Le teste dei “selvaggi”

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Chiuse nelle teche del museo, impassibili dietro al loro vetro, le teste attirano l’ennesimo gruppo di visitatori.
Vengono rimirate, scrutate, indagate in ogni minimo dettaglio da una selva di occhi spalancati. I bambini sono in prima fila, come sempre, il naso schiacciato contro il cristallo, con i loro piccoli volti sospesi a metà fra la smorfia di disgusto e un’espressione di eccitato stupore.
Per gli adulti la meraviglia è, come spesso accade, offuscata dal giudizio o, talvolta, dal pregiudizio. “Bisogna capire che per questi indigeni si trattava di una pratica sacra”, dice un signore bonario, desideroso di dimostrare le sue larghe vedute culturali. “È pur sempre una cosa orribile”, ribatte sua moglie, un po’ schifata.
Questa scena si ripete ogni giorno, per le teste dentro la vetrina.
E pochi dei visitatori si rendono conto che non stanno affatto guardando dei reperti di un’antica e lontana cultura. Stanno ammirando una fantasia, ovvero l’idea di quella cultura che gli uomini occidentali hanno creato e costruito.

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I due tipi principali di teste conservati nelle sezioni antropologiche dei musei di tutto il mondo sono le tsantsa e i mokomokai.

Le tsantsa più celebri sono quelle provenienti dal Sud America e create dai popoli Jivaros; fra queste tribù, le più prolifiche nella fabbricazione di simili trofei furono senza dubbio quelle dei Shuar e degli Achuar, stanziati fra Ecuador e Perù.

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Le tecnica Shuar per rimpicciolire le teste era complessa: si incideva la nuca fino alla cima del cranio; una volta completamente spellato, facendo attenzione a mantenere i capelli intatti, il teschio veniva gettato via. La pelle veniva in seguito sottoposta a processi di bollitura. I rimasugli di parti molli andavano eliminati facendo rotolare dei sassi arroventati all’interno della cute, la quale era poi ulteriormente raschiata con la sabbia, abbrustolita su pietre piatte e via dicendo. Si trattava di un procedimento delicato e meticoloso, al termine del quale la testa si riduceva a circa un quarto delle dimensioni originali.

Qual era lo scopo di tanto impegno?
Le tsantsa facevano parte di solenni cerimonie che duravano anni, e servivano a catturare lo straordinario potere dell’anima della vittima. Non si trattava in realtà di trofei di guerra, nonostante quello che talvolta si legge al riguardo, perché Shuar e Achuar di norma vivevano pacificamente: gli occasionali raid organizzati dalle varie tribù per cacciare le tsantsa erano una forma di violenza socialmente accettata, poiché in essa non vi era altra necessità se non quella di procurarsi questi potentissimi oggetti.
Grandi feste accoglievano i cacciatori di teste al loro rientro, e le celebrazioni erano le più importanti dell’anno. Il potere insito nelle tsantsa veniva trasferito alle donne della tribù, assicurando cibo e prosperità per le famiglie. Dopo sette anni di rituali, le teste rimpicciolite perdevano la loro forza. Per gli Shuar, dunque, la tsantsa non aveva più alcun valore: c’era chi le teneva per ricordo, ma anche chi se ne liberava tranquillamente. Non era, insomma, l’oggetto materiale in sé il fulcro dell’interesse, ma il suo potere spirituale.

Diverso era il discorso per i commercianti occidentali. Per loro, una testa rimpicciolita riassumeva in maniera sublime l’idea della “cultura selvaggia”. Queste popolazioni indigene, nell’immaginario collettivo ottocentesco, erano ancora dipinte come brutali e animalesche: si voleva pensarle “fuori dal tempo”, come se si fossero fermate a una fase preistorica senza mai più conoscere evoluzioni o trasformazioni sociali.
Dunque, quale oggetto poteva essere più chiaro simbolo della barbarie di queste tribù, di un souvenir macabro e grottesco come le tsantsa?

Se all’inizio degli stanziamenti europei nella regione delle Ande e del bacino del Rio delle Amazzoni i coloni avevano commerciato con gli indigeni generi di ogni tipo, col passare del tempo essi divennero sempre più autonomi. Non avendo più bisogno della carne di maiale o di cervo che i Shuar avevano fino ad allora barattato con vestiti, coltelli e pistole, i coloni cominciarono a richiedere unicamente due cose in cambio delle preziose armi da fuoco: la forza lavoro degli indio, e le loro famose teste rimpicciolite.
Ben presto, l’unico modo che uno Shuar aveva per procurarsi un fucile era vendere una testa.

Fu allora che la situazione degenerò, di pari passo con l’esponenziale crescita della fascinazione occidentale per le tsantsa. Le teste rimpicciolite divennero una curiosità indispensabile da possedere, sia per i collezionisti che per i musei. Il bisogno di armi spinse gli Shuar a cacciare teste per motivi non più rituali, ma esclusivamente commerciali, per soddisfare la richiesta degli europei. Una tsantsa per una pistola, questo era il prezzo comune: quell’arma sarebbe stata quindi usata per procurarsi altre teste, barattate poi per nuove armi… il circolo vizioso si concretizzò in una strage, compiuta per adattarsi ai gusti degli stranieri in fatto di esotismo.
Come scrive Frances Larson, “quando i visitatori vengono a vedere le teste rimpicciolite al Pitt Rivers Museum, quello che stanno veramente guardando è la storia della pistola dell’uomo bianco”.

Le tsantsa persero il loro valore spirituale, che era da sempre stato legato alla circolazione del potere all’interno della tribù, e divennero un espediente per accumulare ricchezza. Ironicamente, proprio i coloni contribuirono a creare quei cacciatori di teste crudeli e senza scrupoli che si erano sempre aspettati di trovare.

Ormai gli Shuar uccidevano indiscriminatamente, e senza alcun supporto rituale, soltanto per procurarsi nuove teste. Cominciarono a fabbricarne di false, utilizzando corpi di donne, di bambini, perfino di occidentali – sicuri di trovare chi ci sarebbe cascato.
Nella seconda metà dell’Ottocento il commercio delle tsantsa divenne così fiorente che perfino popoli che non avevano nulla a spartire con i Jivaros e le loro tradizioni cominciarono a costruire le loro teste rimpicciolite: in Colombia o a Panama si rubavano i cadaveri non reclamati negli obitori, e si affidavano le loro teste a tassidermisti compiacenti. In altri casi venivano utilizzate teste di scimmia o di bradipo, o pelli di altri animali, per produrre dei falsi convincenti.
Oggi si stima che circa l’80% delle tsantsa ospitate nei musei di tutto il mondo siano in realtà dei falsi.

La storia dei mokomokai in Nuova Zelanda seguì un copione pressoché identico.
A differenza delle tsantsa, per i Maori queste teste erano a tutti gli effetti dei veri e propri trofei di guerra catturati durante le battaglie inter-tribali. Le teste non venivano rimpicciolite, ma conservate con il teschio ancora all’interno. Se ne estraevano il cervello, gli occhi e la lingua, per sigillare poi le narici e gli orifizi con fibre e gomma; in seguito le si seppellivano con pietre calde in modo che gradualmente si cuocessero al vapore e si essiccassero. I mokomokai erano pensati per essere esposti attorno all’abitazione del capo villaggio.

Nella seconda metà del Settecento il naturalista Joseph Banks, al seguito di James Cook, fu il primo europeo ad entrare in possesso di una testa simile, dopo aver convinto un anziano del villaggio a separarsene – grazie alla sua eloquenza, e a un moschetto puntato in faccia al vecchio. In tutti i viaggi successivi della compagnia di Cook, gli esploratori videro sì e no un paio di mokomokai, indizio che lascia supporre si trattasse in realtà di oggetti piuttosto rari.

Eppure, dopo soli cinquant’anni, il commercio di teste in Nuova Zelanda aveva raggiunto una tale intensità che molti credevano che i Maori ne sarebbero stati completamente annientati. Anche qui si scambiavano teste per fucili, in una spirale di violenza che mise a serio rischio la popolazione indigena, in particolare durante le Guerre del moschetto.

Quello che attirava i collezionisti erano gli intricati tā moko (tatuaggi ad incisione) che adornavano i volti dei capi tribù, con le loro eleganti e sinuose spirali. Così, i capi si misero a tatuare gli schiavi prima di decapitarli – in alcuni casi facendo scegliere all’acquirente occidentale la testa che preferiva, quando lo sfortunato proprietario era ancora in vita; anche le teste già tagliate venivano tatuate, solo per farne lievitare il prezzo. I tā moko, forma d’arte decorativa di antica tradizione, si ritrovarono dunque svuotati di qualsiasi significato relativo al coraggio, all’onore o allo status sociale.
In Nuova Zelanda, perfino gli europei cominciarono ad essere uccisi con lo scopo di tatuare e venderne le teste ai loro stessi ignari connazionali: una truffa non priva di un certo humor nero.

Il commercio dei mokomokai venne dichiarato fuori legge nel 1831; l’importazione di tsantsa dal Sud America soltanto a partire dal 1940.

E così, di fronte alle teche di manufatti etnici dei musei di mezzo mondo, in quelle teste imbrunite ed esotiche, si contempla oggi non soltanto un antico oggetto rituale, denso di significati e di simboli: possiamo quasi scorgervi il momento in cui quei significati e simboli sono svaniti per sempre.

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Le tsantsa e i mokomokai sono oggetti difficili, controversi, problematici.
Fra i visitatori, non è raro trovare chi si indigna per una pratica indigena che agli occhi odierni sembra crudele; dopo aver letto questo articolo, magari qualcuno dei lettori si indignerà invece di fronte all’ipocrisia ottocentesca, che condannava i barbari cacciatori di teste nell’esatto momento in cui quelle stesse teste desiderava, per metterle in mostra a casa propria.
In un caso o nell’altro, ci si indigna: come se certe fascinazioni non ci sfiorassero nemmeno, come se la nostra intera cultura occidentale non avesse alle spalle una lunghissima tradizione di teste mozzate ed esposte sui pali, sulle mura e nelle piazze.
Ma le decapitazioni non hanno mai smesso di esistere, così come la testa umana non ha mai cessato d’essere un simbolo potentissimo e magnetico, che ci scuote e ci attrae irresistibilmente.

Buona parte delle informazioni in questo articolo, nonché l’ispirazione iniziale, provengono dallo splendido Teste mozze di Frances Larson, sulla valenza culturale e antropologica della testa tagliata.

Il babbuino ferroviere

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Sud Africa, 1880 circa.
Nello scompartimento di prima classe il caldo era soffocante.
Vicino al finestrino, ambrato dalla polvere esterna, sedeva una matrona sprofondata nelle sue trine e nei pesanti abiti scuri. Il ventaglio ricamato, con cui cercava un po’ di refrigerio, non conosceva riposo; la signora se lo passava da una mano all’altra non appena il polso si affaticava troppo.
Proprio mentre entravano nella stazione di Port Elizabeth, però, di colpo la sua intera figura si immobilizzò, come fosse diventata di sale, lo sguardo sbigottito fisso su un punto al di là del finestrino.
Boccheggiando, la signora cercò di trovare il fiato per dare l’allarme: infine un grido strozzato le uscì dalla gola: “Santo cielo! Mi è sembrato di vedere… c’è… c’è una scimmia che sta tirando le leve degli scambi ferroviari!”

Il treno continuò la sua crociera verso Cape Town senza problemi e, una volta sbarcata, la gentildonna allertò immediatamente le autorità ferroviarie dell’incresciosa e pericolosa scena a cui aveva assistito. All’inizio gli ufficiali erano piuttosto scettici riguardo alla storia di questa signora – una scimmia ai comandi della ferrovia? -, ma per dissipare qualsiasi dubbio ordinarono un’ispezione a Port Elizabeth. Quello che scoprirono li lasciò allibiti.

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Flashback a qualche anno prima.
Il casellante responsabile in quella stazione era un certo James Edwin “Jumper” Wide. Il soprannome, Jumper, non se l’era guadagnato per caso: per spostarsi velocemente all’interno della stazione, James aveva l’abitudine di saltare da un vagone all’altro finché erano in movimento, certe volte perfino da treno a treno. Un pomeriggio, mentre eseguiva uno di questi stunt che l’avevano reso celebre, il piede lo tradì e James cadde sotto le ruote del treno. Il convoglio gli tranciò di netto entrambe le gambe.

Una volta ripresosi, James comprese subito che, oltre alle gambe, quell’incidente gli avrebbe portato via anche il lavoro: come avrebbe potuto continuare ad essere utile alla Cape Government Railway? Il capostazione non si diede per vinto. Si costruì due gambe di legno su cui poter ricominciare a camminare, e prese a spostarsi seduto su un carrello abbastanza basso da essere spinto a forza di braccia. Ma, anche così, il suo lavoro divenne estremamente faticoso, e correre alle leve degli scambi ferroviari per rispondere in tempo al fischio dei treni in arrivo era un’impresa.

Un giorno James si stava aggirando per un mercato locale, quando vide un babbuino nero che guidava una carrozza. L’orgoglioso proprietario gli mostrò tutte le cose che l’intelligente primate era in grado di fare, e d’un tratto James si convinse che quel babbuino poteva davvero essere la soluzione ai suoi problemi. Acquistò l’animale, e lo portò a vivere con sé nella sua modesta abitazione, a mezzo miglio dalla stazione ferroviaria.

In breve tempo James e il babbuino (battezzato Jack) divennero amici inseparabili. James insegnò al primate a fare un po’ di pulizia in giro per casa, a ramazzare il pavimento della cucina, e via dicendo. Jack era anche un’ottima sentinella, e faceva da guardia al cottage intimorendo i visitatori indesiderati con le sue grida, e sfoggiando le sue temibili mascelle.

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Ogni mattina James si accomodava sul suo carrello, e Jack lo spingeva fino alla stazione ferroviaria. Ma il babbuino apprese presto ad aiutare il suo amato padrone anche sul lavoro.
Ogni volta che un macchinista era in arrivo, e aveva bisogno di carbone, faceva fischiare la locomotiva per quattro volte. James allora consegnava a Jack la chiave che sbloccava gli snodi per i depositi di carbone, e il solerte aiutante si occupava di aprire la scatola dei comandi. Si girava poi verso il padrone, aspettando il suo segnale: quando James abbassava il dito, il primate tirava infallibilmente le leve corrette. Il babbuino guardava addirittura verso il treno in arrivo per assicurarsi che il segnale relativo al binario fosse effettivamente cambiato, e si godeva il passaggio del convoglio nella giusta direzione. Evidentemente, quella mansione divertiva molto l’animale, e gli regalava una particolare soddisfazione.

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L’impeccabile lavoro di squadra di James e Jack continuò per diversi anni, fino all’ispezione di cui raccontavamo all’inizio, scattata in seguito alla denuncia della facoltosa passeggera. Una volta scoperto che era effettivamente un babbuino a comandare gli scambi, la società licenziò in tronco James. Ancora una volta, però, il capostazione non volle demordere.
Fece ricorso alle autorità ferroviarie, chiedendo che le abilità del suo babbuino venissero testate e valutate come quelle di qualsiasi impiegato della compagnia. Il manager, incredibilmente, accettò: vennero organizzate delle prove, in cui alcuni macchinisti fischiavano al loro arrivo in stazione – e di fronte agli occhi sorpresi degli ispettori, il primate non ebbe alcun problema nell’operare le leve alla perfezione.

Impressionati, i responsabili decisero di ridare nuovamente a “Jumper” James l’incarico di capostazione, e assunsero Jack come suo assistente, garantendo al babbuino le stesse razioni di cibo dei normali lavoratori, e perfino una piccola quantità di brandy al giorno. Aveva anche un numero lavoro, proprio come gli altri dipendenti della ferrovia.
Negli anni Jack The Signalman divenne una piccola celebrità, e spesso frotte di curiosi si attardavano a vedere all’opera l’improbabile casellante.

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Jack morì nel 1890 di tubercolosi, dopo nove anni di onorato lavoro. All’Albany Museum di Grahamston è ancora possibile vedere il suo teschio, a memoria dell’unico babbuino della storia ad essere stato regolarmente assunto da una società ferroviaria.

Le doppie esequie

Facendo riferimento al nostro articolo sulla meditazione orientale asubha, un lettore di Bizzarro Bazar ci ha segnalato un luogo particolarmente interessante: il cosiddetto cimitero delle Monache a Napoli, nella cripta del Castello Aragonese ad Ischia. In questo ipogeo fin dal 1575 le suore dell’ordine delle Clarisse deponevano le consorelle defunte su alcuni appositi sedili ricavati nella pietra, e dotati di un vaso. I cadaveri venivano quindi fatti “scolare” su questi seggioloni, e gli umori della decomposizione raccolti nel vaso sottostante. Lo scopo di questi sedili-scolatoi (chiamati anche cantarelle in area campana) era proprio quello di liberare ed essiccare le ossa tramite il deflusso dei liquidi cadaverici e talvolta raggiungere una parziale mummificazione, prima che i resti venissero effettivamente sepolti o conservati in un ossario; ma durante il disgustoso e macabro processo le monache spesso si recavano in meditazione e in preghiera proprio in quella cripta, per esperire da vicino in modo inequivocabile la caducità della carne e la vanità dell’esistenza terrena. Nonostante si trattasse comunque di un’epoca in cui il contatto con la morte era molto più quotidiano ed ordinario di quanto non lo sia oggi, ciò non toglie che essere rinchiuse in un sotterraneo ad “ammirare” la decadenza e i liquami mefitici della putrefazione per ore non dev’essere stato facile per le coraggiose monache.

Questa pratica della scolatura, per quanto possa sembrare strana, era diffusa un tempo in tutto il Mezzogiorno, e si ricollega alla peculiare tradizione della doppia sepoltura.
L’elaborazione del lutto, si sa, è uno dei momenti più codificati e importanti del vivere sociale. Noi tutti sappiamo cosa significhi perdere una persona cara, a livello personale, ma spesso dimentichiamo che le esequie sono un fatto eminentemente sociale, prima che individuale: si tratta di quello che in antropologia viene definito “rito di passaggio”, così come le nascite, le iniziazioni (che fanno uscire il ragazzo dall’infanzia per essere accettato nella comunità degli adulti) e i matrimoni. La morte è intesa come una rottura nello status sociale – un passaggio da una categoria ad un’altra. È l’assegnazione dell’ultima denominazione, il nostro cartellino identificativo finale, il “fu”.

Tra il momento della morte e quello della sepoltura c’è un periodo in cui il defunto è ancora in uno stato di passaggio; il funerale deve sancire la sua uscita dal mondo dei vivi e la sua nuova appartenenza a quello dei morti, nel quale potrà essere ricordato, pregato, e così via. Ma finché il morto resta in bilico fra i due mondi, è visto come pericoloso.

Così, per tracciare in maniera definitiva questo limite, nel Sud Italia e più specificamente a Napoli era in uso fino a pochi decenni fa la cosiddetta doppia sepoltura: il cadavere veniva seppellito per un periodo di tempo (da sei mesi a ben più di un anno) e in seguito riesumato.
“Dopo la riesumazione, la bara viene aperta dagli addetti e si controlla che le ossa siano completamente disseccate. In questo caso lo scheletro viene deposto su un tavolo apposito e i parenti, se vogliono, danno una mano a liberarlo dai brandelli di abiti e da eventuali residui della putrefazione; viene lavato prima con acqua e sapone e poi “disinfettato” con stracci imbevuti di alcool che i parenti, “per essere sicuri che la pulizia venga fatta accuratamente”, hanno pensato a procurare assieme alla naftalina con cui si cosparge il cadavere e al lenzuolo che verrà periodicamente cambiato e che fa da involucro al corpo del morto nella sua nuova condizione. Quando lo scheletro è pulito lo si può più facilmente trattare come un oggetto sacro e può quindi essere avviato alla sua nuova casa – che in genere si trova in un luogo lontano da quello della prima sepoltura – con un rito di passaggio che in scala ridotta […] riproduce quello del corteo funebre che accompagnò il morto alla tomba” (Robert Hertz, Contributo alla rappresentazione collettiva della morte, 1907).

Le doppie esequie servivano a sancire definitivamente il passaggio all’aldilà, e a porre fine al periodo di lutto. Con la seconda sepoltura il morto smetteva di restare in una pericolosa posizione liminale, era morto veramente, il suo passaggio era completo.

Scrive Francesco Pezzini: “la riesumazione dei resti e la loro definitiva collocazione sono in stretta relazione metaforica con il cammino dell’anima: la realtà fisica del cadavere è specchio significante della natura immateriale dell’anima; per questo motivo la salma deve presentarsi completamente scheletrizzata, asciutta, ripulita dalle parte molli. Quando la metamorfosi cadaverica, con il potere contaminante della morte significato dalle carni in disfacimento, si sarà risolta nella completa liberazione delle ossa, simbolo di purezza e durata, allora l’anima potrà dirsi definitivamente approdata nell’aldilà: solo allora l’impurità del cadavere prenderà la forma del ‹‹caro estinto›› e un morto pericoloso e contaminante i vivi si sarà trasformato in un’anima pacificata da pregare in altarini domestici . Viceversa, di defunti che riesumati presentassero ancora ampie porzioni di tessuti molli o ossa giudicate non sufficientemente nette, di questi si dovrà rimandare il rito di aggregazione al regno dei morti e presumere che si tratti di ‹‹male morti››, anime che ancora vagano inquiete su questo mondo e per la cui liberazione si può sperare reiterando il lavoro rituale che ne accompagni il transito. La riesumazione-ricognizione delle ossa è la fase conclusiva del lungo periodo di transizione del defunto: i suoi esiti non sono scontati e l’atmosfera è carica di ‹‹significati angoscianti››; ora si decide – in relazione allo stato in cui si presentano i suoi resti – se il morto è divenuto un’anima vicina a Dio, nella cui intercessione sarà possibile sperare e che accanto ai santi troverà spazio nell’universo sacro popolare”.

Gli scolatoi (non soltanto in forma di sedili, ma anche orizzontali o molto spesso verticali) sono inoltre collegati ad un’altra antica tradizione del meridione, ossia quella delle terresante. Situate comunemente sotto alcune chiese e talvolta negli stessi ipogei dove si trovavano gli scolatoi, erano delle vasche o delle stanze senza pavimentazione in cui venivano seppelliti i cadaveri, ricoperti di pochi centimetri di terra lasciata smossa. Era d’uso, fino al ‘700, officiare anche particolari messe nei luoghi che ospitavano le terresante, e non di rado i fedeli passavano le mani sulla terra in segno di contatto con il defunto.
Anche in questo caso le ossa venivano recuperate dopo un certo periodo di tempo: se una qualche mummificazione aveva avuto luogo, e le parti molli erano tutte o in parte incorrotte, le spoglie erano ritenute in un certo senso sacre o miracolose. Le terresante, nonostante si trovassero nei sotterranei all’interno delle chiese, erano comunemente gestite dalle confraternite laiche.

La cosa curiosa è che la doppia sepoltura non è appannaggio esclusivo del Sud Italia, ma si ritrova diffusa (con qualche ovvia variazione) ai quattro angoli del pianeta: in gran parte del Sud Est asiatico, nell’antico Messico (come dimostrano recenti ritrovamenti) e soprattutto in Oceania, dove è praticata tutt’oggi. Le modalità sono pressoché le medesime delle doppie esequie campane – sono i parenti stretti che hanno il compito di ripulire le ossa del caro estinto, e la seconda sepoltura avviene in luogo differente da quello della prima, proprio per marcare il carattere definitivo di questa inumazione.

Se volete approfondire ecco un eccellente studio di Francesco Pezzini sulle doppie esequie e la scolatura nell’Italia meridionale; un altro studio di A. Fornaciari, V. Giuffra e F. Pezzini si concentra più in particolare sui processi di tanatometamorfosi e mummificazione in Sicilia. Buona parte delle fotografie contenute in questo articolo provengono da quest’ultima pubblicazione.

(Grazie, Massimiliano!)

Leonid Rogozov

Leonid Ivanovich Rogozov aveva 27 anni quando si imbarcò sulla nave Ob. Era il 1960 e quella spedizione faceva parte del programma sovietico di ricerca in Antartide. Rogozov era l’unico medico a bordo e assieme ai suoi compagni sbarcò a dicembre sulla costa Astrid Princess con il compito di costruire una nuova base. Per febbraio il campo fu completato – appena in tempo, perché stava arrivando il terribile inverno antartico, con tempeste di neve, gelo estremo e buio pressoché perenne. La nave Ob, che li aveva portati lì,  non sarebbe tornata fino al dicembre successivo. Il gruppo era confinato in un ambiente selvaggio e inospitale, completamente isolato dal resto del mondo.

Dopo un paio di mesi, però, Rogozov cominciò ad accusare alcuni sintomi, che diligentemente annotò sul suo diario. Qualche linea di febbre, malessere, debolezza, nausea. Ma poi il dolore si localizzò sull’addome e il giovane medico scrisse il 29 aprile: “Sembra che io abbia l’appendicite. Continuo a mostrarmi tranquillo, perfino a sorridere. Perché spaventare i miei amici? Chi potrebbe essermi di aiuto?”

Non c’era via di scampo, nessuna possibilità di intervento esterno: fuori dal campo base c’era soltanto il deserto di ghiaccio, il buio, il freddo più estremo di tutto il globo terrestre. Nessuno sarebbe arrivato.

Nonostante gli antibiotici e le applicazioni fredde locali, il dolore continuava ad acutizzarsi, la febbre a salire e le crisi di nausea e vomito erano ormai continue. Rogozov comprese che l’appendicite sarebbe presto degenerata e per evitare la perforazione prese il coraggio a due mani e si decise a fare l’unica cosa che gli rimaneva: operarsi da solo.

Alle 20.30 del 30 aprile Rogozov scrisse sul suo diario: «Sto peggiorando. L’ho detto ai compagni. Adesso loro stanno iniziando a togliere tutto quello che non serve dalla mia stanza». Durante l’operazione chirurgica ad assisterlo ci saranno tre uomini, Alexandr Artemev, Zinovy Teplinsky e Vladislav Gerbovich. Peccato che nessuno dei tre abbia la benché minima preparazione medica. Artemev, un meteorologo, gli passerà i ferri; Teplinsky, meccanico, si occuperà di orientare la lampada e lo specchio; Gerbovich, direttore della stazione, sarà pronto a sostituire chi dei due dovesse sentirsi male.

Alle due di notte l’intervento ha inizio. In posizione semiseduta, dopo diverse iniezioni di procaina in più punti, Rogozov esegue la prima incisione sul suo stesso addome. Si rende però ben presto conto che lo specchio non servirà a molto e che per orientarsi dovrà seguire quasi esclusivamente il tatto. Decide quindi di procedere all’operazione senza guanti, per sentire meglio cosa sta tagliando. La posizione è scomoda e la visibilità nulla e dopo 45 minuti il medico comincia ad avvertire un senso di crescente vertigine, di debolezza, e a sudare in maniera incontrollata. Sta perdendo molto sangue e gli assistenti (costantemente sul punto di svenire) fanno quello che possono per cercare di tamponare la ferita e asciugargli il sudore dalla fronte.

Ad un certo punto Rogozov si rende conto che ha fatto un errore: si è tagliato per sbaglio l’intestino cieco. Così, sempre più stanco, si decide a suturare l’apertura… ogni 4 o 5 minuti deve fermarsi per riprendere le forze e il controllo, dato che gli sembra di poter perdere i sensi da un momento all’altro. Ma non si dà per vinto e continua a scavare, finché non riconosce l’appendice. Ma proprio in quel momento, quando è a pochi minuti dal traguardo, il cuore di Rogozov rallenta.

Il medico capisce che sta per finire male. Non riesce quasi più a muoversi, ma con un ultimo disperato sforzo tenta di completare l’operazione… e ci riesce. Rimuove l’appendice e faticosamente sutura la ferita. “Con orrore – scriverà –  mi rendo conto che l’appendice ha una macchia scura alla base. Questo vuol dire che anche un solo altro giorno e si sarebbe rotta e…”

…e sarebbe morto. Dopo due ore di operazione su se stesso, completamente sfinito, il giovane si addormenta alle 4 di mattina. Il giorno dopo avrà 38 di febbre, ma sarà vivo. Dopo due settimane di antibiotici, tolti i punti, Rogozov torna al lavoro nella stazione antartica. “Non mi sono concesso di pensare a nient’altro che al compito che avevo davanti. Era necessario armarsi di coraggio e stringere i denti”.

Rogozov venne recuperato il maggio 1962 dalla nave, per essere riportato a Leningrado dove lavorava come chirurgo. Morì il 21 settembre 2000, quindi quasi quarant’anni dopo lo straordinario intervento di appendicectomia. Il figlio, Vladislav Rogozov, oggi è anestesista nel Department of Anaesthetics dello Sheffield Teaching Hospital, in Gran Bretagna. E ancora adesso ama raccontare l’incredibile storia di suo padre, l’unico uomo a compiere un’operazione chirurgica completa su se stesso.