Morte e tazze infrante

Questo articolo è originariamente apparso su The Order of the Good Death. Del movimento death positive, per il quale queste righe vogliono essere un piccolo contributo, ho già scritto qui e qui.

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Appena la tomba è riempita, delle ghiande dovranno esservi piantate, così che nuovi alberi più tardi ne cresceranno, e il bosco sarà fitto come prima. Ogni traccia della mia tomba dovrà svanire dalla faccia della terra, così come mi compiaccio di pensare che la mia memoria svanirà dalla mente degli uomini”.

Questo passaggio dal testamento del Marchese de Sade ha sempre toccato una corda profonda in me. Ovviamente, nell’intento dell’autore si trattava di un ultimo rabbioso, sdegnoso sberleffo all’umanità, ma lo stesso identico pensiero può anche risultare rasserenante.
Sono sempre stato sensibile alla fantasia un po’ poetica, un po’ romantica, del monaco taoista o buddista che si ritira sulla sua bella montagnola per prepararsi alla morte. Da giovane pensavo che morire significasse lasciarsi il mondo alle spalle, che non comportasse alcuna responsabilità. Anzi, da qualsiasi responsabilità avrebbe dovuto teoricamente liberarmi quel momento. La mia morte era cosa mia.
Un’esperienza intima, sacra, meravigliosa che avrei tentato di affrontare con curiosità.
Impermanenza? Svanire dalle “menti degli uomini”? Poco male. Se il mio ego è transitorio come tutto il resto, non è poi tutto questo dramma. Lasciatemi andare, gente, una volta per tutte.
Nella mia mente, la cosa importante era focalizzarsi sulla mia stessa morte. Allearmi. Prepararmi.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta”, scrivevo nel mio diario.
Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno. Senza lasciare traccia del mio passaggio”.

Purtroppo ora sono ben conscio che le cose non andranno così, e che mi verrà negato il dolce conforto di essere velocemente dimenticato.
Ho passato la maggior parte del mio tempo ad addomesticare la morte – invitandola nella mia casa, cercando di farmela amica, di comprenderla – e adesso scopro che l’unica cosa che davvero temo riguardo alla mia dipartita è lo strazio che inevitabilmente causerà. È l’altro lato dell’amare ed essere amati: la morte farà male, arriverà al costo di ferire e lasciare un segno sulle persone a cui tengo di più.

Morire non è mai soltanto un affare privato, riguarda gli altri.
E puoi sentirti a tuo agio, pronto, pacifico, ma cercare una “buona” morte significa aiutare anche i tuoi cari a prepararsi. Se solo ci fosse un modo semplice per farlo.

Il fatto è che tutti sopportiamo molte piccole morti.
I luoghi possono morire: torniamo al parco giochi in cui scorrazzavamo da bambini, e ora è scomparso, fagocitato da un’orrenda stazione di servizio.
La malinconia di non poter dare un bacio per la prima volta ancora.
Abbiamo sofferto per la morte dei nostri sogni, delle nostre relazioni, della nostra giovinezza, di quel tempo esaltante in cui ogni sera fuori con gli amici sembrava una nuova avventura. Tutte queste cose se ne sono andate per sempre.
Abbiamo fatto esperienza di morti ancora più minuscole, come la nostra tazza preferita che finisce per terra un giorno, e va in pezzi.

È ogni volta lo stesso sentimento, come se qualcosa si fosse irrimediabilmente perso. Guardiamo i frammenti della tazza rotta, e sappiamo che anche tentando di incollarli insieme, non sarebbe più la stessa tazza. Possiamo ancora vederne l’immagine nella mente, ricordare com’era, ma sappiamo che non tornerà più intera.

Mi sono talvolta imbattuto nell’idea che quando perdi qualcuno, il dolore non potrà mai andarsene; eppure se impari ad accettarlo, puoi riprendere a vivere. Ma questo non è abbastanza.
Penso che abbiamo bisogno di abbracciare il lutto, piuttosto che accettarlo soltanto, abbiamo bisogno di renderlo prezioso. Suona strano, perché il dolore è il nuovo tabù, e viviamo in un mondo che continua a suggerirci che soffrire non ha alcun valore. Ideiamo continuamente nuovi antidolorifici per ogni tipo di afflizione. Ma il dolore è l’altra faccia dell’amore, e ci forma, ci definisce e rende unici.

Per secoli in Giappone i vasai hanno preso ciotole e coppe rotte, proprio come la nostra tazza caduta, aggiustandole con lacca e polvere d’oro, una tecnica chiamata kintsugi. Quando l’oggetto è riparato, le crepe dorate – che formano una decorazione assolutemente singolare, impossibile da replicare – diventano la sua vera qualità. Cicatrici che trasformano una comune ciotola in un tesoro.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta. Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno, e dire ai miei cari, ad uno ad uno: non aver paura.

Ora credi che la coppa sia infranta, ma il dolore è l’altro lato dell’amore, la prova che hai amato. Ed è una lacca dorata che può essere usata per rimettere assieme i pezzi.
Guarda questa scheggia: questa è la notte d’inverno che passammo a suonare il blues di fronte al camino, neve fuori dalla finestra e vin brulé dentro al bicchiere.
Prendi quest’altra: questo è quando ti ho detto che avevo deciso di lasciare il lavoro, e tu mi hai risposto non preoccuparti, io sono dalla tua parte.
Questo pezzo è quando tu eri a terra, e ti ho trascinato fuori e ti ho portato giù alla spiaggia a vedere l’eclissi.
Questo pezzo è quando ti ho detto che mi ero innamorato di te.

Abbiamo tutti un cuore kintsugi.
Il lutto è affetto, possiamo usarlo per tenere assieme le schegge, e trasformarle in un gioiello. Perfino più meraviglioso di prima.
Per usare le parole di Tom Waits, “tutto ciò che hai amato, è tutto ciò che possiedi”.

Gesù Cristo in Giappone

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Tutti conosciamo la storia ufficiale: Gesù di Nazaret visse 33 anni, morì crocifisso sul Calvario, giustiziato dai Romani sotto pressioni delle autorità ebraiche e, per chi è credente, risorse dalla tomba dopo tre giorni.
In seguito vennero gli immaginifici Baigent, Leigh e Lincoln che nel loro saggio Il santo Graal raccontavano di come Cristo fosse in realtà sfuggito alla condanna, fosse emigrato in Francia, avesse sposato Maria Maddalena e fondato la stirpe dei Merovingi (“la loro malafede è così evidente che il lettore vaccinato può divertirsi come se facesse un gioco di ruolo“, ebbe a dire al riguardo Umberto Eco). Se conoscete anche questa versione, ci sono buone possibilità che l’abbiate scoperta grazie al best-seller di Dan Brown, Il Codice Da Vinci, che pescava a piene mani dal controverso saggio fantastorico dei tre autori inglesi.

Ma la nostra variante preferita della storia del Messia è quella che lo vede sbarcare sulle coste giapponesi e ritirarsi con moglie e figli in uno sperduto villaggio montano, a coltivare aglio fino all’età di 118 anni.

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Il pittoresco paesino di Shingo (prefettura di Aomori), meno di 3.000 anime, è immerso nella natura, ed è conosciuto soltanto per tre specialità: lo yogurt, il delizioso aglio locale e la tomba di Gesù Cristo.

Il Nazareno, infatti, secondo la leggenda sarebbe arrivato in Giappone quando aveva 21 anni, per completare la sua formazione teologica (era evidentemente interessato allo studio delle religioni comparate); tornato a Gerusalemme, all’età di 33 anni… riuscì a far crocifiggere suo fratello al suo posto.
Per inciso, anche suo fratello Isukuri (traducibile in italiano all’incirca come “Esù Cri“) è sepolto a Shingo, o almeno il suo orecchio.
Confusi? Procediamo per ordine.

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La tomba di Gesù.

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La tomba di Esù.

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Il Festival di Cristo.

La tomba esiste, e attira ogni anno circa 10.000 visitatori. Vi si tiene perfino un Festival di Cristo – anche se, a onor del vero, si tratta di una cerimonia shintoista a “tema” cristiano. Vicino alla tomba di Gesù (e di suo fratello Esù) c’è un piccolo museo che chiarisce la vicenda. Nelle brochure turistiche si può leggere l’intera storia:

Quando aveva 21 anni, Gesù Cristo venne in Giappone e studiò teologia per 12 anni. Tornò in Giudea all’età di 33 anni per predicare, ma la gente di laggiù rifiutò i Suoi insegnamenti e Lo arrestò per crocifiggerlo.
Nonostante questo, fu Suo fratello minore Isukuri (イスキリ) che casualmente prese il Suo posto e finì la sua vita in croce. Gesù Cristo, essendo sfuggito alla crocifissione, ricominciò i Suoi viaggi e finalmente tornò in Giappone, e si stabilì in questo villaggio, Herai, dove visse fino all’età di 106 anni (Nota: altre versioni fanno menzione dell’età di 118 anni e del nome di sua moglie, Miyu).
In questo sacro luogo, la tomba sulla destra è dedicata a Gesù Cristo, mentre la tomba a sinistra commemora suo fratello, Isukuri. Tutto questo è scritto nel testamento di Gesù Cristo.

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Enjoy Coca-Cola.

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Interno del museo.

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Il testamento giapponese di Gesù.

Il testamento, redatto di suo pugno dal Messia stesso, è consultabile nel museo, anche se si tratta di una copia dato che l’originale è andato purtroppo perduto in un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. Fa parte della serie di antichi documenti che il famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi ha scoperto nel 1935: da queste carte risulta inoltre che i proprietari del terreno su cui sorge la tomba, la famiglia Sawaguchi, sono i veri e propri discendenti di Gesù Cristo.

D’altronde, i Sawaguchi non sono forse più alti della media, con il naso più allungato della media, e con la pelle più chiara della media? Lo stemma dei Sawaguchi non ricorda forse una stella di David a cui manca una punta? E il signor Sawaguchi non ha un profilo particolarmente occidentale, e anche piuttosto familiare?

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Il signor Sawaguchi in posa romana.

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Lo stemma araldico dei Sawaguchi.

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Esterno del museo con stemma.

Ci sono altri lampanti indizi che indicano la presenza storica di Gesù Cristo in questi luoghi. Per esempio, l’usanza di disegnare una croce sulla fronte dei neonati in segno di buon augurio. E, ancora, una filastrocca che tuttora si canta in paese, ma di cui nessuno conosce il senso:

Naniyaa dorayayo (ナニヤアドラヤヨ)
Naniyaa donasare inokie (ナニヤアドナサレイノキエ)
Naniyaa doyarayo (ナニヤアドラヤヨ)

Visto che questo non è giapponese, si è perso il significato originario delle parole. Ma quel nasare al centro del secondo verso ricorda in maniera sospetta il nome della città di Nazaret.
Altri indizi: il villaggio di Shingo un tempo si chiamava Herai, che forse deriva da Hebrai, quindi probabilmente l’insediamento originale era costituito da ebrei. Se questo non bastasse, il costume tradizionale locale presenta una sconvolgente somiglianza con il tipico completo ebraico.

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Insomma, la faccenda è seria, e con tutta questa abbondanza di prove inconfutabili risulta evidente che la tomba di Gesù Cristo è davvero autentica. Qualche dubbio rimane su quella di suo fratello, ma secondo alcune fonti lì sarebbe sepolto soltanto il suo orecchio, tagliato dalle guardie romane e conservato da Gesù come souvenir.

E, come souvenir, i visitatori del gift shop del museo possono portarsi a casa una tazza da tè con le parole della misteriosa canzoncina locale.
O un barattolo di gelato all’aglio per scacciare i vampiri.
O il sakè di Cristo.
O una foto ricordo nei panni della Sacra Famiglia, versione nipponica.

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Chawan (tazza da tè) di Gesù.

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Gelato all’aglio “Dracula”.

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Sakè di Cristo.

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Cheese! Alleluja!

Incredibile come, anche di fronte all’evidenza, non manchino i soliti scettici, impegnati a sostenere che si tratti solo di una bufala messa in piedi dalla famiglia Sawaguchi con il consenso del Comune, al fine di attirare un po’ di turismo.

Alcuni cinici arrivano perfino a mettere in discussione il ritrovamento, a 3 chilometri dalla tomba di Gesù Cristo, di due piramidi più antiche di quelle egiziane o messicane, scoperte sempre nel 1935, sempre dal famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi, e sempre sul terreno di proprietà dei Sawaguchi.

Ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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La Piramide del Dio della Grande Roccia, e la Piramide Superiore del Dio della Grande Roccia.

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Una roccia recante delle antichissime e misteriose iscrizioni. Il cartello spiega che purtroppo la roccia è caduta proprio sul lato delle incisioni, che quindi non si possono ammirare.

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L’incredibile Piramide di Shingo.

Donare il proprio corpo alla scienza

Siamo restii, qui su Bizzarro Bazar, a pubblicare notizie di attualità, tanto meno di politica. Facciamo uno strappo alla regola per un’iniziativa che ha in qualche modo a che vedere con alcuni degli argomenti affrontati spesso su questo blog. Sembra che finalmente anche in Italia si stia dibattendo una proposta bipartisan per un tipo di donazione che tuttora nel nostro paese non è consentita. Da un’ANSA di Silvia Gasparetto:

Disporre che il proprio corpo, dopo la morte, finisca sul tavolo operatorio delle facoltà di medicina, per preparare i buoni chirurghi del futuro, prima di essere restituito ai familiari, in condizioni ”civili e rispettose della dignità ”. È la nuova normativa (4 i progetti di legge presentati finora) su cui sta lavorando la commissione Affari Sociali della Camera, per regolamentare e promuovere la donazione della propria salma alla scienza, visto che la pratica della ”dissezione di cadavere” è attualmente in disuso, nonostante all’unanimità le società scientifiche ritengano che sia ”insostituibile”.

L’ipotesi al vaglio è quella della ”donazione volontaria” e che ha come linea guida, sottolinea il relatore, Gero Grassi, ”il rispetto totale e la dignità del corpo, anche se morto”. I vincoli, infatti, saranno quelli ”dell’integrità della salma” e della sua ”riconsegna” alle famiglie, una volta terminati gli studi. […]

Sarà, insomma, un nuovo testamento, che non dovrebbe trovare, però, intoppi nel suo cammino parlamentare, visto che le proposte arrivate all’attenzione dei deputati sono firmate da quasi tutti i gruppi e che si è registrata, nelle prime sedute sull’argomento, una volontà ‘bipartisan’ di andare incontro alle esigenze del mondo scientifico. […]

Ecco la notizia completa.