L’esperimento di Carney Landis

Poniamo il caso che stiate camminando all’interno di una giungla, e scostando del fogliame vi troviate davanti un enorme serpente pronto ad attaccarvi. Di colpo una scarica di adrenalina attraversa il vostro corpo, sbarrate gli occhi, cominciate istantaneamente a sudare mentre il vostro cuore si mette a battere all’impazzata: in breve, provate paura.
Ma è il terrore che scatena tutte queste reazioni fisiche, o viceversa?
Per fare un esempio meno inquietante, immaginate di provare un classico colpo di fulmine per una persona. Sono le endorfine il motivo della vostra eccitazione, o è la vostra eccitazione a causarne il rilascio all’interno del corpo?
Cosa viene prima, il cambiamento fisiologico o l’emozione? Qual è la causa e quale l’effetto?

Questo dilemma era centrale agli albori degli studi sull’emozione, a cavallo tra Ottocento e Novecento (e continua a esserlo per le cosiddette neuroscienze affettive). Fra le prime e più influenti teorie spiccava quella di James-Lange, che sosteneva il primato della modificazione fisiologica: secondo questa ipotesi, il cervello recepisce un cambiamento negli stimoli provenienti dal sistema nervoso, e solo successivamente  li “interpreta” dando vita a un’emozione.

Uno dei problemi di questa teoria era l’impossibilità di provarla con certezza. Se ogni emozione nasce meccanicamente nel corpo, ragionavano gli scettici, allora deve pur esserci una ghiandola o un organo che, opportunamente stimolato, farà scattare invariabilmente la stessa emozione in qualunque persona. Oggi conosciamo un po’ meglio alcuni meccanismi dell’emozione, relativamente all’amigdala e alle varie aree della corteccia cerebrale, ma all’inizio del Novecento l’obiezione sollevata alla teoria di James-Lange era proprio questa — “avanti, trovami il muscolo della tristezza!

Nel 1924 Carney Landis, laureando all’Università del Minnesota, decise innanzitutto di capire sperimentalmente se i cambi fisiologici fossero gli stessi per tutti. Si concentrò sulle modifiche più evidenti e più facili da studiare: i movimenti dei muscoli facciali quando affiora un’emozione. Il suo studio voleva cercare di rintracciare dei pattern ripetitivi nelle espressioni facciali.

Per comprendere se tutti i soggetti reagissero allo stesso modo alle emozioni, Landis reclutò un buon numero di colleghi laureandi e cominciò con il marcare il loro volto con dei segni standard, per evidenziare le smorfie e il relativo movimento dei muscoli facciali.
L’esperimento vero e proprio consisteva nel sottoporli a diversi stimoli, e fotografarli.

All’inizio ai volontari veniva richiesto di compiere delle azioni piuttosto innocue: ascoltare un po’ di jazz, annusare dell’ammoniaca, leggere un passo della Bibbia, dire una bugia. Ma i risultati erano piuttosto deludenti, e Landis decise che forse era il caso di alzare la posta.

Cominciò a mostrare ai suoi soggetti delle immagini pornografiche. Poi delle foto mediche che mostravano persone con agghiccianti malattie della pelle. Poi provò a far esplodere un colpo di pistola e catturare al volo con la macchina fotografica il momento dello spavento. Ma ancora le espressioni faticavano a emergere chiaramente, e Landis con ogni probabilità iniziava a sentirsi frustrato. E qui il suo esperimento prese una strada più oscura.

Invitò i soggetti a infilare una mano in un secchio, senza guardare. Il secchio era pieno di rane vive. Click, faceva la sua macchina fotografica.
Landis li esortava a cercare meglio, dentro al misterioso secchio. Vincendo il disgusto, i malcapitati rimestavano fra le ranocchie viscide finché non incappavano nella vera sorpresa: dei cavi elettrici scoperti, pronti ad assestare una bella scossa. Click. Click.
Ma il peggio doveva ancora venire.

Il climax raggiungeva il suo apice quando Landis metteva nella mano sinistra del soggetto un topolino vivo, e nella destra un coltello. Il suo perentorio ordine era di decapitare il topo.
La maggior parte dei soggetti, increduli e sgomenti, chiesero a Landis se si trattasse di uno scherzo. Non lo era, dovevano davvero tagliare la testa alla piccola cavia, o l’avrebbe fatto lui stesso sotto i loro occhi.
A questo punto, come Landis aveva sperato, le reazioni diventavano davvero palesi — ma purtroppo anche molto più complesse del previsto. Di fronte alla situazione di alto stress emotivo c’era chi piangeva, ma anche chi rideva istericamente; c’era chi rimaneva come pietrificato, e chi si agitava imprecando.

Due terzi dei partecipanti finirono con l’obbedire al ricercatore, e portarono a termine la macabra esecuzione. Il rimanente terzo dovette comunque assistere alla decapitazione eseguita da Landis stesso.
Come dicevamo, i soggetti erano principalmente altri studenti del corso di laurea, ma tra questi faceva eccezione un ragazzo di tredici anni che si trovava al dipartimento come paziente, dato che soffriva di problemi psicologici e pressione alta. La sua reazione venne documentata dagli impietosi scatti di Landis.

Forse l’aspetto più imbarazzante dell’intera vicenda fu che il risultato di questo crudele test — che oggi nessun consiglio etico potrebbe mai permettere — non fu nemmeno particolarmente degno di nota.
Landis nel suo Studies of Emotional Reactions, II., General Behavior and Facial Expression (pubblicato sul Journal of Comparative Psychology, 4 [5], 447-509) arrivò alla conclusione che:

1) non esiste un’espressione facciale tipica che accompagni alcuna emozione suscitata nell’esperimento;
2) nessuna emozione è caratterizzata da un pattern ricorrente di comportamento muscolare;
3) il sorriso era la reazione più comune, perfino durante le esperienze spiacevoli;
4) non si verificavano quasi mai delle reazioni corporali asimmetriche;
5) i maschi si erano dimostrati più espressivi delle femmine.

Non un granché per giustificare l’eccidio di topolini e il trauma inflitto ai partecipanti.

Una volta ottenuta la laurea, Carney Landis si dedicò alla psicopatologia sessuale. Ebbe una brillante carriera allo New York State Psychiatric Institute. E lasciò per sempre in pace i roditori, nonostante oggi venga ricordato più per il suo sventurato esperimento giovanile che per i successivi quarant’anni di onorata ricerca.

C’è però un ultimo dettaglio che è importante menzionare.
Alex Boese nel suo Elefanti in acido nota come di questo bizzarro esperimento sia passato inosservato proprio quello che è il dato di maggior interesse. Ovvero il fatto che i due terzi dei soggetti, pur protestando e soffrendo, obbedirono all’ordine terribile.
E di fatto questa percentuale è analoga a quella registrata nel famigerato esperimento di Milgram, in cui uno scienziato comandava ai soggetti di infliggere una scossa a un terzo individuo (in realtà un attore che fingeva di ricevere la scarica dolorosa). Anche in quel caso, nonostante il conflitto etico provato dai partecipanti, il fatto che l’ordine arrivasse da una figura autoritaria li spinse a eseguire un’azione che consideravano aberrante.

L’esperimento di Milgram fu condotto inel 1961, quasi quarant’anni più tardi di quello di Landis. “Con gli esperimenti spesso va così — scrive Boese — uno scienziato predispone tutto quanto per una dimostrazione, ma si imbatte in qualcosa di completamente diverso, qualcosa di molto più interessante. Per questo motivo i bravi ricercatori sanno di dover sempre prestare attenzione agli eventi strani che accadono nel corso dei loro esperimenti. Potrebbe esserci una grande scoperta proprio sotto i loro occhi. O sotto la lama del coltello“.

Sulle espressioni del volto in relazione alle emozioni vedi anche questo post su Guillaume Duchenne.

La serenata dei topi

Anche i topi cantano.
Lo sappiamo da circa una cinquantina d’anni, ma soltanto da poco stiamo cominciando a comprendere la complessità delle loro canzoni. Parte della difficoltà in questo studio è data dal fatto che le vocalizzazioni dei topi avvengono ad ultrasuoni, a frequenze non udibili dall’orecchio umano: in natura questo genere di richiami avvengono ad esempio quando un cucciolo chiama la madre.

In Aprile su Frontiers of Behavioral Neuroscience è stata pubblicata una ricerca della Duke University i cui risultati mostrano come il canto dei topi sia in realtà molto più complesso di quanto immaginato finora.
I ricercatori Jonathan Chabout, Abhra Sarkar, David B. Dunson ed Erich D. Jarvis hanno esposto i topi a differenti contesti sociali e, tramite alcuni nuovi software specificamente elaborati, hanno analizzato le modulazioni nella frequenza e durata dei loro richiami ad ultrasuoni. Sono stati così in grado di suddividere le canzoni in “sillabe” e aggregati di suoni ripetuti con un certo ritmo, e a scoprire come variano a seconda della situazione in cui il topo si trova.

Se il maschio viene esposto all’urina di una femmina, e si convince dunque che essa debba trovarsi nei paraggi, il suo canto diventa molto più forte e potente, anche se meno preciso; se invece la femmina è addormentata vicino a lui, per svegliarla utilizza lo stesso canto ma scandisce le “sillabe” in maniera molto più precisa.
Le femmine sembrano preferire canzoni complesse e ricche di variazioni; eppure, nel momento in cui il maschio ha a disposizione una femmina, la sua elaborata canzone di corteggiamento si fa più semplice. D’altronde, una volta attirata la potenziale compagna, il nostro topolino ha bisogno di conservare le energie per rincorrerla e tentare l’accoppiamento.

Il canto dei topi non è ovviamente articolato come quello degli uccelli; eppure, il variare delle canzoni e della loro sintassi rispetto al contesto sociale dimostra che esse veicolano un significato e hanno un fine preciso. I ricercatori non sono ancora sicuri di quanto i topi siano in grado di imparare a modificare le loro vocalizzazioni (come ad esempio fanno gli uccelli) o quanto si limitino a scegliere fra pattern prefissati. Al quesito cercheranno di rispondere le prossime ricerche.

Certo, è bello capire meglio il mondo dei roditori, ma perché è davvero importante?
Le indagini hanno in realtà un fine relativo all’uomo. Nell’ultima decade si è compreso quanto i topi siano, a livello genetico, estremamente simili a noi; scoprire quanto e come riescano ad imparare nuove “sillabe” potrebbe svolgere un ruolo fondamentale per lo studio dei disturbi di spettro autistico, in particolare riguardo ai deficit comunicativi e ai circuiti neuronali che controllano l’apprendimento vocale.

Male mice song syntax depends on social contexts and influences female preferences, Jonathan Chabout, Abhra Sarkar, David B. Dunson, Erich D. Jarvis. Frontiers in Behavioral Neuroscience, April 1, 2015.

Veneri anatomiche: l’ossessione del femmineo

C’è un’ossessione profonda, che attraversa i secoli e non accenna a placarsi. L’ossessione maschile per il corpo della donna.

Un corpo magnetico che conduce a sé (seduce), tirando i fili del simbolo; carne duttile e plasmabile, che nell’atto sessuale ha funzione ricettiva, eppure voragine abissale nella quale ci si può perdere; corpo castrante, che eccita la violenza e l’idolatria, corpo di dea callipigia da deflorare; scrigno che racchiude il segreto della vita, sessualità ambigua il cui piacere è sconosciuto e terribile.

Così è capitato che nel corpo femminile si sia scavato, per cavarne fuori questo suo mistero, aprendolo, smembrandolo in pezzi da ricombinare, cercando le occulte e segrete analogie, le geometrie nascoste, l’algebra del desiderio, come ha fatto ad esempio Hans Bellmer in tutta la sua carriera. Nei suoi scritti e nelle sue opere pittoriche (oltre che nelle sue bambole, di cui avevo parlato qui) l’artista tedesco ha maniacalmente decostruito la figura femminile disegnando paralleli inaspettati e perturbanti fra le varie parti anatomiche, in una sorta di febbrile feticismo onnicomprensivo, in cui occhi, vulve, piedi, orecchie si fondono assieme fluidamente, fino a creare inedite configurazioni di carne e di sogno.

illustration-by-hans-bellmer-from-lanatomie-de-limage-anatomy-of-the-image-1344796896_b

histoire de l'oeil (1)

L’erotismo di Bellmer è uno sguardo psicopatologico e assieme lucidissimo, freddo e visionario al tempo stesso; ed è nella sua opera Rose ouverte la nuit (1934), e nelle successive declinazioni del tema, che l’artista dà la più esatta indicazione di quale sia la sua ricerca. Nel dipinto, una ragazza solleva la pelle del suo stesso ventre per esaminare le proprie viscere.

d84a8f3348d02876c5b9d3cbf8e276ab

L’atto di alzare la pelle della donna, come si potrebbe sollevare una gonna, è una delle più potenti raffigurazioni dell’ossessione di cui parliamo. È lo strip-tease finale che lascia la femmina più nuda del nudo, che permette di scrutare all’interno della donna alla ricerca di un segreto che forse, beffardamente, non si troverà mai.
Ma l’immagine non è nuova, anzi vuole riecheggiare lo stesso turbamento che si può provare di fronte alle numerose e meravigliose veneri anatomiche a grandezza naturale scolpite in passato da abili artisti, una tradizione nata a Firenze alla fine del XVII secolo.

anatomicalvenus7padmfladm

tumblr_n0syitD0Ar1rvqo0ho1_1280

182jxc39k1lddjpg

venere

Queste bellissime fanciulle adagiate in pose languide aprono l’interno del loro corpo allo sguardo dello spettatore, senza pudore, senza mostrare dolore. Anzi, dalle espressioni dei loro volti si direbbe quasi che vi sia in loro un sottile compiacimento, un piacere estatico nell’offrirsi in questa nudità assoluta.
Perché questi corpi non sono rappresentati come cadaveri, ma essenzialmente vivi e coscienti?
L’esistenza stessa di simili sculture oggi può disorientare, ma è in realtà una naturale evoluzione delle preoccupazioni artistiche, scientifiche e religiose dei secoli precedenti. Prima di parlare di queste straordinarie opere ceroplastiche, facciamo dunque un rapido excursus che ci permetta di comprenderne appieno il contesto; sottolineo che non mi interesso qui alla storia delle veneri, né esclusivamente alla loro portata scientifica, quanto piuttosto al loro particolarissimo ruolo in riguardo al femmineo.

Vesalius_Fabrica_fronticepiece

Il dominio dello sguardo
Quando Vesalio, con incredibile coraggio (o spavalderia), si fece immortalare sul frontespizio della sua De humani corporis fabrica (1543) nell’atto di dissezionare personalmente un cadavere, stava lanciando un messaggio rivoluzionario: la medicina galenica, indiscussa fino ad allora, era colma di errori perché nessuno si era premurato di aprire un corpo umano e guardarci dentro con i propri occhi. Uomo del Rinascimento, Vesalio era strenuo sostenitore dell’esperienza diretta – in un’epoca, questo è ancora più notevole, in cui la “scienza” come la conosciamo non era ancora nata – e fu il primo a scindere il corpo da tutte le altre preoccupazioni metafisiche. Dopo di lui, il funzionamento del corpo umano non andrà più cercato nell’astrologia, nelle relazioni simbolico-alchemiche o negli elementi, ma in esso stesso.
Da questo momento, la dissezione occuperà per i secoli a venire il centro di ogni ricerca medica. Ed è lo sguardo di Vesalio, uno sguardo di sfida, altero e duro come la pietra, a imporsi come il paradigma dell’osservazione scientifica.

1543-Vesalio1

Il problema morale
Bisogna tenere a mente che nei secoli che stiamo prendendo in esame, l’anatomia non era affatto distaccata dalla visione religiosa, anzi si riteneva che studiare l’uomo – centro assoluto della Natura, immagine e somiglianza del Creatore e culmine della sua opera – significasse avvicinarsi un po’ di più anche a Dio.

Eppure, per quanto si riconoscesse come fondamentale l’esperienza diretta, era difficile liberarsi dall’idea che dissezionare una salma fosse in realtà una sorta di sacrilegio. Questa sensazione scomoda venne aggirata cercando soggetti di studio che avessero in qualche modo perso il loro statuto di “uomini”: criminali, suicidi o poveracci che il mondo non reclamava. Candidati ideali per il tavolo settorio. La violazione che si osava infliggere ai loro corpi era poi ulteriormente giustificata in quanto alle spoglie dissezionate venivano garantite, in cambio del sacrificio, una messa e una sepoltura cristiana che altrimenti non avrebbero avuto. Grazie al loro contributo alla ricerca, avendo scontato per così dire la loro pena, essi tornavano ad essere accettati dalla società.

Lo stesso senso di colpa per l’attività di dissezione spiega il successo delle tavole anatomiche che raffigurano i cosiddetti écorché, gli scorticati. Per raffigurare gli apparati interni, si decise di mostrare soggetti in pose plastiche, vivi e vegeti a dispetto delle apparenze, anzi spesso artefici o complici delle loro stesse dissezioni. Una simile visione era certamente meno fastidiosa e scioccante che vedere le parti anatomiche esposte su un tavolo come carne da macello (cfr. M. Vène, Ecorchés : L’exploration du corps, XVIème-XVIIIème siècle, 2001).

L’uomo, che si è scorticato da solo, osserva l’interno della sua stessa pelle come a carpirne i segreti. Da Valverde, Anatomia del corpo humano (1560).

Dal medesimo volume, dissezione del peritoneo in tre atti. Nella terza figura, il personaggio tiene fra i denti la propria parete addominale per mostrarne il reticolo vascolare.

Dal medesimo volume, dissezione del peritoneo in tre atti. Nella terza figura, il personaggio tiene fra i denti il proprio grembiule omentale per mostrarne il reticolo vascolare.

casseri_p57

Spiegel e Casseri, De humani corporis fabrica libri decem (1627).

casseri_p27

Spiegel e Casseri, Ibid.

Venere detronizzata
Già nelle stampe degli écorché si nota una differenza fra figure maschili e femminili. Per illustrare il sistema muscolare venivano utilizzati soggetti maschili, mentre le donne esibivano spesso e volentieri gli organi interni, e fin dalle primissime rappresentazioni erano nella quasi totalità dei casi gravide. Il feto visibile all’interno del grembo femminile sottolineava la primaria funzione della donna come generatrice di vita, mentre dall’altro canto gli écorché maschi si presentavano in pose virili che ne esaltavano la prestanza fisica.

Spiegel e Casseri, Ibid.

Estienne_p250

Un muscoloso corpo maschile posa per una tavola che in realtà descrive una dissezione del cranio. Dal De dissectione partium corporis humani libri tres di C. Estienne (1545).

Dal medesimo volume, l’anatomia degli intestini è baroccamente inserita all’interno di una corazza da guerriero romano.

Lo svelamento dell’utero, messa in scena simbolica della denudazione. Dal Carpi commentaria cum amplissimis additionibus super Anatomia Mundini (1521).

20151027_104247

La gravida di Pietro Berrettini (1618) si alza snella e graziosa per esibire il suo apparato riproduttivo.

Come si vede nelle stampe qui sotto, già dalla metà del ‘500 i soggetti femminili mostrano una certa sensualità, mentre si abbandonano a pose che in altri contesti risulterebbero indecenti e impudiche. L’artista qui si spinse addirittura a realizzare delle versioni anatomiche di celebri stampe erotiche clandestine, ricopiando le pose dei personaggi ma scorticandoli secondo la tradizione anatomica, “raffreddando” così ironicamente la scena.

20151027_104550

Donna che tiene la placenta di due gemelli. Ispirata a una stampa erotica di Perino Del Vaga. Dal De dissectione partium corporis humani libri tres di C. Estienne (1545).

20151027_104600

Dal medesimo testo, gravida che espone l’apparato riproduttivo. Il contesto di camera da letto dona alla posa una connotazione marcatamente erotica.

20151027_104515

Altra illustrazione ispirata a una stampa erotica di Perino del Vaga (vedi sotto).

Ecco il modello “proibito” per la stampa anatomica precedente. (G.G. Caraglio, Giove e Antiope, da Perino del Vaga)

Non bisogna dimenticare infatti che un altro sottotesto — decisamente più misogino — di alcune stampe anatomiche femminili, è quello che intende smentire, sfatare il fascino della donna. Tutta la sua carica erotica, tutta la sua bellezza tentatrice viene disinnescata tramite l’esposizione delle interiora.
Difficile non pensare a Memento di Tarchetti:

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.

E nell’orrenda visïone assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporgere le fredda ossa di morto.

(Disjecta, 1879)

Se dobbiamo credere a Baudrillard (Della seduzione, 1979), l’uomo ha sempre avuto il controllo sul potere concreto, mentre la femmina si è appropriata nel tempo del potere sull’immaginario. E il secondo è infinitamente più importante del primo: ecco spiegata l’origine dell’ossessione maschile, quel senso di impotenza di fronte alla forza del simbolo detenuto dalla donna. Pur con tutte le sue violente guerre e le sue conquiste virili, egli ne è sedotto e soggiogato senza scampo.
Ricorre dunque all’estrema soluzione: frustrato da un mistero che non riesce a svelare, finisce per negare che esso sia mai esistito.
Ecce mulier! Questa è la tanto vagheggiata femmina, che fa perdere la testa agli uomini e induce al peccato: soltanto un ammasso di disgustosi organi e budella.

large_Valverde_1586_woman

Da Valverde, Anatomia del corpo humano (1560).

La messa in scena dell’osceno
Alcune stampe cinquecentesche erano composte di diversi fogli ritagliati, in modo che il lettore potesse sollevarli e scostare poco a poco i vari “strati” del corpo del soggetto, scoprendone l’anatomia in maniera attiva. L’immagine qui sotto, del 1570 circa e poi numerose volte ristampata, è un esempio di questi antesignani dei pop-up book; pensata ad uso dei barbieri-chirurghi (l’uomo tiene la mano in una bacinella di acqua calda per gonfiare le vene del braccio prima di un salasso), consiste di quattro risvolti incollati da sfogliare in successione per vedere gli organi interni.

Anatomical_sheet00

Anatomical_sheet01

Le veneri anatomiche, decomponibili, non erano dunque che la versione tridimensionale di questo genere di stampe. Gli studenti avevano la possibilità di smontare gli organi, studiarne la morfologia e la posizione senza dover ricorrere a un cadavere.

naamloos

History-of-Medicine-2

feat_DOLLS-1440x564_c
Se la ceroplastica si propose quindi fin dal principio come sostituto o complemento della dissezione, ottimo strumento didattico per medici e anatomisti spesso in cronica penuria di salme fresche, le statue in cera costituirono anche uno dei primi esempi di spettacolo anatomico accessibile anche alla gente comune. Le dissezioni vere e proprie erano già un educativo divertissement per la buona società, che pagava volentieri il biglietto di entrata per il teatro anatomico approntato solitamente nei pressi dell’Università. Ma la collezione fiorentina di cere anatomiche contenute all’interno del Museo della Specola, voluto dal Granduca di Toscana, era visitabile anche dai profani.

Da sovrano illuminato e da appassionato di scienza qual era, si rese conto, con molto anticipo rispetto agli altri regnanti, di quanto fosse importante la cultura scientifica e di come questa dovesse essere resa accessibile a tutti. […] C’erano orari diversi per le persone istruite e per il popolo: quest’ultimo infatti poteva visitare il Museo dalle 8 alle 10 “purché politamente vestito” lasciando poi spazio fino “alle 1 dopo mezzogiorno… alle persone intelligenti e studiose”. Anche se ora questa distinzione ci suona un po’ offensiva, si capisce quanto fosse innovativa per quell’epoca l’apertura anche al grosso pubblico.

(M. Poggesi, La collezione ceroplastica del Museo La Specola, in Encyclopaedia anatomica, 2001)

Le cere anatomiche dunque, oltre ad essere un supporto di studio, facevano anche appello ad altre, più nascoste fascinazioni che attiravano con enorme successo masse di visitatori di ogni estrazione sociale, divenendo tra l’altro tappa fissa dei Grand Tour.

Susini_Venerina_face

907956328_e84bdb4de2_o

907107457_4bee8ce169_o

Venus091

Allo stesso modo delle stampe antiche, anche nelle statue di cera si ritrova la stessa esposizione del corpo della donna – passiva, sottomessa all’anatomista che (presumibilmente) la sta aprendo, spesso gravida del feto che porta dentro di sé, il volto mai scorticato e anzi seducente; e la figura maschile è invece ancora una volta utilizzata principalmente per illustrare l’apparato muscolo-scheletrico, i vasi sanguigni e linfatici ed è priva della sensualità che contraddistingue i soggetti femminili.

907120343_603ce35820_o

9175f3bea8cfb331b98c3b107279b18a.jpg

907952846_ceb7e5bad7_o

firenze_mostra_cere_vive_03

Eros, Thanatos e crudeltà
Le veneri anatomiche fiorentine non potevano non suscitare l’interesse di Sade.
Il Marchese ne parla una prima volta, col tono discreto del turista, nel suo Viaggio in Italia; le menziona ancora in Juliette, quando la sua perversa eroina scopre con giubilo cinque piccoli tableaux di Zumbo che mostrano le fasi della decomposizione di un cadavere. Ma è nelle 120 giornate di Sodoma che le cere sono utilizzate nella loro dimensione più sadiana: qui una giovane fanciulla viene accompagnata all’interno di una stanza che racchiude diverse veneri anatomiche, e dovrà decidere in quale modo preferisce essere uccisa e squartata.

Venus061

182jrd4ufq4uljpg

182jrd2vcp3bgjpg

Lo sguardo lucido di Sade ha dunque colto il volto oscuro, cioè l’erotismo perturbante e crudele, di queste straordinarie opere d’arte scientifica. Sono senza dubbio i volti serafici, in alcuni casi quasi maliziosi, di queste donne a suggerire un loro malcelato piacere nell’essere lacerate e offerte al pubblico; e allo stesso tempo questi modelli tridimensionali rendono ancora più evidente la surreale contraddizione degli écorché, che restano in vita come nulla fosse, nonostante le ferite mortali.
Si può discutere se il Susini e gli altri ceroplasti suoi emuli fossero o meno perfettamente coscienti di un simile aspetto, forse non del tutto secondario, della loro opera; ma è innegabile che una parte del fascino di queste sculture provenga proprio dalla loro sensuale ambiguità.
Bataille fa notare (Le lacrime di Eros, 1961) che, nel momento in cui l’uomo ha preso coscienza della morte, seppellendo i suoi morti con rituali funebri, ha anche cominciato a raffigurare se stesso, sulle pareti delle grotte, con il sesso eretto; a dimostrazione di quanto morte e sesso siano collegati a doppio filo, quali opposti che spesso si confondono.

 venerina

2310525622_e26ab8c2ce

907956890_1e9de6a3fe_o

Le veneri anatomiche, in questo senso, racchiudono in maniera perfetta tutta la complessità di questi temi. Splendidi e preziosi strumenti di indagine scientifica, meravigliosi oggetti d’arte, misteriosi e conturbanti simboli; con il loro misto di innocenza e crudeltà sembrano ancora oggi raccontarci le intricate peripezie del desiderio umano.

cere_vive

Ecco la pagina dedicata alle cere anatomiche del Museo di Storia Naturale di Firenze.

SynDaver

6a01157082be0e970b0120a5cd7079970c-500wi

Talvolta, non c’è niente di meglio di un cadavere fresco.
Questa può sembrare una battuta, ma basta ragionarci un attimo e risulta subito evidente come lo studio della medicina non possa assolutamente prescindere dal confronto con l’anatomia reale. L’esame autoptico rimane ancora il metodo principe per acquisire quelle conoscenze che nessuna illustrazione, fotografia o modello tridimensionale, per quanto accurato, potranno mai rendere tangibile. Oltre alle dissezioni, i cadaveri possono essere utilizzati per la simulazione di alcuni interventi chirurgici: operare su un corpo morto non è come eseguire la stessa procedura su un corpo vivo, ma può rivelarsi comunque una palestra essenziale prima di un intervento particolarmente difficile. I cadaveri poi, storicamente, sono stati utilizzati anche per altri scopi di ricerca su traumi e ferite, come illustravamo ad esempio in questo vecchio articolo.

Ma l’impiego di corpi reali porta con sé diversi problemi. Innanzitutto vi è sempre una certa penuria di cadaveri su cui sperimentare liberamente: le autopsie vengono effettuate giornalmente a scopi legali, ma seguono procedure evidentemente rigide e controllate, mentre invece sono più rari almeno in Italia i casi di corpi donati alla scienza (complice, da noi, una certa assenza legislativa, come viene bene spiegato qui); ed è proprio sui corpi volontariamente donati alla ricerca che ai medici è consentito fare pratica chirurgica.
Un altro svantaggio dei cadaveri è quello di essere costosi da trasportare, conservare, smaltire. Infine, non sono riutilizzabili.

Ecco che entra in campo la SynDaver Labs. La ditta si occupa da anni di creare modelli ultrarealistici di tessuti, organi, e simulatori medici, realizzati in polimeri che replicano perfettamente le reali consistenze dei vari strati epidermici. Questi organi sintetici vengono utilizzati soprattutto per testare l’efficienza di macchinari clinici, eliminando il bisogno di provarli su vere parti anatomiche animali o umane. Ma è solo recentemente che la SynDaver ha fatto un salto più ambizioso, proponendo il primo cadavere sintetico modulare.

syndaver-patient-1

Z-SSH-F-0015-Full-Body-Skin-Table

Si tratta di un modello a grandezza naturale dell’intero corpo umano, ed è “modulare” nel senso che a seconda della necessità può essere accessoriato e reso più complesso dall’aggiunta di sistemi muscolari, sistema circolatorio, tendini, nervi e organi che replicano piuttosto fedelmente le proprietà meccaniche, chimiche, termiche ed elettriche del tessuto vivente. Ma non è tutto.

SynDaver-Body_0015

img_0079

Tramite un’applicazione installata su un tablet wireless, la simulazione delle funzioni vitali può essere controllata nei minimi dettagli. Questo “motore fisiologico” risponde agli stimoli come farebbe un corpo reale, adattando e riaggiustando vari parametri: ad esempio il movimento di braccia e gambe, la respirazione, il battito cardiaco ed eventuali aritmie, la dilatazione della pupilla, il battito delle palpebre, temperatura corporea, vasocostrizione, eccetera. Essendo poi il software open source, può essere modificato per adattarsi a qualsiasi situazione si intenda replicare.

SynDaver-Body_0020

30-dead-body-full-1031

Gli utilizzi, come è intuibile, sono innumerevoli: si va dall’apprendimento delle più basiche forme di pronto soccorso (come posizionare il ferito, come muoverlo, come intubarlo), allo studio dell’anatomia, alla pratica con gli strumenti diagnostici (è possibile usarlo per allenarsi nell’eseguire radiografie, ultrasuoni, fluoroscopie, TAC) fino alla simulazione di veri e propri interventi chirurgici, con tanto di sangue sintetico riscaldato che circola nel sistema vascolare.
Rispetto a un vero cadavere, il vantaggio sta proprio nel fatto che questo corpo è riutilizzabile, smontabile, e adattabile alle più diverse esigenze.

pic-assembly

syndaver-patient

pic-oral

Certo, un corpo completo non è economico. Il prezzo di un SynDaver Patient dotato di tutti gli accessori è di 85.000 dollari. Ma si sta già lavorando a versioni “basic” più abbordabili, intorno ai 15.000 dollari.
E non dimentichiamo che siamo soltanto all’inizio. Senza dubbio con il passare del tempo la tecnologia diverrà sempre più raffinata, agile ed economica, e questi cadaveri sintetici potranno assumere un ruolo di sempre maggior rilievo in svariati settori clinici.

018_by_syndaver-d6a2j0h

Ecco il sito ufficiale di SynDaver Labs.

Regali di Natale

sax-player-loves-santa

Le festività sono alle porte e, come tutti gli anni, la magia del Natale viene incrinata dalla più temuta delle incombenze: la scelta dei regali adeguati. Se durante tutto il resto dell’anno ci reputiamo persone creative, in questo periodo qualsiasi briciolo di originalità sembra abbandonarci definitivamente, e più ci straziamo le meningi per farci venire qualche idea, più la nostra fantasia rimane muta e desolata come la page blanche che tanto ossessiona gli scrittori.

È forse quest’ansia da prestazione che ha spinto la nostra lettrice horrorboutiqueph a richiedere a gran voce, in un recente commento, un articolo di consigli sullo shopping natalizio. La accontentiamo volentieri, sperando di fare cosa gradita a quanti di voi sono alla frenetica ricerca di quello spunto particolare che trasforma il risaputo scambio dei pacchi in un evento memorabile.

Ecco dunque alcune idee per i doni di Natale, in puro stile Bizzarro Bazar.

1. Adottare un teschio

Il Mütter Museum di Philadelphia è uno dei musei di storia della medicina più noti a livello mondiale, grazie anche a un’intelligente valorizzazione “pubblicitaria” delle sue collezioni. Oltre a conferenze, iniziative di vario genere e sontuosi cataloghi, c’è addirittura chi ha celebrato le proprie nozze fra le sue mura.
Fino al 31 Dicembre (ma gli organizzatori stanno valutando la possibilità di estendere questa deadline) si può prendere parte alla nuova e innovativa campagna “Save Our Skulls”. Avete la possibilità, al costo di 200$, di riservare l’adozione di uno dei 139 teschi della collezione frenologica del museo per garantire il suo restauro – ed assicurare che il nome del benefattore sia ben visibile su una targhetta a fianco del cranio esposto nel museo. Sta a voi scegliere, anche in base alla storia di questi antichi reperti: c’è il teschio della prostituta viennese, quello del criminale tailandese, l’equilibrista che si è spezzato il collo durante un spettacolo, il fanatico russo che, seguendo i dettami di una setta che praticava la castrazione preventiva contro le insidie della lussuria, morì di ferite autoinflitte mentre cercava di asportarsi i testicoli con un metodo troppo casalingo.
Il Museo vi spedirà un certificato e una foto del cranio con la relativa targhetta: l’amico o il parente a titolo del quale avete fatto l’iscrizione non potrà che commuoversi sapendo che, oltreoceano, il suo nome compare di fianco al teschio di un malato di sifilide o di un suicida.

geza

Save Our Skulls

2. Il bagnoschiuma

Gli articoli per il benessere della persona non passano mai di moda, perché coniugano il piacere con l’utilità. Ecco quindi un gel bagno/doccia particolare, divertente e di raffinato buongusto, particolarmente consigliato per i fan di Psycho o di Dexter.

BATH-1238

Blood Bath Shower Gel

3. Le opere di Mala Tempora

Giulio Artioli è un artista italiano che realizza, “in un angolo caotico di casa”, degli strani e affascinanti ibridi da collezione. Ispirate al mondo delle wunderkammern e dei sideshow, della letteratura fantastica e delle stranezze anatomiche, le creazioni di “Mala Tempora” (questo il nome dell’atelier) hanno il fascino degli oggetti impossibili: vi trovano posto le Sirene del Pacifico, gli sfuggenti Vescovi di mare, i reperti di antiche esplorazioni, uno studio anatomico di brigante calabrese, teste mummificate, feti di balene, scheletri di gnomo e teschi di gemelli siamesi. Il tutto, ovviamente, ricreato dalle mani dell’artista: ogni opera è inoltre corredata da un’accurata e dettagliata storia dell’esemplare in questione, e queste righe sono talmente affascinanti e dense di meraviglia da valere da sole gran parte dell’acquisto.

Preserved_human_fetus_1

Pacific_Ocean_Mermaid_3

4

Mala Tempora Studio

4. La poltrona per le fotocopie

Un vostro conoscente è un importante uomo d’affari – il classico uomo che ha già tutto e al quale non sapete proprio cosa regalare, a parte l’ennesimo dopobarba? Articolo di design e di arredamento assieme, questa poltrona (opera dell’artista Tomomi Sayuda) è il perfetto complemento per ogni ufficio. Appena una persona vi si siede, si attiva la fotocopiatrice nascosta al suo interno. Certo, un po’ si perde il brivido del proibito, quando, da soli nella stanza delle fotocopie, ci si trovava a combattere contro questo tipo di irresistibili istinti.

xerox-ass

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=3QxI2Ix-Njg]

Tomomi Sayuda

5. Il titolo nobiliare

Ecco un dono che è segno di rispetto e di devozione.
In Scozia, chiunque acquisti dei possedimenti terrieri può fregiarsi del titolo di Lord o Lady. Così la società Higland Titles ha pensato a un uso intelligente per questo cavillo: suddividendo la foresta di Glencoe (sede di uno storico massacro e importante riserva naturale) in minuscoli appezzamenti di meno di un metro quadro, e mettendoli in vendita, garantisce all’acquirente la possibilità di diventare un Lord. L’iniziativa ha una finalità ecologica, cioè garantire che l’area boschiva non divenga mai terreno edificabile, e allo stesso tempo assicurare introiti aggiuntivi per i servizi forestali.

Ma, siamo sinceri, il bello è che regalare un titolo nobiliare fa sempre il suo effetto. E sì, il nuovo appellativo può essere registrato sui documenti ufficiali come ad esempio passaporto o carta d’identità.

(Per inciso, chi scrive è già entrato in possesso di un pezzetto delle Highlands scozzesi, proprio grazie alla generosa goliardia di alcuni amici. D’ora in poi sappiate che Lord Bizzarro Bazar esige una certa deferenza, da parte di voialtri umili villici.)

Scottish-Highlands

Become a Lord

[AGGIORNAMENTO: La Highland Titles è stata al centro di alcune controversie. Ora sul sito è specificato chiaramente che il titolo è simbolico. Ma ugualmente divertente ed ecologico.]

6. Cordone ombelicale

Siete a cena e il vostro amico, invece di parlare con voi, non la smette di controllare il telefonino. Per molte persone ormai gli smartphone sono parte integrante della vita quotidiana, e vengono accuditi con infinita attenzione, e coccolati come fossero carne della propria carne. Risulta perfetto allora un regalo che è anche un efficace monito, pensato per chi fa del proprio iPhone un prolungamento del corpo, un’appendice o una protesi tecnologica. Un caricabatterie che pulsa e vive, degno di David Cronenberg, dimostra come perfino il cellulare possa diventare un’escrescenza ibrida di materia organica e meccanica. Ecco il vostro bambino, gente.

gc_top

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=yQPDSES8my0]

Mio I-zawa

The Monster Study

Vi sono molti disturbi ai quali la scienza non ha ancora saputo trovare un’origine e una causa certa.

Sotto il comune termine di “balbuzie” si è soliti raggruppare diversi tipi di impedimenti del linguaggio, più o meno gravi; al di là delle classificazioni specialistiche, ciò che risulta chiaro anche ai profani è che chi soffre di questo genere di disfluenze verbali finisce per essere sottoposto a forte stress, tanto da farsi problemi ad iniziare una conversazione, avere attacchi di ansia, e addirittura nei casi più estremi isolarsi dalla vita sociale. Si tratta di un circolo vizioso, perché se la balbuzie provoca ansia, l’ansia a sua volta ne aggrava i sintomi: la persona balbuziente, quindi, deve saper superare un continuo sentimento di inadeguatezza, lottando costantemente contro la perdita di controllo.

Le cause esatte della balbuzie non sono state scoperte, così come non è ancora stata trovata una vera e propria cura definitiva per il problema; è indubbio che il fattore ansiogeno sia comunque fondamentale, come dimostrano quelle situazioni in cui, a fronte di uno stress più ridotto (ad esempio, parlando al telefono), i sintomi tendono ad affievolirsi notevolmente se non a scomparire del tutto.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=UB3N_nmeB9k]

Fra i primi a sottolineare l’importanza dell’aspetto psicologico della balbuzie (pensieri, attitudini ed emozioni dei pazienti) fu il Dr. Wendell Johnson. Riconosciuto oggi come uno dei più influenti patologi del linguaggio, egli focalizzò il suo lavoro su queste problematiche in un’epoca, gli anni ’30, in cui gli studi sul campo erano agli albori: eppure i dati raccolti nelle sue ricerche sui bambini balbuzienti sono ancora oggi i più numerosi ed esaustivi a disposizione degli psicologi.

wjoldcap
Nonostante le molte terapie efficaci da lui iniziate, e una vita intera dedicata alla comprensione e alla cura di questo disturbo (di cui egli stesso soffriva), Johnson viene spesso ricordato soltanto per un esperimento sfortunato e discutibile sotto il profilo etico, che nel tempo è divenuto tristemente famoso.

Wendell Johnson era convinto che la balbuzie non fosse genetica, ma che venisse invece fortemente influenzata da fattori esterni quali l’educazione, l’autostima e in generale l’ambiente di sviluppo del bambino. Per provare questa sua teoria, nel 1939 Johnson elaborò un complesso esperimento che affidò a una studentessa universitaria, Mary Tudor, sotto la sua supervisione. Lo scopo del progetto consisteva nel verificare quanto influissero i complimenti e i rimproveri sullo sviluppo del linguaggio: la Tudor avrebbe cercato di “curare” la balbuzie di alcuni bambini, lodando il loro modo di esprimersi, e allo stesso tempo – ecco che arriva la parte spinosa – di indurla in altri bambini perfettamente in grado di parlare, tramite continui attacchi alla loro autostima. Venne deciso che le piccole cavie umane sarebbero state dei bambini orfani, in quanto facili da reperire e privi di figure genitoriali che potessero interferire con il progetto.

In un orfanotrofio di veterani nello Iowa, Johnson e Tudor selezionarono ventidue bambini dai 5 ai 15 anni, che avevano tutti perso i genitori in guerra; fra questi, soltanto dieci erano balbuzienti. I bambini con problemi di balbuzie vennero divisi in due gruppi: a quelli del gruppo IA, sperimentale, la Tudor doveva ripetere che il loro linguaggio era ottimo, e che non avevano da preoccuparsi. Il gruppo IB, di controllo, non riceveva particolari suggestioni o complimenti.

Poi c’erano i dodici bambini che parlavano fluentemente: anche loro vennero divisi in due gruppi, IIA e IIB. I più fortunati erano quelli del secondo gruppo di controllo (IIB), che venivano educati in maniera normale e corretta. Il gruppo IIA, invece, è il vero e proprio pomo della discordia: ai bambini, tutti in grado di parlare bene, venne fatto credere che il loro linguaggio mostrasse un inizio preoccupante di balbuzie. La Tudor li incalzava, durante le sue visite, facendo notare ogni loro minimo inciampo, e recitando dei copioni precedentemente concordati con il suo docente: “Siamo arrivati alla conclusione che hai dei grossi problemi di linguaggio… hai molti dei sintomi di un bambino che comincia a balbettare. Devi cercare immediatamente di fermarti. Usa la forza di volontà… Fa’ qualunque cosa pur di non balbettare… Non parlare nemmeno finché non sai di poterlo fare bene. Vedi come balbetta quel bambino, vero? Beh, certamente ha iniziato proprio in questo modo”.

L’esperimento durò da gennaio a maggio, con Mary Tudor che parlava ad ogni bambino per 45 minuti ogni due o tre settimane. I bambini del gruppo IIA, bersagliati per i loro fantomatici difetti di pronuncia, accusarono immediatamente il trattamento: i loro voti peggiorarono, e la loro sicurezza si disintegrò totalmente. Una bambina di nove anni cominciò a rifiutarsi di parlare e a tenere gli occhi coperti da un braccio tutto il tempo, un’altra di cinque divenne molto silenziosa. Una ragazzina quindicenne, per evitare di balbettare, ripeteva “Ah” sempre più frequentemente fra una parola e l’altra; rimproverata anche per questo, cadde in una sorta di loop e iniziò a schioccare le dita per impedirsi di dire “Ah”.

I bambini della sezione IIA, nel corso dei cinque mesi dell’esperimento, divennero introversi e insicuri. La stessa Mary Tudor riteneva che la ricerca si fosse spinta troppo oltre: presa dai sensi di colpa, per ben tre volte dopo aver concluso l’esperimento Mary ritornò all’orfanotrofio per rimediare ai danni che era convinta di aver provocato. Così, di sua spontanea iniziativa, cercò di far capire ai bambini del gruppo IIA che, in realtà, non avevano mai veramente balbettato. Se questo tardivo moto di pietà sia servito a ridare sicurezza ai piccoli orfani, oppure abbia disorientato ancora di più le loro già confuse menti, non lo sapremo mai.

WJ 3

I risultati dell’esperimento dimostravano, secondo Johnson, che la balbuzie vera e propria poteva nascere da un errato riconoscimento del problema in famiglia: anche con le migliori intenzioni, i genitori potevano infatti scambiare per balbuzie dei piccoli difetti di linguaggio, perfettamente normali durante la crescita, e ingigantirli fino a portarli a livello di una vera e propria patologia. Lo psicologo si rese comunque conto che il suo esperimento poggiava su un confine etico piuttosto delicato, e decise di non pubblicarlo, ma di renderlo liberamente disponibile nella biblioteca dell’Università dello Iowa.

Passarono più di sessant’anni, quando nel 2001 un giornalista investigativo del San Jose Mercury News scoprì l’intera vicenda, e intuì subito di poterci costruire uno scoop clamoroso. Johnson, morto nel frattempo nel 1965, era ritenuto uno degli studiosi del linguaggio di più alto profilo, rispettato ed ammirato; il sensazionale furore mediatico che scaturì dalla rivelazione dell’esperimento alimentò un intenso dibattito sull’eticità del suo lavoro. L’Università si scusò pubblicamente per aver finanziato il “Monster Study” (com’era stato immediatamente ribattezzato dai giornali), e il 17 agosto 2007 sei degli orfani ancora in vita ottennero dallo Stato un risarcimento di 950.000 dollari, per le ferite psicologiche ed emotive sofferte a causa dall’esperimento.

Era davvero così “mostruoso” questo studio? I bambini del gruppo IIA rimasero balbuzienti per tutta la vita?

In realtà, non lo divennero mai, nonostante Johnson sostenesse di aver provato la sua tesi anti-genetica. Mary Tudor aveva parlato di “conseguenze inequivocabili” sulle abilità linguistiche degli orfani, eppure a nessuno dei bambini del gruppo IIA venne in seguito diagnosticata una balbuzie. Alcuni di loro riferirono in tribunale di essere diventati introversi, ma di vera e propria balbuzie indotta, neanche l’ombra.

Le valutazioni degli odierni patologi del linguaggio variano considerevolmente sugli effetti negativi che la ricerca di Johnson potrebbe aver provocato. Quanto all’eticità del progetto in sé, non va dimenticato che negli anni ’30 la sensibilità era differente, e non esisteva ancora alcuna direttiva scientifica internazionale riguardo gli esperimenti sugli esseri umani. A sorpresa, in tutto questo, l’aspetto più discutibile rimane quello scientifico: i professori Nicoline G. Ambrose e Ehud Yairi, in un’analisi dell’esperimento condotta dopo il 2001, si mostrano estremamente critici nei confronti dei risultati, viziati secondo loro dalla frettolosa e confusa progettazione e dai “ripensamenti” della Tudor. Anche l’idea che la balbuzie sia un comportamento che il bambino sviluppa a causa della pressione psicologica dei genitori – concetto di cui Johnson era strenuamente convinto e che ripeté come un mantra fino alla fine dei suoi giorni – non viene assolutamente corroborata dai dati dell’esperimento, visto che alcuni dei bambini in cui sarebbe dovuta insorgere la balbuzie avevano invece conosciuto addirittura dei miglioramenti.

La vera macchia nella brillante carriera di Johnson, quindi, non sarebbe tanto la sua mancanza di scrupoli, ma di scrupolo: la ricerca, una volta spogliata da tutti gli elementi sensazionalistici ed analizzata oggettivamente, si è rivelata meno grave del previsto nelle conseguenze, ma più pasticciata e tendenziosa nei risultati che proponeva.

Il Monster Study è ancora oggi un esperimento pressoché universalmente ritenuto infame e riprovevole, e di sicuro lo è secondo gli standard morali odierni, visto che ha causato un indubbio stress emotivo a un gruppo di minori già provati a sufficienza dalla morte dei genitori. Ma, come si è detto, erano altri tempi; di lì a poco si sarebbero conosciuti esperimenti umani ben più terrificanti, questa volta dalla nostra parte dell’Oceano.

Ad oggi, nonostante l’eziologia precisa del disturbo rimanga sconosciuta, si ritiene che la balbuzie abbia cause di tipo genetico e neurologico.

Pietre semoventi

771626

Nella suggestiva cornice di un lago prosciugato per la maggior parte dell’anno, sul lato a nordovest della famosissima Death Valley in California, le pietre mobili della Racetrack Playa hanno intrigato geologi e fisici per decenni. In questa conca riempita di sabbia sedimentaria, durante il periodo di intensa pioggia, l’acqua si riversa trasformando il terreno in un denso pantano; in seguito, seccandosi al caldo del sole, il fango si restringe ricoprendosi di mille crepe e formando i caratteristici poligoni che ricoprono l’intera superficie della Playa. E in questo strano posto, le rocce si muovono da sole.

Le pietre semoventi sono tutte diverse fra di loro: ce ne sono di smussate e di aguzze, di piccole e grandi dimensioni; quanto a categoria litologica, alcune sono sieniti, altre dolomiti; alcune si muovono per pochi metri, altre per qualche decina. Durante i loro spostamenti, le rocce possono addirittura girare su se stesse, e finire per appoggiare a terra una diversa “faccia” rispetto alla loro posizione di partenza. Se due rocce partono contemporaneamente, possono continuare a muoversi in parallelo, oppure una delle due può improvvisamente fare una virata in un’altra direzione. Spesso le rocce procedono a zig-zag, lasciando delle tracce larghe in media una ventina di centimetri, ma profonde meno di tre centimetri.

Perché gli scienziati ci stanno mettendo tanto a capire cosa fa muovere questi sassi? Il problema è che nessuno le ha mai viste mentre si spostano. Si è potuta misurare approssimativamente la loro velocità, la lunghezza del percorso, ma qualsiasi monitoraggio è stato effettuato soltanto prima e dopo lo spostamento. Questo perché per fare pochi metri le pietre ci mettono anche 4 anni; e intendiamoci, non è che si muovano lentamente ma costantemente: le tracce indicano anzi dei movimenti piuttosto repentini (il fango viene spinto sui lati della scia). Ma quale geologo può perdere quattro anni ad aspettare il momento giusto, in cui un sasso faccia un piccolo passo in avanti?

Racetrack-Playa

Fin dal 1915, quando avvenne il primo “avvistamento” di cui ci resti traccia scritta, sono state avanzate molte teorie: la maggior parte di esse concordano sull’ipotesi di base, che vede il fondo della Playa trasformato dalle piogge in un fango denso d’acqua ma non completamente alluvionato, e la presenza di fortissimi venti (da quelle parti durante l’inverno soffiano fino a 145 km/h) che metterebbero in moto le pietre. Nel 1952 avvenne addirittura un esperimento piuttosto eccentrico: un geologo, convinto proprio di questa teoria, decise di alluvionare con l’acqua un’area specifica della Playa, e utilizzò il motore di un aereo per creare il più forte vento artificiale disponibile all’epoca. Potete immaginare i risultati – le pietre rimasero pacifiche e serene nella loro posizione, senza spostarsi di un centimetro.


Altre ipotesi indicano come possibile causa i cosiddetti diavoli di sabbia, piccoli vortici d’aria, non rari nella zona, oppure l’abbassarsi delle temperature che, ghiacciando leggermente la superficie del lago prosciugato, diminuirebbero l’attrito. Alcuni hanno pensato a glaciazioni più importanti, dei veri e propri lastroni di ghiaccio nei quali le pietre rimarrebbero prigioniere, e che scivolerebbero lentamente in avanti. Ma negli anni ’70 alcuni ricercatori provarono a piantare dei pali vicino ad alcune pietre – l’idea era che se si fosse formata una lastra di ghiaccio, avrebbe inglobato sia la pietra che i pali, ma a causa di questi ultimi non si sarebbe potuta muovere. Eppure alcune pietre “scapparono” da questa trappola senza problemi.

Sailing Stones (4)

sailing_stones_death_valley-1680x1050
Negli anni, quindi, il fenomeno venne annoverato fra i misteri insoluti dalla scienza, guadagnandosi il consueto corredo di spiegazioni soprannaturali, ufologiche, magnetico-astrali, magiche, e via dicendo. Con l’arrivo dei turisti, le pietre cominciarono di tanto in tanto a sparire, perché, diciamocelo chiaramente: chi non vorrebbe portarsi a casa un sasso che, visto che si muove da solo, deve per forza avere un “campo energetico” davvero unico, e delle virtù taumaturgiche miracolose? Peccato che, una volta al di fuori della Racetrack Playa, le pietre rimanessero inspiegabilmente ferme.

sailing-stones-02

sailing-stones-03
Arriviamo quindi ad anni più recenti, e al contributo di Ralph Lorenz, fisico planetario che lavora nel campo delle esplorazioni spaziali ma anche della geologia dei pianeti. Nel 2006 Lorenz stava disponendo alcune centrali meteorologiche miniaturizzate proprio nella Racetrack Playa per un progetto NASA – nella Death Valley le condizioni climatiche durante l’estate sono talmente estreme da poter servire da modello per gli studi su Marte. E lì Lorenz rimase affascinato dal fenomeno delle pietre semoventi. Decise che, visto che le sue stazioni meteorologiche non venivano utilizzate durante l’inverno, le avrebbe impiegate per far luce sul mistero. Studiando la letteratura scientifica, scoprì che nelle zone artiche il ghiaccio imprigiona spesso dei massi, facendoli galleggiare fino a riva, dove creano addirittura delle barricate. Ma Lorenz non era convinto che sulla Playa si formassero dei lastroni di ghiaccio enormi. Osservando meglio le tracce delle rocce, si accorse di un dettaglio singolare: alcune rocce sembravano andare a sbattere l’una contro l’altra, rimbalzando e cambiando poi direzione; la cosa strana però è che la scia non andava completamente fino alla roccia colpita, ma si fermava a qualche decina di centimetri, come se fosse stata respinta prima dell’impatto. Lorenz si convinse che attorno alla roccia doveva esserci stato una sorta di “collare” di ghiaccio, un anello che la circondava. L’idea combaciava con i risultati provenienti dai suoi sensori meteorologici, che indicavano una parziale glaciazione della zona durante l’inverno, associata ai copiosi rovesci di pioggia.

ralph_dallol_satphone

sailing-stones-death-valley-2[2]
Ciò che separa le teorie di Ralph Lorenz da quelle di tutte gli altri scienziati è che Lorenz riuscì a replicare il fenomeno in laboratorio – o, meglio, a casa sua: creò cioè una vera e propria roccia semovente nella sua cucina. Mise un sasso in un recipiente di plastica, che riempì d’acqua in modo che la punta della roccia rimanesse scoperta; poi infilò il tutto nel freezer. Ora aveva un disco di ghiaccio con una roccia incastonata al suo interno; lo capovolse, e lo fece galleggiare in una vasca il cui fondo era riempito di sabbia. Soffiando dolcemente sul sasso, ecco che questo si mosse attraverso la vasca, lasciando una scia sul terriccio sottostante.

sailing-stones-racetrack-playa

Nel 2011 Lorenz e il suo team di esperti avevano raccolto abbastanza dati da proporre il loro studio alla comunità scientifica. Quello che succede nella Racetrack Playa, fatte le dovute proporzioni, è simile all’esperimento casalingo di Lorenz: 1) un anello di ghiaccio si forma attorno alla roccia; 2) il cambiamento nel livello delle piogge fa venire a galla il tutto, spesso capovolgendo o inclinando la roccia in posizioni inedite; 3) a questo punto non servono nemmeno i violentissimi venti teorizzati dalle precedenti ricerche, perché l’anello che sostiene il sasso è praticamente senza attrito sull’acqua, e una leggera brezza può bastare per farlo muovere.

sailing-stones-death-valley-3[2]
Nonostante il fenomeno abbia ormai trovato una spiegazione esauriente, corroborata da studi geo-meteorologici ed efficacemente replicata in condizioni controllate, le pietre mobili della Playa sono ancora vendute come “mistero inspiegabile” da molte trasmissioni televisive, che non rinunciano facilmente a una simile gallina dalle uova d’oro. D’altronde gli stessi Ranger della zona lo sanno bene: i turisti si chiedono meravigliati come possano muoversi le pietre, ma se si prova a spiegare loro il vero motivo, spesso si infastidiscono e non vogliono ascoltare. Sono venuti lì per il mistero, non per avere risposte.

Deathvalleysky_nps_big

Eppure forse la bellezza di queste pietre che per millenni sono state, e continueranno ad essere, trasportate dal ghiaccio, incidendo enigmatiche geometrie a zig-zag nella sabbia di un lago prosciugato e inospitale, non ha alcun bisogno del mistero per essere commovente: si tratta di un’altra delle infinite, strane meraviglie di questo piccolo pianeta perduto nel nero.

Racetrack_Playa_Spinwheel

Il volto e l’emozione

Quando nel 1806 Guillaume-Benjamin Duchenne nacque a Boulogne in una famiglia di umili pescatori, la prima cosa che fece sua madre, stringendolo al petto, fu sorridere. Non poteva sapere che il sorriso che le illuminava il volto sarebbe stato chiamato dagli studiosi sorriso Duchenne, proprio in onore di suo figlio.

In realtà, oltre che al sorriso, il nome Duchenne è ancora oggi legato a varie atrofie, distrofie e paralisi muscolari da lui individuate e studiate, così come a uno strumento chirurgico per l’asportazione di campioni di tessuti vivi da lui inventato: ma la sua fama è legata principalmente alle ricerche sulla neurofisiologia dell’emozione. Partendo dalle ricerche galvaniche, Duchenne mise a punto uno stimolatore elettrico faradico che, applicato a determinati punti della pelle, stimolava i muscoli sottostanti con enorme precisione. Praticamente questa tecnica (non invasiva) si basava sull’uso di elettrodi molto appuntiti che appoggiati all’epidermide facevano passare una piccola scossa elettrica, indolore ed estremamente localizzata. In questo modo riuscì a catalogare per primo tutti i muscoli della faccia umana, e non soltanto.

Utilizzando soggetti paralizzati, per essere sicuro che nessun movimento fosse volontario, Duchenne cominciò ad interessarsi al modo in cui i muscoli facciali vengono utilizzati per trasmettere emozioni. A seconda che siamo arrabbiati, felici, annoiati, spaventati, il nostro volto esprime questi stati d’animo con un complesso insieme di movimenti muscolari; Duchenne riuscì a “comporre” e catalogare queste espressioni emozionali con il suo apparecchio stimolatore ed essendo un appassionato di fotografia riuscì anche a documentare queste ricerche con una eccezionale serie di immagini.

Questo suo studio sulla fisiologia muscolare durò vent’anni, la missione di una vita. Fra le varie sorprese incontrate nel corso degli esperimenti, Duchenne trovò anche qualcosa che, per quanto non abbia un profondo valore scientifico, è rimasta una delle scoperte più curiose legate alla sua ricerca: la differenza fra un sorriso sincero e uno falso.

Duchenne si accorse che, quando stimolava elettricamente i suoi soggetti, non riusciva a ottenere da loro un sorriso convincente. Cosa mancava? Provò quindi a provocare con gli elettrodi un sorriso sul volto di un soggetto, e immediatamente dopo apostrofarlo con una battuta spiritosa, per confrontare quali muscoli si muovessero nel sorriso “indotto” e in quello spontaneo. E di colpo, capì.

Quando sorridiamo per cortesia (ma in realtà siamo annoiati), oppure per ingannare chi ci guarda facendogli credere che siamo felici, tutti i muscoli attorno alla bocca si attivano in maniera molto simile al sorriso naturale. Questo sorriso “bugiardo” difetta però di qualcosa:  sono i muscoli intorno agli occhi e alle sopracciglia, scoprì Duchenne, che si muovono soltanto se il sorriso è sincero e genuino. Provò quindi che il detto “ridere con gli occhi” era meno metaforico del previsto.

Nonostante i suoi metodi poco ortodossi, Duchenne rivoluzionò la conoscenza scientifica: è ricordato come uno dei più grandi medici del XIX Secolo e come il fondatore della neurologia. Se lo sapesse sua madre, come credete che sorriderebbe?

(Grazie, Marco!)

La biblioteca delle meraviglie – III

FREAKS – LA COLLEZIONE AKIMITSU NARUYAMA

(2000, Logos)

Ovvero “Lo Sfruttamento Delle Anomalie Fisiche Nei Circhi E Negli Spettacoli Itineranti”.

L’impressionante collezione fotografica di meraviglie umane di Naruyama è un vero tesoro. Immagini storiche, di un’importanza eccezionale, raccolte in un libricino che, pur non offrendo un approfondito background storico, ha il potere di stregare il lettore grazie alla bellezza delle illustrazioni. Dai Lillipuziani alla Meraviglia Senza Braccia, dai Bambini Aztechi ai ragazzi-leone, tutti i più famosi freaks vissuti a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo sono presenti nella raccolta; molte delle fotografie sono infatti relative agli spettacoli circensi e alle fiere itineranti americane in cui questi artisti si esibivano. Dopo lo show, un’ulteriore fonte di profitto erano proprio le fotografie che venivano vendute al pubblico, autografate. Per quanto l’esibizione della deformità all’interno dei carnivals americani sia un capitolo affascinante della storia dello spettacolo moderno, questo prezioso libro però, così focalizzato com’è sui ritratti, offre qualcosa di diverso.

La raccolta documenta un’epoca e una società attraverso i suoi corpi meno fortunati, e allo stesso tempo nello scorrere le pagine avvertiamo l’atemporalità di queste anomalie: nell’antichità come nell’epoca moderna, certi uomini hanno dovuto sopportare il fardello di fattezze eccezionali, spesso temuti ed emarginati. Eppure, se è vero che ogni uomo è specchio per il suo prossimo, fissando gli occhi di questi nostri fratelli dai corpi stupefacenti ci accorgiamo che il loro sguardo rimanda il riflesso più puro e vero.

Alex Boese

ELEFANTI IN ACIDO E ALTRI BIZZARRI ESPERIMENTI

(2009, Baldini Castoldi Dalai)

Una buona parte degli articoli di Bizzarro Bazar contenuti nella sezione “Scienza anomala” nasconde un debito verso questo splendido libro. Boese raccoglie, in forma divulgativa e spesso scanzonata, gli esperimenti scientifici più improbabili, sconcertanti, risibili – e, talvolta, illuminanti. Chi pensa che gli scienziati siano persone serie e compite, sempre nascosti dietro provette o lavagne piene di equazioni impossibili, farebbe meglio a ricredersi: l’immagine della scienza che esce dalle pagine di Elefanti in acido è quella di una disciplina viva, fantasiosa, sempre pronta a prendere le strade meno battute, anche a costo di errori madornali e vergognosi fallimenti. In definitiva, una disciplina molto più umana (nel bene o nel male) di come viene normalmente rappresentata.

Molti di questi esperimenti sono spassosi in quanto, a una prima occhiata, totalmente inconcludenti. Dai ricercatori del titolo, che somministrano a un elefante una potentissima dose di LSD, fino allo psicologo che in automobile resta fermo quando scatta il semaforo verde soltanto per cronometrare quanto ci mette l’autista dietro di lui a suonare il clacson, per finire con gli scienziati che costruiscono uno stadio per le corse degli scarafaggi, il tempo perso dagli studiosi in progetti dagli esiti comici può sconcertare. Eppure, come ricorda l’autore, non sempre la scienza ricerca soltanto le risposte alle nobili e grandi domande. Ogni tassello, per quanto insignificante possa sembrare, contribuisce a comprendere qualcosa di più del mondo in cui viviamo. È vero che gli uomini preferiscono le donne difficili da conquistare? Se cadessimo in un pozzo, il nostro cane verrebbe a salvarci? Perché non riusciamo a farci il solletico da soli?

I ricercatori le cui vicende sono narrate in Elefanti in acido hanno una fiducia smisurata nel metodo scientifico, e non esitano ad applicarlo a quesiti di questo tenore. Anche se, come nel caso dello scienziato che si incaponisce a contare tutti i peli pubici dei suoi colleghi, questa fiducia sembra talvolta divenire talmente cieca da non accorgersi dell’assurdità della ricerca stessa. E anche questo è molto umano.