Senza pelle

He Took His Skin Off For Me (2014) è il saggio di diploma firmato dal giovane Ben Aston alla prestigiosa London Film School, realizzato anche tramite una campagna Kickstarter che ha coperto l’intero budget relativo agli effetti speciali (più di 9.000 sterline).

Il cortometraggio è una favola surreale e macabra incentrata su un rapporto sentimentale fondamentalmente in disequilibrio: il racconto del sacrificio, accettato per amore dal protagonista, procede con toni delicati nel mostrare come le piccole difficoltà domestiche divengano sempre più problematiche con il passare del tempo. Come il sangue imbratta via via ogni superficie della casa pulita, così ogni minima azione (eseguita o mancata) lascia tracce nei sentimenti dei personaggi, nella loro intimità, nella loro vita emotiva.

Il concept, semplice e diretto, si arricchisce quindi di molti livelli di lettura: vi si può scorgere una parabola sui rischi di mettersi completamente a nudo di fronte a una persona, quando quest’ultima non fa lo stesso con noi; una storia sui compromessi necessari per restare vicini; perfino la versione horror di una relazione morbosa e votata fin dall’inizio al fallimento. Come ha dichiarato il regista, “quando le persone mi dicono cosa pensano che significhi, spesso rivelano anche una parte di loro stessi. Il potere dell’allegoria è il suo essere sfaccettata. Ogni spettatore ha il suo punto di vista; simpatie e significati mostrano di andare quasi in ogni direzione“.

Ecco il sito ufficiale del cortometraggio, in cui potete trovare anche backstage e altri materiali.

Joan Cornellà

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Joan Cornellà, al secolo Renato Valdivieso, è un giovane disegnatore spagnolo nato a Barcellona nel 1981. Si tratta forse del fumettista più seguito sul web, dove ogni sua nuova tavola diventa immediatamente virale, e la cui pagina Facebook conta quasi un milione e mezzo di iscritti.
Il segreto del suo successo internazionale è dovuto senza dubbio alla vivacità dei colori delle sue strisce, all’assenza di dialoghi che rendono possibile una fruizione senza barriere linguistiche, e al tratto semplice e preciso, da illustrazione per l’infanzia. Ma i fumetti di Cornellà sono tutto fuorché disegni per bambini.

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Sei vignette compongono quasi ogni tavola dell’artista spagnolo: la mini-storia ci trasporta in un mondo fatto di onnipresenti sorrisi di plastica, all’apparenza spensierato e idilliaco ma che nasconde invece una terribile crudeltà. Nel personale Grand Guignol di Cornellà la violenza è pronta a scoppiare all’improvviso, senza causare alcuna sorpresa nei personaggi, quasi fosse sistemica e connaturata al mondo stesso; allo stesso modo sembrano essere accettate senza battere ciglio deformità, perversioni, e strane irruzioni dell’assurdo in contesti quotidiani.

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I corpi sono plastici e deformabili, sezionabili e ricomponibili all’infinito, nella più pura tradizione splatter: eppure il perturbante arriva al lettore anche attraverso altre strade, come ad esempio un repentino avvicinarsi in primo piano ai personaggi dallo sguardo vuoto, quasi a cercare una minima espressione umana, una reazione all’orrore che però non arriverà mai.

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Da buon moderno surrealista, Cornellà insiste sui tabù borghesi (le reazioni fisiologiche, il sangue, il sesso, la merda, e via dicendo) ma li contamina con un linguaggio che si fa satira della cultura consumistica e del buonismo imperante. Le reazioni dei suoi personaggi sono di volta in volta incomprensibili, o sfasate rispetto al contesto, perché anche nella più drammatica delle situazioni essi sembrano comportarsi come all’interno di una pubblicità per dentifricio o di uno show televisivo: il loro posticcio sorriso rimane imperturbabile, anche quando la realtà è divenuta un incubo. L’imperativo è credere ai colori disneyani, al “migliore dei mondi possibili”, obbligati a una perpetua e idiota felicità.

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Fra omicidi, pedofilia serpeggiante, catastrofi e orrori assortiti, tutti affrontati con un taglio sardonico e con una buona dose di humor nero, lo sguardo del lettore è tenuto in scacco da continui e repentini cambi di prospettiva; la sorpresa finale spesso strappa una risata, ma la sensazione di spaesamento è talmente forte da interrogarci su quello che abbiamo visto. Spesso si torna indietro, e si rileggono le sei vignette dal principio, quasi si trattasse di un enigma da risolvere: e invece, insiste Cornellà, non c’è nulla da capire o interpretare. È così che vanno le cose, almeno nel suo mondo.

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Ecco il sito ufficiale di Joan Cornellà, il suo blog e la sua pagina Facebook.

La festa delle teste surrealiste

Che la famiglia Rothschild si trovi da sempre al centro di speculazioni e teorie del complotto non deve stupire, dato che per un lungo periodo è stata probabilmente la più ricca e influente dell’intero pianeta, prima che l’immenso patrimonio della casata venisse suddiviso fra centinaia di eredi. A causa dell’impero bancario, e della impenetrabile riservatezza delle loro vite private, i Rothschild si sono dunque attirati il rancore e le accuse di chi è convinto che dietro ai grandi sconvolgimenti storici debba per forza esservi un’élite di grandi potenti che dominano le sorti del mondo.

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La branca francese della famiglia contava fra i suoi membri il Barone Guy de Rothschild, che nel 1957 convolò in seconde nozze con la Baronessa Marie-Hélène. Più giovane di lui di 18 anni, la Baronessa si assunse l’incarico di rimettere a nuovo la loro residenza, Château de Ferrières, il più grande castello del XIX Secolo, nel quale suo marito aveva trascorso la giovinezza.

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Una cosa è certa, Marie-Hélène ci sapeva fare: in pochissimo tempo il castello divenne il posto più “in” ed esclusivo d’Europa. La Baronessa vi organizzava dei lussuosissimi ricevimenti, sfarzosi party mondani a cui partecipava ovviamente l’alta nobiltà, ma anche attori, artisti, letterati, musicisti: fra i più celebri habitué delle feste dei Rothschield si ricordano Salvador Dalì, Grace Kelly, Audrey Hepburn, Brigitte Bardot, Liz Taylor.
Queste serate erano spesso a tema, e una volta definito l’argomento venivano ingaggiati stilisti del calibro di Yves Saint Laurent per disegnare scenografie e abiti.

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Come dicevamo, i Rothschild hanno sempre mantenuto un profilo riservato. Di conseguenza, poco o nulla è trapelato di queste tanto vagheggiate notti di eccessi e di sontuosità. Eppure il 12 dicembre del 1972 i Baroni Guy e Marie-Hélène de Rothschild tennero la più incredibile delle loro feste e, fortunatamente, di questo evento sono arrivate fino a noi delle fotografie davvero straordinarie.

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Già i biglietti di invito preannunciavano una serata inusuale: le parole sul cartoncino, scritte all’incontrario e leggibili soltanto utilizzando uno specchio, facevano capolino da alcune nuvole dipinte. Dicevano semplicemente: Cravatta nera, abiti lunghi, e teste surrealiste.

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Al loro arrivo, gli invitati si trovarono di fronte un Château de Ferrières che sembrava in fiamme: l’illuminazione era stata studiata per simulare il divampare di un gigantesco incendio.

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All’interno, i servitori erano vestiti da gatti, e fingevano di dormire sui gradini della grande scalinata. Ragnatele finte adornavano le pareti dei corridoi, bambole rotte e strani segnaposti accoglievano i commensali nella sala da pranzo. Ma il vero tableau vivant erano gli ospiti stessi.

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Ci fu chi si vestì, come l’attrice Jacqueline Delubac, da quadro di Magritte; chi sfoggiava facce o teste doppie, come il Barone Alexis de Redé; chi, come Audrey Hepburn, si presentò con una gabbia per uccelli in testa; e ovunque fantasie floreali, accostamenti bizzarri, copricapi impossibili. La Baronessa Marie-Hélène indossava una maschera di cervo che piangeva lacrime di diamanti. Ma senza dubbio la testa più genuinamente “surrealista” fra tutte era quella di Salvador Dalì, che proprio per questo motivo arrivò vestito con un normalissimo frac.

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Guardando questa barocca e appariscente sfilata di costumi viene da chiedersi cosa ne avrebbe pensato André Breton, morto sei anni prima. Quando aveva fondato il Surrealismo nel 1924, assieme a poeti e scrittori del calibro di Aragon, Desnos, Éluard, Artaud, Queneau o Prévert, tutto aveva in mente fuorché un manipolo di aristocratici che gozzovigliavano agghindati con maschere assurde e milionarie. Se avesse potuto assistere alla “festa surrealista” dei Rothschild, la sua voce avrebbe certamente tuonato, come aveva fatto tante volte per motivi molto meno gravi, di fronte a questo scempio.

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Anche oggi, c’è chi vuole vedere in queste fotografie il declino morale della nobiltà, leggendovi un’atmosfera lugubre e decadente come quella della celebre orgia di Eys Wide Shut, o addirittura credendo di riconoscere simboli satanici, massonici o relativi ai misteriosi Illuminati. Eppure per noi, queste fotografie hanno un sapore particolare. Testimoniano di un’epoca inimitabile, quella a cavallo fra anni ’60 e ’70, in cui ci sembra di riconoscere una spregidicatezza e un senso di libertà sociale e culturale del tutto inedite. C’era una vibrante voglia di osare, di sperimentare in tutti i campi – pensiamo al cinema, all’arte, alla sessualità; ed è emblematico vedere come questa energia fosse arrivata a contagiare, seppure spogliata di qualsiasi profondità e sovversività, anche quella parte della società tradizionalmente più conservatrice.

(Grazie, Marco!)

Luminaris

Luminaris (2011) è un cortometraggio diretto dal regista, grafico e animatore argentino Juan Pablo Zaramella. Il corto, girato con la tecnica della pixilation combinando attori reali con oggetti animati e sequenze in time-lapse.

La sua squisita atmosfera poetica, surreale e ironica gli ha già fruttato 250 premi attraverso il mondo, inclusa la nomination agli Oscar come miglior cortometraggio nel 2011.

[vimeo http://vimeo.com/24051768]

Ecco il sito ufficiale di Luminaris.

Canti della Forca

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In ogni adulto veramente tale si cela un fanciullo

e questo fanciullo vuole giocare.

(Friederich Willielm Nietzsche)

Si apre con questa citazione – una vera e propria dichiarazione d’intenti – il nuovo lavoro di Stefano Bessoni, illustratore e filmmaker romano ormai familiare ai lettori assidui di Bizzarro Bazar, e che da questo mese ritorna in libreria con un volume che, è il caso di dirlo, riserva più di una sorpresa.

La prima sorpresa è che Canti della Forca – Galgenlieder, edito da Logos in formato più grande rispetto ai precedenti Wunderkammer, Homunculus e Alice Sotto Terra, ci introduce alla curiosa ed eccentrica opera di Christian Morgenstern (1871-1914), autore perlopiù sconosciuto in Italia.

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Il libro prende infatti spunto da una serie di oscuri componimenti in versi che l’autore monacense ideò durante un’escursione a Werder, dove si trovavano i resti di un vecchio patibolo. In tale occasione creò, insieme ad alcuni amici, una confraternita goliardica detta “della Forca”. Da quel soggiorno nacquero le poesie raccolte sotto i titoli Galgenlieder, Palmström e Palma Kunkel, strani poemetti che davano voce ad un gruppo di impiccati per i quali il patibolo diveniva un punto d’osservazione privilegiato, in cui finalmente la vita umana, con le sue debolezze e le sue paure, veniva messa nella giusta prospettiva. Queste “poesie del patibolo” sono dunque apparentemente infantili, sconclusionate, accomunabili al nonsense britannico, e prefigurano a loro modo l’approccio dadaista o surrealista; ma nascondono, sotto questa facciata giocosa, una vera e propria riflessione sull’uomo e sulle priorità della vita. Lo stesso stile poetico irriverente sembra spernacchiare la poesia “alta” e i suoi dettami: gli impiccati, che hanno visto cosa c’è dall’altra parte, si fanno beffe della seriosità degli accademici, e sono in grado di ridere di tutto e di tutti.

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Gli impiccati di Morgenstern, Bessoni li ha scoperti per puro caso anni fa scartabellando fra le vecchie edizioni di una bottega di libri usati, e ne è rimasto folgorato. In effetti queste poesie stralunate si sposano perfettamente con il mondo grottesco, fragile e poetico delle sue illustrazioni: portati sulla carta dalla matita e dal pennello dell’artista, i personaggi tutto sommato un po’ criptici dei Galgenlieder aquistano una nuova dimensione, grazie anche alla favola di cui Bessoni ha deciso di renderli protagonisti. Una fiaba macabra che, rispetto ad altri suoi lavori, tradisce maggiormente l’ironia che ha sempre fatto da sottofondo a tutte le “rivisitazioni” e riletture che ci ha proposto in questi anni – Alice su tutte.

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La seconda sorpresa, ancora più gustosa, si trova sulla terza di copertina: in allegato al libro è proposto un DVD contenente un cortometraggio realizzato con un misto di live action e stop-motion. Ecco che, grazie a questa ulteriore fatica, i bislacchi impiccati che abbiamo conosciuto fra le pagine del libro prendono letteralmente vita.

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Il film è davvero un piccolo gioiellino. Ripropone, nella cornice delle sequenze animate, un “narratore” molto simile al protagonista di Krokodyle, interpretato dallo stesso Lorenzo Pedrotti, come se il cortometraggio Canti della Forca fosse un prolungamento, uno spin-off o una fantasia collegata dichiaratamente all’universo del film precedente. Ma sono le animazioni a passo uno, curatissime nella scenografia e nella realizzazione dei pupazzi, e le splendide canzoni create appositamente dagli Za-Bùm, che ci trasportano immediatamente in un mondo cupo e strampalato, meraviglioso.

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Il cortometraggio ribadisce quanto, per Stefano Bessoni, illustrazione e cinema siano indissolubili e complementari: il regista trova qui la sua dimensione ideale, riuscendo a donare la profondità e il movimento ai personaggi usciti direttamente dal suo tavolo da disegno. In totale indipendenza creativa (il team produttivo è praticamente lo stesso di Krokodyle), Bessoni dà vita al suo immaginario in maniera forse mai così convincente: d’altronde, per quanto sia un processo lungo e laborioso, la stop-motion dei Canti della Forca è evidentemente anche ludica.

A questo proposito, Rick Baker diceva di Harryhausen, maestro dell’animazione a passo uno: “Ray ci ha dimostrato che un adulto poteva giocare con i mostri, e farla franca”. Anche Bessoni nasconde un fanciullo: siamo grati che quel fanciullo abbia ancora voglia e forza di giocare.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=r__R5LVSnv8]

Canti della Forca – Galgenlieder è prenotabile qui.

Il Movimento Panico

 
“Il Panico non è un movimento, non è una filosofia,
non è un’estetica, non è una definizione,
non è un manifesto, non è un’arte, non è scienza,
non è questo e non è nemmeno quest’altro.”

Cos’è il Panico? È terrore, risata, strumento paradossale per la ricerca interiore. È violentare il simbolo per rivoltarlo come un calzino, e rendere evidente il suo significato ermetico. Jodorowsky, Arrabal, Topor: tre artisti geniali, coltissimi, eclettici, diversi fra loro eppure portati ad incontrarsi da un’affinità elettiva e dall’amore per il surrealismo.

Jodorowsky, il ciarlatano sacro, il santone-clown; Arrabal, il poeta folle e visionario; Topor, l’illustratore cinico e beffardo, discepolo di Sade e del Grand Guignol. Nel 1962 questi tre universi iperbolici danno vita al Panico, una corrente post-surrealista di cui si autoproclamano unici membri. Dopo poco lo rinnegano, lo abbracciano nuovamente, lo dichiarano morto, ma continuano a definire “paniche” le loro opere singole e più personali. Non c’è un vero modo per definire cosa sia il Panico, perché gli stessi autori hanno fatto di tutto per porsi al di là di ogni categoria.

Di certo il Panico, che sia declinato in un’opera teatrale, in un happening, in un romanzo o in un film, è innanzitutto destabilizzante, violento, grottesco. Unisce, in maniera talvolta blasfema, il lercio e il sublime, sembra ricercare il sacro nel sangue e negli escrementi, e per contro ridicolizzare l’iconografia religiosa/culturale/consumistica occidentale. È innanzitutto sensazione ed emozione, un ritorno chiassoso e caotico al paganesimo. Il dio Pan, con la sua sessualità liberata e oscena, è certamente un nume tutelare; ma “panico” va inteso anche nel senso di “tutto”, un’arte che abbraccia l’intero essere umano, senza tralasciarne gli angoli più bui e scomodi, e ampliando la matrice bretoniana all’infinito.

L’arte panica si sviluppò inizialmente con happening e pièce teatrali che scioccarono il pubblico dell’epoca: gli attori erano spesso nudi, in preda a passioni animalesche e, cosa tutt’oggi controversa, sul palco non era raro che venissero uccisi degli animali, in una sorta di rituale liberatorio e sconvolgente. Portando all’estremo le intuizioni surrealiste (e psicoanalitiche), queste rappresentazioni teatrali sfidavano qualsiasi interpretazione e ricordavano in maniera inquietante delle grottesche orge pagane. Dopo queste prime controverse esibizioni, i tre autori si dedicarono ognuno ai territori che sentivano più congeniali.

Di Topor abbiamo già parlato in questo articolo: la sua crudeltà, spesso paragonata a quella di Sade, è in realtà attraversata da uno humor disperato e da un senso del corpo davvero unico. Ci concentreremo qui sugli altri due artefici del Panico.

Alejandro Jodorowsky, ispirato dall’esperienza panica, si butta a capofitto e senza risparmiarsi in tutte le sfaccettature della sua variopinta personalità: diventa apprezzato regista, elabora tesi eretiche sui tarocchi e sulla cabala, studia il buddismo zen in Giappone, sceneggia alcuni meravigliosi fumetti illustrati da Moebius, e infine si reinventa romanziere e psicomago prestato alla new-age. Ma la ricerca spirituale per lui non è certo tutta “luce” ed “energie positive”, anzi… Il suo percorso iniziatico non ha mai avuto mezzi termini, è sempre passato per il deforme, il sangue, la morte; e allo stesso tempo la sua formazione di clown e di mimo lo ha costantemente tenuto legato ad un amore per la baracconata, per lo spettacolo circense.

“Jodo”, l’imbonitore sacro, ha firmato negli anni almeno tre film fondamentali: El Topo (1970), western esoterico e anomalo; La Montagna Sacra (1973), perla di misticismo e simbolismi capovolti; Santa Sangre (1989), storia di un amore edipico e omicida dalle infinite invenzioni poetiche e sorprendenti. Ecco il trailer internazionale de La Montagna Sacra.

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Nella Montagna Sacra, il tono allegorico del film è chiaro fin dall’inizio: tarocchi, misticismo, spiritualità. Per entrare nel film bisogna spogliarsi di ogni identità (il rituale della rasatura  dei capelli). Anche il Cristo replicato ci parla di identità negata (nella riproducibilità infinita c’è la perdita della singolarità, dell’identità), e il protagonista dovrà lasciare cadere ogni velo di illusione fino al finale metafilmico, in cui si scoprirà il set stesso, con tanto di regista e assistenti dietro la macchina da presa. La “montagna sacra” è la pietra filosofale, il luogo ascetico in cui tutte le nostre illusioni vengono a cadere: la storia dell’uomo, a cui diamo tanta importanza, è visualizzata come uno scontro fra animali; i simboli sacri sono sbeffeggiati; il corpo è al centro della riflessione metafisica.

Santa Sangre affronta invece temi diversi: il circo, la morte, la crescita e l’impossibilità di liberarsi della sudditanza dalla figura materna.
Da quest’ultimo film vi presentiamo tre estratti che testimoniano il talento visionario e fantasioso del regista cileno.

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Fernando Arrabal è innanzitutto poeta. La sua raccolta di poesia “panica” più celebre è La pietra della follia (1963), una serie di strane e misteriose variazioni, piuttosto ossessive, rivolte all’interno della mente e dei suoi fantasmi. Al cinema, Arrabal è ancora più estremo di Jodorowsky. J’irai comme un cheval fou (1973) narra dello strano incontro fra un matricida e un eremita dai poteri soprannaturali (capace di far venire la notte battendo le mani, di nutrirsi di sabbia, e di volare) che vive nel deserto. La tematica edipica, fondamentale per Arrabal, era già stata esplorata nel suo primo film, Viva la muerte! (1971): il bambino protagonista ha appena appreso della fucilazione di suo padre ad opera del regime franchista, e in una sequenza onirica di rara violenza vede se stesso e sua madre – di cui è segretamente innamorato – all’interno di un macello. Un toro viene sgozzato, e la madre imbrattata di sangue taglia i testicoli dell’animale, incitando suo figlio a “evirare” suo padre per divenire uomo, di fronte a una banda al completo che suona una marcia di paese. Si tratta di una sequenza davvero estrema, e ne sconsigliamo VIVAMENTE la visione ai lettori impressionabili, e agli animalisti. (A questo proposito, ricordiamo che si tratta di un film realizzato in un’epoca in cui i diritti per gli animali erano ancora agli albori; e che probabilmete il toro sarebbe stato macellato comunque).

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Al di là dell’efferatezza visiva e delle questioni morali più moderne, è innegabile la potenza simbolica di questo rituale di passaggio: ogni viaggio spirituale è intriso di dolore e deve scontare una quota di necessaria crudeltà, di (auto)immolazione, di distruzione catartica. Tutto il film si snoda su due livelli paralleli, la vita reale del ragazzino e le visioni del suo inconscio, forse ancora più vere: come scriveva Alberto Moravia, “l’inconscio è pieno di mostri che Arrabal ha evocato con esattezza in un contesto che li giustifica. L’avere stabilito un rapporto dialettico tra i mostri dell’inconscio e la vita morale mi pare uno dei meriti principali di questo film eccezionale”.

In fondo, forse il tema costante di tutti i racconti panici è proprio il viaggio alla scoperta di se stessi. L’intero corpus creativo di questi autori – al di là delle evidenti intenzioni anarchiche e iconoclaste – passa per la ricognizione e l’accettazione dei lati più oscuri dell’esistenza. Per loro le pulsioni edipiche, la coprofilia, il sadismo, la morte, il cannibalismo sono archetipi potenti in grado di parlarci anche oggi, e paradossalmente di curare l’anima.
L’essenza del movimento panico ha proprio questo scopo: liberare l’uomo moderno dalle catene emotive che lo ingabbiano, ricercando una trance euforica infantile, ribelle, estrema.

La collana Giunti Citylights ha pubblicato una serie di testi panici nella raccolta Panico!, a cura di Antonio Bertoli, acquistabile qui.

Hans Bellmer

Hans Bellmer nel 1926 possedeva una compagnia pubblicitaria, quando, disgustato dalla piega che stava prendendo il nazionalsocialismo e prevedendo la prossima ascesa del partito Nazista al potere, decise che non avrebbe collaborato in alcun modo alla nascita del nuovo stato tedesco. Iniziò così un suo progetto artistico sovversivo, che gli sarebbe costato l’esilio ma che l’avrebbe portato ad essere accolto fra le braccia dei surrealisti francesi di Breton. Quello che era iniziato, nelle intenzioni di Bellmer, come una parodia e un attacco all’idea nazista del perfetto corpo ariano, però, divenne in brevissimo tempo qualcosa di più profondo, una vera e propria finestra sulle forme archetipiche del desiderio e dell’ossessione.

Lavorando in isolamento, Bellmer costruì alcune bambole a grandezza naturale, che avevano delle giunture a sfera simili a quelle che aveva potuto osservare in un paio di manichini in legno del ‘500, conservati al Bode Museum di Berlino. Diede alle bambole le fattezze di giovani ragazzine. Le bambole potevano essere articolate e composte in maniera differente, e Bellmer cominciò a fotografarle in diversi assetti e posizioni.

Così nacque la raccolta pubblicata anonima nel 1934 sotto il titolo di Die Puppe (“La bambola”); il lavoro di Bellmer fu dichiarato “degenerato” dal partito Nazista, ma dopo la fuga a Parigi e la consacrazione sul giornale surrealista Minotaure arrivò la fama. Eppure Bellmer abbandonò le sue bambole, e si dedicò per il resto della vita a disegni e fotografie erotiche, più o meno espressamente surrealiste; è come se quel primo progetto avesse sondato già gli abissi, e tutta l’opera successiva dell’artista tedesco fosse un più leggero rimuginare sul pozzo di nere acque dischiuso dalle bambole.

Le bambole di Hans Bellmer, infatti, sono fra le più estreme e toccanti rappresentazioni del desiderio sessuale e della violenza, il vero lato oscuro dell’erotismo così come teorizzato da Bataille (e preconizzato da Sade). Ci mostrano il corpo femminile, centro focale dell’ossessione, come un insieme di membra dislocate senza volto, puri oggetti dell’inconscio desiderio di violazione. La passione che anima le fantasie più nere si risolve in un tentativo di smembramento e di riconfigurazione, come se il corpo femminile nascondesse un segreto, e occorresse violare, frugare e ricombinare la carne per riuscire a coglierlo.

Eppure, nonostante la brutalità di queste “dissezioni”, le bambole sembrano quasi uno specchio sui nostri sogni infranti; sulla tristezza e impotenza del desiderio maschile, che non può concepire il mistero del corpo. La dolce sensualità delle bambole, infatti, resiste a qualsiasi esplosione, rifiuta di essere posseduta.

Il corpo è paragonabile ad una frase che vi spinge a disarticolarla, affinché, attraverso una serie di anagrammi infiniti, si ricompongano i suoi veri contenuti.

(Hans Bellmer)

Sculture tassidermiche – III

Concludiamo qui la nostra serie di post sulla scultura tassidermica.

Partiamo subito da una delle artiste più controverse, Katinka Simonese, conosciuta con il nome d’arte di Tinkebell. Artista provocatoria, Katinka cerca di mettere davanti ai nostri occhi i punti ciechi della nostra società moderna. Per fare un esempio, milioni di polli maschi sono uccisi ogni giorno (spesso vengono gettati con forza contro un muro del pollaio); ma se Katinka replica la stessa azione in pubblico, viene arrestata. Allo stesso modo, l’artista ha trasformato il suo stesso gatto in una borsa in pelliccia double-face che può essere rivoltata per diventare un cagnolino. Per denunciare il fatto che il nostro “amore” per i cuccioli domestici è diventato uno status symbol, un commercio bell’e buono, più che un vero affetto per gli animali.

Nella stessa lunghezza d’onda, Tinkebell ha trasformato un cagnolino in carillon, suggerendo l’idea che nella nostra società consumistica gli animali rivestano il ruolo di oggetti, e che quindi possiamo modificarli a piacere, a seconda dei nostri bisogni. Senza dubbio le sue opere portano a riflettere sul ruolo che riserviamo oggi agli animali, utilizzati come veri e propri prodotti.

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Cai Guo Qiang ha esposto il suo lavoro in una mostra, intitolata I Want to Believe, al Guggenheim Museum a New York: la mostra include il suo spettacolare pezzo chiamato Head On, che mostra 90 lupi imbalsamati sospesi in un arco che rovinano collassando contro un muro di vetro.

Ma Cai Guo ha anche esposto tigri seviziate, trafitte da mille frecce, per insinuare nello spettatore quella pietà che latita nella vita di ogni giorno, mostrando queste fiere come vittime sacrificali per le quali non possiamo che sentirci colpevoli.

Simile per concetto, Claire Morgan utilizza la tassidermia in maniera squisitamente astratta. Le sue belve sono un imponente memento mori che ci ricorda che ogni nostro piacere, anche quello più estetico, deriva dalla morte di qualche altro essere.

Passiamo ora a un artista differente, che modella ibridi fantastici a partire da tessuti organici. Si tratta di Juan Cabana, che riprendendo l’antica arte dell’imbalsamazione delle chimere crea straordinari esemplari di esseri mitologici, come ad esempio le sirene. È naturale, guardando le sue opere, ripensare alle Sirene delle Fiji ospitate dai musei di Phineas Barnum.

Sempre in tema di chimere, concludiamo questo excursus fra gli artisti tassidermici con Kate Clark, scultrice degna di nota, che ibrida tecniche tassidermiche con artifici scultorici più tradizionali. Le sue opere mostrano esemplari impagliati dotati di volti umani, quasi a farci riflettere sull’intima identità che ci lega al mondo animale. Possiamo così vederci, nelle sue sculture, come prede di caccia e vittime venatorie. Per ricordare che fra noi e gli animali non c’è poi tutta questa differenza.

Per finire, vorremmo segnalarvi alcuni siti di altri artisti tassidermici che, per motivi di spazio, non abbiamo potuto trattare.

Maurizio Cattelan – artista italiano controverso ed estremo, che ha utilizzato in alcune opere esemplari tassidermici.

Julia deVille – artista che unisce l’alta moda alla fascinazione per il memento mori.

Thomas Grunfeld – creatore di chimere.

The Idiots – collettivo artistico che ibrida la tecnologia con la tassidermia.

Sarolta Bàn

Sarolta Bàn è un’artista del fotoritocco di 27 anni, di Budapest. Dopo essere stata designer di gioielli, si è dedicata alla fotografia e alla creazione di immagini ritoccate con Photoshop. Per completare uno dei suoi “quadri” le occorrono da poche ore a giorni di lavoro, e oltre 100 livelli diversi per singola immagine.

Le sue opere sono molto surreali, e hanno un’atmosfera magica e sospesa.  “Mi piace usare elementi comuni e, combinandoli, regalare loro varie storie, personalità. Spero che il significato delle mie immagini non sia mai troppo limitato, che resti aperto in qualche modo, così che ogni spettatore lo possa far divenire personale. Sono felice se diverse persone trovano diversi significati nelle mie immagini”.

Lasciatevi conquistare dalle strane e misteriose opere di questa giovane artista ungherese.

Trovate le altre opere sul photostream di Sarolta Bàn sul suo account Flickr.

Coffin Joe

Benvenuti in Brasile, terra di sole, samba, bossa nova, piume colorate e carnevali pittoreschi.

E terra di una delle icone più tenebrose, ciniche e strambe del cinema weird – benvenuti anche nello strano mondo di Coffin Joe.

Coffin Joe (americanizzazione di Zé do Caixão, “Joe della Bara”) è il personaggio creato da José Mojica Marins nel 1963 per il film seminale À Meia-Noite Levarei Sua Alma (“A mezzanotte prenderò la tua anima”). Il film è considerato il primo horror brasiliano, e Marins si era deciso a girarlo a basso budget ispirandosi a un incubo che aveva fatto, nel quale un demoniaco becchino lo trascinava verso la tomba; poco prima delle riprese l’attore protagonista diede forfait, e José fu costretto a interpretarlo di persona, oltre che a dirigere. Questa fu, nell’imprevisto, la più grande fortuna nella vita di Marins.

Zé do Caixão è un personaggio che sembra uscito dritto dritto dagli E.C. Comics, quelli di Crypt Keeper (Zio Tibia, per intenderci): è un becchino perennemente vestito di nero, porta una vistosa tuba, barbetta mefistofelica e unghie lunghissime ed arricciate a mo’ di artigli. Odiato dai campesinos, che lo temono per i suoi continui soprusi, egli spadroneggia con crudeltà e violenza nel piccolo borgo rurale in cui vive. Ma Zé ha anche un lato più “adulto” e scorretto, che lo distingue dai personaggi classici dei film horror di quegli anni: è un assassino amorale, apertamente nichilista e blasfemo, e dedito alla ricerca dell’unica cosa che abbia valore per un ateo come lui: la “continuità del sangue”, cioè la creazione di una stirpe. Per questo cerca incessantemente la donna giusta da violentare affinché gli doni un figlio.

Già da questa breve sintesi si comprende come, in un paese radicalmente cattolico come il Brasile di inizio anni ’60, una pellicola “cattiva” e aggressiva come A Meia-Noite potesse creare scalpore. In una scena Zé, contro ogni precetto religioso, mangia euforico uno stinco di maiale davanti alla processione del Venerdì Santo, sbeffeggiando i credenti per la loro stupidità. In un’altra, lega sua moglie al letto e, come punizione per non aver saputo dargli una discendenza, le fa camminare sul corpo semisvestito un’enorme tarantola che la morde, uccidendola. Zé quindi, pur di ottenere la donna di un suo amico, non esita ad annegarlo senza pietà per poi cercare di ingravidare la spaventata vedova. Il tutto condito dalle considerazioni filosofiche rabbiose, le invettive contro la codardia e l’inferiorità dei suoi simili, e la sfrenata mitomania di un super-uomo negativo e malvagio, in una specie di ingenua e fumettistica elegia del male. Nietzsche filtrato dalla sensibilità di un adolescente cresciuto a pane e Dracula, insomma.

L’anti-eroe creato da Marins fu censurato, osteggiato e creò un putiferio all’uscita nelle sale. Nelle provincie in cui era possibile vederlo nei cinema, il film fece incassi senza precedenti. Il successo enorme spinse Marins a continuare su quella strada, e a sviluppare ulteriormente il suo personaggio. Nel seguito al primo film, intitolato Esta Noite encarnarei no Teu Cadàver (“Questa notte possiederò il tuo cadavere”), del 1967, Coffin Joe ritorna più cattivo e potente che mai… e ancora ossessionato dalla ricerca della madre perfetta per la sua discendenza. Da questo momento in poi Zé do Caixão diventa una vera e propria icona del cinema brasiliano, e conquista fumetti, musica, TV, patrocinando il merchandising più vario (da una linea di profumi a una di manicure!). José Mojica Marins raramente esce dal personaggio anche durante le interviste e le apparizioni televisive o per la stampa: si presenta immancabilmente vestito di nero, con la sua tuba e le unghie  lunghissime (che si lascerà crescere fino al 1998).

Coffin Joe è fin dall’inizio immaginato come protagonista di un’imponenete esalogia dantesca, ma i soldi per il terzo titolo della saga arriveranno solo nel 2008, con il titolo Encarnação do Demônio. Nel frattempo, Marins sforna innumerevoli altri film in cui Coffin Joe appare marginalmente, solitamente confinato nel mondo degli incubi, o in limbi allucinati e surreali. Da un certo punto in poi la sua popolarità decresce, nonostante Marins continui a tenere vivo il suo personaggio tramite trasmissioni televisive, fumetti e quant’altro. In alcuni film egli gioca con il suo personaggio, mettendosi a nudo in prima persona, cominciando a prendere le distanze dal suo alter ego mefistofelico (“Zé do Caixão non esiste!”), e in alcune sequenze Marins sfida Coffin Joe in duelli all’ultimo sangue.

Nel 1985 Marins, per motivi finanziari, acconsente a dirigere un film pornografico, che ha un inaspettato successo; nonostante il suo disprezzo per la pornografia, Marins ne dirige quindi il sequel, ma decide di buttarsi nuovamente in prima persona nel film. Così, nel corso di una maratona di 48 ore di sesso, Marins si aggira attraverso la marea di corpi sudati e copulanti, impartendo ordini, dando istruzioni su che posizioni assumere, come e dove eiaculare. Scrivono Curti e La Selva nel loro imprescindibile saggio Sex and violence: percorsi nel cinema estremo (Lindau, 2003): “più che il discorso metalinguistico, colpiscono l’ammirevole coerenza e la faccia tosta, la stessa che il regista mostra oggi, a 70 anni suonati, salendo sui palchi dei festival con gli inseparabili mantello e tuba ed esibendosi nella parte di Zé do Caixão per un pubblico che dei suoi film apprezza spesso solo il fattore camp. Pare innocuo, con quell’aria un po’ da imbonitore di fiera e un po’ da pugile suonato, ma alla fine resta il sospetto che sia lui a ridere alle nostre spalle, anziché il contrario. Proprio come nei suoi migliori film”.

Nel 2001, il documentario che ripercorre la carriera del regista, intitolato Maldito – O Estranho Mundo de José Mojica Marins, vince il premio speciale della giuria al Sundance Film Festival.

Resta il fatto che, nella marea di filmacci “rivalutati” negli ultimi anni dagli amanti del trash, José Mojica Marins sia fra gli autori meno sprovveduti, soprattutto a livello figurativo. Egli resta a metà strada fra Mario Bava, il surrealismo di Buñuel o il panico di Jodorowksy, e l’exploitation “d’autore” di un Russ Meyer. I suoi film, seppur girati con budget irrisori, vantano sempre una fotografia suggestiva, e una particolare cura per le location. E seppure nelle intenzioni dell’autore fossero degli horror con un messaggio (l’attacco alla sonnolenza di un proletariato bigotto e superstizioso), la critica sociale è sempre smorzata dallo sguardo sornione, sopra le righe, del becchino dalle unghie smisurate.