contesto, spesso disperato, in cui è stata posizionata.
C’è qualcosa di toccante e stranamente spaventoso in questo popolo anonimo che emerge dalle pozzanghere delle nostre città, o vi si inabissa seguendo i propri leader; qualcosa di beckettiano in questi tristi fantasmi che infestano le nostre grondaie, in questi turisti sperduti, in queste vittime della crudeltà di un mondo troppo sconfinato e pesante, e nei loro piccoli cadaveri che scompaiono nel marciume che li circonda.

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Ci inquieta, in queste figurine, il fatto di riconoscerle fin troppo bene. Possiamo immedesimarci, eppure non riusciamo a toglierci di dosso il disagio di un vago senso di colpa. Il mondo, in definitiva, è fatto a nostra misura, non per loro.
I poveri, gli inquieti e gli emarginati sono abitanti di realtà troppo piccole, di scala troppo distante dalla nostra perché ci possiamo accorgere che li stiamo calpestando. Eppure, basterebbe guardare.

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Ecco il sito ufficiale di Slinkachu, e quello di Isaac Cordal.

Charlie No Face

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Nell’area di Pittsburgh, Pennsylvania, circola una leggenda metropolitana, quella del Green Man, chiamato anche Charlie No Face. Si tratta di una creatura mostruosa, un uomo senza faccia che si aggira di notte lungo le strade meno battute, alla ricerca di una vittima a cui rubare il volto che gli manca. È la classica storia che si racconta attorno al fuoco di un campeggio, o ai bambini per minacciarli se non fanno i bravi: “Se resti fuori dopo il tramonto, Charlie No Face verrà a prenderti”.
Come accade con tutte le leggende urbane, le declinazioni della favola sono molteplici: il Green Man, dalla pelle verdastra e fosforescente, è di volta in volta un fantasma, un orco, un povero operaio caduto in una vasca di acido, un elettricista colpito da un fulmine e dato per morto che vive nascosto in un vecchio capanno abbandonato… è stato avvistato in una mezza dozzina di posti diversi, come la strada fra Koppel e New Galilee, oppure un’area industriale deserta a New Castle, o ancora un tunnel dismesso della ferrovia a South Park, e via dicendo.

Certo, questa è la leggenda. Pochi sanno, però, che Charlie No Face non è affatto un personaggio di fantasia.

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Il 18 Giugno 1919 un gruppo di ragazzini stava andando a farsi una nuotata in un’ansa del fiume Beaver, quando arrivarono al ponte di Morado che si innalzava sopra alle acque del Wallace Run. Si trattava di un grande ponte in legno su cui passava una linea di tram elettrici che connettevano le cittadine di Beaver Falls e Big Beaver: la massiccia struttura del ponte era un’attrazione conosciuta per la gioventù del luogo, che spesso si avventurava a scalarlo. Quel giorno, i ragazzini avvistarono un nido che qualche uccello aveva costruito proprio fra le assi più alte del ponte.
Cominciarono a sfidarsi su chi avrebbe avuto il coraggio di andare a controllare quanti uccelli c’erano nel nido: fu un bambino di soli otto anni, Ray, che salì verso la cima del ponte.
Purtroppo, sul Morado Bridge passavano due linee elettriche, una della potenza di 1.200 volt continui, e l’altra di 22.000 volt di corrente alternata. Il bambino per salire si aggrappò ad un cavo, e restò folgorato dall’immensa scossa, mentre il suo corpo letteralmente bruciava prima di staccarsi infine dai cavi e precipitare giù.

Ponte di Morado, bambino di 8 anni folgorato da cavo scoperto, in punto di morte“, titolava la gazzetta di Beaver Falls il giorno dopo. In effetti non c’erano quasi speranze per il piccolo Ray; eppure, dopo un mese passato fra la vita e la morte, la sua salute cominciò a migliorare. Raymond Robinson sopravvisse, ma la sua faccia era stata completamente sciolta dalla corrente. Non aveva più occhi, né naso; le labbra erano completamente sfigurate, così come le orecchie. Il braccio con cui era rimasto attaccato al cavo aveva dovuto essere amputato sotto il gomito, e il petto era un’unica, enorme cicatrice.

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Ritornato a casa sua dopo i lunghi mesi d’ospedale a Pittsburgh, Ray non lasciò mai più Koppel. Con un’amorevole famiglia che si prendeva cura di lui, si apprestò a vivere una vita da recluso, conscio che il suo aspetto avrebbe terrorizzato la gente. Nonostante fosse cieco, dava una mano in casa costruendo cinture, portafogli e altri oggetti da vendere; aveva una grande collezione di rompicapi di metallo, fatti di ferri di cavallo, tubi e molle, che risolveva abilmente per stupire i nipotini. Amava passare una vecchia falciatrice sull’erba del giardino, di tanto in tanto, e anche se qualche punto del prato non era ben rasato, i familiari non correggevano mai i suoi errori. Il fatto è che Ray, a detta di tutti i suoi parenti, era una persona di una gentilezza unica; tutti coloro che lo conoscevano bene avvertivano l’istinto e il dovere di proteggerlo dal mondo esterno, che sapevano poter essere crudele nei suoi confronti.
Nelle rare occasioni in cui doveva proprio mostrarsi a qualche estraneo, Raymond indossava un naso prostetico collegato a un paio di occhiali da sole. “Non discuteva mai delle sue ferite o dei suoi problemi” – racconta il nipote di Ray – “Era soltanto una realtà, e non c’era nulla che ci potesse fare, perciò non ne parlava mai. Non si è mai lamentato di niente”.

Eppure evidentemente quella vita gli stava un po’ stretta, Raymond aveva bisogno di un suo spazio privato, di qualcosa che lo facesse sentire più autonomo e meno dipendente dalla famiglia. Fu così che cominciò a passeggiare di notte lungo la strada statale 351 fra Koppel e New Galilee. Aiutandosi con un bastone, metteva un piede sull’asfalto e uno sui sassi a bordo carreggiata: con questo metodo avanzava seguendo la strada.

Le passeggiate notturne di Ray Robinson divennero presto una routine. Verso le 10 di sera egli afferrava il suo bastone e usciva di casa nella notte, sordo alle proteste di sua madre e del patrigno. “Perché devi per forza andare?”, chiedevano, ma Ray si incamminava lo stesso. Era il suo momento di libertà.

Presto si sparse la voce che c’era un uomo mostruoso che camminava la notte, sempre lungo la stessa strada, e per i teenager locali una storia simile era ovviamente un’attrattiva irresistibile. Nelle calde sere d’estate in cui non c’era nulla da fare, i ragazzi cominciarono a guidare su e giù per il tratto di statale per riuscire a vederlo. Ogni tanto ci riuscivano, e la storia si ingigantiva.

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Raymond si nascondeva dietro gli alberi, appena sentiva una macchina avvicinarsi, e dava poca confidenza agli estranei. Spesso questi ultimi lo insultavano e beffeggiavano in modo sadico. Altre volte, invece, gli capitava di incontrare dei ragazzi che gli offrivano delle birre o delle sigarette per scambiare due parole, o per potersi fare una foto assieme a lui. Più di una volta tornò a casa ubriaco, sconvolgendo la madre perché in casa sua non si era mai consumata nemmeno una goccia di alcol.

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Le passeggiate notturne di Raymond divennero una vera e propria attrazione ad un certo punto, tanto che la fila di macchine sulla statale 351 alcune sere aveva addirittura richiesto l’intervento della polizia. Fu più o meno in questo periodo che vennero coniati i nomignoli Charlie No Face e Green Man. Diverse volte Ray venne investito dalle automobili, diverse volte finì talmente ubriaco da perdere la strada per tornare a casa – lo trovarono i familiari, riverso sul bordo della strada, sfinito dopo aver vagato per ore nei boschi.

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Raymond continuò a passeggiare quasi ogni notte, dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70, incurante della leggenda che si stava creando attorno alla sua figura. Negli ultimi anni della sua vita venne trasferito al Beaver County Geriatric Center, e lì morì nel 1985 a 74 anni. Ma ancora oggi egli è a suo modo presente, vero e proprio mito popolare moderno, nelle storie e nei racconti tramandati di generazione in generazione.

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(Grazie, Slago!)

Roadkill cuisine

La nostra serie di articoli sui tabù alimentari, The Dangerous Kitchen, è conclusa da tempo; ma torniamo a parlare di cucina. Nouvelle cuisine, potremmo dire, se non altro “nuova” e sconosciuta all’assaggio per la maggioranza di chi legge (e per chi scrive). Da non scartare a priori in tempi di crisi e di dilemmi etici sulle crudeltà verso gli animali da macello, la roadkill cuisine offre innumerevoli vantaggi per la buona forchetta. L’ingrediente di base sono infatti le carcasse degli animali accidentalmente colpiti ed uccisi sulle strade.

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Certo, ad una prima occhiata l’idea di andare a caccia di animali selvatici spiaccicati, staccarli dall’asfalto, portarli in cucina, scuoiarli e metterli in pentola può sembrare un po’ distante dalle raffinatezze nostrane. Sarà perché le asettiche confezioni di carne già preparata al supermercato ci aiutano a dimenticare il “lavoro sporco” del curare e preparare l’animale. Eppure, a pensarci bene, superando la nostra ripugnanza per il corpo morto, quale differenza ci sarebbe fra un coniglio di allevamento e una lepre investita da un’auto? Si tratta pur sempre di cibo altamente vitaminico e proteico, senza grassi saturi e di sicuro privo di conservanti, coloranti, steroidi, nitriti, nitrati o altri additivi chimici alimentari. E se poi vi capitasse di trovare un cervo morto, avreste lo stesso identico bottino di una partita di caccia… meno la violenza del massacro volontario.

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Bisogna però prestare particolare attenzione alla scelta dell’animale: il rischio è quello delle malattie. I due principi di base, a sentire i sostenitori di questa particolare dieta, sono: “Quanto fresco è? Quanto è spiaccicato?“. C’è evidentemente una bella differenza, per fare un esempio, fra una volpe sbalzata sul bordo della strada e morta per trauma cranico, ma il cui corpo è ancora intatto, rispetto a un’altra a cui sono passati sopra una dozzina di veicoli.

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Mangiare animali vittime di incidenti stradali è legale, o perlomeno non regolamentato, nella maggior parte degli stati: le eccezioni riguardano normalmente specie protette, o di grossa taglia, come cervi o alci. In Alaska, ad esempio, il corpo di un caribu investito da un’auto è proprietà dello Stato, e normalmente viene macellato dai volontari sul luogo dell’incidente. La carne viene poi distribuita alle mense dei poveri. Ma dagli orsi e dalle alci in Canada, alle celeberrime zuppe di scoiattolo e gli stufati di opossum degli Stati Uniti, fino ai barbecue di canguro in Australia, diverse tradizioni culinarie “insospettabili” dimostrano che praticamente tutto è commestibile. In America, la roadkill cuisine è piuttosto diffusa, tanto da essere perfino divenuta un topos da barzelletta per ridicolizzare una certa fascia medio-bassa della popolazione del Sud (i redneck, termine spregiativo per gli “zotici” del Sud).

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Tra i propugnatori di questo stile di alimentazione vi sono però anche ambientalisti critici del sistema industriale di produzione della carne, veri e propri amanti degli animali, e la loro è una scelta di vita. Jonathan McGowan mangia esclusivamente piccole vittime del traffico da 30 anni: “Ho visto quanto erano sporchi gli animali nelle fattorie, e quanto erano poco salutari. Una volta andavo anche al mercato della carne, dove gli animali erano trattati in maniera grottesca dagli allevatori. Non ero contento di ciò che vedevo, per nulla“. Questo il suo motivo per passare a piccioni, gabbiani, tassi, talpe e corvi falcidiati dalle macchine.

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article-2048527-0E5A333B00000578-680_634x375 L’ex-biologo Arthur Boyt gratta via donnole, ricci, scoiattoli e lontre dalle strade vicino alla sua dimora in Cornovaglia addirittura da 50 anni. Pur appassionato di cani (sia detto senza ironia), afferma che il gusto del labrador è squisito come l’agnello. Non sopporta che la carne vada sprecata, ma non ucciderebbe un animale per nulla al mondo.

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eating-roadkill L’attivista Fergus Drennan, impegnato in lotte per l’ambiente e contro le fattorie industrializzate, confessa invece che, nonostante apprezzi la roadkill cuisine, lui non potrebbe mai mangiare animali domestici: “una delle poche cose che tendo ad evitare sono gatti e cani. In teoria, non dovrei avere problemi a mangiarli… ma hanno sempre nomi e targhette sui loro collari, e siccome ho due gatti, è un po’ troppo per me“.

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Lasciando da parte cani e gatti, ecco una tabella nutrizionale che abbiamo tradotto dalla pagina Wiki inglese dedicata alla roadkill cuisine:

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Due le spontanee domande che, a questo punto, il neofita gourmet delle carogne arrotate si starà certamente ponendo. 1. Non sono un biologo: come faccio a sapere con sicurezza quale animale mi trovo di fronte? 2. Una volta identificato, come lo cucino?

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Non disperi il nostro impavido sperimentatore del gusto. Masticando un po’ d’inglese, entrambi i dubbi avranno risposta. Per riconoscere gli animali spiaccicati, non c’è miglior soluzione della guida di Roger Knutson dall’esplicito titolo Flattened Fauna (“Fauna appiattita”), che descrive aspetto, abitudini e particolarità biologiche delle specie pelose più comuni, dunque a rischio investimento, sulle strade dell’America del Nord. Per quanto riguarda le modalità di cottura, nessuno invece batte Buck Peterson, vero esperto del settore e autore di numerosi ricettari che coniugano un leggero humor nero con la serietà nell’approccio (soprattutto per quanto riguarda i consigli igienico-sanitari). Anche se non avete alcuna intenzione di convertirvi a questa particolare arte culinaria, noi vi consigliamo ugualmente il suo The Original Road Kill Cookbook: se non altro, è un ottimo libro da tenere in bella vista sul bancone della cucina, quando avete ospiti a cena.

Bloody Murders

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Quando state entrando ad un concerto, o a uno spettacolo teatrale, vi viene consegnato il programma della serata. Una cosa simile accadeva, in Inghilterra, anche per un tipo particolare di spettacolo pubblico: le esecuzioni capitali.

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Nel XVIII e XIX Secolo, infatti, alcune stamperie e case editrici inglesi si erano specializzate in un particolare prodotto letterario. Venivano generalmente chiamati Last Dying Speeches (“ultime parole in punto di morte”) o Bloody Murders (“sanguinosi omicidi”), ed erano dei fogli stampati su un verso solo, di circa 50×36 cm di grandezza. Venivano venduti per strada, per un penny o anche meno, nei giorni precedenti un’esecuzione annunciata; quando arrivava il gran giorno, veniva preparata spesso un’edizione speciale per le folle che si assiepavano attorno al patibolo.

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Sull’unica facciata stampata si potevano trovare tutti i dettagli più scabrosi del crimine commesso, magari un resoconto del processo, e anche delle accattivanti illustrazioni (un ritratto del condannato, o del suo misfatto, ecc.). Usualmente il testo si concludeva con un piccolo brano in versi, spacciato per “le ultime parole” del condannato, che ammoniva i lettori a non seguire questo funesto esempio se volevano evitare una fine simile.

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La vita di questi foglietti non si esauriva nemmeno con la morte del condannato, perché nei giorni successivi all’esecuzione ne veniva stampata spesso anche una versione aggiornata con le ultime parole pronunciate dal condannato – vere, stavolta -, il racconto del suo dying behaviour (“comportamento durante la morte”) o altre succulente novità del genere.

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I Bloody Murders erano un ottimo business, appannaggio di poche stamperie di Londra e delle maggiori città inglesi: costavano poco, erano semplici e veloci da preparare, e alcune incisioni (ad esempio la figura di un impiccato in controluce) potevano essere riutilizzate di volta in volta. Il successo però dipendeva dalla tempestività con cui questi volantini venivano fatti circolare.

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Questi foglietti erano pensati per un target preciso, le classi medie e basse, e facevano leva sulla curiosità morbosa e sui toni iperbolici per attirare i loro lettori. Era un tipo di letteratura che anche le famiglie più povere potevano permettersi; e possiamo immaginarle, raccolte attorno al tavolo dopo cena, mentre chi tra loro sapeva leggere raccontava ad alta voce, per il brivido e il diletto di tutti, quelle violente e torbide vicende.

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La Harvard Law School Library è riuscita a collezionare più di 500 di questi rarissimi manifesti, li ha digitalizzati e messi online. Consultabili gratuitamente, possono essere ricercati secondo diversi parametri (per crimine, anno, città, parole chiave, ecc.) sul sito del Crime Broadsides Project.

Il dentista di Jaipur

Falk Peplinski è l’autore di questo cortometraggio documentario che narra la quotidianità del dentista Pushkar e del suo maestro Pyara Singh, che operano nei pressi della stazione ferroviaria di Jaipur. Nonostante il tono ironico, questo breve (ma intenso!) filmato vuole essere una dichiarazione d’amore per l’India, paese in cui tutto può succedere…

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