La Grotta Gino: nell’antro del popolo di pietra

Articolo a cura delle guestblogger Alessia Cagnotto e Martina Huni

È una bella giornata di ottobre, il cielo è terso e il sole scalda ancora come fosse inizio settembre. Ci troviamo a Moncalieri, di fronte a un edificio meticolosamente salvato dal trascorrere del tempo. La facciata è illuminata in modo omogeneo; le ombre dei decori e delle finestre non sono eccessivamente calcate e le insegne verde Irlanda risaltano nette contro le pareti di mattoni color salmone, proprio come le lettere bianche della scritta “Ristorante La Grotta Gino”.
La porta d’ingresso non presenta nulla di strano, ma non ci lasciamo ingannare da questa apparente normalità: sappiamo che ciò che ci attende all’interno è tutto fuorché ordinario.

Entrando nella piccola saletta bar, una ragazza sorridente ci accoglie e ci indica il percorso per addentrarsi nel fiabesco ristorante.
A sinistra c’è qualche tavolo apparecchiato, circondato da pentole antiche appese ai muri, insieme ad altri utensili e fotografie: sono pedine su cui rimbalza lo sguardo fino ad arrivare all’ingresso dell’antro che ci porterà all’interno di un altro mondo.
Si ergono qui due cariatidi rosso cupo che segnano l’inizio del tragitto, oltre le quali l’intonaco rassicurante delle pareti muta in una volta di pietra grigio scuro, mentre gli occhi si perdono all’interno di un tunnel illuminato da pochi faretti incastonati nel soffitto.

Oltrepassate le cariatidi del Mondo Vero, per proseguire all’interno della grotta — come in tutte le avventure che si rispettino — c’è una barca ormeggiata che aspetta di prendere il largo; ci ritroviamo quindi a galleggiare su un sentiero di acqua incerta, sul nostro traghetto personale. Decidiamo di goderci con calma il percorso, a nostro agio nei panni di Jim Hawkins, e ci soffermiamo a guardare le statue che costeggiano il canale.


Dietro una leggera curva del percorso (circa 50 metri su un rivolo di acqua sorgiva) incontriamo il primo gruppo di personaggi rocciosi, del quale fanno parte l’artefice dello scavo in persona, cioè il Signor Lorenzo Gino, assieme al Re Galantuomo e a un putto in carne che sorregge un’iscrizione dedicata al Re Vittorio Emanuele.

La storia della Grotta è infatti incredibile: nell’arco di trent’anni, tra il 1855 e il 1885, Lorenzo Gino scavò da solo il suo pertugio, con il pretesto di voler ampliare la sua bottega di falegname. I lavori si svolsero con numerose e notevoli difficoltà, senza piani o progetti architettonici da seguire, e tuttavia furono portati a termine con questo straordinario risultato.
Nel 1902 il figlio Giovanni volle dedicare al padre e ai suoi sforzi un busto, proprio quello che abbiamo appena sorpassato; durante l’inaugurazione della statua intervennero i giornali, che pubblicizzarono con due libretti la strabiliante Grotta Gino.

Già allora il pubblico guardava con meraviglia quei tunnel improvvisati, all’interno dei quali Gino aveva inserito raffigurazioni di personaggi reali e all’epoca ben noti.
La luce che viene dall’alto scolpisce ulteriormente i lineamenti delle statue, l’incavatura degli occhi sembra più profonda e da quelle fessure ombrose le pietre personificate ricambiano, fiere, il nostro sguardo curioso.
Proseguiamo sul nostro canale in miniatura fino ad attraccare in un piccolo slargo pianeggiante che fa da molo. Scendiamo un po’ dispiaciute dalla barca e ci ritroviamo a guardare dentro una nicchia buia, che si incurva proprio davanti a noi: dall’oscurità emergono, severi, due uomini baffuti in compagnia di un fedele cane da caccia con in bocca una lepre.

Realizziamo con stupore di aver iniziato un nuovo percorso avventuroso, saliamo un paio di gradini e ci imbattiamo in un altro gruppo di statue disposte in cerchio: ballano felici sotto una volta forata che fa entrare qualche raggio di luce naturale che, in quel buio contesto, risulta così inaspettata da sembrare magica.

Da lì si diramano altri nuovi cunicoli. Alla nostra destra c’è un rettilineo che ospita ancora un po’ di acqua calma, sulla quale si specchiano bottiglie e piccole creature pietrificate, incastonate nella parete soprastante. I mezzi busti, gli omini alti come i loro cilindri e una dama elegantemente malinconica si sporgono sul rigagnolo, nel quale un bambino impertinente sguazza giocoso.

Forse sorridiamo, con la sensazione di essere dentro la pancia della balena. Lo straniamento è aiutato dall’illuminazione: neon coloratissimi rendono la pietra rossa, verde, blu, viola, e così osserviamo quel che ci circonda come quando da piccoli si guarda il mondo attraverso la carta colorata delle caramelle. L’unica cosa che ci potrebbe ancorare alla realtà del XXI secolo è il sonoro della radio, ma il volume discreto non riesce a rompere l’incantesimo, e a toglierci di dosso la sensazione che quelle creature ci stiano guardando, divertite dal nostro stupore.

Ci incamminiamo nei cunicoli come in cerca di un forziere magico, guardandoci attorno ipnotizzate da ogni dettaglio; ci accompagnano le onnipresenti bottiglie impolverate e la folla di sculture umanizzate, quasi volessero indirizzarci lungo il giusto percorso. Ci imbattiamo in un antro a mezza sfera, ricolmo di un’enorme quantità di bottiglie che ci sovrastano, le osserviamo appoggiate su più piani, etichetta dopo etichetta: fanno da festone a una serie di nicchie abitate da basse creature bizzarre, tutte sorridenti, il viso che si sporge a guardare i curiosi come noi. Al centro di questa sorta di portico in miniatura sta un giovinetto di pietra bianca, ancora più gioioso dei suoi compagni di stanza, intento a festeggiare eternamente il vino che lo circonda.

 

Proseguiamo per raggiungere un nuovo gruppo di statue: i personaggi, questa volta, sono più numerosi, sempre disposti in un festoso girotondo — signori dai grossi baffi e dagli alti cilindri accompagnano un ragazzetto smodato e una signora ben vestita, dall’abito ingombrante; le ombre sul tessuto richiamano la dettagliata acconciatura della gran dama. Nella penombra, le statue suscitano una leggera melanconia: ci sembra di scorgervi l’eterno tentativo dell’Uomo di scolpire il tempo, di imprimere nella pietra un istante, una visione che non si vorrebbe finisse consumata; una missione purtroppo destinata a fallire perché, come recita il detto, “il ricordo della felicità non è più felicità”.
Per qualche minuto, però, riusciamo davvero a diventare parte della festa, giriamo in tondo attorno ai convitati di pietra, seguendo il turbinio che suggeriscono i loro movimenti fissati in eterno.
Ce ne andiamo, infine, in silenzio, come fanno gli intrusi, senza essere riuscite a comprendere del tutto il motivo della celebrazione.

I cunicoli ci portano verso una leggera salita, il sentiero umido si trasforma in una scala. Saliamo i gradini, ormai avvezze ai mezzi busti imponenti che ci accompagnano nell’ultima parte della nostra avventura.


Una piccola scala a chiocciola in ferro battuto, verde come le insegne in superficie, ci riporta alla contemporaneità. La sua presenza contrasta con quella di un’ultima, piccola statua posta sulla parete di sfondo: un putto bianco, paffuto e diroccato, rimane immobile sotto una finestrina, la luce del sole non lo sfiora che per poco. Dalla sua nicchia, è destinato a immaginarsi il mondo senza mai poterlo conoscere.

Il viaggio finisce di lì a poco, quando ci troviamo in una grande sala rotonda, sovrastata da un’alta cupola. Eccoci nel luogo deputato ai ricevimenti e agli eventi che qui si possono organizzare.

Il percorso a ritroso, seguito a malincuore, ci regala un’ultima magia prima di ritornare con i piedi per terra: dalla barca, la luce che proviene dall’esterno oltre le cariatidi rosse, appare eccessivamente bianca, si riverbera nell’acqua creando un riflesso stranamente allungato, come quelli rappresentati nelle illustrazioni dei libri antichi di favole e leggende.

All’uscita dall’antro fiabesco, di ritorno al Mondo Vero, la giornata di ottobre che ci attende sa ancora di inizio settembre.
Con un sorriso ringraziamo mentalmente il Signor Lorenzo Gino per aver scavato una piccola favola nella realtà, e per aver dato sostanza, nella pietra, al desiderio che tutti abbiamo: quello di potere, per un poco, giocare e fantasticare come quando eravamo bambini.
Come quando distorcevamo il mondo guardandolo da dietro una carta di caramella, dolciastra e colorata.

“La Grotta Gino” si trova in Piazza Amedeo Ferdinando 2, a Moncalieri (TO). Ecco il sito ufficiale e la pagina FB.
Segnalo che sul blog dell’associazione Egeria Centro Ricerche Sotterranee si accenna al mistero di una seconda Grotta Gino in Lombardia.
Vi consiglio anche di dare un’occhiata alle belle fotografie delle due autrici di questo articolo: Alessia Cagnotto e Martina Huni.

Inferno fresco: Dante Alighieri e la cultura goth

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Quest’anno ricorre il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri.

Il vero miracolo della Commedia non è strettamente poetico, ma risiede soprattutto nella incredibile portata che ha avuto, e ha tuttora, nel plasmare l’immaginario occidentale. Il termine “classico” è noioso e invecchiato male, ma difficilmente un testo ha trasceso a questo modo epoche e popoli: Dante è un classico nel senso più attivo della parola, la sua opera dopo sette secoli è viva tutta attorno a noi ed è capace di influenzare ancora oggi le nuove generazioni di artisti.

Certo, i giovani apprezzano soprattutto l’Inferno.
E questo perché l’Inferno è un turbine di emozioni crudeli, di sensi strappati, di terrori e pietà. Lontano dalla simpatica verve buonista di alcune divulgazioni, che pure riempiono le piazze strizzando l’occhio all’attualità (quando abbiamo conosciuto ben altre letture), l’Inferno è rimasto un coltello che scava nel profondo degli errori dell’anima, che mette a nudo un’umanità fallace e fallata con cui non possiamo che identificarci. E al tempo stesso dipinge un sulfureo affresco, dalla forza terribile e violenta.
Anche secondo Emil Cioran non c’è paragone fra i tre libri: “l’Inferno – esatto come un verbale. Il Purgatorio – falso come ogni allusione al Cielo. Il Paradiso – sfoggio di invenzioni e di insulsaggini… La trilogia di Dante è la maggiore riabilitazione del diavolo che un cristiano abbia intrapreso” (in Sillogismi dell’amarezza, 1952).

Vittorio Sermonti, uno dei maggiori esegeti della Commedia, intervistato nel 2006 sulle pagine del Corriere stimava che “i giovani capiscono Dante meglio di tanti accademici […] L’Inferno è più splatter di certi fumetti o videogiochi”. Quattro anni dopo, a riprova dell’appeal che il libro può ancora avere nella cultura pop giovanile, esce il videogame Dante’s Inferno.

Per esplorare le influenze dantesche sul mondo dell’immaginario contemporaneo apre il 25 settembre al MIAAO (Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi) di Torino una mostra curata da Lorenza Bessone dal titolo Inferno fresco.

Abbiamo deciso di segnalare questa iniziativa per due motivi.
Innanzitutto questa mostra è curiosa in quanto si propone di esplorare l’impatto del primo libro della Commedia sull’immaginario delle sottoculture dark/goth, spesso poco considerate ma che rappresentano una declinazione giovanile fertile e interessante.
In secondo luogo, il taglio dato alla mostra è eminentemente femminile: con l’eccezione di tre artisti maschi, tutte le opere presentate sono a firma di illustratrici più o meno affermate. La dimensione femminile, lungi dall’edulcorare i toni, apporta alle rappresentazioni infernali una visceralità e un’intensità sicuramente uniche.

 

Pablo Echaurren, Mutilati ignavi (Dante’s Inferno Canto XXVIII), 2004, tarsia di panni e plastiche imbottite eseguita da Marta Pederzoli, 113x66 cm. Courtesy MIAAO.

Pablo Echaurren, Mutilati ignavi (Dante’s Inferno Canto XXVIII), 2004, tarsia di panni e plastiche imbottite eseguita da Marta Pederzoli, 113×66 cm. Courtesy MIAAO.

 

Pole Ka Hell Canto XXXIV

Alice Richard aka Pole Ka, Lucifer (Dante’s Inferno Canto XXXIV), 2014, grafite e inchiostri di china su carta, 42×29 cm.

Lo chiarisce il comunicato stampa della mostra:

A proposito degli esiti di questa dantesca chiamata alle arti, si anticipa una interessante riflessione della curatrice Lorenza Bessone, che appartiene alla stessa generazione di molte tra le disegnatrici invitate, tutte under 40: “nonostante l’approccio oltranzista del brief di progetto, che si riferiva all’ horror-splatter anche per evitare ogni insopportabile visione ‘benigna’ di Dante, molti elaborati sono sorprendenti pure per la sofisticazione nelle scelte di alcuni personaggi e la dissimmetria delle varie referenze culturali, tra pop e top”. A esempio la francesina Pole Ka, a partire da Semiramis lussuriosa compone una suite perturbante, fondata anche su una sua dichiarazione di poetica: L’Enfer est intime, ed è la ricorrente rappresentazione dell’apparato uterino come luogo di destino ferale. Oppure Beatrice è ritratta da Helbones all’età del primo incontro con Dante, a 9 anni, caratterizzata da Big Eyes, evidente citazione di pittura Lowbrow, con però delle stelline di dentro a cinque punte, e un’iscrizione in provenzale che presuppone frequentazioni di filologia fromanza…E ancora un’altra subalpina, Elisa Scesa, con una sua araldica Aracne provoca il brivido dell’ibrido, gemmato da accoppiamenti assolutamente non giudiziosi… E così via, con prove tutte, ci si sente persino di azzardare, di nuova Stilmischung, di quella mescolanza di stili sublimi, medi, e umili che secondo un altro grande lettore di Dante, Erich Auerbach, caratterizza anche la Commedia dantesca.

Finamore Hell Canto IX

Giorgio Finamore, Le feroci Erine (Dante’s Inferno Canto IX), 2015, matita su carta, editing e pittura digitale, 42×29,5 cm.

 

Seitzinger Hell Canto XVII

Elisa Scesa aka Elisa Ada Seitzinger, Aracne (Dante’s Inferno Canto XVII, Purgatorio Canto XII), 2015, tecnica mista su carta, 42×29,5 cm.

Inferno fresco. Nuove illustratrici dantesche
direzione artistica Enzo Biffi Gentili / a cura di Lorenza Bessone
Sede: MIAAO Galleria Sottana. via Maria Vittoria 5. 10123 Torino. Italia
Periodo di svolgimento: dal 25 settembre al 31 ottobre 2015
Orari di apertura: sabato ore 15-19.30, domenica ore 11-19
Inaugurazione venerdì 25 settembre 2015 alle ore 12
INGRESSO LIBERO
Info: Tel. 011 561 11 61 Mail: [email protected]

De profundis, mostra e booksigning

Keep The World Weird

Fra pochi giorni sarà finalmente disponibile il secondo volume della Collana Bizzarro Bazar. Intitolato De profundis, il libro esplora le suggestioni del Cimitero delle Fontanelle di Napoli portando il lettore faccia a faccia con le “capuzzelle” e il loro significato simbolico grazie alle fotografie di Carlo Vannini.

Logos Edizioni in collaborazione con Ateliers ViaDueGobbiTre, nell’ambito della manifestazione internazionale Fotografia Europea, ha organizzato una mostra fotografica che presenterà in esposizione i migliori scatti dei primi due volumi della Collana. All’evento, intitolato Keep The World Weird, ovviamente sarà presente anche il vostro affezionato Bizzarro Bazar, che aprirà le danze parlando della “meraviglia nera” e del suo potere sovversivo. L’appuntamento è per venerdì 15 maggio alle ore 19, presso l’atelier Laura Cadelo Bertrand in Via Due Gobbi, Reggio Emilia.

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Per i due giorni successivi, sabato 16 maggio e domenica 17 maggio, mi troverete intento a firmare e dedicare le copie di De profundis al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand Logos. E per la gioia di grandi e piccini sarà anche possibile impadronirsi di un profluvio di golosi gadget (shopper, spille, magneti, cartoline, e chi più ne ha più ne metta); tutti accessori imprescindibili per ostentare con classe il vostro orgoglio weird!

Gadget

Per eventuali ulteriori aggiornamenti, ricordo che ora esiste anche la nostra pagina Facebook.

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Laboratorio di crocifissione

Vedo lì vicino delle croci, non di un solo tipo,
ma costruite da chi in un modo da chi in un altro:
alcuni li levarono in alto rivolti con la testa verso la terra,
ad altri infilano un palo per il retto,
alcuni allungano le braccia sul patibolo;
vedo i cavalletti, vedo le percosse
e vedo macchine specifiche per ogni membro:
ma vedo anche la morte.
(Seneca, Consolatio ad Marciam)

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La Pasqua è ormai alle porte, e come ogni anno il Venerdì Santo i fedeli rievocheranno la Passione di Gesù, crocifisso al legno del Golgota. Ma siamo davvero sicuri che la raffigurazione classica del Cristo sulla croce sia realistica? Dopotutto, anche nelle infinite variazioni della scena del supplizio che la storia dell’arte ci ha proposto per lunghi secoli, sembra esserci sempre qualche discrepanza: talvolta il Redentore viene mostrato con i chiodi infissi nelle mani e nei piedi, altre volte i chiodi trapassano i suoi polsi. La confusione viene da lontano, dalle prime, approssimative, traduzioni del Vangelo di Giovanni in cui si fraintendeva il termine greco “arto” con “mano“.

Ma qual era la prassi reale della crocifissione? E di cosa moriva esattamente il condannato?
Sia gli storici che gli scienziati hanno provato a rispondere a queste domande.

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Le fonti coeve ci fanno supporre che il termine “crocifissione” in latino e greco si riferisse in realtà a diversi metodi di esecuzione capitale, dall’impalamento fino alla messa alle corde su un semplice albero, e molto probabilmente le tecniche variavano a seconda del tempo e del luogo.
L’unica certezza è che si trattava della pena più umiliante, lunga e dolorosa prevista dal sistema giudiziario dell’epoca (perlomeno nel bacino del Mediterraneo). Cicerone stesso lo definisce “il supplizio più crudele e più tetro“: le pene del condannato, appeso nudo ed esposto al pubblico ludibrio, venivano prolungate il più possibile mediante bevande drogate (mirra e vino) o miscele d’acqua e aceto che avevano lo scopo di dissetare, tamponare le emorragie, far riprendere i sensi e via dicendo.
Soltanto in rari casi si ricorreva all’accelerazione della morte. Questo avveniva per motivi d’ordine pubblico, per interventi di amici e parenti del condannato, o per specifiche usanze locali: i due metodi più usati per porre fine alle sofferenze del crocifisso erano il colpo di lancia al cuore, che secondo la tradizione venne usato anche per Gesù, e il cosiddetto crucifragium, che consisteva nello spezzare le gambe con dei martelli o dei bastoni, privando così di ogni appoggio il condannato, che soffocava a causa dell’iperestensione della cassa toracica.

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Le croci usate dai Romani per le pene giudiziarie all’epoca di Gesù erano di tre tipi: la crux decussata, o croce di Sant’Andrea, era formata da due pali fissati a forma di X; la crux commissa, con i pali disposti a T; e infine c’era la crux immissa, quella più celebre, in cui la trave orizzontale (patibulum) veniva posta a due terzi dell’altezza di quella verticale (stipes). Quest’ultimo assetto permetteva di affiggere sul prolungamento sopra al capo del condannato il cosiddetto titulus, un cartello recante le generalità dell’accusato, la condanna e la sentenza.

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Altro dettaglio piuttosto certo è la presenza di un sostegno a metà dello stipes, chiamato in latino sedile, che offriva al condannato un punto d’appoggio, per sostenere il peso del corpo senza crollare a terra, impedendogli così di morire troppo in fretta. Da sedile deriverebbe l’espressione “sedere sulla croce”. Più controverso l’utilizzo del suppedaneum, il supporto su cui forse poggiavano ed erano inchiodati i piedi, spesso raffigurato nei dipinti della crocifissione ma di cui non si fa alcun accenno nei manoscritti antichi.

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Nonostante le informazioni pervenuteci sulla croce in sé siano piuttosto dettagliate, l’effettiva tecnica di fissaggio rimase dibattuta per molto tempo. L’unico scheletro mai ritrovato di un condannato alla crocifissione (scoperto nel 1968 nei dintorni di Gerusalemme) aveva le gambe fratturate, e un chiodo ancora piantato sull’esterno della caviglia, il che fa supporre che i piedi fossero stati fissati ai lati della croce. Ma questo non risolve i molti dubbi che per secoli attanagliarono teologi e fedeli.
Dove venivano piantati esattamente i chiodi? Nelle mani o nei polsi? I piedi erano inchiodati davanti o sui lati dello stipes? Le gambe si flettevano al ginocchio o rimanevano dritte?

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Può sembrare strano, ma anche in ambito scientifico la questione venne dibattuta a lungo, soprattutto verso la fine del XIX secolo. I ricercatori medici potevano contare su un approvvigionamento costante di cadaveri, e di braccia e gambe amputate, per vagliare le diverse ipotesi.

La teoria che vedeva i chiodi inseriti nel polso, esattamente fra carpo e radio, aveva il vantaggio che con una simile tecnica sarebbero probabilmente stati parzialmente recisi nervo mediano e flessore lungo del pollice, ma senza toccare le arterie e senza fratturare le ossa.
Dall’altra parte, l’idea che il Redentore fosse stato crocifisso per i polsi era considerata, se non proprio eretica, perlomeno azzardata da una parte degli scienziati cristiani: certo, significava smentire la maggioranza delle raffigurazioni classiche, ma in realtà c’era molto di più in ballo. Il vero problema teologico erano le stigmate.
Se Gesù fosse stato inchiodato ai polsi, come si spiegavano le ferite che invariabilmente apparivano sui palmi delle persone in odore di santità? Forse che proprio Nostro Signore (che inviava le stigmate come penitenza, ma anche come dimostrazione di beatitudine) non sapeva bene dove erano passati i chiodi? Accettare la teoria dei polsi significava ammettere che gli stigmatizzati erano stati più o meno inconsciamente influenzati da un’iconografia errata, e che quindi l’origine delle piaghe era tutt’altro che ultraterrena…

Per rintuzzare queste supposizioni ignominiose, intorno al 1900, Marie Louis Adolphe Donnadieu, professore alla facoltà cattolica di Scienze di Lione, decise di sperimentare una volta per tutte una vera crocifissione. Inchiodò un cadavere a un asse di legno, e addirittura per una sola mano.

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La crudele fotografia del morto appeso per il braccio, pubblicata nel suo Le Saint Suaire de Turin devant la Science (1904), secondo il professore dimostrava senza ombra di dubbio che le mani di Gesù sarebbero state in grado di sostenere il suo corpo sulla croce. Gli altri scienziati avrebbero dovuto rimangiarsi le loro teorie una volta per tutte; l’unico rimpianto di Donnadieu non era di ordine morale, ma relativo al fatto che “la luce nella foto non offriva le migliori condizioni estetiche“.

Peccato però che la sua drammatica dimostrazione non mise affatto a tacere gli oppositori, nemmeno fra le fila dei cattolici. Trent’anni più tardi il dottor Pierre Barbet, primo chirurgo all’Ospedale Saint Joseph di Parigi, nel suo testo La passion de Jésus Christ selon le chirurgien (1936), criticava l’esperimento di Donnadieu: “la foto mostra un corpo patetico, piccolo, ossuto ed emaciato. […] Il cadavere che io ho crocifisso, invece […] era assolutamente fresco e in carne“. Sì, perché anche Barbet si era messo ad inchiodare cadaveri, ma in maniera molto più seria e programmatica di Donnadieu.

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La meticolosa ricerca di Pierre Barbet lo pone senza dubbio fra i pionieri (pochi, a voler essere pignoli) degli studi medici sulla Crocifissione, in particolare riguardo anche alle ferite riportate sulla Sacra Sindone. Le ipotesi a cui arriva Barbet sono che l’uomo raffigurato nella Sindone sia stato inchiodato attraverso i polsi e non sui palmi; che la mancanza del pollice nell’impronta della Sindone sia dovuta alla recisione del nervo mediano al passare del chiodo; che l’uomo della Sindone morì di asfissia, una volta che le gambe e le braccia non furono più in grado di sostenerlo.

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Quest’ultima teoria, rimasta quella più accreditata per molti decenni, venne smentita dall’ultimo grande esperto di crocifissione, il famoso patologo e antropologo forense americano Frederick Zugibe. I suoi studi principali si svolsero fra la fine degli anni ’90 e l’inizio di questo secolo, e non avendo a disposizione salme da inchiodare nel suo garage (come potete certo immaginare, la moda di crocifiggere cadaveri per indagare simili questioni era decisamente tramontata) Zugibe portò avanti le ricerche grazie a un’équipe di volontari. Volontari che, detto per inciso, furono più facili da trovare del previsto, dato che i membri di una congregazione cristiana vicino a casa sua facevano la fila per interpretare il ruolo del Salvatore.
Zubige costruì una croce artigianale su cui legava le sue cavie, misurandone costantemente le funzioni corporee, la pressione, il battito, la respirazione, eccetera. La sua conclusione è che Gesù non sarebbe morto di asfissia, ma a causa di shock traumatico e ipovolemia.

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Per completare il quadro, altri studiosi hanno indicato diverse possibili cause di morte in una persona crocifissa: infarto, acidosi, aritmia, embolia polmonare, ma anche infezioni, disidratazione, ferite inferte da animali, o una combinazione di questi fattori. Quale che fosse la causa finale, era chiaro che c’era soltanto un modo di scendere dalla croce.

Riguardo i famigerati chiodi e il loro punto di entrata, Zugibe era convinto che la parte più alta del palmo fosse perfettamente in grado di sostenere il peso del corpo, senza causare fratture ossee. Dimostrò più volte il suo teorema, durante alcune dissezioni in laboratorio.

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Dopodiché, molti decenni più tardi, “un incredibile e inatteso evento di significato monumentale si è svolto nell’ufficio del coroner, che conferma l’esistenza di questo percorso [all’interno della mano]. Una giovane donna era stata brutalmente pugnalata su tutto il corpo. Trovai una ferita da difesa nella sua mano, poiché aveva alzato la mano nel tentativo di proteggere il volto dalla feroce aggressione. L’esame di questa ferita sulla mano rivelò che […] la lama era passata attraverso l’area “Z” e la punta era uscita sul retro del polso esattamente come si vede nella Sindone. Una radiografia dell’area mostrò l’assenza di qualsiasi frattura!“.

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Che un medico legale si ecciti fino a usare il punto esclamativo, di fronte a un’autopsia per omicidio, pensando alle correlazioni fra una pugnalata, la Sindone di Torino e la crocifissione di Gesù Cristo… be’, non deve stupire troppo. In fin dei conti sono in gioco duemila anni di immaginario religioso.

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La riedizione inglese del testo di Pierre Barbet è A Doctor at Calvary. Le conclusioni di Zubige sono riassunte nel suo saggio Pierre Barbet Revisited, consultabile online.

Macabre collezioni

Abbiamo spesso parlato, su Bizzarro Bazar, di wunderkammer, esibizioni anatomiche, collezionisti del macabro e di oggetti conservati gelosamente nonostante il (o forse proprio a causa del) loro potenziale inquietante. È divertente notare come, nell’immaginario comune, chi si impegna in tale tipo di collezionismo sia normalmente associato alle tendenze dark o, peggio, sataniste; quando spesso si tratta di persone assolutamente comuni che mantengono intatto un quasi infantile senso della curiosità e della meraviglia.

Oggi, grazie a un articolo di Newsweek (segnalatoci da Materies Morbi) questo argomento poco battuto dalla stampa ci risolleva per un attimo dalla superficie di notizie e articoli insipidi quotidiani.

L’autrice dell’articolo, la scrittrice Caroline H. Dworin, si interroga sul perché certe persone provino attrazione verso reperti anatomici, feti sotto formalina, esemplari tassidermici deformi, strumenti chirurgici, o portafogli e antichi grimori rilegati in pelle umana. Alcune parti dell’articolo ci hanno toccato personalmente, visto che anche noi nel nostro piccolo collezioniamo da anni questo tipo di oggetti e reperti. E per una volta ci sembra che le ipotesi fornite dall’articolo siano condivisibili e soprattutto molto umane.

Nell’articolo, la simpatica Joanna Ebstein di Morbid Anatomy viene interpellata sulla sua esperienza come collezionista. Qualche tempo fa noi avevamo chiesto la stessa cosa anche al proprietario del favoloso Nautilus di Torino, e la sua risposta era stata analoga. Quello che attira in questi oggetti è il fatto che sono oggetti che parlano, hanno una storia, e ci interrogano. Sono cioè piccoli pezzi di vita fossilizzata che non possono lasciarci indifferenti. “C’è qualcosa di molto eccitante in simili oggetti, aprono così tante strade differenti: divengono oggetti con un significato”. Joanna sta anche portando avanti un progetto fotografico a lungo termine che documenta i “gabinetti delle meraviglie” privati e le collezioni segrete più incredibili attraverso il globo (Private Cabinets Photo Series).

“Le persone sono veramente attratte dalle cose che creano un ponte fra la vita e la morte”, dice Evan Michelson, proprietaria di Obscura, Antiques and Oddities, un piccolo negozio nell’East Village di New York specializzato in oggetti macabri vittoriani. “Se la tua personalità ha anche solo un’ombra di malinconia, finisci per trovare conforto in cose che altre persone trovano tristi”. Evan ha anche notato che le femmine sembrano essere attratte da questo tipo di collezione in proporzione largamente maggiore dei maschi. La sua collezione personale vanta molti oggetti “malinconici”, elementi di scene del crimine, strumenti medici, stampe di malattie e lesioni incurabili, preparati in barattolo, animali siamesi. “Ho alcuni cuccioli di maiale fusi assieme che sono davvero tristi – aggiunge – sembra che stiano danzando”.

Michelson fa anche collezione di bare per infanti. “Ho a casa mia una delle più piccole bare commerciali mai realizzate. Reca l’iscrizione Soffrite bambini per arrivare a Me. Ha le sue piccole cerniere, e i sostegni per i portatori, come se fossero stati realmente necessari dei portatori”.

Altri ancora trovano in questi oggetti una fonte di ispirazione artistica. Roald Dahl, l’autore di tante favole moderne per bambini, dopo un intervento chirurgico aveva conservato la testa del suo stesso femore, così come alcuni pezzi della sua spina dorsale in un barattolo. Lo aiutavano a meditare, e a scrivere.

“C’è molto poco, a questo mondo, che sia solo bianco o nero”. Così si esprime J. Bazzel, direttore delle comunicazioni del celebre Mütter Museum di Philadelphia, e racconta che nella immensa collezione anatomica del museo trovano posto diversi esemplari di cuoio umano. “Sentiamo parlare di cuoio umano, e subito pensiamo ai Nazisti – ma c’era un periodo in cui rilegare in pelle umana un testo scientifico o medico era un segno di rispetto. Magari un paziente aveva aiutato a scoprire una nuova conoscenza, a capire qualcosa di documentato in quel testo, e utilizzare la sua pelle era un modo di commemorarlo, onorarlo, e tributargli rispetto”. Seguendo questo ragionamento, lo stesso Bazzel, 38 anni, ha donato parte del suo corpo al museo: le sue ossa del bacino, rimosse chirurgicamente anni or sono a causa di uno sfibramento osseo dovuto alla reazione ad un farmaco utilizzato contro l’AIDS, di cui è affetto. Le ha donate al museo per testimoniare e insegnare ai visitatori quanto complessa e devastante la cura di questa sindrome possa risultare. “C’è molto poco a questo mondo, che sia bianco o nero… La paura di una persona è la gioia di un’altra; l’incubo di uno è la realtà di un altro”.

Speciale “Nautilus”

Se siete in viaggio, o abitate, a Torino, c’è una bottega che non potete mancare di visitare. Si tratta sicuramente del più incredibile negozio d’Italia, e lo scrittore David Sedaris si è spinto fino a definirlo addirittura “the greatest shop in the world“: è il “Nautilus”. Prende il suo nome dal mollusco omonimo, considerato un fossile vivente.

Appena entrati, dopo un’occhiata all’invitante vetrina, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo e vi troverete immersi nella magia di un’antica wunderkammer. La collezione di oggetti d’epoca macabri e stravaganti affolla il piccolo locale (com’è giusto che sia: il gusto barocco dell’accumulo di dettagli vuole la sua parte).

Vi scoprirete quindi ad indugiare su centinaia di oggetti curiosi, principalmente strumenti medici e chirurgici di tempi andati, animali esotici impagliati, feti sotto formalina, calchi in gesso di teste deformi e maschere mortuarie, fossili, teschi, cartografie, cartelli e insegne d’epoca, mummie, scheletri, macchinari medici esoterici e teste frenologiche, maialini e vitelli siamesi. Un’imponente quantità di oggetti, ammassati in una sorta di folle museo della biologia e della tecnica, che cattura l’interesse dello scienziato così come del ricercatore del meraviglioso.

Il Nautilus collabora anche attivamente con il Museo Cesare Lombroso, recentemente aperto a Torino, che vi consigliamo di visitare. Il negozio è inoltre segnalato sul sito Atlas Obscura, vera e propria “mappatura” dei luoghi curiosi e dei posti incredibili nei quattro angoli del mondo.

Alessandro, uno dei due proprietari di questa invidiabile collezione, ha gentilmente accettato di parlarci di questa sua passione, concedendo a Bizzarro Bazar un’intervista in esclusiva che qui pubblichiamo.

Come è cominciata la tua passione per l’antiquariato medico e naturalistico?

La passione per il collezionismo l’ho avuta da sempre… collezionavo figurine, i tappi delle bottiglie, gli adesivi, fino ad impossessarmi della collezione di francobolli di mio papà (che però perse rapidamente di interesse non appena cessò l’alone di irrangiungibilità che la circondava). Da ragazzetto saccheggiavo regolarmente un mercatino dell’usato di qualsiasi carabattola, per la “gioia” di mia mamma, fino a quando iniziai a collezionare antichi ferri da stiro, mettendo insieme un’importante collezione… Ma fu il ritrovamento fortuito ad un mercatino di un vecchio stetoscopio di legno a far scattare la scintilla della passione per la storia della medicina e per gli antichi strumenti chirurgici, filone che ho approfondito in questi ultimi anni. Le pratiche più “cruente” sono quelle che hanno maggiormente acceso la mia fantasia: l’amputazione, la trapanazione cranica, il salasso… E proprio una sega da amputazione della fine del 1500, un vero pezzo da museo, è sicuramente uno dei pezzi della mia collezione che mi è stato più difficile cedere nel passato, ad un amico-cliente… ma fu la classica “proposta indecente” a cui non si poteva dire di no…

Dopo qualche anno di collezionismo “medico” ho conosciuto Fausto, mio socio e co-papà del Nautilus, grazie al quale piano piano ho esteso i miei campi di interesse, fino a spaziare in tutti gli aspetti della scienza e natura… e oltre.


Come è nata l’idea di aprire il Nautilus? A che tipo di clientela è rivolto il negozio?

Il Nautilus nasce sicuramente da un nostro sogno, dal poter avere la nostra personale wunderkammer in cui poter godere delle nostre collezioni in modo più compiuto, invece di doverle immaginare inscatolate in qualche buio garage… e allo stesso tempo dal desiderio di poterle condividere con altri appassionati.

La dimensione commerciale del Nautilus è parecchio “marginale”, per usare un eufemismo: la bottega è quasi sempre chiusa, abbiamo una tensione alla vendita bassissima, insomma, un disastro… ma non potrebbe essere diversamente, un collezionista per ovvi motivi è restio a fare il semplice commerciante.

I nostri clienti inizialmente erano collezionisti in senso “classico”: il medico che colleziona gli strumenti antichi del suo mestiere, l’appassionato di elettrostatica, il collezionista eccentrico che è fissato con i caschi protettivi industriali… Sempre più però questi scambi diventano marginali, perché cresce il numero di clienti che non collezionano in un ambito specifico, ma “semplicemente” si innamorano di un oggetto e lo ospitano nelle loro case. E non a caso sempre più i nostri clienti sono arredatori di interni alla ricerca di un pezzo “speciale” capace di nobilitare da solo un intero ambiente.


Il Nautilus non è semplicemente un negozio di antiquariato, ma una vera e propria wunderkammer. Qual è il senso, al giorno d’oggi, di assemblarne una?

In effetti sì, il riferimento nobile è quello della stanza delle meraviglie, riletta forse in chiave moderna, dove al posto del lusso principesco delle antiche collezioni possono trovare legittimità anche oggetti “umili” (mi vengono in mente ad esempio gli zoccoli dei contadini francesi per sgusciare le castagne, irte di speroni di ferro, notevoli e inconsapevoli opere dadaiste).

E penso che in un certo senso la wunderkammer risponda ad un desiderio molto primitivo e semplice dell’uomo, quello cioè di essere circondato da un contesto in cui si trova “bene”. Il perché poi una persona si senta più “a casa sua” in una stanza bianca completamente vuota piuttosto che in un antro traboccante anticaglie… beh, lascio agli psico-qualchecosa l’ardua interpretazione…


Il tuo è un interesse di tipo strettamente scientifico, o sei maggiormente attratto dall’aspetto “meraviglioso” della tua collezione? Quanto conta, cioè, il gusto del macabro e del bizzarro?

Quando sono in bottega e guardo la stratificazione di oggetti nel Nautilus l’unico filo conduttore che riesco a riconoscere e che lega in modo coerente questo coacervo è il senso della “meraviglia”, cioè lo stupore provato di fronte a ciascun oggetto a cui abbiamo dato ospitalità nelle nostre collezioni.

Certo, c’è il piacere imprescindibile della scoperta, c’è la valenza economica (in fondo è una passione diventata attività lavorativa), c’è il valore storico… eppure alla fine è quella sensazione che ti sottrae all’esperienza dell’”abituale” a legittimare un simile accumulo, cui talvolta guardo addirittura con sospetto, prospettandomi mille domande… Quindi sicuramente un debole per il bizzarro è presente… quello che invece non avverto è l’attrazione per il macabro, che non intravvedo nemmeno nei pezzi più “estremi” (come ad esempio i reperti anatomici in formalina, di cui naturalmente ben comprendo il potenziale macabro o morboso).


Quanto c’è di infantile nel collezionismo?

Il senso della meraviglia cui accennavo prima… mi piace molto la definizione del collezionista visto come “senex puerilis”, un “anziano fanciullo”. Forse chi l’ha formulata pensava di darle una connotazione leggermente spregiativa, io la trovo invece assolutamente azzeccata e gratificante. È come se contenesse la possibilità di godere allo stesso tempo di due dimensioni incompatibili, la saggezza spesso cinica dell’età matura e la capacità di stupirsi propria dell’infanzia… E in fondo il collezionista vive costantemente questa lotta contro il tempo che passa, a cui tenta di sottrarre i pezzi della sua collezione garantendo loro nuova vita – e cercando forse di conquistare anche per sé una certa sensazione di eternità…


Qual è il pezzo della collezione a cui sei più affezionato? Quale il più raro e/o costoso?

Ho avuto un periodo in cui ero parecchio intrigato dai modelli anatomici in cera, ed ho rastrellato buona parte della bibliografia disponibile sul tema, oltre a qualche bel modello. Sicuramente ci appassiona il tema della teratologia, con tutte le anomalie della natura: dai vitellini a due teste, agli agnellini siamesi (altra vendita molto rimpianta)… I campioni anatomici umani li trovo molto emozionanti, con il loro un affascinante senso di “vita sospesa”.

Il braccio della mummia è uno dei nostri beniamini, ma sono molto affezionato anche ad una piccola scultura francese di un gatto… quindi alla fine più che il valore o la rarità ciò che di solito rende “speciale” ai nostri occhi un pezzo è la storia che porta con sé, il viaggio o le circostanze che lo hanno portato fino a noi.  Poi arriva comunque sempre il giorno in cui sentiamo che il momento è arrivato, e finalmente possiamo lasciar andare l’oggetto difeso fino ad allora: c’è una gran soddisfazione nel veder brillare gli occhi del collezionista che ha appena conquistato un nuovo pezzo che tu hai scovato e accudito per un po’…


Ti capita di essere considerato “un tipo strano” per via della tua passione?

Talvolta, esagerando un po’, dico che il mondo si divide tra quelli che entrano dentro il Nautilus, e quelli che invece rimangono appiccicati con il naso davanti alla vetrina, ma poi alla fine se ne vanno con espressioni più o meno perplesse.

E quelli che entrano però giustamente si aspetterebbero un padrone di casa all’altezza, quantomeno un Igor guercio con la gobba, o il cugino del Gobbo di Notre-Dame, o almeno un freak sopravvissuto al circo Barnum… e quindi la mia presenza delude sempre un po’.

Mi chiedono spesso se non ho paura a stare in bottega, in mezzo a tutte quelle presenze inquietanti, ma me la cavo sempre molto facilmente dicendo che in realtà io ho paura quando esco fuori dalla bottega… per cui, al solito… chi sono i veri mostri e i veri “strani” ?

(Cliccate sulla foto qui sopra per vederla in alta definizione).

Il Nautilus si trova in via Bellezia 15/B a Torino. Apre su appuntamento, per informazioni o prenotazioni chiamate il 339 5342312.

Ecco il link al sito del Nautilus, ricco di numerose fotografie.

Ringraziamo Alessandro per la sua squisita cortesia.

Ringraziamo anche Stefano Bessoni, regista, fan del Nautilus, e autore delle foto contenute in questo articolo.

Musei anatomici 4: Roma, e oltre

Concludiamo il nostro giro turistico a caccia dei migliori musei anatomici italiani. Dopo Firenze, Napoli e Bologna visitiamo oggi le città di Roma, Siena, Modena, Torino, e Cagliari.

Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria – Roma


Il museo raccoglie strumenti dell’arte chirurgica, dell’ostetricia e della farmaceutica nonché testimonianze di molte malattie del passato. L’esposizione è allestita all’interno di una parte dell’Ospedale Santo Spirito e propone un percorso articolato in diversi e suggestivi ambienti seicenteschi. La Sala Alessandrina espone una raccolta di tavole anatomiche di inizio Ottocento realizzate da Antonio Serantony in collaborazione con l’anatomista Paolo Mascagni. Tra di esse va ricordata la stampa che raffigura una figura femminile con ventre sezionato e le raffigurazioni del Microcosmo, del Cervello e del Fegato, opere su tavola appartenute al chirurgo Guglielmo Riva. Ma forse la sala più interessante è la Sala Flajani, in cui sono conservate le collezioni appartenenti al più antico Museo Anatomico, ovvero la raccolta di preparati anatomo-patologici, in parte a secco e in parte in liquido, riguardanti malformazioni dello scheletro e dei vasi dovute a malattie, ora assai rare, come le lesioni delle ossa prodotte da malattie croniche come la sifilide.

La sala contiene inoltre la collezione delle cere ostetriche tardo settecentesche realizzate da Giovan Battista Manfredini con la supervisione scientifica dell’anatomista Carlo Mondini.

Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria

Lungotevere in Sassia, 3 (Ospedale S. Spirito) 00193 Roma

Orario: Lunedì, Mercoled’, Venerdì – 09:00-12:00

Entrata: libera.

Informazioni e prenotazioni:

Tel 06.6787864 – Fax 06.6991453

Museo Anatomico “Leonetto Comparini” – Siena

Situato all’interno del moderno Polo Didattico Scientifico San Miniato, offre un percorso all’interno di un ottocentesco Istituto di Anatomia Umana, del quale conserva gli arredi originali. Il Museo è stato ristrutturato nel 2001.

Accanto ai preparati anatomici essiccati con l’iniezione del mercurio metallico nei vasi linfatici secondo la tecnica operata dal Mascagni, il Museo Anatomico mette in mostra anche le tavole disegnate, i modelli in cera, le preparazioni microscopiche e le relative istoteche d’epoca, le collezioni osteologiche e tutta la strumentazione scientifica che si affianca ai ferri della dissezione: microscopi, microtomi dal taglio sottilissimo e perfetto, apparecchi da laboratorio e vetreria.

Nel Museo è collocata anche una collezione craniologia ottocentesca che riveste per provenienza e quantità un interesse scientifico eccezionale. Affiancano il museo due aule, attualmente utilizzate dagli studenti universitari per lo studio dell’anatomia macroscopica e microscopica.

Museo Anatomico Leonetto Comparini dell’Università degli Studi di Siena

Siena, loc. San Miniato, Via Aldo Moro

0577 234063 (segreteria); 0577 234064

Da lunedì a venerdì: 9.00-14.00 (con prenotazione); visitabile su richiesta sabato e

festivi: pomeriggio

Ingresso libero ad orario prestabilito

Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici – Siena

All’interno del Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici, a Siena, è conservata la collezione dedicata al patrimonio lasciato da Paolo Mascagni. Si tratta di circa 50 preparati anatomici umani disseccati nei cui vasi linfatici l’anatomico toscano Paolo Mascagni praticò l’iniezione con mercurio metallico.

Le preparazioni sono un numero limitato se si considera l’eccezionale mole di lavoro sviluppata da Mascagni nel corso della sua vita di studioso e di ricercatore e il fatto che, per il costume scientifico dell’epoca e l’oggetto delle ricerche, l’esecuzione di preparazioni destinate a essere conservate era la regola. Poche preparazioni sì, ma di inestimabile valore storico e scientifico, preziose anche come rara testimonianza di tecnica preparatoria e dissettoria.

Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici

Piazzetta Silvio Gigli 2 (Sant’Agostino) 53100 Siena

0577 47002 (0577 232940 per le visite guidate)

lunedì, martedì, mercoledì, venerdì: 9.00 – 13.00 e 15.00 – 18.00

giovedì: 9.00 – 13.00

Chiuso: sabato, domenica e festivi

Ingreso gratuito – visite guidate e laboratori didattici a temi diversi, gratuiti per

scolaresche e gruppi organizzati, la prenotazione è obbligatoria.

Museo Anatomico dell’Università di Modena e Reggio Emilia – Modena

Il Museo Anatomico di Modena contiene diverse eccezionali collezioni, e le sue 4 sale indagano in modo completo le diverse strutture anatomiche umane. Si comincia con i preparati osteologici, tra cui spiccano numerosi crani deformi o inusuali, scheletri teratologici e 49 scheletri di feti disposti in particolari atteggiamenti di vita quotidiana (ammonitore, di supplica, di comando ecc.) in conformità a quello che era il gusto preparatorio dell’epoca.


Di particolare interesse, inoltre, la raccolta etnografica di Paolo Gaddi, iniziata nel 1844, composta da crani appartenenti a individui delle diverse etnie umane, con 5 busti in cera, eseguiti dal ceroplasta modenese Remigio Lei, riproducenti le fattezze di un caucasico, un giapponese, un mongolo, un etiopico ed un beduino. Questa collezione fu, nel suo genere, la prima in Italia.


Il museo inoltre contiene tre donne mummificate, una preparata con bagno in sublimato corrosivo (risalente al 1841) e e le altre due in acido arsenioso (1834 e 1839).


Il museo ospita anche cere anatomiche, preparati a secco, per affumicamento, in formalina e in paraffina, di varie parti anatomiche: lingua, apparato digerente, urogenitale, preparati embriologici, apparato nervoso, pelle umana tatuata (secondo G. Lombroso il tatuaggio era da collegarsi con il livello di criminalità).


Si termina in “bellezza”, con la sezione dei preparati teratologici. Qui sono presentati esemplari animali e umani deformi.

La visita al Museo dovrebbe trovare un naturale completamento con l’osservazione dal ballatoio di quello che fu il Teatro Anatomico, progettato e realizzato da A. Scarpa a somiglianza di quello dell’Università di Padova: al momento purtroppo il Teatro è inagibile ma i lavori di restauro dovrebbero cominciare presto.


Museo Anatomico dell’Università di Modena e Reggio Emilia

viale Berengario, 14- 41100 Modena (Italy)

tel.(+39) 059 2057131 fax.(+39) 059 2057136

Museo di Anatomia Umana – Torino

Il Museo di Anatomia Umana di Torino ospita una collezione di preparati e cere anatomiche di grosso rilievo. La parte visitabile presenta illustrazioni mediche, preparati, scheletri e cere anatomiche.

Museo Anatomico dell’Università di Torino

Corso Massimo D’Azeglio, 52- 10126 Torino

Orari: dal lunedì al sabato, ore 10:00 – 18:00

tel.(+39) 011 6707883

Costo: 3 Euro.

Cittadella dei Musei – Cagliari

All’interno della Cittadella Universitaria dei Musei trova posto l’esposizione delle cere anatomiche di Clemente Susini. Questi modelli in cera, realizzati dal Susini durante le dissezioni cadaveriche operate dal prof. Francesco Boi, sono considerate fra le più belle al mondo. Il sito del museo ha anche una sezione interattiva che sottolinea le diverse parti anatomiche evidenziate dalle cere.

Cere Anatomiche di Clemente Susini dell’Università di Cagliari

Cittadella dei Musei,
Piazza Arsenale
Tel. 070.6757627

Orari:
dal martedì alla domenica:
9.00 – 13.00 / 16.00 – 19.00
Chiuso lunedì

ingresso € 1,55 intero; € 0,52 ridotto