Se bella vuoi apparire…

Questo nostro caduco et fragil bene
ch’è vento et ombra et à nome beltate
(Francesco Petrarca, Canzoniere, Canto 350)

Oggi essere belli è diventato un dovere.
Forse però è troppo facile prendersela con il martellamento promozionale, che ripropone all’infinito sensuali e perfette nudità occhieggianti dai cartelloni pubblicitari, dalle riviste, dai cataloghi; facile criticare il degrado dei tempi quando perfino le moderne donne politiche parlano delle capatine dall’estetista come di un imperativo etico o ideologico; facile anche scagliarsi contro la superficialità dilagante, nel sentir parlare sempre più spesso di seni, glutei ed altri parti anatomiche che si debbono per forza “ringiovanire”, a meno di non voler sfigurare. Facile, insomma, associare la rincorsa alla pelle più tonica, alle sopracciglia meglio disegnate o all’ultima miracolosa crema antirughe ad una crisi di valori.

Ma è davvero soltanto la nostra epoca ad essere così ossessionata dall’eterna giovinezza e dalla bellezza a tutti i costi?

La cosmesi è in realtà vecchia quanto l’uomo, ed in ogni periodo storico sono sorti estremismi e fissazioni estetiche, così come qualsiasi epoca ha visto propagarsi le cure anti-età più bizzarre, spesso poco più di fugaci mode d’una stagione.
È dunque divertente e illuminante gettare uno sguardo ai trattamenti che erano all’ultimo grido nella prima metà del secolo scorso: pur di apparire giovani e belle, anche le nostre nonne o bisnonne erano pronte a sottoporsi ai tormenti più surreali.

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Partiamo da Max Factor Sr., nome leggendario, vero e proprio innovatore che, grazie al suo lavoro per le prime grandi star del cinema, fu in grado di costruire un impero. A lui si deve lo sviluppo dell’industria cosmetica, oltre che il termine “make-up”. Gli si deve anche la straordinaria maschera con cubetti di plastica per il ghiaccio che vedete qui sotto: pensata originariamente per dare rinfresco alle attrici accaldate dalle luci del set, senza rovinare il trucco, questa invenzione ben presto divenne però celebre tra i festaioli di Hollywood per tutt’altro motivo… guadagnandosi il nomignolo di Hangover Heaven (“paradiso del doposbornia”).

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Sempre Max Factor è l’artefice dell’infame beauty micrometer, inquietante apparecchio che avrebbe dovuto identificare le parti del viso di una persona che necessitavano d’essere ridotte o aumentate dal trucco. Stranamente, questo incrocio fra uno strumento di tortura e un craniometro frenologico non ebbe mai lo sperato successo.

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Similmente minacciosi ci appaiono oggi i primi caschi per la permanente, che modellavano i capelli ricciolo per ricciolo.

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Per eliminare lentiggini e punti neri, negli anni ’30 si poteva ricorrere ad una macchina aspiratrice, le cui coppette di vetro erano collegate tramite tubi di gomma ad una pompa a vuoto.

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L’alternativa era quella di congelare le lentiggini mediante applicazioni di anidride carbonica. Gli occhi della “paziente” erano protetti da gommini a tenuta stagna, le narici venivano tappate e per non inalare il gas nocivo era necessario respirare attraverso un tubo tenuto in bocca.
Non molto confortevole – e nemmeno efficace, a quanto si racconta.

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Un altro metodo per ottenere una pelle sempre giovane e perfetta consisteva nello stimolare la circolazione sanguigna tramite una maschera che scaldasse il viso: lanciato nel 1940, questo caschetto si accendeva una volta attaccato alla presa elettrica.

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Una bella camminata in montagna, si sa, è sempre salutare e tonificante. Ecco quindi apparire negli anni ’40 una macchina che, abbassando la pressione atmosferica attorno alla testa per simulare le condizioni d’alta quota, prometteva una carnagione rosata e florida.

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Cosa c’è di più grazioso di due belle fossette agli angoli della bocca? Nel 1936 una certa Isabella Gilbert di Rochester, New York, brevettò questo apparecchio, da indossare ogni notte per crearle artificialmente: sfortunatamente, sembra che il dolore causato dalle molle fosse troppo intenso anche per le più fanatiche fra le aspiranti fotomodelle.

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In soccorso delle pelli troppo sensibili, ecco due invenzioni degli anni ’40: gli occhiali da sole con proteggi-naso, e il “cappuccio a prova di lentiggini” (evidentemente, le efelidi erano nemiche giurate della bellezza).

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Dalla stessa epoca proviene questa poltrona massaggiante per gambe sempre splendide.
E, immaginiamo, anche perfettamente depilate.

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Questa carrellata di vecchie fotografie mostra come l’ossessione per l’aspetto fisico non sia certo una novità; d’altronde, la ricerca e la valorizzazione della bellezza estetica sono fra le caratteristiche più antiche della civiltà occidentale, a partire dalla kalokagathia greca. Oggi ci si spinge ancora oltre, quello odierno è un corpo fluido, flessibile, manipolabile e rimodellabile in un infinito lavoro di ricerca e di perfezione. L’unico ostacolo che si ritrova davanti è sempre lo stesso: l’antico, intollerabile e acerrimo nemico d’ogni avvenenza – il tempo.
La lotta per sconfiggere i segni che il tempo lascia sul corpo è senza quartiere, anche se l’esito della battaglia, purtroppo o per fortuna, è scontato. Ma demordere non è una peculiarità umana: e se pure qualcuno di questi trattamenti estetici d’altri tempi ci può far sorridere, non sono certo più ingenui o fantasiosi delle mode che nascono e muoiono anche oggi. Perché essere belli è diventato un dovere… ma rimane pur sempre un’illusione, fragile e a suo modo necessaria.

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Arriva la Piccola Libreria Lunare!

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Da oggi apre i battenti la nostra Piccola Libreria Lunare!

L’idea nasce dalle sempre più numerose richieste, fra i commenti e nelle mail private, di indicazioni e suggerimenti bibliografici relativi ai temi trattati; quindi, perché non creare uno spazio virtuale per tutti gli amanti delle letture bizzarre?

Nella Piccola Libreria Lunare troverete un buon numero di testi, suddivisi secondo le diverse categorie del blog – Animali & Natura, Mondo Macabro, Meraviglie Umane, ecc. In alcuni casi si tratta di libri già segnalati nella rubrica La biblioteca delle meraviglie, ma per la maggior parte non ne abbiamo mai discusso direttamente qui.

Ci teniamo a chiarire subito che Bizzarro Bazar aderisce al programma di affiliazione di Amazon. Questo significa che se uno dei libri segnalati vi piace, e lo acquistate attraverso il link fornito (che contiene anche un codice identificativo univoco), una piccola percentuale del prezzo di copertina verrà riconosciuta a Bizzarro Bazar. Voi vi potrete godere il vostro libro e, allo stesso tempo, senza sovrapprezzi di alcun tipo, avrete aiutato il blog a tenersi in piedi e a continuare le ricerche.

Detto questo, la nostra speranza è che la Piccola Libreria non resti una pagina a senso unico (del tipo “Bizzarro Bazar consiglia”), ma possa diventare nel tempo, grazie ai vostri interventi nella sezione dei commenti, un vero e proprio punto di discussione, di scambio di informazioni e di confronto su strane letture, favolosi libercoli e letteratura non convenzionale.

Non vi resta che cominciare a esplorare la Piccola Biblioteca Lunare. Trovate il pulsante proprio sotto l’intestazione del blog (oppure cliccate qui). Questa nuova pagina sarà in continuo aggiornamento anche grazie ai vostri suggerimenti.

Buona lettura!

La discoteca ideale – II

Continua la nostra rassegna di dischi dalle copertine improbabili, ma questa volta dalle sponde del Signore passiamo a una dimensione più sensuale e terrena, e a temi più “caldi”. Abbassate le luci, quindi, e accendete il giradischi.

Iniziamo dalla irresistibile arte seduttoria di Pooh-Man, ritratto qui nella sua più banale quotidianità.

Copertina di gran classe anche per i Boned, mentre Kevin Rowland ci fa scoprire la sua bellezza interiore.

Ecco gli Scorpions: nel primo album restano impantanati nella viscosa attrazione sessuale, nel secondo scopriamo la loro più sospesa sensualità grazie a un paio di pantaloni, una donna e un cane.

The Handsome Beasts dimostrano di saper osare – e di non conoscere Photoshop – mentre Millie Jackson ci racconta la sua intimità con grinta e faccia tosta.

Chi non vorrebbe leccare Swamp Dogg alzi la mano. E Herbie Mann, con il suo flauto traverso, ci stuzzica con il suo ammiccante “Push Push”.

Si spoglia di ogni inibizione Quim Barreiros, e Martin Denny svela tutto il suo romanticismo.

Gli Orleans gridano al mondo la loro amicizia, mentre i WASP fanno sfoggio di una virilità piuttosto inquietante.

Inquietante anche il modo in cui John Bult celebra il sedicesimo compleanno di Julie; ma la compilation “My pussy belongs to daddy” calma le acque.

Altri due esempi di virile amicizia.

Ragazze, attente: Tony Tee e Jim Post stanno arrivando con il loro carico di sensualità provocante.

Richard & il burattino Willie si danno da fare sulla copertina del loro disco, mentre i Manowar ci dimostrano i collegamenti fra l’immaginario fantasy e quello gay.

E infine ancora gli Handsome Beasts, che si riconfermano artisti dall’incomparabile finezza espressiva con il loro struggente “Bestiality”.

La discoteca ideale – I

Quanti fra voi non hanno mai provato una tenera nostalgia nei confronti dei vecchi 33 giri in vinile? Eccovi una rassegna delle migliori copertine di album che, se non hanno mai cambiato la storia della musica, potrebbero cambiare comunque la vostra vita.

Partiamo, in questo primo articolo, con una serie di titoli a tema religioso. I ragazzi del Minister Quartet implorano un devoto “Lasciami toccarlo!”, mentre i Christian Crusaders fanno sfoggio di tutta la loro eleganza sulla copertina del loro disco in collaborazione con il peso massimo Al Davis.

Il padre Robert White fuma con saggia espressione la sua pipa, mentre Mike Adkins ringrazia il Signore per le sue colombe.

Le gemelle Amason sfoggiano dei coraggiosi tailleur; invece padre McManus, il prete cantante, non può fare a meno del suo saio.

I Louvin Brothers ci ricordano che Satana è reale e si può combattere soltanto con il potere di Dio – illustrato alla perfezione sulla copertina di Mike Crain.

La signora Behanna sostiene che Dio non sia morto, sullo sfondo ambiguo di una serie di bottiglie di alcolici. Forse è da ascrivere all’abuso di alcol anche  la copertina del Celebration Read Show, che associa la foto di un bambino a quella di un senzatetto (?!).

Se aveste ancora qualche dubbio sull’esistenza di Satana, “Crying Demons” è la compilation di registrazioni di gente indemoniata che fa per voi (come è evidente dalla foto del ragazzo di colore, chiaramente posseduto).
E terminiamo con Dan Bitzer, che aiutato dal suo piccolo Louie, ci racconta alcuni classici della Bibbia.

Attenti, perché nel prossimo episodio tratteremo di album sexy ed estremamente piccanti… quindi tenete in caldo il giradischi!

Bizzarro Bazar a New York – I

New York, Novembre 2011. È notte. Il vento gelido frusta le guance, s’intrufola fra i grattacieli e scende sulle strade in complicati vortici, senza che si possa prevedere da che parte arriverà la prossima sferzata. Anche le correnti d’aria sono folli ed esagerate, qui a Times Square, dove il tramonto non esiste, perché i maxischermi e le insegne brillanti degli spettacoli on-Broadway non lasciano posto alle ombre. Le basse temperature e il forte vento non fermano però il vostro esploratore del bizzarro, che con la scusa di una settimana nella Grande Mela, ha deciso di accompagnarvi alla scoperta di alcuni dei negozi e dei musei più stravaganti di New York.

Partiamo proprio da qui, da Times Square, dove un’insegna luminosa attira lo sguardo del curioso, promettendo meraviglie: si tratta del museo Ripley’s – Believe It Or Not!, una delle più celebri istituzioni mondiali del weird, che conta decine di sedi in tutto il mondo. Proudly freakin’ out families for 90 years! (“Spaventiamo le famiglie, orgogliosamente, da 90 anni”), declama uno dei cartelloni animati.

L’idea di base del Ripley’s sta proprio in quel “credici, oppure no”: si tratta di un museo interamente dedicato allo strano, al deviante, al macabro e all’incredibile. Ad ogni nuovo pezzo in esposizione sembra quasi che il museo ci sfidi a comprendere se sia tutto vero o se si tratti una bufala. Se volete sapere la risposta, beh, la maggior parte delle sorprendenti e incredibili storie raccontate durante la visita sono assolutamente vere. Scopriamo quindi le reali dimensioni dei nani e dei giganti più celebri, vediamo vitelli siamesi e giraffe albine impagliate, fotografie e storie di freak celebri.

Ma il tono ironico e fieramente “exploitation” di questa prima parte di museo lascia ben presto il posto ad una serie di reperti ben più seri e spettacolari; le sezioni antropologiche diventano via via più impressionanti, alternando vetrine con armi arcaiche a pezzi decisamente più macabri, come quelli che adornano le sale dedicate alle shrunken heads (le teste umane rimpicciolite dai cacciatori tribali del Sud America), o ai meravigliosi kapala tibetani.

Tutto ciò che può suscitare stupore trova posto nelle vetrine del museo: dalla maschera funeraria di Napoleone Bonaparte, alla pistola minuscola ma letale che si indossa come un anello, alle microsculture sulle punte di spillo.

Talvolta è la commistione di buffoneria carnevalesca e di inaspettata serietà a colpire lo spettatore. Ad esempio, in una pacchiana sala medievaleggiante, che propone alcuni strumenti di tortura in “azione” su ridicoli manichini, troviamo però una sedia elettrica d’epoca (vera? ricostruita?) e perfino una testa umana sezionata (questa indiscutibilmente vera). Il tutto per il giubilo dei bambini, che al Ripley’s accorrono a frotte, e per la perplessità dei genitori che, interdetti, non sanno più se hanno fatto davvero bene a portarsi dietro la prole.

Insomma, quello che resta maggiormente impresso del Ripley’s – Believe It Or Not è proprio questa furba commistione di ciarlataneria e scrupolo museale, che mira a confondere e strabiliare lo spettatore, lasciandolo frastornato e meravigliato.

Per tornare unpo’ con i piedi per terra, eccoci quindi a un museo più “serio” e “ufficiale”, ma di certo non più sobrio. Si tratta del celeberrimo American Museum of Natural History, uno dei musei di storia naturale più grandi del mondo – quello, per intenderci, in cui passava una notte movimentata Ben Stiller in una delle sue commedie di maggior successo.

Una giornata intera basta appena per visitare tutte le sale e per soffermarsi velocemente sulle varie sezioni scientifiche che meriterebbero ben più attenzione.

Oltre alle molte sale dedicate all’antropologia paleoamericana (ricostruzioni accurate degli utensili e dei costumi dei nativi, ecc.), il museo offre mostre stagionali in continuo rinnovo, una sala IMAX per la proiezione di filmati di interesse scientifico, un’impressionante sezione astronomica, diverse sale dedicate alla paleontologia e all’evoluzione dell’uomo, e infine la celebre sezione dedicata ai dinosauri (una delle più complete al mondo, amata alla follia dai bambini).

Ma forse i veri gioielli del museo sono due in particolare: il primo è costituito dall’ampio uso di splendidi diorami, in cui gli animali impagliati vengono inseriti all’interno di microambienti ricreati ad arte. Che si tratti di mammiferi africani, asiatici o americani, oppure ancora di animali marini, questi tableaux sono accurati fin nel minimo dettaglio per dare un’idea di spontanea vitalità, e da una vetrina all’altra ci si immerge in luoghi distanti, come se fossimo all’interno di un attimo raggelato, di fronte ad alcuni degli esemplari tassidermici più belli del mondo per precisione e naturalezza.

L’altra sezione davvero mozzafiato è quella dei minerali. Strano a dirsi, perché pensiamo ai minerali come materia fissa, inerte, e che poche emozioni può regalare – fatte salve le pietre preziose, che tanto piacciono alle signore e ai ladri cinematografici. Eppure, appena entriamo nelle immense sale dedicate alle pietre, si spalanca di fronte a noi un mondo pieno di forme e colori alieni. Non soltanto siamo stati testimoni, nel resto del museo, della spettacolare biodiversità delle diverse specie animali, o dei misteri del cosmo e delle galassie: ecco, qui, addirittura le pietre nascoste nelle pieghe della terra che calpestiamo sembrano fatte apposta per lasciarci a bocca aperta.

Teniamo a sottolineare che nessuna foto può rendere giustizia ai colori, ai riflessi e alle mille forme incredibili dei minerali esposti e catalogati nelle vetrine di questa sezione.

Alla fine della visita è normale sentirsi leggermente spossati: il Museo nel suo complesso non è certo una passeggiata rilassante, anzi, è una continua ginnastica della meraviglia, che richiede curiosità e attenzione per i dettagli. Eppure la sensazione che si ha, una volta usciti, è di aver soltanto graffiato la superficie: ogni aspetto di questo mondo nasconde, ora ne siamo certi, infinite sorprese.

(continua…)

La biblioteca delle meraviglie – III

FREAKS – LA COLLEZIONE AKIMITSU NARUYAMA

(2000, Logos)

Ovvero “Lo Sfruttamento Delle Anomalie Fisiche Nei Circhi E Negli Spettacoli Itineranti”.

L’impressionante collezione fotografica di meraviglie umane di Naruyama è un vero tesoro. Immagini storiche, di un’importanza eccezionale, raccolte in un libricino che, pur non offrendo un approfondito background storico, ha il potere di stregare il lettore grazie alla bellezza delle illustrazioni. Dai Lillipuziani alla Meraviglia Senza Braccia, dai Bambini Aztechi ai ragazzi-leone, tutti i più famosi freaks vissuti a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo sono presenti nella raccolta; molte delle fotografie sono infatti relative agli spettacoli circensi e alle fiere itineranti americane in cui questi artisti si esibivano. Dopo lo show, un’ulteriore fonte di profitto erano proprio le fotografie che venivano vendute al pubblico, autografate. Per quanto l’esibizione della deformità all’interno dei carnivals americani sia un capitolo affascinante della storia dello spettacolo moderno, questo prezioso libro però, così focalizzato com’è sui ritratti, offre qualcosa di diverso.

La raccolta documenta un’epoca e una società attraverso i suoi corpi meno fortunati, e allo stesso tempo nello scorrere le pagine avvertiamo l’atemporalità di queste anomalie: nell’antichità come nell’epoca moderna, certi uomini hanno dovuto sopportare il fardello di fattezze eccezionali, spesso temuti ed emarginati. Eppure, se è vero che ogni uomo è specchio per il suo prossimo, fissando gli occhi di questi nostri fratelli dai corpi stupefacenti ci accorgiamo che il loro sguardo rimanda il riflesso più puro e vero.

Alex Boese

ELEFANTI IN ACIDO E ALTRI BIZZARRI ESPERIMENTI

(2009, Baldini Castoldi Dalai)

Una buona parte degli articoli di Bizzarro Bazar contenuti nella sezione “Scienza anomala” nasconde un debito verso questo splendido libro. Boese raccoglie, in forma divulgativa e spesso scanzonata, gli esperimenti scientifici più improbabili, sconcertanti, risibili – e, talvolta, illuminanti. Chi pensa che gli scienziati siano persone serie e compite, sempre nascosti dietro provette o lavagne piene di equazioni impossibili, farebbe meglio a ricredersi: l’immagine della scienza che esce dalle pagine di Elefanti in acido è quella di una disciplina viva, fantasiosa, sempre pronta a prendere le strade meno battute, anche a costo di errori madornali e vergognosi fallimenti. In definitiva, una disciplina molto più umana (nel bene o nel male) di come viene normalmente rappresentata.

Molti di questi esperimenti sono spassosi in quanto, a una prima occhiata, totalmente inconcludenti. Dai ricercatori del titolo, che somministrano a un elefante una potentissima dose di LSD, fino allo psicologo che in automobile resta fermo quando scatta il semaforo verde soltanto per cronometrare quanto ci mette l’autista dietro di lui a suonare il clacson, per finire con gli scienziati che costruiscono uno stadio per le corse degli scarafaggi, il tempo perso dagli studiosi in progetti dagli esiti comici può sconcertare. Eppure, come ricorda l’autore, non sempre la scienza ricerca soltanto le risposte alle nobili e grandi domande. Ogni tassello, per quanto insignificante possa sembrare, contribuisce a comprendere qualcosa di più del mondo in cui viviamo. È vero che gli uomini preferiscono le donne difficili da conquistare? Se cadessimo in un pozzo, il nostro cane verrebbe a salvarci? Perché non riusciamo a farci il solletico da soli?

I ricercatori le cui vicende sono narrate in Elefanti in acido hanno una fiducia smisurata nel metodo scientifico, e non esitano ad applicarlo a quesiti di questo tenore. Anche se, come nel caso dello scienziato che si incaponisce a contare tutti i peli pubici dei suoi colleghi, questa fiducia sembra talvolta divenire talmente cieca da non accorgersi dell’assurdità della ricerca stessa. E anche questo è molto umano.

La biblioteca delle meraviglie – I

A seguito delle molte richieste ricevute dai nostri lettori, inauguriamo oggi una nuova rubrica, La biblioteca delle meraviglie. In ogni “puntata” vi consiglieremo due libri particolari, strani o fantastici, nella speranza di potervi aiutare a comporre la vostra personale biblioteca bizzarra. Buona lettura a tutti!

Carlo Dogheria

SANTI E VAMPIRI – Le avventure del cadavere

(2006, Nuovi Equilibri – www.stampalternativa.it)

Cos’hanno in comune i vampiri e i santi? Molto più di quello che crediamo, a quanto pare. Sono figure di esseri straordinari sui quali le normali leggi della vita e della morte non sembrano avere effetto.

L’affascinante saggio di Carlo Dogheria ci riporta nel pieno dell’epidemia di vampirismo che colpì l’Europa nel 1600, rivelandoci l’immagine di un vampiro radicato nel folklore, molto distante dall’icona che ne hanno dato letteratura e cinema dall’800 in poi. Demone rurale e contadino, il vampiro seicentesco non ha nulla del fascino aristocratico e un po’ dandy dei vari Dracula; sulla base di una dettagliata e precisissima ricerca sui documenti e i resoconti dell’epoca, l’autore ci guida alla scoperta di una delle più strane e particolari isterie di massa della nostra storia.

Nella seconda parte del libro, invece, si affronta la spinosa questione dei santi e dei loro cadaveri miracolosi. Cadaveri incorrotti, proprio come quelli dei vampiri (come se la soprannaturale assenza di putrefazione potesse indicare sia una particolare vicinanza a Dio che a Satana). Cadaveri smembrati per ricavarne reliquie, i cui pezzi seguitano ad avere magiche virtù. Cadaveri talvolta abusivi, di “finti” santi. Cadaveri miracolosi… e qui arriva la parte più sorprendente del libro.

Tratti da una vastissima letteratura agiografica, i miracoli postumi dei santi sono molto diversi da ciò che ci aspetteremmo. Ci sono santi che cantano dalla loro tomba, durante la messa, assieme ai fedeli; altri che, spogliati dopo la morte, provvedono ripetutamente a coprirsi da sé le vergogne. Dalla quarta di copertina: “santi che storpiano bambini colpevoli di giocare nei pressi della loro tomba, santi che espellono altri defunti di cui non gradiscono la sotterranea vicinanza, santi che accecano il custode della chiesa reo di avere spento la lampada davanti al loro sepolcro…”

Una lettura illuminante ed estremamente documentata, che ci fa riflettere sul ruolo del cadavere nella nostra cultura e sulle paure e superstizioni ad esso collegate.

John Harley Warner, James M. Edmonson

DISSECTION: Photographs of a Rite of Passage in American Medicine 1880-1930

(2009, Blast Books)

Fin dall’avvento della fotografia nel XIX e XX secolo, gli studenti di medicina americani, spesso in segreto, si scattavano foto che li ritraevano assieme ai cadaveri che avevano appena dissezionato, i loro primi “pazienti”. Le foto venivano poi spedite a casa, per “dimostrare” ai parenti che i loro ragazzi stavano diventando dei veri medici – e che avevano pelo sullo stomaco.

Lo splendido Dissection raccoglie 138 storiche fotografie, e alcuni saggi illuminanti su queste pratiche studentesche. C’è qualcosa di commovente in questi volti giovani, sorridenti, spesso orgogliosi, radunati attorno a una salma smembrata dopo un’autopsia; un’atmosfera sospesa, antica, assolutamente straniante. Particolarmente destabilizzanti, infine, sono le immagini contenute nella sezione dedicata alla goliardia: invertendo i ruoli in una specie di umoristica rivincita dei morti sui vivi, gli studenti più burloni si facevano fotografare stesi sul tavolo settorio, attorniati dai cadaveri in procinto di “vendicarsi”.


CineBizzarro Freakshow – II

Mostri e freaks di ogni sorta in comode pillole di celluloide

Continuano i percorsi nel cinema weird a cura del nostro guestblogger Daniele “Danno” Silipo, direttore di Bizzarro Cinema.

THE THING WITH TWO HEADS

di Lee Frost (USA, 1972)

Chirurgo dalla mente brillante, muore di male incurabile. Ma prima della sua dipartita lascia precise istruzioni per operare un trapianto di cervello (con testa annessa) e ridonargli la vita. Unico corpo disponibile per il trapianto è quello di un uomo di colore a cui verrà appunto innestata la capoccia del dottore. Le due teste, però, dovranno convivere assieme per un po’, evitando così eventuali crisi di rigetto. Inizia ovviamente una lotta senza quartiere per il predominio del corpo, accentuata dall’ideologia del dottore che, tra le altre cose, è un noto fanatico razzista.

Pellicola con due “capi” ma senza una coda, da conoscere più per curiosità che per le reali qualità del film, anche perché l’idea è abbastanza sprecata e alle lunghe potrebbe subentrare il rischio noia. Tra le poche note di “colore”, uno scimmione con due teste interpretato dal noto truccatore Rick Baker. Per temerari.

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ARENA

di Peter Manoogian (Usa/Ita, 1989)

Siamo nel futuro, tra le stelle brillanti dello spazio più profondo. I migliori lottatori di wrestling provengono da tutte le galassie e si danno battaglia nella stazione orbitante denominata Arena, per conquistare l’ambito titolo di campione galattico. In mezzo ai mille lottatori alieni di ogni forma e dimensione, c’è anche il biondo e prestante Steve Armstrong che di mestiere fa il lavapiatti e appartiene alla razza terrestre. Il giovane Steve, per questioni di soldi, prende parte ai vari combattimenti diventando un promettente gladiatore. Ma il gioco è corrotto, l’invidia è alle stelle, il sabotaggio è dietro l’angolo…

Come quasi tutte le produzioni di Charles Band, anche Arena si fa ben volere più per la confezione che per il suo contenuto. Ad una storia monotona, risaputa e a tratti fiacchetta, fa da cornice un impianto visivo coloratissimo e variegato, dove trovano posto creature deliranti, tecnologie da manicomio e costumini strampalati. Un fumettaccio a basso costo che trasuda artigianalità da ogni poro e che ha, come unico scopo, quello di stupire con effetti speciali. Farà molto piacere agli amanti del bar di Guerre Stellari: si respira più o meno la stessa aria multirazziale.

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MEATBALL MACHINE

di Yudai Yamaguchi, Junichi Yamamoto (Giappone, 2005)

Misteriose creature parassite si stanno impossessando dei corpi degli umani trasformandoli in “Necroborg” – aggressivi esseri per metà biologici e per metà meccanici – destinati a darsi battaglia l’un l’altro per sopravvivere. In mezzo a queste lotte sanguinarie, si troveranno invischiati, loro malgrado, un timido operaio giapponese e la sua amata Sachiko.

Fortemente debitore nei confronti del Tetsuo di Tsukamoto, Meatball machine è un titolo per palati robusti che mescola frattaglie sanguinolente e ossessioni cronenberghiane, fantascienza cyberpunk e romanzo d’appendice. Un prodotto che cerca di essere stravagante ma, non avendo a disposizione idee nuove (il già visto spopola), punta tutto sul miscuglio e sull’accumulo, riuscendo a trovare proprio nell’insieme, più che nel particolare, una sua originalità. Peccato però per la vena drammatico-sentimentale troppo pronunciata.

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CineBizzarro Freakshow – I

Mostri e freaks di ogni sorta in comode pillole di celluloide

Diamo il benvenuto al nostro primo guest blogger, Daniele “Danno” Silipo, direttore e amministratore del sito Bizzarro Cinema (notate l’affinità elettiva?). Daniele curerà per Bizzarro Bazar una serie di “percorsi” nel cinema weird per farci scoprire i mostri più assurdi, gli esseri più strani e deformi del cinema mondiale.

AZIONE MUTANTE
di Alex de la Iglesia (tit. or. Acciòn Mutante, Spagna, 1992)

Un’organizzazione di terroristi handicappati (ci sono gemelli siamesi, gravi ustionati e mutilati) si batte – con metodi illeciti – per ottenere il riconoscimento politico e far valere i diritti degli esclusi e degli emarginati…
B-movie cosciente e smaliziato, bulimico nelle sue mille contaminazioni e, quindi, visivamente ricco, caratterizzato da un’ambientazione punk, decadente e variegata. Fantascienza fracassona e fumettoide ma anche commedia nera da criminali pasticcioni e, se vogliamo, profezia sull’alienante consumismo estetico del mondo che verrà. L’esordio di Alex de la Iglesia è un film massiccio, sempre in movimento e dalla forma indefinita: un’azione mutante. Non per tutti, per fortuna. (Daniele “Danno” Silipo)

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THE CALAMARI WRESTLER
di Minoru Kawasaki (tit. or. Ika resuraa, Giappone, 2004)

Sul ring, due lottatori di wrestling se le stanno dando di santa ragione. Flash di fotografi, telecronaca incalzante, pubblico in delirio. Il vincitore riceve la tanto ambita cintura, lasciandosi andare in un urlo liberatorio. Ma succede qualcosa: qualcuno è salito sul ring. Cazzarola, è un uomo calamaro, e sembra proprio intenzionato a combattere!
È in questa maniera che inizia il film Calamari Wrestler, dotato di uno dei soggetti cinematografici più scoppiati degli ultimi anni, reso ancora più folle dalla totale impassibilità di cui si circonda. Nessuno, nel film, sembra sconvolgersi più di tanto nel constatare l’esistenza di un mollusco antropomorfo in tenuta da lottatore. Neppure il regista/sceneggiatore Minoru Kawasaki: pochi cenni (neanche troppo chiari) per far capire le origini del lottatore tentacolato e un gustosissimo mascherone – in perfetto stile mostrone giapponese, di quelli che si vede “la plastica” anche a chilometri di distanza – per renderlo ancora più (in)credibile. (Daniele “Danno” Silipo)

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SLOK
di John Landis (tit. or. Schlock, Usa, 1973)

Slok è uno scimmione mangia-banane rimasto inattivo per milioni di anni. Ora, più sveglio e affamato che mai, si appresta a seminare panico e terrore nella provincia americana…
Molto prima di Animal House e The Blues Brothers, John Landis, a soli ventuno anni, scrive, dirige (e interpreta) Slok, mendicando qualche spiccio a familiari e amici e dimostrando subito la sua capacità in termini di stile, ironia e ingegno. Giocando più che agevolmente coi cliché del genere horror, parodiando classiconi come King Kong e 2001 Odissea nello spazio, il giovane regista ci regala un b-movie coloratissimo e sconclusionato, demenziale e politicamente scorrettissimo: come si fa a restare impassibili di fronte alle mirabolanti capocciate di Mindy – giovane ragazza cieca – che va sbattendo a destra e a manca in ogni angolo della casa? Una telecamera, quattro amici, pochissimi soldi e tante buone idee ma, soprattutto, John Landis dietro la macchina da presa: se è vero che tutti possono fare un film, è altrettanto vero che non è da tutti fare un film così! (Alessandra Sciamanna)

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Il vostro prossimo cucciolo – VIII

Pulito, simpatico da accudire e assolutamente innocuo se avete dei bambini: nessuna casa è completa se non ospita una Scotoplanes globosa, o almeno una Protelpidia murrayi!

Conosciute anche con il nomignolo inglese di sea pigs (porcellini di mare), queste due specie di cetrioli di mare si differenziano l’una dall’altra soprattutto per l’habitat in cui vivono. La Protelpidia abita nelle acque attorno all’Antartide, mentre la Scotoplanes si annida nei più profondi fondali abissali, a 6000 metri dalla superficie dell’acqua.

Possiedono diversi tubicini che hanno preso la forma di gambe “gonfiabili” a piacimento (sono gli unici cetrioli di mare in grado di usarli per la locomozione) e una grossa bocca per filtrare e mangiare i detriti che si depositano sul fondale.

Se ne voleste più di uno, potreste scoprire però una cosa curiosa: mano a mano che aggiungete nuovi maialini di mare al vostro acquario, diventano più piccoli. È stato scoperto infatti che le loro dimensioni variano a seconda della grandezza della colonia, così da rimpicciolirsi quando ci sono problemi di sovraffollamento.

Non si sa se siano creature sociali, anche se normalmente vengono trovate in branchi di diverse centinaia. Le correnti e/o la posizione favorevole per il cibo potrebbero averli spinti lì… ma il mistero rimane. Enigmatici, teneri e con un musetto irresistibile: che aspettate a procurarvene uno?