Capsula Mundi

Ho talvolta parlato su queste pagine della falsa dicotomia tra Natura e Cultura, cioè quella strana aberrazione tutta occidentale di considerare l’uomo come separato e contrapposto al resto dell’ambiente. Questo sentimento di distacco è alla base delle tante nostalgie per l’unione originale, ora avvertita come perduta: guardiamo gli uccelli su un ramo, e ci rammarichiamo di non essere così liberi e spensierati; guardiamo le nostre città e fatichiamo a ritenerle “naturali”, perché ci siamo ostinati a costruirle con geometrie rigide, raramente osservabili altrove, quasi a marcare la differenza con il resto degli habitat in cui le linee rette non esistono o quasi.
Questa visione dell’uomo come creatura differente rispetto agli altri esseri viventi ha trovato anche una declinazione evidente nei sepolcri occidentali. Si tratta di una fra le pochissime tradizioni al mondo in cui la sepoltura è pensata con il preciso scopo di impedire il ritorno alla terra del cadavere (ovviamente questo un tempo aveva anche a che fare con l’idea di preservare il corpo per la Resurrezione).
Ma c’è chi sta cercando di cambiare questa prospettiva.

Immaginate la morte come un viaggio attraverso tre diversi stati della materia. Immaginate di solcare le barriere tra il regno animale, quello minerale e quello vegetale.
È il concetto alla base di Capsula Mundi, una start-up italiana ideata da Anna Citelli e Raoul Bretzel, che da più di un decennio sta cercando di concretizzare un nuovo tipo di sepoltura, ecologica e poetica. Un uovo realizzato in materiale biodegradabile conterrà la salma in posizione fetale, o le sue ceneri; una volta “piantato” nel terreno, darà vita a un albero scelto in vita dal defunto. A poco a poco, le varie sepolture creeranno un vero e proprio bosco sacro in cui i familiari e gli amici potranno passeggiare, prendersi cura delle piante cresciute, nutrite e lasciate in eredità dai cari estinti. Un’alternativa forse più gioiosa rispetto alla pesantezza del tradizionale marmo squadrato di una lapide, e assieme un’accettazione della morte come transizione, come trasformazione piuttosto che come fine della vita.

In effetti proprio l’idea di “capsula” incorpora due connotazioni distinte. Da una parte c’è il significato scientifico di membrana, di cellula, di seme per una nuova vita. E l’involucro in cui è inserito il corpo — non a caso in posizione fetale — è una sorta di replica dell’embrione originale, un nuovo sacco amniotico che simbolicamente afferma la specularità (o l’identità addirittura) di nascita e morte. Dall’altra c’è l’idea di “capsula” come veicolo, pod fantascientifico, vascello che come dicevamo traghetta il cadavere dal mondo animale a quello minerale, permettendo che i vari componenti del corpo si decompongano per poi essere assorbiti dalle radici della pianta.
La morte può apparirci come un monolito nero, ma da esso scaturisce il feto cosmico, il continuo mutamento.


L’albero piantato sul luogo dell’inumazione si rifà inoltre alle tradizioni romane:

Per gli antichi, la sepoltura sotto gli alberi doveva permettere di far assorbire il corpo del trapassato dalle radici e di vivificare la materia nella pianta. La compenetrazione tra la salma e l’organismo arboreo assumeva, quindi, una valenza fortemente simbolica: affondando le radici nella madre terra ed innalzando il vertice al cielo era come se il defunto espandesse le braccia, a protezione e salvezza della stirpe, continuando a parlare all’affetto ed alla memoria dei posteri.

(N. Giordano, Roma, potenza e simbologia: dai boschi sacri al “Miglio d’oro”, in SILVÆ – Anno VI n. 14)

Ho rivolto qualche domanda ad Anna Citelli, ideatrice di Capsula Mundi assieme a Raoul Bretzel.

Oggi è ormai evidente che si sta modificando l’atteggiamento sociale nei confronti della morte e del morire, dopo un secolo di medicalizzazione e rimozione: si avverte il bisogno di discuterne, di confrontarsi e soprattutto di trovare nuove narrative (laiche) per rapportarsi a questi temi. In questo senso Capsula Mundi è al tempo stesso un progetto pratico e simbolico. Da dove avete tratto l’ispirazione per questa idea? La “capsula” era un uovo fin dal principio, o avevate inizialmente pensato a qualcos’altro?

Abbiamo reso noto il progetto Capsula Mundi al Salone del Mobile di Milano nell’edizione del 2003. Non era la prima volta che esponevamo al Salone, anche se entrambi indipendentemente una dall’altro fino ad allora. I nostri lavori già all’epoca erano frutto di riflessioni sulla sostenibilità e quando ci si è presentata l’occasione di lavorare insieme, ci siamo posti degli interrogativi sul ruolo che spetta ai designers nei confronti di una società distante dalla natura, soddisfatta e sovraccarica di oggetti per ogni esigenza.
Abbiamo voluto dedicare il nostro lavoro a un momento della vita di estrema importanza e pregno di referenti simbolici, così come la nascita e il matrimonio. La morte è un passaggio delicato, misterioso e inevitabile. È un momento in cui si smette di consumare e di produrre, quindi teoricamente distante dall’ambiente patinato in cui agisce il design. Ma se vista come fenomeno naturale, di trasformazione delle sostanze, la morte è un momento di ricongiunzione dell’essere alla natura, al suo perpetuo mutare. La bara, che è un oggetto dimenticato da chi si occupa di design, diventa un veicolo che ci conduce attraverso una riflessione sulla presunzione di non appartenere al ciclo biologico della vita, una riflessione su un tabù. L’idea di adottare la forma perfetta dell’uovo è stata immediata e istintiva, l’unica in grado di trasmettere il nostro pensiero: la morte come inizio di un nuovo percorso e non come fine o interruzione.

Capsula Mundi si inserisce in qualche modo nel movimento death-positive? Il vostro progetto, che non pretende di sostituire le sepolture tradizionali ma si presenta come un’ulteriore possibilità di scelta, ha anche lo scopo di favorire un dibattito culturale?

Noi abbiamo portato avanti un’opera di divulgazione del concetto di Capsula Mundi, per oltre un decennio, e negli ultimi anni si è finalmente evidenziata da parte del pubblico l’esigenza di parlare di morte tentando di liberarsi da condizionamenti culturali negativi. È un bisogno collettivo e trasversale che porta a un arricchimento da tempo atteso. Noi riceviamo una grande quantità di lettere da tutto il mondo, da studenti di architettura o operatori nell’ambito delle cure palliative, studiosi di botanica o registi di documentari. Una varietà umana che condivide esperienze diverse tutte riconducibili al bisogno di mettere in atto un cambiamento culturale che, attraverso il dibattito e il confronto, porti a una nuova percezione del fine vita.

A che punto è il progetto, e quali sono le difficoltà in cui vi state imbattendo?

In Italia le sepolture verdi sono vietate, ma vista la grande richiesta che quotidianamente riceviamo, abbiamo deciso di iniziare la produzione di Capsula Mundi di piccole dimensioni per le ceneri. Contemporaneamente portiamo avanti gli studi per poter realizzare anche Capsule Mundi per il corpo, ma abbiamo ancora bisogno di tempo per la ricerca.

I green burial sono già una realtà in altri paesi, così come i “funerali umanisti”. Credete che la legislazione in materia funebre e di inumazione potrà cambiare anche in Italia?

Noi pensiamo che le leggi siano sempre un passo indietro rispetto ai cambiamenti sociali. In Italia le normative cimiteriali risalgono ai tempi napoleonici e non sarà veloce il cambiamento legislativo. Ma il dibattito si è aperto, e prima o poi anche nel nostro paese si potranno avere i boschi di memoria. Intanto per la gestione delle ceneri sono già cambiate molte cose, quasi tutte le regioni si sono adeguate alle richieste e hanno individuato zone per la dispersione delle ceneri, per esempio. Fino a pochi anni fa l’urna doveva essere lasciata in cimitero, sigillata e sotto il controllo del custode.

Quale riscontro di pubblico avete ottenuto finora?

Ottimo. Fin dall’inizio, cioè dal 2003, il nostro progetto non ha mai suscitato scandalo o fastidio. Anzi è sempre stato compreso oltre ogni aspettativa. Adesso, con l’aiuto del social network è diventato più largo il campo di diffusione e abbiamo da poco toccato i 34.000 like su Facebook. A novembre del 2015 abbiamo presentato Capsula Mundi al TEDx di Torino ad un pubblico di lingua inglese ed è stato un grande successo. Per noi una bellissima esperienza.

Ecco il sito ufficiale di Capsula Mundi.

Su Battileddu

Il Carnevale, si sa, è la versione cattolica dei saturnalia romani e delle più antiche festività greche in onore di Dioniso. Si trattava di un momento in cui le leggi normali del pudore, delle gerarchie e dell’ordine sociale venivano completamente rovesciate, sbeffeggiate e messe a soqquadro. Questo era possibile proprio perché accadeva all’interno di un preciso periodo, ben delimitato e codificato: e, nonostante i millenni trascorsi e la secolarizzazione di questa festa, il Carnevale mantiene ancora in parte questo senso di liberatoria follia.

Ma a Lula, in Sardegna, ogni anno si celebra un Carnevale del tutto particolare, molto distante dalle colorate (e commerciali) mascherate cittadine. Si tratta di un rituale allegorico antichissimo, giunto inalterato fino ai giorni nostri grazie alla tenacia degli abitanti di questo paesino nel salvaguardare le proprie tradizioni. È un Carnevale che non rinnega i lati più oscuri ed apertamente pagani che stanno all’origine di questa festa, incentrato com’è sul sacrificio e sulla crudeltà.

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Il protagonista del Carnevale lulese è chiamato su Battileddu (o Batiledhu), la “vittima”, che incarna forse proprio Dioniso stesso – dio della natura selvaggia, forza vitale primordiale e incontrollabile. L’uomo che lo interpreta è acconciato in maniera terribile: vestito di pelli di montone, ha il volto coperto di nera fuliggine e il muso sporco di sangue. Sulla sua testa, coperta da un fazzoletto nero da donna, è fissato un mostruoso copricapo cornuto, ulteriormente adornato da uno stomaco di capra.

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Le pelli, le corna e il viso imbrattato di cenere e sangue sarebbero già abbastanza spaventosi: come non bastasse, su Battileddu porta al collo dei rumorosi campanacci (marrazzos) mentre sotto di essi, sulla pancia, penzola un grosso stomaco di bue che è stato riempito di sangue ed acqua.

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Per quanto possa incutere timore, su Battileddu è una vittima sacrificale, e la rappresentazione “teatrale” che segue lo mostra molto chiaramente. Il dio folle della natura è stato catturato, e viene trascinato per le strade del villaggio. Il rovesciamento carnascialesco è evidente nei cosiddetti Battileddos Gattias, uomini travestiti da vedove che però indossano dei gambali da maschio: si aggirano intonando lamenti funebri per la vittima, porgendo bambole di pezza alle donne tra la folla affinché le allattino. Ad un certo punto della sfilata, le finte vedove si siedono in cerchio e cominciano a passarsi un pizzicotto l’una con l’altra (spesso dopo aver costretto qualcuno fra il pubblico ad unirsi a loro); la prima a cui sfuggirà una risata sarà costretta a pagare pegno, che normalmente consiste nel versare da bere.

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In questo chiassoso e sregolato corteo funebre, intanto, su Battileddu continua ad essere pungolato, battuto e strattonato dalle funi di cuoio con cui l’hanno legato i Battileddos Massajos, i custodi del bestiame, uomini vestiti da contadini. È uno spettacolo cruento, al quale nemmeno il pubblico si sottrae: tutti cercano di colpire e di bucare lo stomaco di bue che il dio porta sulla pancia, in modo che il sangue ne sgorghi, fecondando la terra. Quando questo accade, gli spettatori se ne imbrattano il volto.

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Alla fine, lo stomaco di su Battileddu viene squarciato del tutto, e il dio si accascia nel sangue, sventrato. Si alza un grido: l’an mortu, Deus meu, l’an irgangatu! (“l’hanno ucciso, Dio mio, lo hanno sgozzato!”). Ecco che le vedove intonano nuovi lamenti e mettono in scena un corteo funebre, ma le parole e i gesti delle “pie donne” sono in realtà osceni e scurrili.

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Nel frattempo un altro capovolgimento ha avuto luogo: due dei “custodi” sono diventati bestie da soma e, aggiogati ad un carro come buoi, l’hanno tirato per le strade durante la rappresentazione. È su questo carro che viene issato il corpo esanime della vittima, per essere esibito alla piazza in alcuni giri trionfali. Ma la finzione viene presto svelata: un bicchiere di vino riporta in vita su Battileddu, e la festa vera e propria può finalmente avere inizio.

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Questa messa in scena della passione e del cruento sacrificio di su Battileddu si ricollega certamente agli antichi riti agricoli di fecondazione della terra; la cosa davvero curiosa è che la tradizione sarebbe potuta scomparire quando, nella prima metà del ‘900, venne abbandonata. È ricomparsa soltanto nel 2001, a causa dell’interesse antropologico cresciuto attorno a questa caratteristica figura, nell’ambito dello studio e valorizzazione delle maschere sarde. Ora, il dio impazzito che diviene montone sacrificale è di nuovo tra di noi.

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(Grazie, freya76!)

F.A.Q. – La guerra dei mondi

Caro Bizzarro Bazar,

sono un alieno. Ho soggiornato sulla Terra per quasi un secolo ormai. La mia missione è di comprendere se la razza umana sia degna di essere salvata; ho visto tutte le miserie e le cattiverie di voi umani, ho conosciuto le vostre guerre e i futili motivi per cui distruggete la natura. Ora io ti chiedo: cosa dovrebbe trattenere noi alieni dallo spazzare via la razza umana da questo pianeta? Attento, perché dalla tua risposta dipende il destino della tua specie. P.S. Se domani l’umanità non sarà scomparsa a causa di un flusso di raggi beta-positronici invertiti, vorrà dire che la tua risposta è stata soddisfacente.

Caro amico alieno, non sai quanti extraterrestri mi rivolgono la tua stessa domanda. Certo, le guerre, l’inquinamento e tutto il resto. Però, beh, insomma, siamo stati capaci di immaginarci questo.

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La biblioteca delle meraviglie IV

Paolo Albani e Paolo Della Bella

FORSE QUENEAU – ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE ANOMALE

(1999, Zanichelli)

Raymond Queneau (l’autore di Esercizi di stile, I fiori blu e Zazie nel metrò, per intenderci) aveva in progetto di compilare una “Enciclopedia delle scienze inesatte”; la ricerca avrebbe dovuto essere inclusa nei suoi studi sui fous littéraires, cioè quegli autori che non seguono strade battute e “integrate” nella società in cui vivono. Partendo da questa idea, Albani e Della Bella realizzano quello che è a tutt’oggi il più completo e indispensabile compendio enciclopedico sulle scienze anomale. Indispensabile, perché ci permette di curiosare in una galassia semisepolta di teorie bislacche, folli o magari plausibili ma dimenticate; e poi perché approcciarsi a queste scienze “non ortodosse”, se da un lato diverte, e molto, dall’altro spinge a riflettere. Ogni voce dell’enciclopedia è contrassegnata da un simbolo che rimanda a diversi ambiti o categorie, in modo da comprendere subito di cosa stiamo parlando. Le dieci categorie sono le seguenti:

1. Scienze e teorie elaborate da eterodossi scientifici e mattoidi scienziati;
2. Scienze e teorie inventate da letterati e artisti;
3. Scienze e teorie comiche, effimere, parodie di scienze;
4. Scienze della fantascienza e utopiche;
5. Scienze e teorie non riconosciute, marginalizzate, alternative alla scienza ufficiale;
6. Scienze e teorie dimenticate, scomparse, abortite;
7. Scienze potenziali, al confine di altre scienze;
8. Scienze e teorie bizzarre, avanzate da studiosi accademicamente riconosciuti;
9. Scienze occulte, paranormali, magiche, religiose;
10. Studi su pseudoscienze, su mattoidi scienziati ed eterodossi scientifici.

Dalle teorie sulla Terra cava, alla “bestemmiologia”, dalle più disparate cosmogonie alternative fino alla teologia genetica,ogni pagina dell’enciclopedia è un’incessante sorpresa che dimostra come nella storia della scienza ci sia sempre stato qualcuno che cercava di immaginare le cose da una nuova prospettiva. Sarebbe facile, e rassicurante, ridurre molte di queste teorie ad infantilismi o errori concettuali. Siamo abituati a dire: “ieri pensavamo che…, mentre oggi sappiamo che…”, come se la verità fosse stata raggiunta senza ombre di dubbio. Eppure qualsiasi conquista è provvisoria, e ogni sapere viene invariabilmente ampliato, ridefinito, corretto, in un costante affinamento. E tutto questo è possibile perché una moltitudine di uomini, alcuni scienziati, altri artisti, altri pazzoidi strampalati, continuano a porsi domande ed elaborare risposte. Che molte di queste teorie siano bislacche e assurde non fa che testimoniare il fascino dell’infinita ricerca: l’uomo che esce dipinto da queste pagine è, per fortuna, sempre pronto a dimenticare le “verità assodate”, e immaginare possibilità e punti di vista inediti e diversi.

Piero Bocchiaro

PSICOLOGIA DEL MALE

(2009, Laterza)

Perché si fa il male? Chiunque, posto in una determinata condizione, sarebbe in grado di farlo? Il piccolo, apparentemente innocuo libriccino di Piero Bocchiaro racchiude in realtà uno specchio nel quale non vorremmo (ma dovremmo) fissare lo sguardo. Prendendo spunto da quattro dei più famosi e controversi esperimenti di psicologia sociale (l’esperimento di Milgram, quello di Darley e Latané, l’arcinoto esperimento carcerario di Stanford e un ulteriore esperimento di Zimbardo), Bocchiaro estende i risultati della ricerca “in laboratorio” ad alcuni fatti di cronaca, per analizzarli alla luce dei dati sperimentali. Si affrontano quindi il caso del gerarca nazista Eichmann; il delitto Genovese, giovane italo-americana assassinata dinanzi allo sguardo passivo di 38 testimoni; la tragedia dell’Heysel, stadio belga scenario di un sanguinoso scontro fra tifoserie; e le torture di Abu Ghraib, carcere tristemente noto per gli atti disumani perpetrati da alcuni militari americani sui detenuti iracheni. Con linguaggio chiaro e comprensibile anche ai non addetti ai lavori, l’autore ci accompagna attraverso decenni di ricerche psicologiche che indagano le motivazioni della violenza e del mancato soccorso.

Sapevate che se venite aggrediti in un posto affollato avete paradossalmente meno possibilità di essere soccorsi che se l’aggressione accade in un vicolo semideserto? Siete davvero sicuri che rifiutereste l’ordine di un superiore che vi intima di usare violenza su un vostro collega? Quando vedete in televisione episodi di sciacallaggio, giudicate quelle persone dei “vandali” e siete intimamente convinti che voi, una cosa del genere, non la fareste proprio mai? Purtroppo, le ricerche in ambito della psicologia sociale dimostrano che tutti, chi più chi meno, posti nella “giusta” situazione straordinaria, sono capaci e pronti a fare ciò che, in momenti più normali, definirebbero “azioni malvagie”. Scopriamo così che molte delle nostre certezze sono piuttosto fragili: la nostra auto-immagine di persone buone e generose, pronte ad intervenire per aiutare il prossimo, e di certo lontane da pulsioni di violenza, viene a poco a poco messa in discussione. Eppure, nel momento in cui ci rendiamo conto dei meccanismi psicologici che scattano in situazioni di emergenza, ne usciamo rafforzati; e chissà che, grazie a questo piccolo libro, non finiremo magari per riconoscere il “tranello mentale” in cui stiamo cadendo, e riuscire ad agire nel modo in cui davvero desideriamo agire.

Viaggi spaziali

L’esplorazione spaziale, iniziata in modo pionieristico alla fine degli anni ’60, ha conosciuto un momento “morto” negli ultimi decenni, ma oggi sta tornando ad essere parte integrante dei progetti delle grandi agenzie aerospaziali. Gli Stati Uniti hanno pianificato i primi viaggi su Marte per la metà degli anni 2030; ESA, Russia e Cina sembra abbiano in progetto missioni similari. Ma al di là dello stimolo che questi salti nell’ignoto regalano alla nostra fantasia, ci sono dei lati oscuri con cui fare i conti (che sono poi quelli che ci interessano, qui a Bizzarro Bazar!).

Innanzitutto, teniamo presente che le enormi distanze da superare pongono diversi grattacapi. Prendiamo ad esempio una missione su Marte. Il vero problema, sostengono i professori della NASA, sarebbe il costo del “biglietto” di ritorno. Far decollare una nave spaziale dalla Terra richiede già una quantità di carburante inimmaginabile, e dotare il mezzo di una quantità di combustibile tale da permettere il viaggio di rientro è al momento pura utopia. Questo significa che il volo verso Marte sarebbe di sola andata. I primi pionieri dovrebbero divenire dei veri e propri coloni, disposti non soltanto ad esplorare il nuovo pianeta, ma a fondarvi una comunità. Dovrebbero essere scelte coppie in grado di riprodursi, per dar vita alla prima vera colonia marziana che comprenda bambini nati e cresciuti sul Pianeta Rosso. Quanti di voi non esiterebbero un attimo a lasciarsi tutto alle spalle per iniziare una nuova vita su Marte? Quale uomo accetterebbe di partire sereno, sapendo che non farà mai più ritorno, che non vedrà mai più il mare, i suoi famigliari, gli uccelli nel cielo?

Parecchi, a quanto sembra. Da quando il Journal of Cosmology ha indetto il “sondaggio”, almeno 500 volontari si sono presentati all’appello. Persone per cui l’avventura, la curiosità e la gloria valgono più di ogni altra cosa; persone che non hanno più nessun legame; persone che sognano un’epopea spaziale da quando hanno 10 anni. Forse sarà proprio questo il bacino al quale gli scienziati attingeranno, in un prossimo futuro, per selezionare gli equipaggi di questa epocale “invasione”.

Ma i viaggi spaziali sono anche lunghi, e il lato più cupo della nostra personalità può prendere il sopravvento. Lo spazio può diventare una gabbia fatta di paranoie, illusioni e depressione, fatto da cui gli scrittori di fantascienza ci mettono in guardia da molti anni. Innanzitutto, la solitudine. Una solitudine inimmaginabile. Finora i viaggi sono stati troppo brevi per una qualche manifestazione psicologica in questo senso. Ma la NASA continua a ponderare gli effetti dannosi dell’isolamento per lunghi periodi di tempo, tanto da investire 1,74 milioni di dollari nella Virtual Space Station, una sorta di “psicologo-robot” che dovrebbe aiutare e dare consigli agli astronauti depressi dalla profonda solitudine. Nel 2008, uno studio condotto al NHC HealthCare in Maryland Heights ha indicato che un cane robotico si è rivelato un ottimo rimedio per la solitudine dele persone anziane, quasi quanto un cucciolo reale… anche se l’immagine di un astronauta solo nello spazio, che parla e coccola un cane-robot non è delle più confortanti.

Nello spazio, un posto che a torto riteniamo “vuoto”, si spargono radiazioni di vario tipo. Senza la protezione dell’atmosfera, queste radiazioni possono essere pericolose. E non si tratta qui soltanto delle temibili esplosioni di raggi gamma (evento talmente raro da essere trascurabile), ma anche semplicemente delle più comuni radiazioni cosmiche: alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione a questi raggi può causare alterazioni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della creazione di nuove cellule cerebrali e ritenuta responsabile dell’apprendimento e degli stati di umore. Proteggere con scudi appropriati gli astronauti potrebbe significare ridurre i danni cerebrali e la depressione di un viaggio al di fuori dell’orbita terrestre.

Un altro problema dei viaggi astrali è la fornitura e la purificazione dell’aria. Molti studi condotti sugli scalatori di alta quota hanno dimostrato come uno scarso approvvigionamento di ossigeno porti a un calo di attenzione, di capacità cognitiva e di riconoscimento linguistico. In situazioni ancora più estreme, a ridotto apporto di ossigeno, si verificano danni permanenti al cervello. Per questo si stanno dotando le astronavi di potenti rilevatori, in grado di accorgersi in largo anticipo di un cambio nell’aria della capsula. Vengono sviluppati anche dei software in grado di “misurare” la coerenza delle risposte degli astronauti a determinate domande, per prevenire eventuali danni psichici.

Aggiungete a questo quadro lo stress del lavoro di un astronauta, costantemente vigile e attento, che deve tenere sott’occhio i parametri della missione, controllare l’equipaggiamento, sapendo che soltanto un po’ di lamiera lo protegge dall’agghiacciante vuoto siderale. Molte persone, in situazioni molto meno stressanti, si imbottiscono di psicofarmaci. L’uso e l’abuso di tali sostanze (già oggi utilizzate a bordo delle stazioni spaziali) sarà un ennesimo grattacapo da risolvere. E pensate anche solo per un momento a questa situazione: non siete voi a impazzire nello spazio, ma il vostro collega. Se nella vostra giornata quotidiana c’è sempre un orario di fine lavoro, che vi permette di staccare la spina, beh, su una navicella spaziale non esiste. Per quanto professionali gli astronauti si possano dimostrare, dovranno anche essere addestrati a far fronte a qualsiasi imprevisto, persino il crollo psicologico di uno dei membri dell’equipaggio.

Ed arriviamo infine alla questione più spinosa e difficile. Cosa fare quando un astronauta muore nello spazio?

La mitica Mary Roach, giornalista scientifica autrice dell’imperdibile Stecchiti (2005), ha da poco scritto un libro sui viaggi spaziali. Con la sua consueta scrupolosa curiosità, ha indagato anche il problema della morte nello spazio. E ci ha illuminato sulle ultime tendenze della NASA al riguardo.

La morte, già di per sé destabilizzante, diviene ancora più insostenibile in un ambiente estremo come il cosmo. Nessuno sa come un piccolo gruppo isolato nello spazio possa reagire di fronte alla scomparsa di un membro: sentimenti di paura, perdita di controllo, rabbia, colpa o attribuzione di colpa possono instaurarsi. Di fronte a un decesso che colpisce inaspettatamente un membro dell’equipaggio durante una missione, il tempo per preparare il corpo sarà soltanto di 24 ore, per prevenire infezioni. Ad ogni astronauta verrà chiesto di riempire un diario in cui annotare e sfogare le proprie emozioni al riguardo.  Il corpo, dopo una cerimonia funebre che ricordi quelle terrestri (che serva da guida per la difficile situazione e riaffermi i valori che ci accomunano), verrà deposto in un modulo apposito, studiato per eseguire la cosiddetta Promession: si tratta di un “compostaggio” ecologico dei resti umani, per mezzo del quale il corpo viene completamente congelato, poi scosso violentemente fino a ridurre la salma in una fine polverina. La capsula contenente il cadavere polverizzato verrà poi estromessa dall’astronave, là dove nessuno può vederla, trattenuta da un braccio meccanico, e lì resterà fino a quando l’astronave non rientrerà sulla Terra (ritraendosi poco prima dell’impatto con l’atmosfera); una volta atterrata potrà finalmente avere degna sepoltura. Una particolare attenzione verrà mantenuta sui “sopravvissuti”, per evitare crolli psicologici e follia.

Ecco l’articolo di Mary Roach in cui viene spiegata l’intera procedura (in inglese).

Il sogno di “fare l’astronauta” non ha mai perso il suo fascino. Ma oggi, quando questa fantasia sta quasi per diventare realtà, gli scienziati continuano a interrogarsi su quali siano le vere barriere con cui dovremo fare i conti. E pare che i mostri più pericolosi, gli alieni più letali, prenderanno corpo nella nostra stessa mente.