Guarda in alto, la meraviglia sopra di noi

Ho di recente assistito alla proiezione in anteprima di Guarda in alto, scritto e diretto da Fulvio Risuleo, in uscita nelle sale italiane il 18 ottobre.

Fulvio era già stato ospite sulle pagine di Bizzarro Bazar in tempi non sospetti, quando ancora non aveva vinto il Discovery Award al Festival di Cannes con il cortometraggio Varicella (2015). Guarda in alto, prodotto da Revok Film e Rai Cinema, lo vede confrontarsi per la prima volta con la dimensione del lungometraggio.

Giacomo Ferrara, Fulvio Risuleo e Alida Baldari Calabria sul set.

Riassumo brevemente la sinossi cercando di evitare ogni spoiler.
Il protagonista del film è il giovane Teco (Giacomo Ferrara, già noto per il ruolo di Spadino in Suburra), un assistente di panificio deluso dalla monotonia del suo lavoro. Durante una pausa sigaretta assieme ai colleghi sul tetto dello stabile, assiste a un evento bizzarro: un gabbiano, che sembra diverso dagli altri e vola in maniera alquanto innaturale, finisce per schiantarsi su un terrazzo lì vicino. Mentre i suoi compagni decidono di rientrare al lavoro, Teco non resiste alla curiosità e decide di scavalcare un’inferriata per indagare sullo strano fenomeno.
Da quel momento in poi, il ragazzo si imbarca per un’avventura sui tetti e le terrazze di Roma – gli edifici sono tutti più o meno collegati tra loro – senza mai scendere di quota; scopre quindi che una pittoresca umanità popola la parte alta della città, invisibile ai passanti, e che i tetti nascondono una realtà parallela in cui le regole del mondo di sotto sembrano non essere più valide.

Già dalla trama, è possibile intuire come Guarda in alto racchiuda molteplici suggestioni letterarie, prima fra tutte il Barone Rampante di Calvino. Ma l’influenza del romanzo d’avventura o burlesco/picaresco è evidente anche nel rifiuto della struttura classica in tre atti in favore della serie di “quadri”: Teco è una sorta di Gulliver o di Piccolo Principe che, al posto di nuove isole o nuovi pianeti, visita un tetto dopo l’altro incontrando personaggi sempre più surreali e grotteschi.

Eppure, c’è una sottile precisazione da fare.
Il mondo che vive sopra alle teste degli ignari cittadini è essenzialmente una sorta di scena underground rovesciata (overground, si potrebbe dire), con tanto di bische clandestine ed eccentriche band musicali. Una babele di lingue e provenienze disparate, i cui abitanti sono impegnati in imprese straordinarie, talvolta incomprensibili o comiche. Ma si tratta ancora, tuttavia, del nostro mondo: benché trasfigurati, diversi quartieri di Roma sono chiaramente riconoscibili.
Scavalcando quel cancello – il punto di non ritorno – Teco non entra affatto in un universo fantasy, impossibile, come faceva Alice. Non accede a una nuova realtà, ma scopre una parte della vecchia che è preclusa allo sguardo quotidiano.
Questo è un distinguo importante perché è proprio ciò che rende Guarda in alto un film squisitamente, intenzionalmente weird.

Riguardo alla differenza tra weird e fantasy, Mark Fisher scrive nel suo brillante studio The Weird and the Eerie: lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo (2016):

[Il weird] chiama in causa un senso di non-correttezza: un’entità o un oggetto weird è talmente inusuale da generare la sensazione che non dovrebbe esistere, o perlomeno non dovrebbe essere qui. Eppure, se l’entità oppure l’oggetto è effettivamente qui, allora le categorie utilizzate finora per dare senso al mondo non possono essere valide. La cosa weird non è sbagliata, dopotutto: dovranno per forza essere inadeguate le nostre concezioni. […] È l’irruzione in questo mondo di qualcosa che proviene dall’esterno a fare da marcatore del weird.

Per questo un lupo mannaro o un vampiro, afferma Fisher, non sono weird – in quanto fantasie sovra-naturali, scollegate dal nostro mondo, che seguono le proprie regole diegetiche – mentre, paradossalmente, potrebbe essere considerato weird un buco nero, che appartiene all’ordine del naturale ma sembra smentirne le leggi.

Allo stesso modo, Guarda in alto suggerisce che il surreale è già qui, tra di noi, anche se non lo vediamo. La dimensione fra cielo e terra che Teco si trova a esplorare non è corretta secondo i canoni comuni, ma non è apertamente fantastica (se si esclude il poetico finale).
E, continua Fisher,

Il senso di non-correttezza associato al weird – la convinzione che questa cosa non torni – è spesso segno che ci troviamo in presenza del nuovo. Il weird è qui un segnale del fatto che i concetti e i sistemi di riferimento di cui ci siamo serviti in precedenza sono ormai obsoleti. […] Esiste un appagamento nel vedere il familiare e il convenzionale divenire antiquati.

L’appagamento del nuovo che stravolge le regole: se dovessi riassumere quest’opera prima di Fulvio Risuleo, direi che è assolutamente gioiosa, attraversata com’è dall’eccitazione infantile di sovvertire i canoni, di sorprendere e sorprendersi.
Guarda in alto è un film sorridente come il suo protagonista; si tratta di un sorriso di stupore, mai di scherno. Nonostante le situazioni si prestino a più riprese alla satira o all’iconoclastia (ad esempio tra i personaggi ricorrenti vi sono delle suore impegnate in strani ed esoterici traffici di reliquie), la pellicola mantiene una leggerezza a mio parere miracolosa. A Risuleo non interessa né la critica sociale né la parodia grottesca delle nostre umane contraddizioni. Ciò che gli interessa davvero è mostrare come, per trovare la magia, basti talvolta cambiare prospettiva; la meraviglia è lì che ci aspetta, appena leviamo gli occhi dal selciato, dai nostri ammennicoli quotidiani.

E, come riassume la battuta chiave del film, “c’è bisogno di meraviglia nel mondo”.

Guarda in alto, un film di Fulvio Risuleo con Giacomo Ferrara, Aurélia Poirier, Ivan Franek, Lou Castel, esce nelle sale il 18 ottobre 2018.

Alberto Martini, il maudit dell’arte italiana

Chi vive nel sogno è un essere superiore;
chi vive nella realtà uno schiavo infelice.
Alberto Martini, 1940

Alberto Giacomo Spiridione Martini (1876-1954) è stato uno degli artisti italiani più straordinari della prima metà del Novecento.
Fu autore di una vastissima produzione grafica che include incisioni, litografie, ex libris, acquerelli, biglietti da visita, cartoline, illustrazioni a corredo di libri e romanzi di vario genere (da Dante a D’annunzio, da Shakespeare a Victor Hugo, da Tassoni a Nerval).

Nato a Oderzo, studia disegno e pittura sotto la guida di suo padre Giorgio, professore di disegno all’Istituto Tecnico di Treviso. Influenzato inizialmente dal manierismo tedesco cinquecentesco di Dürer e Baldung, si spinge poi verso un simbolismo sempre più personale e raffinato, sostenuto da un bagaglio culturale e visivo d’eccezione. A soli 21 anni espone per la prima volta alla Biennale di Venezia; vi parteciperà per 14 anni consecutivi.
L’anno successivo, il 1898, mentre è a Monaco per collaborare con alcune riviste conosce il celebre critico d’arte napoletano Vittorio Pica che, impressionato dal suo stile, sarà per sempre il suo più convinto sostenitore. Pica lo ricorda così:

L’uomo, poco più che ventenne […] mi riuscì di prim’acchito simpatico nella riservatezza signorile, seppure un po’ fredda […], nell’eleganza sottile della persona, nel pallore del volto, in cui alla freschezza sensuale delle labbra rosse contrastava lo sguardo strano, fra acuto e astratto, fra disdegnoso e canzonatorio.

(in Alberto Martini: la vita e le opere 1876-1906, Oderzo Cultura)

Dopo aver disegnato 22 tavole per la storica edizione della Divina Commedia stampata nel 1902 dai fratelli Alinari a Firenze, a partire dal 1905 si dedica al ciclo di illustrazioni a china per i racconti di Edgar Allan Poe, che rimangono una delle vette della sua arte.
In questa serie, Martini fa sfoggio di una spiccata visionarietà, allontanandosi dalla minuziosa osservazione realistica dei primi lavori, e allo stesso tempo sviluppando una vena crudele ed estetizzante che ricorda Rops, Beardsley e Redon.

Durante la Prima Guerra Mondiale pubblica cinque serie di cartoline intitolate Danza Macabra Europea: si tratta di 54 litografie di propaganda satirica contro l’impero austroungarico, distribuite tra gli alleati. Ancora una volta Martini dimostra di possedere una fantasia grottesca senza freni, ed è anche in virtù di questi lavori che egli è oggi ritenuto un precursore del Surrealismo.

Amareggiato dalla scarsa considerazione di cui gode in Italia, si trasferisce a Parigi nel 1928. “Hanno giurato — scriverà nella sua autobiografia— di cancellarmi come pittore nella memoria degli italiani, impedendomi di presenziare nelle esposizioni e nel mercato italiano [….]. So bene che la mia pittura originale può dar noia agli scarabocchini ed ai criticonzoli miopi“.
A Parigi conosce il gruppo surrealista e sviluppa una serie di dipinti alla “maniera nera”, per poi passare negli anni successivi a un più acceso uso del colore (la “maniera chiara”) per cercare di carpire le visioni estatiche che lo posseggono.

La grande finestra del mio studio è aperta nella notte. In quel nero rettangolo passano i miei fantasmi e con loro amo conversare. Mi incitano a essere forte, indomito, eroico, mi sussurrano segreti e misteri che forse ti dirò. Moltissimi non crederanno e me ne duole per loro, perché chi non ha immaginazione vegeta in pantofole: vita comoda, ma non vita d’artista. Una notte senza stelle, in quel rettangolo nero mi vidi come in uno specchio. Mi vidi pallido, impassibile. E’ la mia anima, pensai, che ora specchia il mio volto nell’infinito e un giorno specchiò chissà quali mie sembianze, perché se l’anima è eterna non ha né principio né fine e noi non siamo ora che un suo differente episodio terreno. E questo pensiero rivelatore mi turbava […]. Assorto com’ero in questi intricati pensieri, trasalii sentendomi accarezzare in modo strano la mano che avevo posata sopra un libro aperto sotto una lampada. […] Mi voltai e vidi posata accanto alla mia mano una grande farfalla notturna che mi guardava battendo le ali. Anche tu, pensai, stai sognando e l’incantesimo dei tuoi immoti occhi di polvere mi vede un fantasma. Sì, notturna e bella visitatrice, sono un sognatore che crede nell’immortalità, o forse un fantasma del sogno eterno che chiamiamo vita.

(A. Martini, Vita d’artista, manoscritto, 1939-1940)

In ristrettezze economiche, Martini torna a Milano nel 1934. Continuerà il suo incessante e multiforme percorso artistico lungo gli ultimi vent’anni della sua vita, senza mai ottenere il successo sperato. Si spegne l’8 novembre 1954. Oggi le sue spoglie giacciono insieme a quelle della moglie Maria Petringa nel cimitero di Oderzo.

Il fatto che a Martini non sia mai stata tributata la collocazione che gli spetterebbe nel panorama dell’arte italiana di inizio secolo è forse da imputare alla sua predilezione per i temi grotteschi e per le atmosfere lugubri (è purtroppo risaputa la mala reputazione che il fantastico ha scontato, e sconta, nel nostro paese). Non giovò nemmeno l’eclettismo della sua produzione, che rifuggeva da qualsiasi etichetta o facile categorizzazione: l’originalità, che giustamente egli riteneva un punto di forza, fu paradossalmente ciò che lo costrinse a rimanere “un artista periferico e occulto, continuando ad aggirarsi, come un’anima dannata, tra le zone inesplorate della storia dell’arte” (Barbara Meletto, Alberto Martini: L’anima nera dell’arte).

Eppure la sua figura è fortemente emblematica del passaggio culturale tra il decadentismo romantico ottocentesco e le nuove, più oscure urgenze deflagrate assieme al primo conflitto mondiale. Al pari del suo contemporaneo Alfred Kubin, con il quale condivise l’immaginario irreale e il tratto macabro, Martini si fece portavoce di quelle tensioni esistenziali che sarebbero poi sfociate nel surrealismo e nella metafisica.

L’interpretazione delle allegorie satiriche di alcune cartoline della Danza Macabra Europea si può trovare qui e qui.
La Pinacoteca Civica di Oderzo è dedicata ad Alberto Martini e prosegue gli studi sulla sua opera.

La nostalgia di ciò che perdiamo: intervista a Nunzio Paci

Le anatomie ibride di Nunzio Paci, bolognese classe ’77, hanno conosciuto un crescente successo, tanto da guadagnargli prestigiose esposizioni in Europa, Asia e Stati Uniti.
Il vero miracolo che questo artista compie sulla tela è di rendere incantevole quello che, essenzialmente, rimane un tabù – l’interno del nostro corpo.


Ma la sua opera è in verità molto complessa e stratificata: nei suoi dipinti gli elementi naturali e creature si compenetrano, e di conseguenza viene a saltare anche l’idea del confine, del dentro e del fuori; ogni corpo esplode e si ramifica, diventando indefinibile. Per quanto a margine delle figure vi siano ancora numerazioni, didascalie e “legende” anatomiche, queste inediti florilegi di carne tendono a mettere sotto scacco la visione, a sabotare le categorie, a smontare perfino il concetto di identità.

Ma piuttosto che parlarne direttamente io, lascio che a introdurvi alla sua arte sia la chiacchierata che ho fatto con Nunzio stesso.

Hai esordito come street artist, vale a dire in un contesto prettamente urbano; qual era il tuo rapporto con la natura allora? È cambiato nel corso del tempo?

Sono nato e cresciuto in un piccolo paese di campagna nella provincia bolognese e continuo a vivere in una zona rurale… La natura è da sempre una fedele compagna di vita. Ho vissuto anch’io il periodo della ribellione: in quegli anni ricordo che ogni cosa mi pareva un supporto dove poter dipingere e “scrivere” con lo spray. Ora mi sento più un guerriero in pensione che cerca un angolo silenzioso e poco illuminato dove poter pensare e riposare.

L’uomo occidentale ha fatto di tutto per pensarsi separato dalla natura e per porsi, quando non proprio come dominatore, almeno quale osservatore o indagatore esterno.
Questo sentirsi al di fuori, o al di sopra, delle leggi naturali ha però portato a una sorta di sentimento di esclusione, a una malinconia romantica per la connessione “perduta” con il resto del mondo naturale.
Credi che le tue opere siano un’espressione di questa nostalgia, di una necessità di comunione con tutte le creature? Oppure vuoi suggerire che i regni – animale, vegetale e minerale – in verità sono sempre stati sempre (con)fusi, e le barriere fra di essi non sono altro che un’illusione, un costrutto culturale?

Penso che il mio lavoro in realtà parli della “nostalgia per ciò che costantemente perdiamo” – voci, odori, memorie… Spesso ho la sensazione di inventare quei frammenti di ricordi che nel tempo sono andati persi: credo che questa, da parte mia, sia una forma di autodifesa per sopravvivere alla malinconia di cui parli. Per questa ragione, attraverso il mio lavoro, cerco di tradurre in immagine ciò che non è possibile conservare nel tempo, così che io possa recuperare questi ricordi nei momenti più malinconici.

Le tue sono visioni autoptiche: perché avverti il bisogno di sezionare, di aprire i corpi che disegni? Visto che l’interno del corpo è ancora per certi versi un tabù, come reagisce in genere il pubblico ai dettagli anatomici delle tue opere?

Ho bisogno di pormi in maniera egoistica. Non penso mai a quello che il pubblico potrebbe sentire, non mi faccio domande su quello che gli altri vorrebbero o non vorrebbero vedere. Sono troppo occupato a domare i miei pensieri e trasformare in immagini i miei traumi.
Non ricordo bene quando ho iniziato ad interessarmi all’anatomia, ma non potrò mai dimenticare la prima volta che vidi spellare un coniglio. Ero davvero molto piccolo e rimasi turbato ma allo stesso tempo affascinato – non dalla scena di violenza ma da ciò che si celava all’interno di quell’animale. Mi convinsi da subito che non avrei mai fatto del male ad un essere vivente ma che avrei cercato di capirne la “meccanica”.
Successivamente, la voglia di realizzare opere che parlassero della vita in maniera visionaria prese il sopravvento e iniziai a tracciare soggetti capaci di parlare di sé senza il bisogno di urtare la sensibilità altrui. Ad ogni modo, credo che le sensazioni che nascono da ciò che vediamo siano semplicemente il prodotto del nostro background e per questa ragione non credo sia possibile, in generale, suscitare una sensazione univoca.

Hai dichiarato di non essere un grande amante dei colori, e di fatto hai spesso prediletto tonalità terrigne, bruno ruggine, eccetera. Nelle tue ultime opere, tra cui quelle esposte a Manila nella personale intitolata Mimesis, si intravede una progressiva apertura in questo senso, in particolare nelle rappresentazioni floreali arricchite da tutta una palette di verdi, violetti, blu, rosa. È un modo per aggiungere complessità cromatica oppure, al contrario, per “alleggerire” e rendere più piacevoli le tue immagini?

Non ho mai vissuto il colore come un elemento “piacevole” o “leggero”. Tutto l’opposto. L’utilizzo che ne faccio nel ciclo Mimesis, come accade in natura, trae in inganno. In natura, il colore gioca un ruolo fondamentale per la sopravvivenza. Nelle mie opere mi servo del colore per descrivere le sensazioni che provano i miei soggetti quando si sentono soli o in pericolo. Modificare il proprio aspetto è una necessità per loro, una forma di autodifesa per sfuggire alla superficialità, all’arroganza e alla violenza della società. Una società a cui interessa solo il proprio inutile perseverare.

In una tua mostra del 2013 hai espressamente fatto riferimento alla teoria delle segnature, ossia la supporsta rete di corrispondenze tra le varie forme fisiche, i sintomi delle malattie, le mutazioni celesti, eccetera.
Queste analogie, ad esempio quelle rintracciate tra i rami di un albero, le corna di un cervo e il sistema arterioso, venivano collegate alla chiromanzia, alla fisiognomica e alla medicina, ed ebbero buona fortuna da Paracelso a Girolamo Cardano a Giovambattista della Porta.
Nelle tue opere è sempre presente un un richiamo agli albori delle scienze naturalistiche, alle wunderkammer rinascimentali, alla botanica cinque-seicentesca. Anche formalmente, hai rivisitato in chiave contemporanea alcune tecniche dal sapore antico come l’encausto.
Cosa ti affascina di quel periodo e di quell’immaginario?

Credo che tutto parta da lì, e che i periodi successivi compreso quello attuale siano l’evoluzione di quell’epoca pionieristica. L’uomo ancora oggi continua a studiare le piante, a osservare i comportamenti animali, tenta invano di preservare il corpo, studia i meccanismi dello spazio… Nonostante lo faccia in maniera diversa, non credo sia cambiato molto. Quello che manca oggi è quella ossessione folle per l’osservazione, il piacere della scoperta e il prendersi cura del proprio tempo. Nell’imparare lentamente, andando in profondità, credo si nasconda la chiave per fissare le emozioni che proviamo quando scopriamo qualcosa di nuovo.

Una famosa citazione (attribuita a Banksy, e ispirata a una poesia di Cesar A. Cruz) recita: “l’arte dovrebbe confortare chi è disturbato e disturbare chi è confortevole”. I tuoi dipinti vogliono confortare o disturbare?

Il mio modo di vivere ed essere si riflette esattamente nel mio lavoro. Non ho mai sentito l’urgenza di disturbare o provocare attraverso le mie immagini né ho mai cercato di richiamare l’attenzione di qualcuno. Attraverso le mie opere voglio arrivare al cuore delle persone. Lo voglio fare in punta di piedi, in silenzio, se necessario voglio chiedere il permesso. Se mi sarà consentito entrare, è lì che pianterò le mie radici e vi dimorerò per sempre.

Werner Herzog, un regista che ha spesso affrontato il rapporto travagliato dell’uomo con la natura, sostiene in Grizzly Man (2006) che “il comune denominatore dell’Universo non è l’armonia, ma il caos, l’ostilità e l’assassinio”. Altrove descrive la giungla amazzonica come un incessante “massacro collettivo”.
Rispetto alla visione pessimistica di Herzog, ho l’impressione che tu intenda la natura come un continuum, in cui ogni relazione preda-predatore non è altro che un atto di “autocannibalismo”, perfettamente funzionale. Insomma, le specie si fanno guerra e si aggrediscono tra di loro, ma alla fine chi vince è sempre la vita, che nel suo sistema autopoietico trae continuo nutrimento da sé stessa. Nemmeno la decomposizione è dunque negativa, in quanto fonte di nuove germinazioni.
Cos’è per te la morte, e che ruolo ha nel tuo lavoro?

La morte per me ha un ruolo fondamentale, vivo con il costante pensiero che tutto stia lentamente morendo. Un germoglio appena nato sta già morendo, e così va per tutto ciò che è vivo. Uno degli aspetti che più mi affascina della vita è la sua decadenza. Ne sono attratto, incuriosito e allo stesso tempo spaventato, e il mio lavoro è forse un modo per esorcizzare tutto questo lento morire che ci circonda.

Potete seguire Nunzio Paci sul sito ufficiale, pagina Facebook e profilo Instagram.

Primo giorno

L’11 aprile 1977 si spegneva il grande scrittore francese Jacques Prévert.

Vi propongo una sua poesia, Premier jour.
Guardate come riesce, con pochi brevi tocchi e con un uso magistrale dei colori, a farci precipitare nel dramma di una morte per parto.

E poi quel dans (dentro), reiterato in ogni verso, che suggerisce uno strano effetto cannocchiale. Ogni cosa è dentro un’altra, tutto è collegato; l’evento è iscritto in qualcosa di più ampio – la casa, la città, la notte.

Ecco perché non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità formale. Qui c’è tutto: gioia e tragedia, il mistero di vita e morte; e un cosmo buio (la notte), che non sapremo mai se è partecipe, o indifferente, nei confronti della condizione umana.

La reggia del postino

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Ferdinand Cheval nacque nel 1836 a Charmes, un piccolo villaggio nel comune di Hauterives, a poco meno di un centinaio di chilometri da Lione. La mamma di Ferdinand, Rose, morì quando lui aveva soltanto undici anni; essendo la famiglia molto povera, l’anno dopo il piccolo lasciò la scuola per lavorare assieme a suo padre. Anche quest’ultimo morì pochi anni più tardi, nel 1854. Ferdinand Cheval, ventenne, diventò quindi aiuto panettiere. Dopo aver sposato la giovane Rosalie Revol, di soli 17 anni, per qualche anno si allontanò dal paese alla ricerca di lavoro, accettando diversi impieghi saltuari; ritornò dalla moglie nel 1863 e nel 1864 nacque il loro primo figlio. Un anno più tardi il bambino morì. Due anni dopo vide la luce il loro secondo figlio. Nel 1867, a trentun anni, Ferdinand Cheval prestò giuramento per diventare postino. Nel 1873, sua moglie Rosalie morì.

Una vita come tante, segnata dal dolore e dalla precarietà. Erano tempi di grande miseria, in cui fame e malattie mietevano vittime continuamente. Eppure l’800 era anche il secolo della svolta modernista – con la monarchia che lasciava il passo alla Repubblica, le scienze e la medicina che facevano passi da gigante, l’industria appena nata, e via dicendo. E l’eco di queste rivoluzioni arrivò anche alle campagne francesi. Fra le mani di Ferdinand passavano le prime gazzette illustrate, come ad esempio il Magasin Pittoresque o La revue illustrée, ma anche le prime cartoline postali provenienti da tutto il globo; ed ecco che di fronte agli occhi di un povero fattorino rurale si spalancava un mondo esotico fatto di ferrovie ultraveloci, di eroiche colonizzazioni in Africa e in Asia, di spettacolari e incredibili scoperte presentate alle prime Esposizioni Internazionali… insomma, anche se la realtà quitidiana rimaneva ancora dura, il carburante per il sogno non mancava di certo.

Ferdinand Cheval macinava i suoi trenta chilometri al giorno, percorrendo sempre lo stesso tragitto. A quell’epoca i ritmi di un postino erano ben diversi da quelli “motorizzati” di oggi. Nei suoi diari scriverà:

Cosa fare, camminando perpetuamente nello stesso paesaggio, se non sognare. Per distrarre i pensieri, costruivo in sogno un palazzo fiabesco…

Ma le strampalate fantasticherie di questo umile postino di campagna sarebbero rimaste tali, se la Natura non gli avesse mandato un segno. Il 19 aprile del 1879 Ferdinand Cheval ha 43 anni, e la sua vita sta per cambiare per sempre.

Un giorno del mese d’aprile nel 1879, facendo il mio solito giro di postino rurale, a un quarto di lega prima d’arrivare a Tersanne, camminavo molto in fretta quando il mio piede inciampò su qualcosa che mi fece scivolare qualche metro più in là, e volli saperne la causa. In sogno, avevo costruito un palazzo, un castello o delle grotte, non posso esprimerlo bene… non lo dicevo a nessuno per paura di sembrare ridicolo, e mi trovavo ridicolo io stesso. Ecco che dopo quindici anni, nel momento in cui avevo quasi dimenticato il mio sogno, e che non ci pensavo per nulla al mondo, è il mio piede che me lo fa ricordare. Il mio piede aveva urtato una pietra che per poco non mi faceva cadere. Ho voluto sapere cos’era… Era una pietra dalla forma così bizzarra che l’ho messa in tasca per poterla ammirare a mio piacimento. Il giorno dopo, sono ripassato nello stesso posto. Ne ho trovate ancora, e di più belle, le ho raccolte tutte sul posto e ne sono rimasto rapito… È una pietra molassa lavorata dalle acque e indurita dalla forza del tempo. Diviene dura come i sassi. Essa rappresenta una scultura così bizzarra che è impossibile per l’uomo imitarla, vi si possono leggere ogni specie di animali, ogni tipo di caricature. Mi sono detto: visto che la natura vuol fare la scultura, io farò la muratura e l’architettura.

La pietra che risvegliò il sogno sopito.

Quella pietra, scoperta per caso, fu per il postino l’equivalente di una folgorazione sulla via di Damasco. E Cheval non si tirò indietro, di fronte a questa evidente chiamata all’azione, cominciando pian piano a mettere in piedi il suo cantiere – nonostante non avesse un’educazione, né sapesse minimamente come andava costruita una casa, figurarsi un castello delle fiabe. La gente del paese cominciò a prenderlo per matto. Ma di colpo la vita gli aveva svelato uno scopo grandioso, e se ogni giorno percorreva i suoi soliti trenta chilometri a piedi, ora c’era una scintilla nei suoi occhi che egli non aveva mai avuto. Al peso della posta da consegnare si aggiunse quello delle pietre: all’andata le selezionava e posizionava lungo la via, al ritorno le raccoglieva aiutandosi con la sua fida carriola. Il postino Cheval e la sua carriola divennero una vera e propria icona per gli abitanti di Hauterives.

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Nei giorni di pausa, ogni sera e ogni mattina, Cheval continuava a costruire la struttura; procedeva a braccio, da perfetto autodidatta, aggiungendo ornamenti su ornamenti senza un piano di progettazione vero e proprio. Instancabile, febbrile, posseduto dalla grandiosità di ciò che stava compiendo.

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Il postino Cheval cominciò la sua opera con una fontana, la “Sorgente della Vita”, per poi aggiungerci la cosiddetta “Grotta di Sant’Amedeo”, il Sepolcro Egizio, e tutta una serie di pagode, templi orientali, moschee, e altre rappresentazioni di luoghi sacri, mostrati l’uno di fianco all’altro; i Tre Giganti (Cesare, Vercingetorige, Archimede) furono posti a guardia del complesso scultoreo.

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Il postino non conosceva più riposo. Nel 1894 Cheval vide morire un’altra figlia, di 15 anni, avuta dalla seconda moglie. Sconvolto da questa ulteriore perdita, due anni dopo si ritirò in pensione ma non smise certo di dedicarsi al suo Palazzo. Ormai era a metà dell’opera, non poteva fermarsi.

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Il Palazzo Ideale non era pensato come un edificio vero e proprio, abitabile, ma piuttosto come un monumento dedicato alla fratellanza fra le genti, al di là di qualsiasi credo o provenienza: un amalgama di forme e stili occidentali e orientali, un sincretismo elaborato e ispirato alla natura, alle cartoline postali e alle riviste che Cheval distribuiva. Figure scolpite, palme di cemento, bestie, mostri, rami intrecciati e colonne arabescate facevano da contorno a raffigurazioni o edifici sacri; iscrizioni e insegne dovevano riportare i messaggi e le poesie del costruttore; nella cripta, infine, un piccolo altare era dedicato a colei senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile, quella che Cheval chiamava “la mia fedele compagna di pena“… l’inseparabile carriola.

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Il postino Cheval finì di costruire il suo Palazzo Ideale nel 1912, dopo avervi dedicato ben trentatré anni della sua vita. Lo ricordò con una scritta, visibile sotto una scala che costeggia il Tempio della Natura verso la facciata Nord:

1879-1912: 10.000 Giornate, 93.000 Ore, 33 anni di ostacoli e prove. Lavoro d’un uomo solo.

Soddisfatto, Cheval annunciò che quel monumento sarebbe stato anche la sua tomba; ma, a sorpresa, le autorità gli negarono il permesso di essere seppellito lì. Cosa fare? Cheval non si perse d’animo.

Dopo aver terminato il mio Palazzo dei sogni all’età di settantasette anni e dopo trentatré anni di tenace lavoro, mi sono trovato ancora abbastanza coraggioso da farmi da solo la mia tomba al cimitero della Parrocchia. Là ho lavorato ancora 8 anni di dura fatica. Ho avuto la fortuna d’aver la salute per completare questo sepolcro chiamato “La Tomba del silenzio e del riposo senza fine” – all’età di 86 anni. Questa tomba si trova a circa un chilometro dal villaggio di Hauterives. Il suo genere di lavorazione la rende molto originale, quasi unica al mondo, in realtà è l’originalità che la rende bella. Un gran numero di visitatori va a visitarla dopo aver visto il mio Palazzo dei sogni, e ritornano nel loro paese meravigliati, raccontando ai loro amici che non è una favola, che è la realtà vera. Bisogna vederlo per crederci.

Proprio in quel mausoleo Ferdinand Cheval raggiungerà il suo meritato riposo nel 1924.

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“Le Tombeau du silence et du repos sans fin”.

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Poco prima di morire, però, il facteur Cheval aveva avuto la soddisfazione di vedere il suo Palazzo riconosciuto da alcuni artisti e intellettuali come un esempio straordinario di architettura senza regole né strutture, un’opera d’arte spontanea e inclassificabile. Nel 1920 André Breton lo segnala come precursore architettonico del surrealismo, in seguito con l’emergere del concetto di art brut Cheval verrà ulteriormente ammirato per il suo lavoro; oggi si preferisce il termine outsider art, o arte naïf, ma il concetto resta quello: proprio perché privo di una cultura artistica, Cheval si è permesso di operare scelte istintive e non accademiche che rendono il Palazzo un’opera a suo modo unica. Picasso, Ernst, Tinguely, Niki de Saint Phalle furono tutti amanti di questo luogo folle e incredibile, che ispirò più o meno esplicitamente diverse altre “cittadelle” immaginarie. Nel 1969 André Malraux decise di tutelare il Palazzo come monumento storico, contro il parere di molti altri funzionari del Ministero della Cultura, con queste motivazioni:

In un tempo in cui l’arte naïf è diventata una realtà considerevole, sarebbe infantile non tutelare, quando siamo noi francesi ad avere la fortuna di possederla, la sola architettura naïf al mondo, e aspettare che si distrugga.

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Il piccolo comune di Hauterives è sempre là, fra le colline e i campi, ai piedi delle Alpi Francesi. Eppure solo nel 2013 quasi 160.000 visitatori hanno fatto pellegrinaggio al Palazzo Ideale, oggi completamente restaurato e nella cornice del quale si organizzano mostre d’arte, concerti, eventi. E, perdendo per l’ennesima volta lo sguardo negli intricati ghirigori di pietra, ci si stupisce all’idea che siano stati veramente creati da un semplice postino, che con la sua carriola batteva la campagna alla ricerca di pietre bizzarre; non si può che ripensare allora alla sardonica provocazione che Cheval stesso iscrisse sulla facciata del suo Palazzo:

Se c’è qualcuno più ostinato di me, si metta all’opera.

Ma questa frase ironica, ci piace leggerla anche come un invito, oltre che una sfida; un’esortazione a coltivare la cocciutaggine, la follia e la temerarietà – necessarie a chiunque voglia veramente provare a costruire il suo “Palazzo Ideale”.

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Ecco il sito ufficiale del Palazzo Ideale.

Arrabal: intervista panica

Raramente mi è successo, andando in spiaggia,
di vedere la parola “mare” dipinta di nero sull’acqua.
Altrettanto raramente mi è successo, avvicinandomi alla montagna,
di vedere dipinta sui suoi fianchi la parola “monte”.
Ogni volta che mi siedo a scrivere, però,
vedo sul foglio di carta bianca due grandi lettere, IO.
(La pietra della follia, 1962)

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Il Novecento è stato un secolo denso di stimoli al tempo stesso atroci e fertili, un secolo di contraddizioni e di rivoluzioni che hanno più volte ribaltato il senso comune.
Se dovessimo pensare a un artista che racchiude in sé tutta la follia e la razionalità, tutta la repressione e la libertà che hanno attraversato il movimentato periodo dalla Seconda Guerra in poi, poche figure avrebbero la capacità di riassumere un intero secolo come Fernando Arrabal.

Scrittore spagnolo esiliato in Francia, ha pubblicato un centinaio di opere teatrali oggi rappresentate in tutto il mondo, una quindicina di romanzi, quasi ottocento libri di poesie, diversi saggi, prefazioni a libri d’arte, articoli sui principali giornali europei. Oltre a questo, ha diretto sette lungometraggi, fra cui il capolavoro Viva la muerte (1970), ha dipinto quadri e redatto testi teorici sul gioco degli scacchi.
Ma una delle cose più sorprendenti di questo poliedrico personaggio è come la sua figura si ponga sempre ai crocevia più significativi fra le varie correnti artistiche: Arrabal ha in un modo o nell’altro fatto parte, o ripreso i temi, di tutti i principali gruppi creativi del secolo, vale a dire il Dadaismo di Tzara, il Surrealismo di Breton e la Pop art di Warhol. Ha anche fondato il suo personale movimento, il Panico, assieme a Topor e Jodorowsky (ne avevamo parlato in questo articolo). Come una calamita, e a sentire lui in maniera totalmente ingenua e involontaria, ha attratto intorno a sé tutti i principali artisti, scrittori e scienziati del dopoguerra. Da casa sua sono passati Dalì, Ionesco, Buñuel, Welles, Magritte, Baj, Pasolini, Beckett, Saura, più recentemente Kundera e Houellebecq
Arrabal stesso è considerato oggi fra i più importanti scrittori contemporanei.

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E pensare che l’inizio della sua vita fu tutt’altro che incoraggiante.
Fernando non ha ancora quattro anni quando suo padre viene condannato a morte all’inizio della guerra civile spagnola; la pena viene poi trasformata in trent’anni e un giorno di prigione. Ma il padre di Arrabal nel 1941 evade dall’ospedale di Burgos e scompare per sempre – di lui non si saprà più nulla, nonostante le ricerche. Questo evento traumatico segnerà per sempre il piccolo Fernando, che passerà il resto della sua vita alla ricerca del fantasma di quest’uomo astratto, e costituirà un motivo più volte ricorrente della sua arte: letteratura e teatro come taumaturgia che si propone di guarire l’anima dell’uomo, o perlomeno liberarla dai lacci soffocanti della realtà condivisa.

Ma la sua opera è fin da subito troppo scandalosa: il suo teatro folle e senza freni, popolato da personaggi che scambiano in continuazione i loro ruoli di carnefici e di vittime, si propone di distruggere gioiosamente qualsiasi tabù, e affronta a pieno petto morte, sessualità e politica. In alcune delle prime rappresentazioni paniche vengono addirittura uccisi degli animali sul palco, per rendere l’esperienza teatrale insostenibile e orgiastica, archetipica e terrificante. Arrabal è autore infantile e visionario, rivoluzionario e onirico, e la beffarda brutalità delle sue pagine deride apertamente autorità e convenzioni. Nonostante viva da esule a Parigi fin dal 1955, nel 1967 il regime di Franco decide che le sue impudenze vanno punite: Arrabal è arrestato e processato (“in realtà scrissi solamente “merda alla patria”, una dedica che mi ha fatto finire in galera. Se avessi scritto “merda a Dio” non sarebbe stata la stessa cosa: probabilmente sarebbe stato considerato meno grave“).

In suo sostegno si sollevano gli intellettuali di mezza Europa, Samuel Beckett scrive: “Se colpa c’è, che venga giudicata alla luce del grande merito di ieri e della grande promessa di domani e venga quindi perdonata“.
Arrabal viene infine scarcerato, ma rimane comunque nella lista dei cinque spagnoli ritenuti più pericolosi dal regime. Eppure la sua Lettera al Generale Franco, pubblicata nel 1972 mentre il dittatore è ancora in vita, è un capolavoro di una purezza emotiva senza pari: nella missiva, Arrabal si rivolge a Franco come se il Generalìsimo fosse in realtà egli stesso una vittima del mondo, come se autore e destinatario fossero uniti dall’esperienza del dolore. Il tono appassionato della lettera è la definitiva vittoria sull’orrore e la violenza: “Eccellenza, vi scrivo questa lettera per amore. Senza la più leggera ombra di odio o di rancore. Ho bisogno di dirvi che voi siete l’uomo che mi ha causato più male in assoluto…

Dopo la morte di Franco nel 1975 Arrabal può tornare ad essere pubblicato anche in Spagna, dove incontra il successo, restando comunque un autore controverso.

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Abbiamo l’onore di pubblicare qui su Bizzarro Bazar un’intervista esclusiva con il grande Arrabal. Siamo però in presenza di una delle menti più lucide e penetranti dell’ultimo mezzo secolo, conscia che il rischio di qualunque intervista è quello di finire limitata, sezionata, categorizzata: ben deciso a fuggire qualsiasi definizione, Arrabal preferisce confondere gli opposti piuttosto che dividerli. Aspettatevi quindi di tutto (proprio di tutto!) tranne che delle repliche convenzionali. Il vulcanico ottantaduenne non si è ancora piegato alla logica comune, parla per aforismi criptici, chiosa ogni singola risposta con una delle sue tipiche massime surreali (arrabalesques), se ne fotte allegramente delle domande, e si diverte come un bambino a giocare con le parole…

Per cominciare, ci parli di Pan. È l’unico dio che lei riconosca?
Pan corrisponde al tutto. Alla conciliazione dei contrari. Faceva ridere e causava il terrore panico: è la perfetta definizione di dio. In una parola, era “formidabile”. Prima di inventare le elezioni, le formiche sceglievano forse la loro regina con uno strip poker?

Come concilia il suo amore per la scienza e la sua “consacrazione” al panico? Potrebbe essere forse la Patafisica, il legame fra i due?
La scienza è un avatar dell’arte? Soltanto il rigore matematico della confusione permette di costruire o elaborare un’opera (artistica o scientifica). Perfino l’entomologo che non vuole far discriminazioni, si rifiuta di studiare l’albero genealogico degli scarafaggi di cucina. Molti scrittori giocano a scacchi. Per esempio, fra tanti altri, Lewis Carroll ha costruito il suo Alice basandosi su dei giochi di logica… come molti fra noi. Il vegetariano fa la comunione con ostie di plastica.

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Che posto occupa il dolore, nella sua opera? La sua passione per la matematica tradisce un tentativo di scoprire un’equazione della sofferenza?
Essere stato privato di mio padre è fonte, ancora oggi, di dolore. Ma senza che le mie emozioni si trasformino in equazioni. Il più lascivo fra gli scavatori di pozzi vorrebbe vestire la Verità nuda.

La sua poesia Ma fellatrice idolâtrée [qui tradotta anche in italiano] apre una finestra sugli abissi di senso che possono nascondersi dietro un semplice atto sessuale, e riesce a raggiungere proporzioni mitiche o, se preferisce, mistiche. La trascendenza, ci salva o ci ferisce? E il sesso?
La trascendenza è come una moneta a due facce. Pan concilia i contrari, il positivo e il negativo. Risulta tutto così evidente nel piacere mistico del sesso. Per dare l’illusione di avere una ruota, il pavone si finge un mazzo di fiori.

Oggi si parla ancora spesso di censura, di politically correct, ecc.; ma lei ha conosciuto il vero macello della parola vivente, la persecuzione del pensiero, e lo stupro di qualsiasi espressione artistica. Stando ai suoi scritti, è come se una sorta di Inquisizione – archetipo al tempo stesso antico e sempre attuale – avesse minacciato una parte della sua vita.
Si augura un mondo libero da qualsiasi censura, o pensa che alcune restrizioni possano stimolare la creazione artistica?
La scomparsa di Pérec [romanzo pubblicato nel 1969, nel cui testo non viene mai utilizzata la lettera “e”] mostra una regola formale… che permette di sorpassare se stessi. Anche il pappagallo ha imparato a parlare per giustificarsi.

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La lista degli artisti che lei ha conosciuto durante la sua vita, o dei quali è stato amico, è incredibile. Assomiglia a un club immaginario, e si fatica oggi a credere che tutti quei volti, quelle voci, quei corpi siano davvero esistiti. Lei è adesso il testimone della loro concretezza.
Che odore aveva Salvador Dalì? Giocava il sole con i capelli di Breton, e come? Le rockstar, come John Lennon o Jim Morrison, avevano una consistenza carnale particolare? Le ossa di Picasso o Magritte facevano rumore quando si muovevano?
Breton si prendeva molto cura della sua capigliatura leonina. La liposuzione della macchina da cucire, secondo Lautréamont, si fa con un ombrello [riferimento a un celebre passaggio dei Canti di Maldoror]. E, senza allontanarci troppo, il melo bonsai di Newton ha scoperto la gravitazione universale?

I suoi film, anche se occupano soltanto una minima parte dei suoi lavori, sono fra i suoi risultati più conosciuti in virtù della loro potenza espressiva che ha segnato diverse generazioni di cineasti. C’è un’inquadratura, un’immagine, fra quelle che ha girato, che la rappresenta maggiormente?
Tutte le mie immagini di Viva la muerte. Pavlov aspettava la sua amante salivando col suo cane.

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Cosa pensa della morte? Come immagina la morte di Arrabal?
Come sapere se il mare arriva o si ritira? Dio ha forse creato gli acquari, prima di creare i pesci? I leoni dimostrano alle pecore che, se non ci fossero più leoni, loro sarebbero ancora più pecore.

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Ecco il sito ufficiale di Fernando Arrabal.

Designpanoptikum

 

Articolo e foto a cura del guestblogger Gordon Orbetello

 

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A cosa sarà servito questo macchinario? A salvare la vita? O a toglierla? Come può la mente umana concepire qualcosa di così inquietante, ma che allo stesso tempo serve a dare sollievo a dolori lancinanti? Come possono due strumenti, concepiti per scopi diametralmente opposti, essere uniti a formare qualcosa di completamente nuovo e dall’utilità tutta da scoprire?

Queste sono alcune delle domande che vi porrete al Museo Surreale degli Oggetti Industriali di Berlino, il Designpanoptikum.

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Entrando in questo museo, sarete immediatamente sopraffatti da un senso di inquietudine mista a curiosità, piacere della scoperta e terrore nell’immaginare cosa potesse accadere con tali strumenti.

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Nelle varie sale troverete oggetti e strumenti, assemblati nei modi più curiosi, che vi faranno riflettere sull’evoluzione che la scienza e la tecnica hanno avuto nell’ultimo secolo, e su come la sperimentazione abbia talvolta richiesto sofferenza per arrivare al benessere di cui oggi possiamo godere.
Magari scoprirete che quel particolare marchingegno di metallo, dagli angoli appuntiti, era in realtà stato progettato negli anni ’30 per scopi lontani da quelli che la forma minacciosa fa oggi presagire. Sta a voi, e alla vostra immaginazione e creatività, trarre le conclusioni: Vlad Korneev, il creatore del museo, vi darà suggerimenti, vi racconterà i retroscena e la filosofia che stanno dietro a questo spiazzante museo e ai suoi oggetti, ma in fin dei conti spetterà a voi far lavorare la mente per trovare risposte agli infiniti punti interrogativi che l’esposizione genera.

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Il museo, che Vlad ha creato con pazienza, passione e dedizione, è un work in progress in costante evoluzione. Una meta imperdibile nella capitale tedesca per chi non si accontenta delle classiche destinazioni turistiche.

Ecco la pagina facebook ufficiale del Museo.

Joan Cornellà

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Joan Cornellà, al secolo Renato Valdivieso, è un giovane disegnatore spagnolo nato a Barcellona nel 1981. Si tratta forse del fumettista più seguito sul web, dove ogni sua nuova tavola diventa immediatamente virale, e la cui pagina Facebook conta quasi un milione e mezzo di iscritti.
Il segreto del suo successo internazionale è dovuto senza dubbio alla vivacità dei colori delle sue strisce, all’assenza di dialoghi che rendono possibile una fruizione senza barriere linguistiche, e al tratto semplice e preciso, da illustrazione per l’infanzia. Ma i fumetti di Cornellà sono tutto fuorché disegni per bambini.

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Sei vignette compongono quasi ogni tavola dell’artista spagnolo: la mini-storia ci trasporta in un mondo fatto di onnipresenti sorrisi di plastica, all’apparenza spensierato e idilliaco ma che nasconde invece una terribile crudeltà. Nel personale Grand Guignol di Cornellà la violenza è pronta a scoppiare all’improvviso, senza causare alcuna sorpresa nei personaggi, quasi fosse sistemica e connaturata al mondo stesso; allo stesso modo sembrano essere accettate senza battere ciglio deformità, perversioni, e strane irruzioni dell’assurdo in contesti quotidiani.

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I corpi sono plastici e deformabili, sezionabili e ricomponibili all’infinito, nella più pura tradizione splatter: eppure il perturbante arriva al lettore anche attraverso altre strade, come ad esempio un repentino avvicinarsi in primo piano ai personaggi dallo sguardo vuoto, quasi a cercare una minima espressione umana, una reazione all’orrore che però non arriverà mai.

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Da buon moderno surrealista, Cornellà insiste sui tabù borghesi (le reazioni fisiologiche, il sangue, il sesso, la merda, e via dicendo) ma li contamina con un linguaggio che si fa satira della cultura consumistica e del buonismo imperante. Le reazioni dei suoi personaggi sono di volta in volta incomprensibili, o sfasate rispetto al contesto, perché anche nella più drammatica delle situazioni essi sembrano comportarsi come all’interno di una pubblicità per dentifricio o di uno show televisivo: il loro posticcio sorriso rimane imperturbabile, anche quando la realtà è divenuta un incubo. L’imperativo è credere ai colori disneyani, al “migliore dei mondi possibili”, obbligati a una perpetua e idiota felicità.

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Fra omicidi, pedofilia serpeggiante, catastrofi e orrori assortiti, tutti affrontati con un taglio sardonico e con una buona dose di humor nero, lo sguardo del lettore è tenuto in scacco da continui e repentini cambi di prospettiva; la sorpresa finale spesso strappa una risata, ma la sensazione di spaesamento è talmente forte da interrogarci su quello che abbiamo visto. Spesso si torna indietro, e si rileggono le sei vignette dal principio, quasi si trattasse di un enigma da risolvere: e invece, insiste Cornellà, non c’è nulla da capire o interpretare. È così che vanno le cose, almeno nel suo mondo.

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Ecco il sito ufficiale di Joan Cornellà, il suo blog e la sua pagina Facebook.

Copy Shop

Copy Shop è un cortometraggio austriaco del filmmaker e artista multimediale Virgil Widrich, nominato all’Oscar nel 2001.

La peculiarità tecnica del corto è che il regista e il suo team hanno inizialmente effettuato tutte le riprese su una videocamera digitale, trasferito il materiale su un computer e montato il film. Successivamente, ogni singolo fotogramma è stato stampato su carta, fotocopiato, e poi ri-filmato frame by frame con una cinepresa a 35mm. Questo ha dato la possibilità a Widrich di accartocciare i lati di alcuni fotogrammi, di “rovinarne” altri, perfino di strapparli in determinati punti. Nel 2001 gli strumenti per la manipolazione digitale delle immagini erano ancora agli albori, per cui un tale laborioso processo di lavorazione, per quanto sperimentale, era necessario per ottenere l’effetto che Widrich aveva in mente.

Questa decisione stilistica non è fine a se stessa: il surreale cortometraggio parla di fotocopie, per l’appunto, e di doppi che si moltiplicano fuori controllo. Questo incubo kafkiano (che però non sarebbe affatto dispiaciuto a Topor) ci parla della disumanizzazione causata dalla routine, della perdita identitaria; un mondo filmico drammatico, fin troppo simile al nostro, in cui anche il sonoro ci intrappola in una continua ripetizione angosciante e senza via di fuga.

Sade, diamante oscuro

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Dopo trent’anni di battaglie legali, il manoscritto delle 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade è ritornato in Francia. Si tratta di un rotolo di foglietti incollati l’uno all’altro, come un antico libro sacro (o, meglio, sacrilego…), lungo 12 metri e largo 11,5 centimetri, vergato in una calligrafia microscopica sul fronte e sul retro. Un’opera colossale, lunghissima, composta di nascosto dal Divin Marchese mentre si trovava prigioniero alla Bastiglia. E proprio durante l’assalto alla prigione, quel famoso 14 luglio del 1789, nel trambusto il manoscritto scomparve. Sade morirà convinto che l’opera che riteneva il suo capolavoro fosse andata perduta per sempre.
Il manoscritto, invece, ha percorso l’Europa fra rocambolesche peripezie (ben riassunte in questo articolo), fino alla notizia di pochi giorni fa dell’acquisto per 7 milioni da parte di una collezione privata e del suo probabile, prossimo inserimento all’interno della Bibliothèque Nationale. Questo significa che il libro – e di conseguenza il suo autore – saranno presto dichiarati patrimonio nazionale.

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Questo riconoscimento arriva nel duecentenario della morte dell’autore: tanto ci è voluto perché il mondo si accorgesse appieno del valore della sua opera. Sade ha pagato con il carcere e con l’infamia postuma la sua ricerca artistica, ed è per questo il caso più interessante di rimozione collettiva della storia della letteratura. La società occidentale non ha infatti potuto tollerare i suoi scritti e, soprattutto, le loro implicazioni filosofiche per ben due secoli.
Perché? Cosa contengono di tanto scandaloso le sue pagine?

Chiariamo innanzitutto che non sono le scene erotiche il problema: la tradizione letteraria libertina era già ben solida prima di Sade, e contava diversi libri che si possono certamente definire “crudeli”. Sade, in effetti, era un ben mediocre scrittore, dalla prosa ripetitiva e noiosa e dall’originalità linguistica limitata; ma anche questo è un elemento importante, come vedremo più avanti. Allora, perché tanta indignazione?
Ciò che risultava inaccettabile era la totale inversione filosofica operata da Sade: inversione dei valori, inversione teologica, inversione sociale. La visione sadiana, molto complessa e spesso ambigua, prende le mosse dall’idea del male.

Il problema del male attraversa secoli e secoli di filosofia e teologia cristiana (nel concetto di teodicea). Se Dio esiste, come può permettere che esista il male? A che fine? Perché non ha voluto creare un mondo privo di tentazioni e semplicemente buono?

Secondo gli illuministi, Dio non esiste. Esiste soltanto la Natura. Ma il bene e il male sono comunque chiaramente definiti, e per l’uomo tendere al bene è naturale.
Sade invece fa un passo ulteriore. Guardiamo, suggerisce, cosa succede nel mondo. I malvagi, i violenti, i crudeli, hanno una vita più prosperosa delle persone virtuose. Indulgono nel vizio, nei piaceri, a discapito delle persone deboli e virtuose. Questo significa che la Natura è dalla loro parte, che anzi trova giovamento dal loro comportamento, altrimenti punirebbe le loro azioni.
La Natura dunque è malvagia, e fare il male significa accordarsi al suo volere – cioè in realtà far cosa giusta. L’uomo, secondo Sade, tende al bene soltanto per abitudine, per educazione; ma la sua anima è nera e torbida, e al di fuori delle regole imposte dalla società l’uomo cercherà sempre e solo di soddisfare i suoi piaceri, trattando i suoi simili come oggetti, umiliandoli, sottomettendoli, torturandoli, distruggendoli.

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La ricerca di Sade è stata paragonata a quella di un mistico; ma laddove il mistico si dirige verso la luce, Sade cerca al contrario l’oscurità. Nessuno prima o dopo di lui ha mai osato scendere così in fondo alla parte tenebrosa dell’uomo, e paradossalmente egli vi riesce spingendo fino alle estreme conseguenze il pensiero razionalista. Torna alla mente il famoso dipinto di Goya, Il sonno della ragione genera mostri: leggendo Sade, si ha la netta impressione che sia invece la ragione stessa a crearli, se portata all’eccesso, fino a mettere in discussione i valori morali.

Ecco quindi l’ultima spiaggia: non solo non condannare più il male, ma addirittura promuoverlo e assumerlo come fine ultimo dell’esistenza umana. Ovviamente, dobbiamo ricordare che Sade passò in carcere la maggior parte della sua vita proprio per queste idee; così, man mano che gli anni passavano, egli diveniva sempre più amaro, furibondo e carico d’odio verso la società che l’aveva condannato. Non sorprende che i suoi scritti composti in prigionia siano quelli più sulfurei, più estremi, in cui Sade sembra prendere piacere a distruggere e scardinare qualsiasi codice morale. Ne risulta, come dicevamo, una totale inversione dei valori: la carità e la pietà sono sbagliate, la virtù porta sventure, l’omicidio è il bene supremo, ogni perversione e violenza umana non solo è scusata ma proposta come modello ideale di comportamento. E nel suo attacco Sade non arretra di fronte a nulla, nemmeno alla più becera blasfemia; Klossowski ha ben mostrato come il rapporto dell’autore con la religione sia perfino paradossale — se egli fosse stato un semplice ateo, avrebbe potuto minimizzare la fede invece di farne il fulcro delle sue invettive, quasi avesse bisogno di un nemico.
Ma ci credeva veramente? Era serio, o era soltanto letteratura? Non lo sapremo mai con certezza, ed è questo che lo rende un enigma. L’umorismo, nella sua scrittura, è  sicuramente presente ma mai troppo esplicito, ed è arduo comprendere quanto le fantasie masturbatorie che raffigura siano per lui ironici teatri di marionette, o qualcosa di più.

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La sua personalità era fiammeggiante e mai doma, perennemente inquieta e tormentata. Impulsivo, sessualmente iperattivo, anche la sua scrittura era febbrile e senza freno. Ne Le 120 giornate di Sodoma, Sade si propone di declinare tutte le possibili perversioni umane, tutte le violenze, catalogandole con precisione maniacale: un romanzo enciclopedico, geometrico e combinatorio, colossale anche per dimensioni, compilato di straforo perché ad un certo punto le autorità gli proibirono penna, carta e calamaio. Sade arrivò a scriverlo con un pezzetto di legno utilizzando inchiostri di fortuna, e talvolta perfino con il proprio sangue, pur di non interrompere il flusso di pensieri e parole che da lui sgorgavano come un fiume in piena. Per un personaggio così, non esistevano le mezze misure.

La sua opera è contro tutto e tutti, di un nichilismo talmente disperato e terminale che nessuno ha mai avuto il coraggio di replicarla. È il nostro specchio nero, l’abisso che tanto temiamo: leggerlo significa confrontarsi con il male assoluto, la sua opera sfida continuamente qualsiasi nostra certezza. Scriveva Bataille: “L’essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena […] ma anche dell’autore e della sua stessa opera.”
La sua prosa, dicevamo, non è elegante né piacevole; ma credete davvero che, viste le premesse, a Sade interessasse essere raffinato? La sua opera non è pensata per essere bella, anzi. La bellezza non gli appartiene, lo disgusta, e quanto più odiose sono le sue pagine, tanto più sono efficaci. Quello che gli interessa è mostrarci il marcio, l’osceno.

Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti. (Aline e Vancour, 1795)

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È comprensibile quindi perché, a suo modo, Sade sia assolutamente unico in tutta la storia della letteratura. C’è bisogno anche di lui, c’è bisogno della sua crudeltà, è il nostro gemello oscuro, il rimosso e il negato che tornano a galla per perseguitarci. Possiamo rimanere scandalizzati dalle sue posizioni, anzi, dobbiamo scandalizzarci: è ciò che vorrebbe anche il Divin Marchese, in definitiva. Quello che gli artisti veri fanno da sempre è appunto proporci dei dilemmi, dei dubbi, delle crisi. E Sade è un problema dall’inizio alla fine, che ha spiazzato per lungo tempo anche gli studiosi. Bataille ha paragonato l’opera sadiana a un deserto roccioso, riassumendo splendidamente il senso di smarrimento che ci fa provare:

È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? […] La mostruosità dell’opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. (La letteratura e il Male, 1957)

All’inizio del ‘900 Sade è stato finalmente riconosciuto come una figura a suo modo monumentale, e la sua riscoperta (ad opera di Apollinaire, e poi dei surrealisti) ha dominato l’intero XX Secolo e continua ad essere imprescindibile oggi. L’acquisto del manoscritto diviene quindi simbolico: dopo due secoli di oscurantismo, Sade rientra trionfalmente in Francia, con tutti gli onori e gli allori del caso. Ma sarà molto difficile, forse impossibile, che un testo come Le 120 giornate venga metabolizzato nello stesso modo in cui la nostra società riesce a inglobare e rendere inoffensivi tabù e controculture – si tratta davvero di un boccone troppo indigesto. Un grido di rivolta contro l’universo intero, in grado di resistere al tempo e alle sue rovine: un nero diamante che continua a diffondere la sua luce oscura.

Se vi interessa provare a confrontarvi con Sade, ecco il link alle 120 giornate (anche in formato Kindle). I saggi scritti sul Marchese sono innumerevoli; tra i più interessanti, a mio avviso, vi sono Sade prossimo mio di Klossowski e soprattutto La donna sadiana di Angela Carter, prospettiva femminista sull’opera del Marchese (purtroppo di difficile reperibilità).