L’uccello lira, e la memoria sonora

lyrebird2

Avevamo già parlato dello straordinario menura, o uccello lira, in questo articolo. L’istrionico pennuto australiano è in grado, grazie ad una siringe (l’organo canoro degli uccelli) particolarmente raffinata e flessibile, di imitare alla perfezione innumerevoli richiami di altre specie di uccelli, di emettere più suoni contemporaneamente, di riproporre in maniera realistica anche rumori meccanici come martelli pneumatici, carrelli di macchine fotografiche e vari altri attrezzi. Sono i maschi ad aver sviluppato quest’arte, per attrarre le femmine: uno studio ha dimostrato che le imitazioni riescono ad ingannare perfino i passeri australiani, che pensano sia un maschio della loro specie ad emettere il richiamo.

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=JkQ0hrsAvWo]

La stupefacente abilità dell’uccello lira è da sempre risaputa in Australia. Ma quando nel 1969, durante una ricognizione al New England National Park vicino a Dorrigo, nel Nuovo Galles del Sud, il ranger Neville Fenton registrò un menura che riproduceva le note di un flauto, rimase intrigato. Dove aveva potuto imparare quella melodia, l’uccello?
Scoprì che un altro ricercatore, Sydnedy Curtis, aveva già registrato quel tipo di richiamo tempo prima, nello stesso parco.

Decise di investigare e, dopo qualche indagine, emerse una storia incredibile: nelle vicinanze del parco c’era una fattoria, il cui proprietario aveva l’abitudine di suonare il flauto per il suo menura domestico. Una volta liberato, evidentemente l’uccello doveva aver portato con sé la memoria di quelle melodie. Cosa c’è di incredibile? Tutto questo era successo negli anni ’30.

Nei trenta anni successivi, le melodie suonate al flauto dal contadino erano state tramandate di generazione in generazione, entrando a far parte dell'”archivio” di richiami utilizzati dai menura della zona. Neville Fenton inviò le sue registrazioni all’ornitologo Norman Robinson. Poiché il menura è capace di produrre vari suoni allo stesso momento, Robinson filtrò il richiamo, riuscendo a distinguere le diverse linee melodiche che l’uccello cantava contemporaneamente: si trattava di versioni leggermente modificate di due canzoni che erano popolari negli anni ’30, The Keel Row e Mosquito’s Dance. Il musicologo David Rothenberg confermò l’ipotesi.

Superb_lyrbird_in_scrub

Una volta che un uccello lira ha imparato un richiamo, non lo dimentica quasi mai. E questi suoni vengono trasmessi alle generazioni successive. Così, alcuni menura a Victoria ricreano rumori che non si sentono ormai quasi più, come ad esempio suoni di asce e di seghe, oppure scatti di macchine fotografiche in disuso da anni. “Sono gli uccelli più famosi e più fotografati, per questo imitano ancora tutti questi vecchi suoni”, conferma Martyn Robinson dell’Australia Museum di Sydney.

Se i menura mantengono in vita dei brandelli sonori del passato, questi rumori raccontano una storia: ad esempio, gli uccelli lira che vivono allo zoo di Adelaide hanno convissuto per mesi con un cantiere edile, ed ora ne imitano il frastuono alla perfezione. Ma nel caso dei volatili più anziani, catturati per metterli al riparo dalla deforestazione, i richiami ci riportano l’eco di asce e seghe, come dicevamo, ma anche motoseghe, conversazioni radio, motori di jeep, sirene di antifurti, perfino esplosioni. La narrazione che emerge dai suoni che gli uccelli, oggi in gabbia, continuano ad emettere, è quella dell’irruzione dell’uomo nella foresta, dell’abbattimento di un ecosistema, e infine della loro stessa riduzione in cattività. Certo, è soltanto un richiamo amoroso: ma è difficile, dalla nostra prospettiva, non leggervi una sorta di amara memoria d’un popolo prigioniero, il canto che ricorda come avvenne la catastrofe.

LyreBirdBig2

A proposito di uccelli in grado di “registrare” il passato degli uomini, un altro aneddoto ci sembra interessante. Intorno al 1800, esplorando l’Orinoco settentrionale, nell’attuale Venezuela, il naturalista Alexander von Humboldt venne a sapere che una tribù locale, quella degli Ature, era stata recentemente sterminata. Il raid dei nemici non aveva lasciato superstiti, quindi il linguaggio degli Ature era morto con loro, in quella violenta e sanguinosa battaglia.
Eppure…

All’epoca del nostro viaggio un vecchio pappagallo ci venne mostrato a Maypures, del quale gli abitanti ci dissero, e il fatto è notevole, “che non capivano cosa dicesse, perché parlava la lingua degli Ature”.

La musica delle pietre

L’artista cagliaritano Pinuccio Sciola ha deciso di dedicare la sua vita alle pietre. Nella sua visione, la pietra rappresenta uno degli archetipi di questo mondo, un elemento in costante rapporto con il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua.


La sua arte ci ricorda che la musica è vera e propria alchimia: può trattarsi di attorcigliare un budello animale per ricavarne una corda, o soffiare dentro al legno intarsiato, o addirittura, nel suo caso, incidere delle rocce. In ogni caso, fare musica significa piegare gli elementi per generare un suono (onde fisiche che si espandono attraverso l’aria) che prima non esisteva, e che attraverso gli strumenti ricavati dal mondo eleva la nostra piccola esistenza a nuovi livelli di coscienza.


Così questo particolare artista sardo ha creato degli imponenti organi e “arpe” di pietra, e diversi strumenti fatti di roccia. Se avete un quarto d’ora, vi consigliamo di guardare questo documentario che testimonia la straordinaria visione dell’artista e la filosofia che sottende le sue opere.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=lkq33RNZpL4]

Ecco il sito ufficiale di Pinuccio Sciola.

(Grazie, Ombretta!)

Il primo suono

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=ZDD7Ohs5tAk]

Il bambino ritratto in questo video, Jonathan, ha appena sentito per la prima volta nella sua vita la voce di sua madre. È stato attivato il suo impianto cocleare, e il suono è stato percepito dal suo cervello, nonostante Jonathan sia affetto da sordità profonda. L’impianto fornisce degli impulsi elettrici direttamente alle fibre del nervo acustico, bypassando le cellule dell’orecchio interno (cellule ciliate) danneggiate. Gli impulsi, una volta raggiunto il cervello, vengono interpretati come suoni. Non si tratta quindi di un apparecchio che amplifica semplicemente i suoni, ma che fornisce impulsi al nervo a seconda del rumore che percepisce.

L’impianto cocleare ha sollevato una certa polemica (almeno in America) da parte della comunità dei sordomuti. Sembra difficile comprenderlo per chi ha un udito normale, ma la comunità sordomuta ha costruito negli anni una sua vera cultura, con un proprio linguaggio e una propria filosofia, che rischia di essere spazzata via da queste nuove tecnologie. Sintetizzando, i sordomuti ritengono che la sordità non sia un handicap, ma una diversa risorsa fisica, e non vogliono necessariamente divenire “normali” uditori. Non sognano un futuro in cui anche chi ha problemi di udito sarà capace di  sentire, ma auspicano soltanto una maggiore autonomia. Si sentono, per così dire, una “minoranza etnica”.

Quello che ci ha conquistato in queste testimonianze dell’accensione dell’impianto cocleare, e della percezione dei primissimi suoni, è il senso di meraviglia e di stupore per qualcosa che la maggior parte di noi dà per scontato. Alcuni volti si illuminano, altri sono vinti dal terrore a causa di un’esperienza così nuova. Sapendo quanti e quali problemi di integrazione e di crescita può comportare la sordità, non possiamo che sorridere di fronte a questo improvviso crollo di quello che sentiamo come una barriera. Ci viene naturale pensare subito, al di là della comunicazione quotidiana, anche alla musica. Queste persone, questi bambini,  potranno ascoltare Bach, Zappa, Miles Davis o i Led Zeppelin… e anche, a seconda dei gusti, Lady Gaga o Tom Waits… e per noi questa prospettiva non può essere che una fonte di gioia.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=hN7ufL66rf0]

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=YWe6iJmHKUE]

Ed ecco altri video:

Elena

Solomon

Il Gallo Death Metal

Un video già conosciuto, ma che abbiamo ritenuto essenziale riportare qui nella nostra esibizione di stranezze. Ecco a voi il gallo che canta un pezzo death metal.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=A43JOxLa5MM]

Glassarmonica

Ecco la Danza della Fata Confetto di Tchaikovsky suonata su una glassarmonica, o “armonica a bicchieri”, strumento messo a punto nella sua forma odierna da Benjamin Franklin, ma risalente addirittura al 1200.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=eQemvyyJ–g&feature=related]

Improvvisazione

La sezione “Strani Suoni” di Bizzarro Bazar è ben fornita di esempi che illustrano come non sia affatto semplice improvvisarsi buoni musicisti. Ma quando si è buoni musicisti, si può improvvisare con quasiasi cosa.

Ecco due amici che suonano una scatola e due palloncini, con risultati gustosissimi.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=cJHUwlsY9g4]

Le ali della musica

In questa installazione dell’artista Céleste Boursier-Mougenot esposta a Londra, ad acuni piccoli uccelli viene offerta la possibilità di creare una composizione musicale.

Chi l’avrebbe mai detto che i passeri amano le sonorità post-rock?

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=8ZQ4VmicDeM]

Il canto delle dune

Deserto

Già Marco Polo nel descrivere il Deserto di Lop (situato in Cina) scriveva che “è un fatto assodato e riconosciuto che questo deserto ospiti molte presenze maligne, che spingono i viaggiatori alla distruzione con le illusioni più straordinarie”. Questi spiriti, o djinn, “a volte riempiono l’aria con i suoni di ogni tipo di strumento musicale, e anche di tamburi e  il fragore delle armi”.

Il deserto, in effetti, non è il luogo silenzioso e immobile che ci figuriamo, dove si può udire soltanto il flebile suono del vento. Nel deserto, la sabbia canta. Esiste anche un nome arabo per questo fenomeno: za’eeq al raml, la sabbia urlante.

A Liwa, negli Emirati Arabi, gli scienziati hanno cominciato a registrare e studiare gli strani suoni che le dune ospitano. Si tratta, asseriscono, dello scivolare di uno strato di sabbia sull’altro, delle vibrazioni di particelle di sabbia all’unisono sulle dune. Questo tipo di “canto” può essere creato camminando proprio sulla cresta di una di queste montagne di sabbia, e cresce di intensità ad ogni passo.

Il suono emesso è simile a quello basso e costante di un didgeridoo, o di un aeroplano che vola a bassa quota, ma può talvolta essere violento come un colpo di cannone. È la voce di quell’entità, al tempo stesso terribile e materna, che è il deserto.

Potete ascoltare le registrazioni della sabbia urlante all’interno di questo articolo.