Il licantropo di Ansbach

Si stima che nel corso di soli trecento anni, dal XIV al XVII Secolo, in Europa siano state giustiziate fino a 100.000 persone accusate di essere lupi mannari.
A trovarsi sotto attacco da parte di queste creature soprannaturali furono in particolare Francia e Germania, paesi in cui le “epidemie” di licantropia causarono una vera e propria paura collettiva.
Il lupo mannaro poteva essere talvolta vittima di una maledizione, ma più frequentemente veniva additato come adoratore di Satana. Poiché il tramutarsi in lupo era considerato il risultato di arti magiche, i processi per licantropia ricadevano nel più ampio fenomeno della cosiddetta caccia alle streghe.
In tutta la storia degli episodi registrati di licantropia, ce n’è uno in particolare che è assolutamente degno di nota.

Nel 1685 il Principato di Ansbach comprendeva i dintorni dell’omonima cittadina bavarese; fu qui che un lupo cominciò ad attaccare le greggi e il bestiame. La minaccia divenne di colpo più seria quando l’animale uccise diversi bambini nel giro di pochi mesi.
Immediatamente si diffuse l’idea che non si trattasse di un normale lupo, bensì di un licantropo, sulla cui identità non potevano esserci dubbi: di recente infatti era finalmente morto il detestato Michael Leicht, Borgomastro di Ansbach (all’epoca una figura a metà strada tra il sindaco e il regnante), che per anni aveva assoggettato la cittadina al suo giogo crudele e fraudolento.

Si mormorava che l’odiato ufficiale pubblico fosse in realtà riuscito a sfuggire alla morte, trasferendo il suo spirito nel corpo di un lupo. C’era chi giurava di averlo intravisto mentre assisteva ai suoi stessi funerali; un volantino coevo mostra Michael Leicht che, sotto forma di lupo avvolto in un sudario di lino bianco, fa ritorno al suo vecchio appartamento terrorizzando i nuovi inquilini.

Cacciare il lupo sanguinario divenne dunque un imperativo non soltanto per proteggere i bambini da ulteriori carneficine, ma per liberare la città dall’ombra dello spirito del Borgomastro che infestava quei luoghi, e vendicare le angherie subite.

I cacciatori approntarono un Wolfsgrube. Questo “pozzo per lupi” consisteva in una buca, profonda circa tre o quattro metri, dalle pareti in pietra e ricoperta di rami e paglia, che veniva utilizzata per intrappolare le fiere. Sul fondo del pozzo si gettava della carne macellata, o più di frequente un’esca viva come una pecora, un maialino o un’oca. Il lupo, avvertendo l’odore della preda, si aggirava intorno alle sterpaglie fino a cadere nel pozzo e rimanere intrappolato.

Nel caso in questione, l’esca fu un gallo. Il lupo cadde nella buca e venne ucciso dai cacciatori.
Ma fu quello che successe dopo, a essere davvero interessante.

La carcassa dell’animale venne fatta sfilare per le strade della città, per segnalare che il pericolo era finalmente cessato. Gli uomini avevano avuto la meglio sulla bestia.

Ma, poiché questo non era un lupo ordinario, venne inscenato uno spettacolo ben più grottesco. Dopo averlo spellato, gli uomini tagliarono il muso all’animale e vi applicarono una maschera di cartone con le fattezze di Leicht; gli misero addosso una parrucca e un mantello, e lo impiccarono a una forca appositamente eretta su un colle lì vicino, in modo che fosse ben visibile.

Una poesia dell’epoca recita:

Io, lupo, bestia truce e divoratore di tanti bambini
che ho di gran lunga preferito a grasse pecore e manzi
un gallo mi ha ucciso, un pozzo è stato la mia morte.
Adesso sono appeso alla forca, io, per il ludibrio di tutte le genti
In quanto spirito e lupo ho infastidito gli uomini
Quanto bene mi sta, che adesso la gente dice:
Ah! Tu, maledetto spirito che sei entrato nel lupo,
Penzoli dalla forca travestito in sembianze da uomo
Questo è il giusto compenso, il dono che ti sei guadagnato;
Questo ti sei meritato, la forca è la tua tomba.
Prendi questa mancia, perché hai divorato i figli degli uomini
Come una bestia furiosa e feroce, vero mangiatore di bambini.”

La punizione riservata a questa bestia demoniaca è più sottile di quanto sembri a prima vista, perché in realtà ricopre una duplice valenza simbolica.

Da una parte, privare il lupo della sua pelliccia e sostituirla con abiti umani significava dimostrare a Satana che le sue astuzie non avevano funzionato. Gli abitanti di Ansbach avevano saputo riconoscere l’uomo sotto il pelo dell’animale; l’avvertimento era dunque rivolto al Diavolo stesso – ecco la fine che fanno i tuoi servitori, da queste parti! – e aveva un chiaro intento apotropaico.

Dall’altra parte, c’era un innegabile aspetto politico. Questa era una sorta di esecuzione “per procura” del vecchio regnante; i popolani, che non erano riusciti a rovesciare l’oppressore mentre era in vita, lo facevano post mortem.
Ci si può domandare: si trattava forse di un monito per il nuovo Borgomastro, affinché rigasse dritto? O c’era proprio lui, il novello regnante, dietro questa messinscena? Un simile gesto eclatante poteva essere un buon modo per guadagnarsi la fiducia degli abitanti, prendendo le distanze dalla tirannia del suo predecessore.
In ogni caso il messaggio politico era chiaro, perfino per chi non avesse creduto nei lupi mannari: questo atto sanciva la fine di un’epoca buia.

Come dimostra questo episodio, sbaglieremmo a bollare i processi per licantropia come cieca isteria di massa, fomentata dalla superstizione. Per quanto nascessero senz’altro dalle paure legate a un periodo di grandi epidemie, nonché di instabilità economica, politica e sociale, i processi per licantropia comportavano talvolta livelli di lettura stratificati, tutt’altro che inconsapevoli.
Mentre i tribunali condannavano al rogo centinaia di persone, gli intellettuali dibattevano su come fosse possibile che un uomo si trasformasse in lupo. Ed erano già sorprendentemente consci che il vero problema stava nel separare la leggenda dalla realtà.

Per esempio uno dei più acuti trattati sul tema, il Discorso sulla licantropia (1599) di Jean Beauvoys de Chauvincourt, rintraccia le origini del lupo mannaro nella mitologia greca, spendendo diverse pagine a fare distinzioni tra quelle che erano certamente allegorie fantastiche inventate dagli antichi, e quei casi che invece potevano nascondere un fondo di verità.

Ma qual era esattamente questa realtà? Cosa accadeva durante un episodio di licantropia? Possiamo davvero sostenere razionalmente, si domanda Beauvoys, che un uomo abbia la facoltà magica di mutare la propria forma fisica?
La questione più delicata, poi, era di ordine teologico. Come poteva Satana trasformare ciò che Dio aveva creato, sostituendosi a lui in una sorta di “seconda creazione”? Attribuirgli un simile potere non era ammissibile, visto che soltanto l’Altissimo poteva tramutare l’acqua in vino, la moglie di Lot in sale, o la verga di Mosè in serpente.

Nel suo trattato Beauvoys escogita una soluzione estremamente ingegnosa, un vero gioiello di equilibrismo, per uscire dall’impasse.
Visto che sostenere una trasformazione sostanziale dell’uomo in lupo lo porterebbe pericolosamente vicino a posizioni blasfeme o quantomeno eretiche, opta per una doppia illusione demoniaca.

La prima illusione colpisce proprio i licantropi: Satana, “grazie alla sua pura e semplice sottigliezza, penetrando dentro i loro corpi e occupando i loro organi interni, come vero possessore di questi, li persuade di ciò che vuole. Turbando la loro fantasia e facoltà di immaginazione, fa loro credere di essere bestie brutali, generando in loro gli stessi desideri e attrazioni di queste ultime, fino ad avere ordinarie frequentazioni carnali con quelle della loro specie”. Quindi il lupo mannaro non è altro che un uomo perduto e ingannato dal diavolo; il suo corpo non si ricopre veramente di pelo, le sue unghie non si trasformano in artigli né i suoi denti in zanne. Tutto avviene nella sua testa (un’idea straordinaria, se si pensa che qualcosa di simile alla psichiatria comincerà a nascere solo due secoli dopo).

In un secondo momento, grazie a unguenti, colliri, creme polveri e pozioni che somministra a questi suoi schiavi, il demonio è in grado di creare allucinazioni anche in chi ha la sventura di incontrare il lupo mannaro: “tale è l’odore e l’aria infettata da queste porcherie che non si contentano soltanto di agire sul suo paziente, ma sono così veementi, da agire anche sui sensi esterni degli spettatori, impadronendosi dei loro occhi i quali, turbati da questo veleno, si persuadono che queste trasformazioni siano reali”.

Ecco allora che, a un livello più superficiale, il lupo mannaro rappresenta il pericolo dell’abbandonarsi agli istinti bestiali perdendo la propria umanità; è una figura morale che illustra cosa succede a rinnegare la luce divina, e più in generale è segno di recessione alla barbarie, di perdita del logos.

Ma il fatto più spaventoso e inquietante è che il licantropo confonde e capovolge le comuni categorie di senso. Secondo Beauvoys, come abbiamo visto, la sua condizione è insieme soprannaturale (c’è lo zampino di Satana) e assolutamente terrena (nessuna trasformazione, l’uomo resta uomo, ancorché abbrutito). Allo stesso modo, il lupo di Ansbach è privato della sua pelle reale, reputata finta, e gli si fa indossare una faccia d’uomo, riconosciuta come la sua natura autentica.

La carica destabilizzante del licantropo risiede dunque in questa dimensione di mistero epistemologico — il lupo mannaro è un gioco di prestigio, un’illusione; è sia vero che falso.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 16

La meravigliosa foto qui sopra mostra un gruppo di artiste irlandesi della Metropolitan School of Art di Dublino, tra cui Margaret Clarke ed Estella Solomons (via BiblioCuriosa).
E partiamo subito con l’abituale infornata di link e stranezze!

  • Questa qui sopra è la tuta da sommozzatore più antica del mondo. Si trova nel museo di Raahe in Finlandia, e risale al Settecento. Veniva usata per brevi camminate sott’acqua, per riparare le chiglie delle navi. Adesso, invece, “si immerge nei vostri incubi” (cit. Stefano Castelli).
  • Capolavori riscoperti: i fumetti cristiani degli anni Settanta in cui i peccatori vengono redenti dagli eroi evangelizzatori. “La Croce è più potente del coltellino a serramanico!” (Grazie, Gigio!)

  • Sulla facciata del Municipio di Colonia c’è una statua del vescovo Corrado di Hochstaden. La severità della sua figura di ecclesiastico non stupisce; è quello che sta sotto al piedestallo che lascia sbigottiti.

La figura impegnata in un’oscena auto-fellatio è da ricollegare ai classici marginalia medievali, che non di rado includevano situazioni grottesche e bizzarre poste “a margine”, appunto, dell’opera principale — che poteva essere un libro, un affresco, un dipinto o, come in questo caso, un complesso scultoreo.
Visto che simili figure compaiono su un buon numero di chiese, principalmente in Francia, Spagna e Germania, sul loro significato si è speculato molto: non si tratterebbe di retaggi pagani o di simboli di fertilità, ma di allegorie salvifiche più complesse, come sostiene questo libro (in inglese, ma ne esiste anche uno in francese esclusivamente dedicato alla Bretagna). Al di là delle congetture, risulta chiaro come la distinzione tra sacro e profano in epoca medievale non fosse così netta e univoca come saremmo portati a credere.

  • Restiamo in pieno Medio Evo. Quando nel 1004 la nipote dell’Imperatore bizantino si azzardò a usare per la prima volta una forchetta a tavola, causò un putiferio e l’atto venne condannato dal clero come blasfemo. (A riprova di quanto la nobildonna avesse offeso l’Altissimo, quest’ultimo la fece morire di peste.)
  • Morto anch’egli, da ben 3230 anni, ma con tutte le carte in regola: ecco il passaporto egiziano rilasciato nel 1974 alla mummia di Ramses II, in modo che potesse volare fino a Parigi senza intoppi al check in. [EDIT: si tratta in realtà di un divertente falso, come fatto notare da Gabriel nei commenti]

  • Detesto quando chiedo un semplice cappuccino, ma il barista deve fare il fenomeno.
  • L’artista Alex Eckman-Lawn aggiunge dei concreti e disturbanti “livelli” di lettura al volto umano. (Grazie, Anastasia!)
  • Un altro artista, Arngrímur Sigurðsson, ha illustrato diverse figure tradizionali del folklore islandese in un libro intitolato Duldýrasafnið, che tradotto significa più o meno “Il Museo degli Esseri Nascosti”. Il volume è praticamente introvabile online, ma potete vedere molti evocativi dipinti sul sito ufficiale e soprattutto in questo articolo. (Grazie, Luca!)
  • Altro che Formula Uno! Ecco la gara automobilistica definitiva!

  • Se amate i videogiochi e odiate i lunedì (pardon, il capitalismo), non perdetevi questo pezzone di Mariano Tomatis.
  • Ricordate il mio vecchio post sulle maschere mortuarie? Pia Interlandi è un’artista che le realizza ancora oggi.
  • E per finire, facciamo un salto sulla parte sommersa del porno, in particolare quella dei video di belle ragazze che rimangono invischiate — per finta — nella colla a presa rapida. Se ne trovano a dozzine, e per un buon motivo: si tratta di un peculiare feticismo di immobilizzazione (ben riassunto in questo breve articolo) che unisce la classica venerazione del piede femminile, la sensualità della colla (?) e l’eccitazione un po’ sadica di assistere agli inutili tentativi della vittima di liberarsi. Col bel vantaggio di non violare le policy di YouTube cui contenuti espliciti.

La strage degli albini

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Quest’anno in Tanzania si terranno le elezioni.
Di conseguenza, quest’anno si innalzerà il numero di bambini albini che verranno uccisi e fatti a pezzi.

Il nesso fra i due eventi è costituito dalla stregoneria africana, che permea la società tanzaniana a quasi tutti i livelli, e a cui molti dei candidati faranno ricorso per vincere ai seggi elettorali. Infatti nonostante ogni villaggio in Tanzania possa vantare una chiesa, una moschea o entrambe, questo non significa che gli abitanti abbiano abbandonato le credenze tradizionali.

Di fatto, risulta evidente che, per quanto formalmente vi sia una presa di distanza nei confronti della stregoneria, nella pratica essa sia a tutt’oggi fortemente radicata nel pensiero tanzaniano.
Sussiste l’idea che l’insuccesso, la malattia e la morte possano dipendere da azioni malefiche, e questo ha permesso al guaritore tradizionale, il mganga wa kienyeji, di sopravvivere ed operare ancora intensamente, nonostante la presenza di una legislazione coloniale ancora attiva che dovrebbe condannare la sua attività, e un Sistema Sanitario pensato per raggiungere in maniera capillare anche le zone rurali.
(A. Baldassarre, Gravidanza e parto nell’ospedale di Tosamaganga, Tanzania, 2013)

Africa, Tanzania, Lake Eyasi, ornamental skulls and beads used by the local witch doctor

Al di là dei giudizi facili e riduttivi sulla superstizione, l’ignoranza o l’arretratezza del cosiddetto Terzo Mondo, è importante comprendere che se la stregoneria è ancora così viva, è perché assolve a una funzione sociale ben precisa: quella del controllo delle pulsioni e dell’istituzione di un codice di condotta reputato appropriato – quindi, essenzialmente, è uno di quegli elementi che cementano e tengono assieme l’identità della società.

Con i discorsi di stregoneria e le azioni pratiche dirette contro la stregoneria, la società mantiene viva la capacità di osservarsi preoccupata.
(A. Bellagamba, L’Africa e la stregoneria: Saggio di antropologia storica, 2008).

In Tanzania, la magia (sia benevola che malevola) è praticata ma allo stesso tempo temuta e condannata. Questo stigma dà origine ad una complessa serie di conseguenze. Un uomo che si arrichisce troppo in fretta, ad esempio, viene sospettato di essere uno stregone; quindi in generale le persone cercano di nascondere, o perlomeno condividere con il gruppo, la propria fortuna – appunto per non essere accusati di stregoneria, ma anche per evitare di provocare l’invidia altrui, che porterebbe a nuovi sortilegi e malefici. Evidentemente questo meccanismo diventa problematico quando ad esempio una donna incinta si sente costretta a nascondere la gravidanza per non suscitare le gelosie delle amiche, oppure nel caso più eclatante delle violenze di cui parliamo qui: la strage degli albini che ormai da decenni si consuma, purtroppo senza grande clamore mediatico.

Worshippers carry oil lanterns during a night time procession through the streets of Benin's main city of Cotonou,

Il 2015 è partito male: a febbraio Yohana Bahati, un neonato albino di un anno del distretto di Chato nella Tanzania settentrionale, è stato strappato dalle braccia della madre da cinque uomini armati di machete. La donna è finita in ospedale con multiple ferite alle braccia e al volto per aver cercato di difendere il figlioletto; il cadavere del bambino è stato ritrovato pochi giorni più tardi, senza braccia e né gambe. Nel dicembre precedente era sparita una bambina albina di 4 anni, che non è stata più ritrovata.

L’albinismo è diffuso nell’Africa sub-sahariana più che altrove: se in Occidente colpisce una persona su 20.000, in Tanzania l’anomalia genetica arriva a toccare la percentuale di un individuo su 1.400.
Sono quasi un centinaio gli albini assassinati negli ultimi quindici anni, ma le cifre ovviamente si riferiscono soltanto ai casi scoperti e denunciati. E soprattutto non tengono conto di tutte le vittime che sono sopravvissute alle mutilazioni.
Il macabro listino dei prezzi di questa caccia all’albino fa rabbrividire. Secondo un report delle Nazioni Unite, in Tanzania le diverse parti del corpo (orecchie, lingua, naso, genitali e arti) da utilizzare nei rituali di stregoneria possono arrivare a valere 75.000 euro; la pelle sul mercato nero è venduta dai 1.500 ai 7.000 euro. L’anno scorso in Kenya è stato arrestato un uomo che cercava di vendere un albino ancora vivo, per la somma di 250.000 dollari. Secondo le credenze, i poteri magici degli albini sono molteplici: le loro ossa sono in grado di togliere il malocchio; con un loro braccio si può localizzare l’oro in una miniera; con i seni e i genitali si preparano pozioni contro l’infecondità; ultimamente pare si sia diffusa addirittura l’idea che stuprare una donna albina potrebbe curare l’AIDS… e via dicendo.

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Nel 2009, un attivista ha dichiarato all’agenzia AFP: “Sappiamo che gli informatori che identificano un albino vulnerabile possono ricevere un compenso di 100 dollari, sappiamo che gli assassini vengono pagati migliaia di dollari, ma non è chiaro chi siano i reali consumatori; stiamo parlando di un grosso business, e c’è corruzione nella polizia e nei tribunali, ecco perché le uccisioni continuano“.

Nonostante la situazione sia tutt’altro che rosea, di fronte alle pressioni internazionali forse qualcosa si sta muovendo: proprio il mese scorso, trentadue stregoni e più di duecento guaritori tradizionali, secondo la BBC, sono stati arrestati dalla polizia tanzaniana – segnando forse un’inversione di marcia rispetto alla precedente riluttanza delle autorità ad intervenire sulla questione. Intanto, diverse iniziative sono sorte per cercare di dare una voce a questo eccidio, come ad esempio l’audiolibro sociale italiano Ombra Bianca (fra i testimonial, anche diversi premi Nobel, Papa Francesco, il Dalai Lama). Il film White Shadow (2013), opera prima di Noaz Deshe premiata a Venezia con il Leone del Futuro, racconta la vita difficile di un ragazzino albino in Tanzania, fra discriminazioni e violenze.

Il Cacciatore di Streghe

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Di tutti i secoli passati, il Seicento è sicuramente fra i più bizzarri, rispetto alla sensibilità moderna.
Epidemie di vampirismo, masticatori di sudari, santi prodigiosi le cui spoglie operavano miracoli, ed infine loro, le streghe, quelle donne malvagie che stringevano alleanze con il Diavolo. Il soprannaturale era parte integrante della quotidianità, e dubitare delle sue influenze sulla vita di tutti i giorni era, secondo alcuni pensatori come ad esempio Joseph Glanvill, una vera e propria eresia: tanto abbietta quanto la negazione dell’esistenza degli angeli. Il demonio, in quegli anni, si aggirava davvero per le campagne alla ricerca di anime da catturare e dannare per l’eternità, era cioè una figura concreta, che la gente credeva di riconoscere dietro ad ogni evento peculiare.

Le streghe avevano un posto centrale nell’immaginario popolare, e chiunque poteva essere sospettato di stregoneria: una lite con una vicina di casa, seguita dalla comparsa di vaghi dolori o di una malattia del bestiame, era chiaro segnale che la donna aveva immensi poteri di provenienza diabolica. In un’epoca in cui i processi per stregoneria erano diffusi, è facile comprendere come accusare un proprio nemico d’aver stretto un patto con Satana fosse un metodo facile ed economico per toglierselo dai piedi.

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In questo contesto emerse la figura di Matthew Hopkins, il cacciatore di streghe più famoso della Storia.
Nato intorno al 1620 a Wenham Magna, minuscolo villaggio inglese nella contea di Suffolk, era il quarto dei sei figli di un pastore puritano piuttosto amato dai suoi compaesani. Della vita di Matthew prima del 1644 si conosce molto poco: sembra che avesse un’infarinatura di giurisprudenza, e che avesse acquistato una locanda a Mistley con i soldi ricevuti in eredità, ma questi aneddoti sono poco verificabili.

Quello che è certo è che all’inizio degli anni 40 del Seicento Hopkins si trasferì a Manningtree, Essex, e lì nel 1644 si autoproclamò Witchfinder General. Si trattava di un titolo che voleva sembrare ufficiale (general significa “rappresentante del Governo”), ma ovviamente il Parlamento non aveva mai istituito la carica di Cacciatore di Streghe; Hopkins era comunque ben deciso a guadagnarsi fama e fortuna, e quell’altisonante appellativo non era che l’inizio. La sua carriera vera e propria cominciò quello stesso anno, quando Hopkins dichiarò di aver sentito alcune donne parlare dei loro incontri con il demonio. Da quel momento in poi, assieme al fido compare John Stearne, cominciò a viaggiare per l’Inghilterra orientale, principalmente tra Suffolk, Essex e Norfolk, disinfestando borghi, villaggi e città dalle temute streghe.

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Hopkins e Stearne arrivavano in una nuova cittadina, annunciavano di essere stati incaricati dal Parlamento di scoprire le streghe della zona, raccoglievano denunce e “indizi”, quindi passavano ai fatti: accusavano e processavano anche venti o venticinque persone, trovavano immancabilmente le prove dell’avvenuto Patto con il diavolo, e mandavano tutti al patibolo.
Bisogna sottolineare che i processi per stregoneria erano diversi da tutti gli altri procedimenti giudiziari, perché la gravità del crimine era tale da permettere ai giudici di abbandonare le normali procedure legali ed ogni scrupolo etico (crimen exceptum): la confessione andava estorta con qualsiasi mezzo e ad ogni costo. Ma la tortura era pur sempre illegale in Inghilterra.

Così i metodi di Hopkins per scoprire se l’imputata fosse realmente una strega, pur essendo fra i più crudeli, rimanevano sempre sul limite di ciò che si poteva considerare tortura: la prassi più utilizzata prevedeva ad esempio la deprivazione del sonno. Si teneva l’imputata sveglia e immobile per giorni, seduta con le gambe incrociate e impedendole di dormire, finché la poveretta non finiva per ammettere qualsiasi cosa.

Si cercava poi sul suo corpo il Segno della Bestia – che non era difficile da trovare, visto che praticamente tutto (da un terzo capezzolo, a una zona di pelle un po’ secca, a un neo particolarmente grosso) poteva essere interpretato in tal senso. Se non vi era alcun Segno del Diavolo sul corpo, significava una sola cosa: che non era visibile ad occhio nudo. Ecco quindi entrare le assistenti di Hopkins, donne che viaggiavano con lui e che svolgevano la funzione di witch prickers, “pungolatrici di streghe”. Il Segno del Diavolo era infatti immune al dolore e non sanguinava, a quanto si diceva, e per trovarlo le witch prickers utilizzavano degli spilloni appositi tormentando il corpo della presunta strega in ogni sua parte.

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In queste lunghe ore di osservazione, spesso Hopkins e altri testimoni vedevano comparire uno o più “famigli“, cioè i demoni minori al servizio della strega, che si presentavano sotto forma di cane, gatto, capra o altri animali, e che bevevano il sangue che scorreva dal corpo della strega come fosse latte. L’apparizione di un famiglio era, com’è ovvio, uno degli indizi di colpevolezza più schiaccianti.

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C’erano pochissime probabilità che tutte queste indagini fallissero nel trovare prove inconfutabili della natura diabolica della strega. Ma se proprio non si era ancora certi, Hopkins poteva sempre ricorrere alla sua trovata più clamorosa, l’infame ordalia dell’acqua. Secondo una teoria dell’epoca, l’acqua (simbolo del battesimo, elemento purissimo) avrebbe rifiutato di accogliere una strega: bastava quindi legare l’imputata a una sedia e gettarla in un fiume o un lago. Se fosse rimasta a galla, si sarebbe trattato per forza di una strega; se fosse annegata, la sua anima innocente sarebbe volata all’altro mondo nella grazia di Dio.
Quest’ultimo metodo era davvero troppo estremo, e le autorità intimarono a Hopkins di utilizzarlo esclusivamente con il consenso della vittima; così già alla fine del 1645 la pratica venne abbandonata.

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Fin dall’inizio della loro “battuta di caccia”, in virtù degli spietati processi, i nomi di Hopkins e Stearne sparsero il terrore in tutta l’Inghilterra dell’est. Una terribile fama li precedeva, e appena circolava voce che i due, con le loro assistenti femminili, si stessero dirigendo verso un determinato villaggio, la gente del posto non dormiva certo sonni tranquilli. Anche con tutta la superstizione e le convinzioni sull’esistenza delle streghe, il popolo poteva vedere benissimo che i processi di Hopkins erano solo delle farse, il cui esito era deciso in anticipo.
Ma cosa alimentava la foga di quest’uomo nella sua missione? Ci credeva veramente, o aveva qualche interesse nascosto?

Lasciando alle spalle un’impressionante scia di cadaveri, la caccia in verità stava fruttando al Witchfinder General un lauto bottino. Nonostante lui più tardi dichiarasse che la sua paga, necessaria a sostenere la sua compagnia e tre cavalli, fosse di soli venti scellini a città, i registri contabili raccontano una realtà differente: l’onorario di Hopkins era di 23 sterline a città, più le spese di viaggio – una somma altissima per l’epoca. Le spese a carico dei vari municipi erano talmente elevate, che nella cittadina di Ipswich fu necessario istituire una tassa speciale per coprirle. Improvvisarsi cacciatore di streghe freelance era senza dubbio un colpo geniale, se non ci si faceva scrupoli a mandare a morte decine e decine di persone.

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L’eco delle gesta del Witchfinder General arrivò anche al Parlamento, e diversi membri espressero preoccupazione per il degenerare della cosa. Anche altre voci, come quella del predicatore puritano John Gaule, si levarono contro l’operato di Hopkins. Fu così che si arrivò a un peculiare ribaltamento della situazione: nella contea di Norfolk, nel 1646, i due cacciatori di streghe vennero fatti sedere sul banco degli imputati. I giudici volevano assicurarsi che non fossero stati usati mezzi di tortura per estorcere confessioni; intendevano indagare sulle parcelle richieste da Hopkins e Stearle alle comunità che avevano visitato; e infine insinuarono, in un sorprendente e ironico twist, che se Hopkins era davvero tanto esperto nella stregoneria e nella demonologia, forse nascondeva anch’egli un segreto…

Dopo questo primo interrogatorio, Hopkins comprese che sarebbe stato più saggio per lui chiudere l’attività. Quando la corte si riaggiornò nel 1647, egli era già tornato a vivere a Manningtree. La carriera del Witchfinder General durò quindi poco più di un anno, 14 mesi per la precisione. Nonostante il breve periodo, i numeri sono impressionanti: tra il 1644 e il 1646 egli fu responsabile della morte di circa trecento donne, impiccate, bruciate, annegate, o morte in prigione. Se si pensa che in totale, dall’inizio della caccia alle streghe nel primo ‘400 fino alla sua fine nel tardo ‘700, in Inghilterra furono condannate per stregoneria meno di cinquecento persone, significa che il 60% del totale delle uccisioni è da attribuirsi al Witchfinder General.

Ma la sua inquietante ombra non si limita ai processi da lui personalmente celebrati: nel 1647, già “in pensione”, Hopkins scrisse The Discovery of Witches, un vero e proprio manuale per individuare le streghe. Questo libro ebbe fortuna nel Nuovo Mondo, e fu utilizzato come testo di riferimento in vari processi, fra cui quelli, tristemente noti, di Salem nel Massachussetts.

Con il tempo la figura di Hopkins divenne quasi mitologica, una sorta di orco o di uomo nero dalla malvagità senza confini. Si racconta che venne processato per stregoneria, sottoposto al suo stesso metodo inumano di “ordalia dell’acqua”, e che morì annegato in un fiume. Ma questa è soltanto una leggenda, con un confortevole e troppo preciso contrappasso. Nella realtà Matthew Hopkins, il Witchfinder General, morì di tubercolosi il 12 agosto 1647, nel suo letto.

Nel 1968 la sua storia venne portata sul grande schermo, romanzata, da Michael Reeves nel cult Il grande inquisitore che fece scandalo per le sue insistite sequenze di tortura e nel quale il Witchfinder General è interpretato da un grande Vincent Price.

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Il libro di Hopkins, The Discovery of Witches, è disponibile gratuitamente online sul sito del Progetto Gutenberg.