Buon Natale!

Mai come durante queste feste natalizie si è parlato tanto di alberi.
Sembra che l’ultima moda al riguardo sia quella di posizionare gli alberi di Natale a testa in giù. Ho i miei dubbi che  si tratti di una tradizione addirittura medievale (come alcuni sostengono), fatto sta che gli alberi capovolti hanno senz’altro un elemento bizzarro e surreale che personalmente non mi dispiace.

Ma qui in Italia, e a Roma in particolare, si è parlato anche di alberi di Natale non all’altezza.
Senza addentrarmi in questioni politiche, vorrei prendere a pretesto questi alberi “devianti” per augurarvi un Natale weird e non convenzionale.

E per farlo non c’è nulla di meglio di questa divertente storiella, narrata da Tom Waits durante un suo concerto.

C’erano una volta due alberi in una foresta: c’era l’albero storto, e c’era l’albero dritto. E tutto il giorno l’albero dritto guardava l’albero storto dicendo: “Guardati, sei storto! Sei storto — guarda i tuoi rami, sono storti anche quelli! Anche le tue foglie, sono tutte storte! Probabilmente sei storto anche sotto terra… guarda me, invece. Io sono alto. Io sono dritto. Ma tu sei storto!”
Poi, un giorno… nella foresta arrivarono i boscaioli.
E diedero un’occhiata in giro. E uno di loro disse “Bob, taglia tutti gli alberi dritti.”
E quell’albero storto è ancora là, che diventa più forte, e più strano, ogni giorno che passa.

Buone feste!

Morte e tazze infrante

Questo articolo è originariamente apparso su The Order of the Good Death. Del movimento death positive, per il quale queste righe vogliono essere un piccolo contributo, ho già scritto qui e qui.

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Appena la tomba è riempita, delle ghiande dovranno esservi piantate, così che nuovi alberi più tardi ne cresceranno, e il bosco sarà fitto come prima. Ogni traccia della mia tomba dovrà svanire dalla faccia della terra, così come mi compiaccio di pensare che la mia memoria svanirà dalla mente degli uomini”.

Questo passaggio dal testamento del Marchese de Sade ha sempre toccato una corda profonda in me. Ovviamente, nell’intento dell’autore si trattava di un ultimo rabbioso, sdegnoso sberleffo all’umanità, ma lo stesso identico pensiero può anche risultare rasserenante.
Sono sempre stato sensibile alla fantasia un po’ poetica, un po’ romantica, del monaco taoista o buddista che si ritira sulla sua bella montagnola per prepararsi alla morte. Da giovane pensavo che morire significasse lasciarsi il mondo alle spalle, che non comportasse alcuna responsabilità. Anzi, da qualsiasi responsabilità avrebbe dovuto teoricamente liberarmi quel momento. La mia morte era cosa mia.
Un’esperienza intima, sacra, meravigliosa che avrei tentato di affrontare con curiosità.
Impermanenza? Svanire dalle “menti degli uomini”? Poco male. Se il mio ego è transitorio come tutto il resto, non è poi tutto questo dramma. Lasciatemi andare, gente, una volta per tutte.
Nella mia mente, la cosa importante era focalizzarsi sulla mia stessa morte. Allearmi. Prepararmi.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta”, scrivevo nel mio diario.
Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno. Senza lasciare traccia del mio passaggio”.

Purtroppo ora sono ben conscio che le cose non andranno così, e che mi verrà negato il dolce conforto di essere velocemente dimenticato.
Ho passato la maggior parte del mio tempo ad addomesticare la morte – invitandola nella mia casa, cercando di farmela amica, di comprenderla – e adesso scopro che l’unica cosa che davvero temo riguardo alla mia dipartita è lo strazio che inevitabilmente causerà. È l’altro lato dell’amare ed essere amati: la morte farà male, arriverà al costo di ferire e lasciare un segno sulle persone a cui tengo di più.

Morire non è mai soltanto un affare privato, riguarda gli altri.
E puoi sentirti a tuo agio, pronto, pacifico, ma cercare una “buona” morte significa aiutare anche i tuoi cari a prepararsi. Se solo ci fosse un modo semplice per farlo.

Il fatto è che tutti sopportiamo molte piccole morti.
I luoghi possono morire: torniamo al parco giochi in cui scorrazzavamo da bambini, e ora è scomparso, fagocitato da un’orrenda stazione di servizio.
La malinconia di non poter dare un bacio per la prima volta ancora.
Abbiamo sofferto per la morte dei nostri sogni, delle nostre relazioni, della nostra giovinezza, di quel tempo esaltante in cui ogni sera fuori con gli amici sembrava una nuova avventura. Tutte queste cose se ne sono andate per sempre.
Abbiamo fatto esperienza di morti ancora più minuscole, come la nostra tazza preferita che finisce per terra un giorno, e va in pezzi.

È ogni volta lo stesso sentimento, come se qualcosa si fosse irrimediabilmente perso. Guardiamo i frammenti della tazza rotta, e sappiamo che anche tentando di incollarli insieme, non sarebbe più la stessa tazza. Possiamo ancora vederne l’immagine nella mente, ricordare com’era, ma sappiamo che non tornerà più intera.

Mi sono talvolta imbattuto nell’idea che quando perdi qualcuno, il dolore non potrà mai andarsene; eppure se impari ad accettarlo, puoi riprendere a vivere. Ma questo non è abbastanza.
Penso che abbiamo bisogno di abbracciare il lutto, piuttosto che accettarlo soltanto, abbiamo bisogno di renderlo prezioso. Suona strano, perché il dolore è il nuovo tabù, e viviamo in un mondo che continua a suggerirci che soffrire non ha alcun valore. Ideiamo continuamente nuovi antidolorifici per ogni tipo di afflizione. Ma il dolore è l’altra faccia dell’amore, e ci forma, ci definisce e rende unici.

Per secoli in Giappone i vasai hanno preso ciotole e coppe rotte, proprio come la nostra tazza caduta, aggiustandole con lacca e polvere d’oro, una tecnica chiamata kintsugi. Quando l’oggetto è riparato, le crepe dorate – che formano una decorazione assolutemente singolare, impossibile da replicare – diventano la sua vera qualità. Cicatrici che trasformano una comune ciotola in un tesoro.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta. Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno, e dire ai miei cari, ad uno ad uno: non aver paura.

Ora credi che la coppa sia infranta, ma il dolore è l’altro lato dell’amore, la prova che hai amato. Ed è una lacca dorata che può essere usata per rimettere assieme i pezzi.
Guarda questa scheggia: questa è la notte d’inverno che passammo a suonare il blues di fronte al camino, neve fuori dalla finestra e vin brulé dentro al bicchiere.
Prendi quest’altra: questo è quando ti ho detto che avevo deciso di lasciare il lavoro, e tu mi hai risposto non preoccuparti, io sono dalla tua parte.
Questo pezzo è quando tu eri a terra, e ti ho trascinato fuori e ti ho portato giù alla spiaggia a vedere l’eclissi.
Questo pezzo è quando ti ho detto che mi ero innamorato di te.

Abbiamo tutti un cuore kintsugi.
Il lutto è affetto, possiamo usarlo per tenere assieme le schegge, e trasformarle in un gioiello. Perfino più meraviglioso di prima.
Per usare le parole di Tom Waits, “tutto ciò che hai amato, è tutto ciò che possiedi”.

Il primo suono

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Il bambino ritratto in questo video, Jonathan, ha appena sentito per la prima volta nella sua vita la voce di sua madre. È stato attivato il suo impianto cocleare, e il suono è stato percepito dal suo cervello, nonostante Jonathan sia affetto da sordità profonda. L’impianto fornisce degli impulsi elettrici direttamente alle fibre del nervo acustico, bypassando le cellule dell’orecchio interno (cellule ciliate) danneggiate. Gli impulsi, una volta raggiunto il cervello, vengono interpretati come suoni. Non si tratta quindi di un apparecchio che amplifica semplicemente i suoni, ma che fornisce impulsi al nervo a seconda del rumore che percepisce.

L’impianto cocleare ha sollevato una certa polemica (almeno in America) da parte della comunità dei sordomuti. Sembra difficile comprenderlo per chi ha un udito normale, ma la comunità sordomuta ha costruito negli anni una sua vera cultura, con un proprio linguaggio e una propria filosofia, che rischia di essere spazzata via da queste nuove tecnologie. Sintetizzando, i sordomuti ritengono che la sordità non sia un handicap, ma una diversa risorsa fisica, e non vogliono necessariamente divenire “normali” uditori. Non sognano un futuro in cui anche chi ha problemi di udito sarà capace di  sentire, ma auspicano soltanto una maggiore autonomia. Si sentono, per così dire, una “minoranza etnica”.

Quello che ci ha conquistato in queste testimonianze dell’accensione dell’impianto cocleare, e della percezione dei primissimi suoni, è il senso di meraviglia e di stupore per qualcosa che la maggior parte di noi dà per scontato. Alcuni volti si illuminano, altri sono vinti dal terrore a causa di un’esperienza così nuova. Sapendo quanti e quali problemi di integrazione e di crescita può comportare la sordità, non possiamo che sorridere di fronte a questo improvviso crollo di quello che sentiamo come una barriera. Ci viene naturale pensare subito, al di là della comunicazione quotidiana, anche alla musica. Queste persone, questi bambini,  potranno ascoltare Bach, Zappa, Miles Davis o i Led Zeppelin… e anche, a seconda dei gusti, Lady Gaga o Tom Waits… e per noi questa prospettiva non può essere che una fonte di gioia.

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Ed ecco altri video:

Elena

Solomon

Il Povero Edward

Edward Mordake (o Mordrake) è uno dei più celebri freaks di sempre, e questo anche se la sua effettiva esistenza non è mai stata provata.

La sua vicenda, infatti, si colloca in pieno ‘800, agli albori della storia clinica, ed è stata tramandata attraverso racconti popolari e folkloristici, ma mai documentata nei testi medici. Ancora oggi la sua triste vita ispira artisti e cantautori, perché ci parla del corpo come prigione, come inferno personale.

Edward, racconta la leggenda, nacque ereditiero di una delle più nobili stirpi inglesi. Era un giovane sereno, solare e grazioso, eccellente studioso e musicista delicato. Ma Edward aveva un pesante fardello da portare: sul retro della sua testa, sulla nuca, aveva una seconda faccia.

Questo suo gemello non completamente formato poteva ridere e piangere, e seguiva con lo sguardo le persone che entravano nella stanza. Le sue labbra continuavano incessantemente a muoversi, come se la faccia bisbigliasse qualcosa, anche se nessuno udiva la sua voce.

Ma pochi sapevano quale fosse la terribile verità: quando calava la notte, e tutti se ne andavano, Edward rimaneva da solo con il suo “fratello”, e cominciavano i tormenti. La seconda faccia era infatti crudele e malvagia, come un gemello demoniaco. Di notte, si dice, sussurrava ad Edward parole “che stanno soltanto all’Inferno”. Rideva quando Edward singhiozzava per la disperazione.

La storia si conclude invariabilmente in modo drammatico: a 23 anni, Edward si uccide, reso folle dall’incessante e sadico bisbigliare della sua seconda faccia. Alcuni dicono che si avvelenò, altri che si impiccò, altri ancora che si sparò in testa (dritto fra gli occhi del malefico “gemello”). Alcune varianti della storia specificano che lasciò scritto come desiderio che la seconda faccia venisse distrutta prima della sua inumazione, “perché non continui i suoi osceni bisbigli anche nella mia tomba”.

La versione più popolare della storia è raccontata nel testo del 1896, Anomalies and Curiosities of Medecine, ed è per molto tempo stata considerata inattendibile, per via dell’arricchimento dovuto ai decenni di passaparola. Alcune versioni della storia sostengono addirittura che la seconda faccia di Edward fosse quella di una bellissima e maligna ragazza – cosa ovviamente impossibile perché tutti i gemelli parassiti sono dello stesso sesso. Quindi Edward Mordake è davvero soltanto una leggenda?

Questo è Chang Tzu Ping. Scoperto tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 da un gruppo di militari americani; aveva una seconda faccia consistente di una bocca, una lingua rudimentale, qualche dente, un pezzo di scalpo, e le vestigia di occhi, naso e orecchie. Fu portato negli Stati Uniti dove la sua seconda faccia venne asportata chirurgicamente. Una volta ritornato al suo paese natale, in Cina, “Chang dalle due facce” finalmente potè vivere serenamente con gli altri abitanti del villaggio, non più terrorizzati, e non si seppe più nulla di lui.

Casi come questi ci fanno dedurre che forse un briciolo di realtà, esagerata poi dalla sensibilità popolare, fosse presente anche nella storia del Povero Edward.

Concludiamo con la ballata dedicata a Mordake dal nostro beniamino, Tom Waits.

Buon compleanno Tom Waits!

Oggi il cantautore americano più innovativo delle ultime tre decadi compie 60 anni. La sua inconfondibile voce al catrame, lanciafiamme nei polmoni, ci ha accompagnato attraverso infinite sperimentazioni, arrangiamenti alla Kurt Weill, splendide ballate sugli emarginati e impensabili visioni di lontani, bizzarri mondi a metà strada fra il freakshow e l’evocazione di schizofrenici sogni, tutti incentrati sulla perdita e la morte.

Per celebrarlo, ecco una selezione di sue esibizioni.

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