Schlitzie

Fra tutti i freaks, pochi sono stati amati come Schlitzie. Chi l’ha conosciuto lo descrive come un raggio di sole, un folletto del buonumore, un individuo meraviglioso capace di intenerire anche il cuore più granitico, e a cui era impossibile non affezionarsi.

Le sue origini sono ancora oggi ammantate di mistero. Secondo alcuni il suo vero nome sarebbe stato Simon Metz, ma non si sa con precisione quando sia nato (la data più probabile è il 10 settembre 1901), né chi fossero i suoi genitori; molto probabilmente lo vendettero a qualche sideshow già in tenera età. Schlitzie – questo il suo nome d’arte – era affetto da microcefalia, un’alterazione genetica che comporta una circonferenza cranica di molto inferiore al normale. Il cervello, così costretto, non può svilupparsi pienamente e possono insorgere diversi impedimenti cognitivi e psicomotori, a seconda della gravità. Nel mondo dello spettacolo circense, in cui fin dall’Ottocento venivano esibiti, gli individui microcefali venivano usualmente chiamati pinheads (“teste a spillo”). Nei sideshow, i pinhead erano presentati come “anelli evolutivi mancanti” (fra la scimmia e l’uomo), “meraviglie azteche”, “esseri da un altro pianeta” o anche in spettacoli chiamati più semplicemente “Che cos’è?”.

Schlitzie questi fantasiosi appellativi se li passò tutti, durante la sua sfolgorante carriera con i più grandi circhi del mondo. Spesso presentato come una donna in virtù delle ampie tuniche che gli facevano indossare (in realtà per mascherare la sua incontinenza), all’apertura del sipario lasciava tutti a bocca aperta per il suo aspetto; eppure bastavano pochi minuti perché il pubblico mettesse da parte ogni timore e si sciogliesse in fragorosi applausi.
Le folle lo adoravano, ma mai quanto i suoi colleghi. Schlitzie aveva, dicevano, il cervello di un bambino di tre o quattro anni: parlava a monosillabi, non poteva badare a se stesso, eppure forse era più intelligente di quanto si pensasse, vista la sua capacità di imitare le persone e la sua incredibile velocità di reazione. Mentre si aggirava fra le carrozze e le tende dei circhi sembrava uno spiritello sempre allegro, gioioso, che non vedeva l’ora di ballare davanti a qualcuno pur di attirare l’attenzione su di sé.

Negli anni ’30 i maggiori circhi se lo contendevano: Schlitzie si esibì per i famosi Ringling Bros., nonché per il Barnum & Bailey Circus, poi vennero il Clyde Beatty Circus, il Tom Mix Circus, i West Coast Shows… e la lista sarebbe ancora molto lunga. Anche il cinema lo corteggiò: apparve nel classico Freaks (1932) di Tod Browning, e in Island Of Lost Souls (1933) di E.C. Kenton con Charles Laughton e Bela Lugosi.
Dal 1936 Schlitzie fu legalmente affidato a George Surtees, un allevatore di scimpanzé per il Circo Tom Mix; Surtees divenne il padre amorevole e premuroso che Schlitzie non aveva mai avuto, prendendosi cura di lui fino alla sua morte. E fuproprio con la dipartita di questo “angelo custode”, avvenuta negli anni ’60, che cominciarono i veri problemi per Schlitzie: la figlia di Surtees, infatti, non se la sentì di tenerlo in casa e decise di affidarlo a una clinica.

Così Schlitzie scomparve.
Per molto tempo non si seppe più nulla del pinhead più celebre del mondo, finché un giorno il mangiatore di spade Bill Unks, che alla fine della stagione teatrale lavorava come infermiere, lo riconobbe in un reparto della clinica in cui prestava servizio. Schlitzie era tristissimo, depresso e soprattutto ammalato di solitudine. Gli mancavano i suoi amici, gli mancavano gli spettacoli, gli applausi, gli mancava il sideshow.
Bill Unks riuscì a convincere le autorità che farlo ritornare a esibirsi sarebbe stato essenziale per la sua salute.

Schlitzie rientrò con grande entusiasmo nel sideshow, e praticamente vi rimase per il resto della sua vita.
La grande famiglia dei carnies, cioè la gente del circo e degli spettacoli itineranti, lo riempì di attenzioni e affetto e infine comperò per lui un appartamento a Los Angeles dove visse i suoi ultimi anni: molti lo ricordano mentre dava da mangiare ai piccioni, si meravigliava per qualsiasi piccolo aspetto della vita, da un fiore a un minuscolo insetto, o danzava per chiunque si fermasse a parlargli.
Morì nel 1971 all’età di 71 anni, ma ancora eterno bambino; oggi la sua figura, fra le icone più riconoscibili della storia del circo, continua ad ispirare artisti di tutto il mondo.