La Suicida punita

Questo articolo è apparso originariamente in lingua inglese sul sito Death & The Maiden, che esplora i rapporti fra le donne e la morte.

Padova, 1863.

Una mattina, sotto un cielo color cenere, una giovane ragazza saltò nelle acque fangose del fiume che scorreva proprio dietro all’ospedale cittadino. Non conosciamo il suo nome, soltanto che lavorava come cucitrice, che aveva diciotto anni, e che il suo suicidio era con tutta probabilità dovuto a una delusione d’amore.
Un triste ma anonimo episodio, uno di quelli che la Storia è incline a dimenticare – se non fosse accaduto, per così dire, nel posto e nel momento “giusti”.

La città di Padova era sede di una delle più antiche Università della storia, ed era riconosciuta anche come la culla dell’anatomia. Fra gli altri, vi avevano insegnato medicina il grande Vesalio, Morgagni e Falloppio; nel 1595 Girolamo Fabrici d’Acquapendente vi aveva fatto costruire il primo teatro anatomico stabile, all’interno del Palazzo del Bo.
Nel 1863, la cattedra di Anatomia Patologica era occupata da Lodovico Brunetti (1813-1899), il quale, come molti anatomisti del tempo, aveva messo a punto un suo personale metodo per preservare gli esemplari anatomici: la tannizzazione. Il processo consisteva nell’essiccare i campioni e iniettarli poi con acido tannico; si trattava di una procedura lunga e difficile (e come tale non avrà infatti molta fortuna dopo di lui), ma nonostante ciò dava risultati qualitativamente straordinari. Ho avuto l’opportunità di saggiare la consistenza di alcuni suoi preparati, e ancora oggi mantengono meglio di altri le dimensioni naturali, l’elasticità e la morbidezza dei tessuti originari.
Ma torniamo alla nostra storia.

Quando Brunetti seppe del suicidio della giovane, chiese che gli fosse portato il corpo, per i suoi esperimenti.
Per prima cosa realizzò un calco in gesso del volto e della parte superiore del busto. Poi rimosse tutta la pelle dalla testa e dal collo, facendo particolare attenzione a preservare la bella chioma dorata della ragazza. Si accinse infine a trattare la pelle, sgrassandola con etere solforico e fissandola con la formula di acido tannico di sua invenzione. Una volta salvata la pelle dalla putrefazione, la stese sul calco in gesso che riproduceva i tratti somatici della giovane donna, e aggiunse alla sua creazione occhi in vetro e orecchie di gesso.

Ma qualcosa non andava.
L’anatomista si accorse che in diversi punti la pelle era lacerata. Erano gli strappi lasciati dagli uncini, usati dagli uomini per trascinare il corpo fuori dall’acqua, sull’argine del fiume.
Brunetti, che evidentemente doveva essere un perfezionista, ricorse allora a un’ingegnosa trovata per mascherare quei segni.

Piantò dei rametti vicino al busto e vi attorcigliò attorno dei serpenti tannizzati, posizionando attentamente i rettili come se stessero divorando il viso della ragazza. Fece colare un po’ di cera rossa per simulare degli spruzzi di sangue, ed ecco fatto: una perfetta allegoria della punizione riservata all’Inferno a coloro che avevano commesso il peccato mortale del suicidio.

Chiamò questa sua composizione La suicida punita.

Se questo fosse quanto, Brunetti potrebbe sembrare una sorta di psicopatico, e il suo lavoro sarebbe inaccettabile e spaventoso, sotto qualsiasi prospettiva etica.
Ma la storia non finisce qui.
Dopo aver completato il suo capolavoro, la prima cosa che fece Brunetti fu mostrarlo ai genitori della ragazza.
E qui le cose prendono una piega davvero inaspettata.
Perché i genitori della morta, invece di essere scioccati e orripilati, gli presentarono i loro complimenti per la precisione mostrata nel riprodurre le fattezze della loro figliola.
Sono riuscito a conservare la sua fisionomia tanto perfettamente – annotava orgoglioso Brunetti – che tutti hanno potuto riconoscerla”.

Ma aspettate, c’è di più.
Quattro anni più tardi, apriva a Parigi l’Esposizione Universale, e Brunetti chiese all’Università di assegnargli dei fondi per portare la sua Suicida punita in Francia. Ci aspetteremmo qualche tipo di imbarazzo da parte dell’Accademia, e invece non vi furono problemi a finanziare il viaggio a Parigi.
All’Esposizione Universale migliaia di spettatori, provenienti da tutto il mondo per ammirare le ultime innovazioni tecnologiche e scientifiche, videro la Suicida punita. Cosa pensate che successe a Brunetti allora? Il suo lavoro causò forse uno scandalo, venne forse criticato o esecrato?
Non proprio. Vinse il Grand Prix per le Arti e i Mestieri.

Se a questo punto avvertite una leggera vertigine, be’, probabilmente fate bene.
Considerando questa sconcertante storia, rimaniamo con due opzioni soltanto: o tutti nel mondo intero, Brunetti incluso, erano palesemente pazzi; oppure dev’esserci un enorme scarto di percezione fra il nostro sguardo sulla morte e quello della gente dell’epoca.
Mi colpisce sempre come non ci sia bisogno di allontanarsi troppo sull’asse temporale per provare questo tipo di vertigine: gli eventi di cui parliamo risalgono a meno di 150 anni fa, eppure fatichiamo a capire come ragionavano i nostri bis-bisnonni.
Certo, gli antropologi ci ricordano che la rimozione culturale della morte e la medicalizzazione del cadavere sono processi avvenuti in tempi relativamente recenti, cominciati all’incirca a inizio Novecento. Ma finché non ci troviamo faccia a faccia con un “oggetto” difficile come questo, non riusciamo veramente ad afferrare la distanza abissale che ci separa dai nostri antenati, l’intensità di questo cambiamento di sensibilità.
La Suicida punita è, in questo senso, un complesso e meraviglioso indizio di come i confini culturali e i tabù possano variare nell’arco di un brevissimo periodo di tempo.
Perfetto esempio di intersezione fra arte (che incontri o meno il nostro gusto moderno), anatomia (serviva in fin dei conti a illustrare una tecnica conservativa) e sacro (in quanto allegoria dell’Aldilà), è uno dei reperti più impegnativi tra i molti ancora visibili nel Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova.

Il volto anonimo di questa giovane ragazza, fissato per sempre in un’agonia tormentata nella sua teca di vetro, non può non suscitare una risposta emotiva fortissima. Ci forza a considerare molte essenziali questioni relative al nostro passato, al nostro stesso rapporto con la morte, al modo in cui intendiamo trattare i nostri morti in futuro, all’etica dell’esposizione museale di resti umani, e via dicendo.
Proprio in virtù della ricchezza e fecondità dei dilemmi che pone, mi piace pensare che la sua morte non sia stata del tutto vana.

Al Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova è dedicato l’ultimo libro della Collana Bizzarro Bazar, Sua Maestà Anatomica. Tutte le foto sono di Carlo Vannini. La storia della “suicida punita” è stata portata alla luce per la prima volta da F. Zampieri, A. Zanatta e M. Rippa Bonati su Physis, XLVIII(1-2):297-338, 2012.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

2

3

4

7

9

10

16

Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

11

12

13

19

14

17

21

22

Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

mirabilia

Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

Link, curiosità & meraviglie assortite – II

Da domani sarò all’Università di Winchester per partecipare alle giornate di studio interdisciplinari dedicate a “Morte, arte e anatomia“. Nell’ambito delle conferenze, parlerò di memento mori in relazione alla Cripta dei Cappuccini di Roma, già esplorata assieme ad altri ossari religiosi italiani nel mio Mors Pretiosa.
Nell’attesa di raccontarvi qualcosa dell’evento, e dei miei successivi giorni a Londra, vi lascio qualche curiosità da assaporare.

  • La SynDaver Labs, già responsabile di un cadavere sintetico per autopsie di cui avevo parlato in questo post, ha realizzato una versione canina per la formazione di chirurghi veterinari. Anche questo cagnolino, come il suo analogo umano, può respirare, sanguinare e perfino morire.

  • Anche se fosse farlocca, questa è una delle notizie più gustose degli ultimi tempi: a Sculcoates, East Yorks, alcuni ghost hunters visitano un cimitero ottocentesco e ad un tratto sentono strani e inquietanti lamenti. Monaci fantasma che si aggirano fra le lapidi? Presenze demoniache che infestano il luogo sacro? Niente di tutto questo. Nel cimitero, di nascosto, si sta girando un porno.
  • Parlando di strani posti in cui fare l’amore, perché non all’interno di una balena? È successo negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Gothenburg, dove è presente l’unica balena blu completamente tassidermizzata, e al cui interno è stato ricavato un lounge con tanto di panche e tappeti. Dopo che una coppia è stata sorpresa in atteggiamenti intimi, il cetaceo è stato purtroppo chiuso al pubblico.

  • A margine dei manoscritti medievali si trovano spesso dei conigli intenti in improbabili battaglie e crudeltà diverse. Perché? Secondo questo articolo, si trattava essenzialmente di satira.

  • Se vi sembrano bizzarri i conigli battaglieri, aspettate di vedere i gatti con i razzi sulla schiena, raffigurati in alcuni codici miniati cinquecenteschi. Se ne parla sul National Geographic.

  • Un ultimo enigma iconografico. Qual è il senso delle strane litografie cinquecentesche in cui un satiro “scandaglia” le parti intime di una donna con il filo a piombo? Lo svela un approfondito e bellissimo studio.

  • Vite avventurose: Violet Constance Jessop era una cameriera e infermiera di cabina, sopravvissuta nel 1911 all’incidente della nave Olympia. E nel 1912 sopravvisse anche all’affondamento del Titanic. E nel 1916 all’affondamento del Britannic.

La wunderkammer della Cecchignola

Sto guardando una gigantesca testa di elefante africano che sembra emergere direttamente dal pavimento, come la locomotiva esce dal caminetto di un interno borghese in quel magnifico quadro di Magritte, La Durée poignardée. La proboscide rimane immobile nell’aria, bloccata in un attimo sospeso, e ci si potrebbe quasi aspettare che da un momento all’altro affiorasse il resto del corpo del pachiderma, invadendo la stanza.

Questo – confessa il mio ospite, con una punta di genuino dispiacere – è l’unico esemplare fra quelli che vedi a non essere morto di cause naturali; in alcune parti dell’Africa il numero degli elefanti viene controllato, in quanto potrebbe diventare pericoloso. Quindi ogni tanto le guardie forestali sono costrette a sopprimerne uno”.
Vicino alla testa di elefante, sugli scaffali della grande sala, una testa di leopardo, alcune scimmie tra cui mi pare di riconoscere un colobo e un tamarino, più in là un’antilope e altri animali sistemati un po’ alla rinfusa; eppure non siamo nel laboratorio di un tassidermista, ma nell’ala di un castello.

È Annamaria Bertoni, un’eccezionale tassidermista romana, ad occuparsi della concia delle pelli, della preparazione e conservazione dei corpi animali. Io mi dedico esclusivamente al restauro”. In effetti, controllando da vicino, i segni del tempo si fanno vedere su alcuni di questi esemplari; anche la robusta pelle dell’elefante mostra qualche incrinatura. Giano Del Bufalo, il mio cicerone, è la persona che con cura e pazienza aggiusta e corregge queste usure.

Non c’è da stupirsi che in questo luogo si riparino vecchi animali imbalsamati, perché qui il restauro è un’arte di famiglia.
Mi trovo infatti nel Castello della Cecchignola, a una manciata di chilometri in linea d’aria dall’EUR, un vero piccolo gioiello che fu sede dei Templari, dei Cavalieri di Malta, unica villa papale dentro Roma: un luogo che ha visto passare decine di secoli di storia.
Ma se l’agro romano è effettivamente disseminato di torrioni, castra e altre fortificazioni testimoni di diverse epoche storiche, davvero pochi sono così ben conservati: è stato il padre di Giano, Dario Del Bufalo, rinomato architetto e specialista di marmi antichi, a battersi per salvarlo e a restaurarlo. “Quando siamo arrivati, dieci anni fa, era in uno stato pietoso – racconta Giano, indicando l’entrata – qui era tutto coperto di immondizia, l’arco era sparito nell’edera, la torre era pericolante”.
Un lavoro di restauro piuttosto complesso, ma svolto senza usufruire di soldi pubblici e mantenendo i delicati rapporti diplomatici con il Comune, la Sovrintendenza, le associazioni locali; ne valeva la pena, visto che ora Giano si ritrova a vivere in questo castello da favola. “Diciamo che ho avuto fortuna”.

Osservando il suo sguardo sempre curioso e vivo mi dico che, laddove altri si adagerebbero su una simile fortuna, questo ragazzo è evidentemente di tutt’altra pasta. Colto, sensibile, di una gentilezza d’altri tempi, è assetato di vita e si dedica a passioni variegate: il rally, la scrittura, la cucina, la musica (appresa attraverso lo studio di chitarra, pianoforte e batteria).
Attraversato il cortile, mi introduce al vero motivo della mia visita, quello per cui sono venuto fin qui a conoscerlo: la sua wunderkammer privata.

Il colpo d’occhio è impressionante, nonostante si tratti di un’unica stanza. Alle pareti spiccano straordinari animali di grande taglia, acquistati in una grossa svendita museale dopo un incendio. Molti di questi li ha restaurati lui stesso: “da collezionista e conservatore, amo l’aspetto del mantenimento per fini scientifici. A molti la tassidermia dà fastidio, perché la caccia adopera da sempre l’arrangiamento della pelle animale a scopo di trofeo, e dunque si crea confusione. Invece per me è affascinante, dona una seconda vita all’involucro che l’ha contenuta per anni, e ci avvicina in modo investigativo a quelle specie animali che probabilmente non riusciremmo mai a vedere di persona”.

 

Alcuni pezzi lasciano davvero a bocca aperta, come ad esempio una sorta di diorama in cui un teschio umano viene artigliato da un corvo che sta ingoiando un non meglio precisato ossicino. Si tratta, mi spiega Giano, del cranio di un poeta francese ottocentesco (“un poetucolo, in verità”) che, evidentemente influenzato dall’estetica dei maudit, lasciò nel testamento la richiesta di essere riesumato e arrangiato in quel modo.

Ma c’è anche un uovo di struzzo “tatuato” a rappresentare un teschio – nascita e morte riassunte nel medesimo oggetto –, una Jenny Haniver di eccezionali dimensioni, tigri, ghepardi, leonesse e un bellissimo cucciolo di elefante (“anche lui morto di morte naturale, poveretto”).

Gli chiedo come sia iniziata questa sua passione per le wunderkammer. “Con un viaggio in solitaria che feci negli Stati Uniti. Attraversai il deserto del Nevada fino in Arizona a bordo di un fuoristrada, partendo dalle coste californiane. Ebbi la grande fortuna di essere ospitato da una tribù di indiani Navajo, mi regalarono una pelle di volpe, un pipistrello messicano essiccato e alcune piume di civetta che ancora conservo. Fu un’esperienza illuminante, mi avvicinai alla natura in modo esoterico”. Poco dopo, il suo primo incontro con le wunderkammer rinascimentali, al Museo di Storia Naturale di Venezia. L’aver assaporato la natura selvaggia prima, e l’aver scoperto il modo in cui essa veniva preservata nelle camere delle meraviglie del ‘500, è un duplice fascino che non l’ha più lasciato.

Giano mi illustra la provenienza di ogni oggetto, abbandonandosi con vivace entusiasmo a divagazioni sulla storia antica, sull’arte, sulle curiosità naturalistiche di questa o quell’altra specie.
Arriviamo al piatto forte della collezione. Non posso impedirmi di sorridere segretamente quando Giano la presenta, con spontanea coloritura romanesca, come “un’autentica capoccetta di mummia”.

Si tratta, e a ragione, del suo pezzo preferito, recuperato personalmente anni fa durante una spedizione archeologica nel deserto orientale africano alla ricerca di una cava di marmo che produceva una pietra molto usata nella Roma antica. “Passammo per il Faiyum, a Sud-Ovest del Cairo, dove insieme a un gruppo di beduini trovammo per caso un sarcofago che conteneva una mummia di epoca romana. Una volta aperto, i ricercatori che accompagnavo conservarono i gioielli e l’involucro abbandonando lo scheletro, poco interessante per loro. Io presi il cranio che si trovava in perfetto stato di conservazione e, dopo aver avuto i permessi di esportazione, riuscii a portarlo a Roma”.

Per Giano il collezionismo è passione e lavoro. “Compro e vendo antichità ed oggetti naturali, ma tengo per me gli oggetti di cui mi innamoro perdutamente, che spesso appartengono a culture ormai estinte. Sono ossessionato dal mondo antico, e grazie ai miei viaggi sono riuscito a scoprire le opere del mio popolo in terra straniera, il mondo egizio, quello persiano. I resti archeologici di Roma e di altri imperi mi hanno spalancato delle porte verso un mondo che in giovane età leggevo solo sui libri. Oggi sto lavorando ad una galleria d’arte che aprirò a Roma, dove sarà possibile acquistare prodotti e rarità provenienti da grandi collezioni private”.

Certo, la collezione di Giano è di valore museale, ma in realtà oggi si sta diffondendo, anche a livelli più “popolari”, un rinnovato interesse per le wunderkammer, come sa bene chiunque legga queste pagine.
Da parte sua, Giano è entusiasta dell’incremento di attenzione verso questa affascinante cultura, che rispetto ad altre mode più o meno passeggere richiede secondo lui un approccio non comune: “credo che ci sia bisogno innanzitutto di sensibilità e di amore verso l’arte in generale per potersi avvicinare ed essere rapiti da queste pratiche rinascimentali, ma è la curiosità che muove tutto. L’essere curiosi di vedere da vicino, di toccare con mano, di capire la natura in cui viviamo e che lentamente sta appassendo, annientata dall’uomo stesso”.

Ecco il sito ufficiale del Castello della Cecchignola.

La mia wunderkammer

Bizzarro Bazar ha da anni uno spazio su Illustrati, la rivista gratuita edita Logos e consultabile, oltre che in libreria, anche online. Normalmente gli articoli scritti per Illustrati non vengono riproposti sul blog, ma questa volta faccio un’eccezione perché il tema del numero di settembre – “Mirabilia” – mi è particolarmente caro, ed ho deciso di contribuirvi con un testo molto più personale ed intimo.

Illustrati 0915

La mia wunderkammer

Amo restare sveglio: la grande città si fa infine vincere dalla stanchezza, e posso quasi avvertire i sogni dei miei simili esalare dalle case, fino a formare un’immensa coperta, dai colori e dalle fantasie cangianti, che si stende sopra i tetti silenziosi.
Capita allora, quando la notte già sta per tramutarsi in mattino, che io mi soffermi di fronte ai miei armadietti delle meraviglie.
Vi trovano posto teschi umani e animali, gorgoni rosse e stelle marine, esemplari tassidermici e sotto liquido, antichi testi di anatomia patologica, stampe e incisioni che illustrano la crudeltà umana nei secoli (grande rimosso che vorremmo essere soltanto vestigio di un nostro passato bestiale, e che invece non ci ha mai abbandonato). E ancora fotografie pornografiche degli anni ’20, vecchi strumenti medici, e tutta una serie di manufatti relativi all’intersezione fra sacro e macabro (calotte craniche istoriate, tibie trasformate in strumenti musicali, maschere mortuarie, arte funebre, fotografie post mortem, e via dicendo).
La mia collezione mi parla, con una sua voce particolare che è in realtà una moltitudine di voci. Ed è una tappa, uno strumento della ricerca che mi impegna da sempre.

dm1

20130606_195733_1

11855791546_b1620319d5_o

8972771795_9ba2cab311_o

Nonostante io possegga questa collezione, non mi sento affatto un collezionista. Mi manca la compulsività.
Quello che amo negli oggetti che raccolgo è il fatto che siano densi di storia, di vita. Mi è capitato di conoscere collezionisti di cavatappi, di ferri da stiro, di maioliche, di barattoli di caffè; chi non condivide la loro stessa passione in capo a cinque minuti è vinto dalla noia.
Ho imparato che un armadietto delle meraviglie, invece, non lascia indifferente nessuno. Le reazioni possono andare dal disgusto (molto più raro di quanto si pensi) allo stupore infantile, all’interesse di stampo scientifico, allo sdegno morale di fronte ad alcuni costumi che oggi ci sembrano discutibili: penso al cilicio di inizio ‘900, alle minuscole scarpette cinesi per piedi fasciati, alla cartolina souvenir, colorata a mano e datata 1907, in cui si vede un fiero colonialista inglese tenere in mano la testa di un pirata giustiziato. I bambini, dal canto loro, impazziscono per gli animali impagliati e per le ossa.

Colonialist postcard (fronte)

CNGFLqWWIAEG9m5

8972740161_e74eaea870_o

2015-01-11 19.12.04

8973986672_85dced304f_o

Ogni collezione è una sorta di mappa che rispecchia e descrive la personalità del collezionista, il suo gusto, le sue piccole manie.
Credo che sia stato Stefano Bessoni ad avermi insegnato – non a parole, ovviamente – che non ci si deve vergognare delle proprie ossessioni, bensì nutrirle con entusiasmo. E la sua incredibile wunderkammer è un’evidente oggettivazione della sua fantasia, una propaggine fisica del suo mondo interiore: possiede un meraviglioso e rigoroso disordine che la fa assomigliare all’impolverato bottino di un esploratore vittoriano, un po’ Livingstone e un po’ Darwin, e in cui lo sguardo si perde in mille dettagli affastellati.
La mia collezione, com’è ovvio, è differente, perché è mia. Una delle mie ossessioni è il rapporto dell’uomo con la morte, le barriere e i simboli che ha forgiato – in ogni epoca e in ogni latitudine – per sopportarne l’angoscia. Gli animali impagliati o mummificati cos’altro sono se non un tentativo di fermare il tempo e sconfiggere la putrefazione? In questi oggetti la meraviglia per il mondo e le forme naturali si mescola con una sotterranea paura del panta rei.
E sempre questo terrore della dissoluzione eterna, che svuoterebbe di senso le nostre esistenze, è visibile in filigrana dietro all’impulso ad analizzare, categorizzare, cartografare e infine controllare l’intero cosmo; sondare il nostro corpo per vincere le malattie e la vecchiaia; inventare divinità di ogni genere affinché ci rassicurino che la suddetta dissoluzione non è veramente definitiva. E l’erotismo, che trova posto in una sezione dei miei armadietti, è la rappresentazione simbolica forse più intensa degli istinti legati alla morte.

20150826_140537

8219269446_054f5eac6a_o

16022002264_b7b70641d9_o

5bis

9283669560_6ac20e1522_o

Talvolta, nel silenzio, la mia wunderkammer mi pare un’astronave psichica. Enigmatico agglomerato di forme passeggere, coagulo di dolori e vite ritornate alla polvere, sguardo di meraviglia, mistero delle cose.
Passiamo tutta la vita a esercitarci nell’impermanenza. Mettiamo il caso che domani dovessi perdere la mia intera collezione in un incendio: verserei qualche lacrima, certo, ma senza gridare e maledire il destino. Se lo facessi, dimostrerei di non aver compreso la lezione che la wunderkammer mi sussurra, delicatamente, ogni notte.

20130606_195509

Potete leggere tutti i numeri di Illustrati qui. Trovate altre foto nel Flickr album dei miei armadietti.

Bizzarro Bazar a Parigi – II

deyrolle 1

Cominciamo il nostro secondo tour di Parigi facendo una capatina da Deyrolle. Dal 1831 questo favoloso negozio propone, in un’atmosfera da camera delle meraviglie, importanti collezioni tassidermiche, entomologiche e naturalistiche.

deyrolle 2

deyrolle 3

deyrolle 4

La Maison Deyrolle ospita anche regolarmente esposizioni di famosi artisti (vi sono passate le opere, fra gli altri, di Niki De Saint Phalle e Damien Hirst), invitati ad elaborare dei progetti specifici a partire dall’immenso catalogo di preparati tassidermici ed entomologici a disposizione.

deyrolle 5

deyrolle 6

deyrolle 7

deyrolle 8

Aggirandosi per le stanze stracolme di animali, fra uccelli esotici e orsi bruni, non si fatica a capire perché Deyrolle sia una vera e propria istituzione, e conti i migliori professionisti sul campo. Va anche sottolineato che nessuno di questi animali è stato ucciso al fine di essere imbalsamato: gli esemplari non domestici provengono da zoo, circhi o allevamenti nei quali sono morti di vecchiaia o malattia.

MuseeOrsay_20070324

Spostiamoci ora in uno dei templi dell’arte mondiale, il Musée d’Orsay. Qui, fino al 25 Gennaio 2015, sarà possibile visitare l’esposizione Sade – Attaquer le soleil, che si propone di rintracciare l’influenza del Marchese De Sade sull’arte del XIX e XX secolo.

sade 2

Franz von Stuck, Giuditta e Oloferne, 1927

sade 3

Eugène Delacroix, Medea furiosa, 1838

La mostra da sola vale il biglietto d’ingresso: l’impressionante corpus di opere selezionate conta più di 500 pezzi. Da Delacroix a von Stuck, da Goya a Kubin, da Füssli a Beardsley, da Ernst a Bellmer, l’esposizione si concentra sull’impossibilità di rappresentare il desiderio, sul corpo, sulla crudeltà. La filosofia sadiana, per quanto negata e messa al bando per più di un secolo, si rivela in realtà un fil rouge, insinuatosi clandestinamente nel mondo dell’arte, che unisce pittori differenti e lontani fra loro nel tempo e nello spazio, una sorta di corrente sotterranea che porta fino alla “riscoperta” dell’autore da parte dei Surrealisti e al suo successivo sdoganamento.

sade 4

Franz von Stuck, Il peccato, 1899

sade 5

Alfred Kubin, La donna a cavallo, 1900-1901

Ma l’influenza di Sade non risiede soltanto nelle opere degli artisti che ha in qualche modo ispirato: secondo i curatori, egli ha cambiato anche il modo in cui guardiamo all’arte precedente ai suoi scritti. La prima sezione infatti, intitolata Humain, trop humain, inhumain mostra come tutti i temi sadiani fossero già presenti nell’arte prima di lui, ma all’interno di codici accettabili. Una scena di martirio in una chiesa, ad esempio, non scandalizzava nessuno. Sade però fa cadere il velo, e dopo di lui non sarà più possibile ammirare uno spettacolo di violenza senza pensare alle sue parole: “La crudeltà, ben lontana dall’essere un vizio, è il primo sentimento che la natura imprime in noi; il bambino rompe il suo giocattolo, morde il seno della nutrice, strangola il suo uccellino, molto prima d’avere l’età della ragione” (La filosofia nel boudoir, 1795).

sade 6

Jindrich Styrsky, Emilie viene a me in sogno, 1933

sade 9

Francisco de Goya, I cannibali, 1800-1808

sade 1

Félix Vallotton, Orfeo smembrato dalle Menadi, 1914

Non lontano dal Musée d’Orsay si trova il quartiere universitario della Sorbona. Ci trasferiamo al Museo della Storia della Medicina, che raccoglie una collezione di strumenti chirurgici d’epoca.

histoire de la medecine 1

histoire de la medecine 2

histoire de la medecine 3

histoire de la medecine 4

histoire de la medecine 5

histoire de la medecine 6

histoire de la medecine 7

histoire de la medecine 8

histoire de la medecine 9

histoire de la medecine 10

histoire de la medecine 11

Fra i pezzi più straordinari, vi sono certamente gli strumenti ideati nell’800 dall’urologo Jean Civiale per l’estrazione dei calcoli (le immagini qui sotto rendono bene l’idea di quanto l’operazione fosse complicata – e terrificante, visto che il tutto era svolto in assenza di anestesia); e se questo non bastasse a farvi venire la pelle d’oca, ecco le seghe con catena a carica automatica per amputazioni, fra gli strumenti meno precisi e maneggevoli mai sperimentati in chirurgia.

histoire de la medecine 15

histoire de la medecine 17

histoire de la medecine 16

histoire de la medecine 14

histoire de la medecine 12

  histoire de la medecine 20

histoire de la medecine 22

histoire de la medecine 23

histoire de la medecine 24

histoire de la medecine 25

histoire de la medecine 26

histoire de la medecine 27

histoire de la medecine 28

histoire de la medecine 29

histoire de la medecine 30

histoire de la medecine 31

histoire de la medecine 32

histoire de la medecine 33

histoire de la medecine 34

histoire de la medecine 35

Ma il vero gioiello del museo, a nostro parere, è il tavolo realizzato dall’italiano Efisio Marini e offerto a Napoleone III.

histoire de la medecine 37

Perché è così interessante? Perché quello che sembra un semplice tavolino mosaicato su cui è appoggiata la scultura di un piede, è in realtà formato a partire da pezzi pietrificati di cervello, sangue, bile, fegato, polmoni e ghiandole. Il piede è un vero piede, anch’esso pietrificato, così come le quattro orecchie che spuntano dalla superficie del tavolino e le vertebre sezionate che lo adornano. Osservando da vicino quest’opera incredibile, non si fatica a comprendere perché Efisio Marini fosse considerato uno dei più abili anatomisti preparatori del suo tempo (vedi il nostro articolo sui pietrificatori).

histoire de la medecine 36

histoire de la medecine 38

histoire de la medecine 39

Ritorniamo infine ai nostri amati animali, ma stavolta con una visita più classica: quella alla Grande Galérie de l’Evolution. Non è certo un museo poco conosciuto, quindi aspettatevi un po’ di coda e le grida entusiaste dei più piccoli.

gge 2

gge 1

Ma una volta dentro, tutti ridiventano bambini. Dopo essere passati sotto al gigantesco scheletro di un capodoglio, e una prima sala dedicata agli animali marini (per la verità un po’ deludente), si arriva al grande salone che contiene una fra le attrazioni principali: la spettacolare camminata dei mammiferi africani.

gge 5

gge 6

gge 7

gge 8

gge 9

gge 10

gge 11

gge 12

gge 13

Sotto una volta d’acciaio e vetro che cambia colore imitando le diverse fasi del giorno, gli animali della savana sembrano avviati verso un’invisibile Arca di Noè, o verso un futuro ancora sconosciuto (una nuova evoluzione?). Fu proprio questa installazione curiosa e innovativa che vent’anni fa, quando la Galleria aprì i battenti sostituendo la precedente Galleria di Zoologia, le assicurò una rapida fama.

gge 14

gge 15

gge 16

gge 17

gge 18

gge 19

gge 20

gge 21

gge 22

gge 23

gge 24

Ma la biodiversità e le infinite forme di vita plasmate dall’evoluzione trovano spazio sui tre piani del complesso, fra diorami artistici e illuminanti raffronti fra le varie specie.

gge 30

gge 26

gge 29

gge 28

gge 25

gge 34

gge 32

gge 33

gge 38

gge 31

gge 27

gge 4

gge 36

gge 37

Fra qualche giorno la terza ed ultima parte di questa ricognizione della Parigi meno risaputa: preparatevi perché abbiamo tenuto il meglio per la fine…

gge 39

LA MAISON DEYROLLE
46, rue du Bac
Apertura: dal lunedì al sabato
Orari: Lun 10-13 e 14-19, mar-sab 10-19
Sito web

MUSEE D’ORSAY
1, rue de la Légion d’Honneur
Apertura: chiuso il lunedì
Orari: 9.30-18, il giovedì 9.30-21.45
Sito web

MUSEE DE L’HISTOIRE DE LA MEDECINE
12, rue de l’Ecole de Médecine
Apertura: tutti i giorni tranne giovedì e domenica
Orari: 14-17.30
Sito web

GRANDE GALERIE DE L’EVOLUTION
36 rue Geoffroy Saint-Hilaire
Apertura: tutti i giorni tranne il martedì e il 1 maggio.
Orari: 10-18
Sito web

(Questo articolo è il secondo di una serie dedicata a Parigi. Gli altri due capitoli sono qui e qui.)

Tassidermia e vegetarianismo

SideTour_Taxidermy

La tassidermia sembra conoscere, in questi ultimi anni, una sorta di nuova vita. Alimentata dall’interesse per l’epoca vittoriana e dal diffondersi dell’iconografia e l’estetica della sottocultura goth, l’antica arte tassidermica sta velocemente diventando addirittura una moda: innumerevoli sono gli artisti che hanno cominciato ad integrare parti autentiche di animali nei loro gioielli e accessori, come vi confermerà un giro su Etsy, la più grande piattaforma di e-commerce per prodotti artigianali.

taxidermy kitten mouse necklace-f50586

tumblr_lovkxjtwur1qbkjd0o1_400

il_570xN.311750603

il_570xN.530781784_rwry
A Londra e a New York conoscono un crescente successo i workshop che insegnano, nel giro di una giornata o due, i rudimenti del mestiere. Un tassidermista esperto guida i partecipanti passo passo nella preparazione del loro primo esemplare, normalmente un topolino acquistato in un negozio di animali e destinato all’alimentazione dei rettili; molti alunni portano addirittura con sé dei minuscoli abiti, per vestire il proprio topolino alla maniera di Walter Potter.

article-2107482-11F22C86000005DC-726_634x460
Su Bizzarro Bazar abbiamo regolarmente parlato di tassidermia, e sappiamo per esperienza che l’argomento è sensibile: alcuni dei nostri articoli (rimbalzati senza controllo da un social all’altro) hanno scatenato le ire di animalisti e vegetariani, dando vita ad appassionati flame. Ci sembra quindi particolarmente interessante un articolo apparso da poco sull’Huffington Post a cura di Margot Magpie, sui rapporti fra tassidermia e vegetarianesimo.

Margot Magpie è istruttrice tassidermica proprio a Londra, e sostiene che una gran parte dei suoi alunni sia costituita da vegetariani o vegani. Ma come si concilia questa scelta di rispetto per gli animali con l’arte di impagliarli?

article-2107482-11F22FDE000005DC-919_634x408

article-2107482-11F22D3C000005DC-29_634x460

article-2107482-11F22EC7000005DC-410_634x523
Ovviamente, tagliare e preparare il corpo di un animale non implica certo mangiarne la carne. E una gran parte degli artisti, vegetariani e non, che operano oggi nel settore ci tengono a precisare che i loro esemplari non vengono uccisi con lo scopo di creare l’opera tassidermica, ma sono già morti di cause naturali oppure – come nel caso dei topolini – allevati per un motivo più accettabile. (Certo, anche sul commercio dei rettili come animali da compagnia si potrebbe discutere, ma questo esula dal nostro tema). Si tratta in definitiva di materiale biologico che andrebbe sprecato e distrutto, quindi perché non usarlo?

article-2107482-11DCE7C2000005DC-704_634x505

article-2107482-11F230BC000005DC-859_634x449

article-2107482-11F231D9000005DC-824_634x483
Ma preparare un animale comporta comunque il superamento di un fattore di disgusto che sembrerebbe incompatibile con il vegetarianismo: significa entrare in contatto diretto con la carne e il sangue, sventrare, spellare, raschiare e via dicendo. A quanto dice Margot, però, i suoi allievi vegetariani colgono una differenza fondamentale fra l’allevamento degli animali a fini alimentari – con tutti i problemi etici che l’industrializzazione del mercato della carne porta con sé – e la tassidermia, che è vista invece come un rispettoso atto d’amore per l’animale stesso. “La tassidermia per me significa essere stupiti dall’anatomia e dalla biologia delle creature, e aiutarle a continuare a vivere anche dopo la morte, in modo che noi possiamo vederle ed apprezzarle”, dice un suo studente.

La passione per la tecnica tassidermica proviene spesso dall’interesse per la storia naturale. Visitare un museo e ammirare splendidi animali esotici (che normalmente non potremmo vedere) perfettamente conservati, può far nascere la curiosità sui processi utilizzati per prepararli. E questo amore per gli animali, dice Margot, è una costante riconoscibile in tutti i suoi alunni.

article-2107482-11F22AA9000005DC-736_634x455
“Combatto con questo dilemma da un po’. – racconta un’altra artista vegetariana – La gente mi dice che ‘non dovrebbe piacermi’, ma ci sono piccole cose nella vita che ci danno gioia, e non possiamo farne a meno. Mi sembra che sia come donare all’animale una vita interamente nuova, permettergli di vivere per sempre in un nuovo mondo d’amore, per essere attentamente rimesso in sesto, posizionato e decorato, ed è un’impresa premurosa e amorevole”.

article-2107482-11F235DE000005DC-79_634x454
L’altro problema è che non tutti i lavori tassidermici sono “naturalistici”, cioè mirati a riprodurre esattamente l’animale nelle pose e negli atteggiamenti che aveva in vita. Non a caso facevamo l’esempio della tassidermia antropomorfica, in cui l’animale viene vestito e fissato in pose umane, talvolta inserito in contesti e diorami di fantasia, oppure integrato come parte di un accessorio di vestiario, un pendaglio, un anello. Si tratta di una tassidermia più personale, che riflette il gusto creativo dell’artista. Per alcuni questa pratica è irrispettosa dell’animale, ma non tutti la pensano così: secondo Margot e alcuni dei suoi studenti la cosa non crea alcun conflitto, fintanto che il corpo proviene da ambiti controllati.

article-2107482-11F233AB000005DC-674_634x453

“Credo che utilizzare animali provenienti da fonti etiche per la tassidermia sia positivo e, per questo motivo, posso continuare felicemente con il vegetarianismo e con il mio interesse di lunga data per la tassidermia. Sento di molti tassidermisti moderni che usano esclusivamente animali morti per cause naturali o in incidenti, quindi credo che ci troviamo in una nuova era di tassidermia etica. Sono felice di farne parte”.

C’è chi invece il problema l’ha aggirato del tutto. L’artista americana Aimée Baldwin ha creato quella che chiama “tassidermia vegana”: i suoi uccelli sono in realtà sculture costruite con carta crespa. Il lavoro certosino e la conoscenza del materiale, con cui sperimenta da anni, le permettono di ottenere un risultato incredibilmente realistico.

Vegan Taxidermy  An Intersection of Art, Science, and Conservation

Raven-360x240

Kingfisher432

HeronCity432

AmericanAvocet-288x432

Ecco il link all’articolo di Margot Magpie. Gran parte delle fotografie nell’articolo provengono da questo articolo su un workshop tassidermico newyorkese. Ecco infine il sito ufficiale di Aimée Baldwin.

Necromance

20131107_160124

Los Angeles, California. I turisti, come sempre, cercano le star su Sunset Boulevard, ridiventano bambini nei parchi di attrazioni degli studios, oppure sognano di essere soccorsi da Pamela Anderson sulle immense spiagge di Santa Monica.

Ma nel cuore dell’assolata metropoli, fra le boutique e i locali notturni della celeberrima Melrose Avenue (e a un paio di isolati dalla Melrose Place della soap opera), sorge una piccola bottega che offre un tipo di shopping un po’ più particolare.

20131107_160235

Si tratta di Necromance, negozio aperto nel 1991, specializzato in esemplari naturalistici e in un vasto assortimento di stranezze. Certo non si tratta di un paradiso come possono essere Obscura di New York o il nostro ex-Nautilus (ora reincarnatosi nell’Obsoleto Store di Modena), e i più snob storceranno il naso vedendo che le giovani proprietarie non fanno segreto della loro inclinazione goth. Ma il mondo è bello perché è vario, e quando si incontrano esercizi simili andrebbero sempre salutati con entusiasmo.

20131107_165328

20131107_164456

20131107_164603

20131107_160316

Necromance è composto di due stanze a tema distinto, tanto che per un periodo il negozio è stato fisicamente diviso in due; la prima sala è quella dedicata alle collezioni naturalistiche. Vi potete trovare conchiglie, teschi e ossa di ogni tipo di animale, scheletri posati, innumerevoli insetti, stampe e illustrazioni, esemplari imbalsamati e preparazioni in liquido.

20131107_160324

20131107_164357

20131107_164416

20131107_164437

20131107_164447

Gli esemplari conservati sotto glicerina e preparati con il metodo clearing and staining sono ottenuti grazie a bagni enzimatici che rendono la carne traslucida; la struttura ossea è quindi colorata in rosso e le cartilagini in blu, in modo da consentirne uno studio approfondito (Nota: se volete divertirvi a giocare al piccolo chimico, qui trovate le istruzioni per rendere un pesce trasparente).

20131107_164655

20131107_164706

20131107_164714

20131107_164728

In questa sezione trovano posto anche molti materiali “a consumo”: cassette piene di ossicini più o meno grandi, piume e penne, zampe di alligatore o di pollo, code e teste di serpenti a sonagli, e via dicendo. Più che servire per qualche rito voodoo, è chiaro che si tratta di rifornimenti per artisti, stilisti fai-da-te e altri clienti interessati a decorare i propri abiti o la propria casa con fantasie macabre.

20131107_164339

20131107_164552

20131107_164523

20131107_164744

20131107_164828

20131107_164756

La seconda stanza del negozio, invece, è dedicata ad altri tipi di collezionismo e di esigenze di mercato. Qui troverete anticaglie di ogni tipo, strumenti medici, fotografie di epoca vittoriana, addobbi funerari, cartoline originali dei freakshow, vecchie macchine fotografiche. Uno scuro armadio svetta in un angolo, colmo di repliche in resina di teschi umani. È anche la stanza dedicata alla gioielleria, tutta ovviamente a tema gotico; alcuni degli ornamenti in esposizione contengono autentiche parti di animali, come i pendagli con testa di pipistrello, gli orecchini con osso di pene di visone, o le spille con feto di topo. È fin troppo facile il sospetto che Necromance sopravviva proprio grazie al commercio di questo tipo di bigiotteria, piuttosto che con i pezzi più “seri” come ad esempio i calchi anatomici in gesso di fine ‘800.

20131107_164955

20131107_164910

20131107_164939

20131107_164927

20131107_165005

20131107_165014

20131107_165042

20131107_165052

20131107_165135

20131107_165309

20131107_165344

Nonostante un negozio simile non possa certo vantare la popolarità dei suoi concorrenti su Melrose Avenue che vendono scintillanti abiti alla moda, riesce comunque a mantenere i prezzi notevolmente bassi per il genere di oggetti da collezione che propone, e senza dubbio questo è il suo maggiore punto di forza.

20131107_165358

20131107_160304

20131107_160350

Ecco il sito ufficiale di Necromance.

Le fate crudeli

Dite addio a Campanellino, e alle graziose fate delle fiabe della vostra infanzia. Ecco che arrivano le aggressive, violente, rissose fate di Tessa Farmer.

LittleSavages8(h600)

Tessa Farmer è nata a Birmingham, nel Regno Unito, nel 1978. Diplomatasi alla Ruskin School of Drawing & Fine Art di Oxford, le sue incredibili opere le hanno già fruttato numerosi premi e riconoscimenti. Si tratta di installazioni del tutto particolari, in quanto realizzate unicamente con materiale biologico: insetti, piccoli animali, foglie, rametti, ecc.; ma la peculiarità delle sculture è di essere talmente minuscole che per apprezzarne appieno i dettagli è necessaria una lente d’ingrandimento. Il lungo e laborioso lavoro di assemblaggio dà vita a degli impressionanti diorami le cui protagoniste assolute sono proprio le fate, create con ali di insetto e un intreccio di microscopiche radici.

LittleSavages4(h600)

LittleSavages6(h600)

Swarm04(600)

Swarm02(600)

Ma le fate di Tessa Farmer sono, come dicevamo, molto distanti dalla raffigurazione iconografica tradizionale e folkloristica: si tratta di piccole creature scheletriche, orribili, dall’espressione e dai modi truci.

Swarm01(600)

Swarm08(600)

Insectary3(600)

Insectary4(600)

Ogni diorama raffigura un differente massacro ad opera dell’armata dei bellicosi esserini alati. L’opera intitolata The Resurrection Of The Rat (2008), viene presentata ufficialmente così:

Le fate hanno catturato, ucciso e mangiato la carne del ratto, prima di rilavorare la sua struttura ossea al fine di creare un’architettura multifunzionale. C’è una sezione adibita a gabbia, un nido di vespe e diverse aree per esperimenti e torture.

Rat1(600)

Rat2(600)

Rat3(600)

Rat4(600)

Ancora più fantastica e terribile la descrizione dell’installazione chiamata The Desecration Of The Swallow, del 2007:

Le mosche stavano deponendo le uova sulla rondine, e le loro larve stavano consumandola, finché le fate gliela sottrassero, e la fecero volare nuovamente imbrigliando insetti alati al suo corpo. Ora è divenuta una nave nella loro flotta, oltre che un pasto.

Swallow6(600)

Swallow2(600)

Swallow1(600)

Swallow5(600)

Swallow4(600)

Swallow3(600)

Le opere di Tessa Farmer, fantasie macabre e dalla crudele ironia, colpiscono lo spettatore non soltanto per la complessità della loro realizzazione ma soprattutto per il modo in cui giocano con il nostro immaginario, capovolgendo le connotazioni classiche associate alla figura delle fate. Da sempre simbolo della Natura incontaminata e magica (benefica), esse sono qui proposte come esponenti della parte più inquietante del regno animale: quella dell’aggressione parassitaria, dello sfruttamento al di là dei fini alimentari, del sadismo, della carneficina.

LittleSavages9(h600)

LittleSavages11(h600)

LittleSavages7(h600)

LittleSavages3(h600)

Ma le apocalissi in miniatura della Farmer suggeriscono anche un secondo livello di lettura. Forse, ciò che rende questi esserini talmente odiosi è la loro sospetta, inquietante somiglianza con la specie umana.

Swarm03(600)

Ecco il sito ufficiale di Tessa Farmer.