Link, curiosità & meraviglie assortite – 3

Nuova miscellanea di link interessanti e fatti bizzarri.

  • C’è un gruppo di famiglie italiane che diversi anni fa ha deciso di provare a vivere sugli alberi. Nel 2010 il giornalista vicentino Antonio Gregolin ha visitato questi misteriosi “eremiti” (non così reclusi, però, quanto si potrebbe pensare) firmando un meraviglioso reportage sul loro villaggio arboricolo.

  • Un interessante long read sul disgusto, sugli errori cognitivi in cui ci fa incappare, e su come potrebbe aver contribuito alla nascita della morale, della politica, delle leggi — in sostanza, alla creazione delle società umane.
  • Siete pronti per un viaggio musicale nel tempo e nello spazio? Su questo sito potete scegliere un paese del mondo e una decade dal 1900 ad oggi, e scoprire quali erano le hit discografiche del periodo. Organizzate il vostro itinerario/playlist con un taxi virtuale fissando tappe inconcepibilmente distanti tra loro: potreste partire dalle prime registrazioni di canti tradizionali della Tanzania, saltare alla disco coreana degli anni ’80, e approdare al caldo pop psichedelico norvegese anni ’60. Attenzione, crea dipendenza.
  • Parlando di tempo, è davvero un enigma come questa campagna di crowdfunding non abbia raggiunto l’obiettivo di finanziare la creazione dell’orologio minimalista definitivo. Sarebbe stato un accessorio perfetto per filosofi, e ritardatari.
  • L’ultimo numero della rivista Illustrati ha un titolo, e un tema, evocativo, “Cerchi di luce”. Nel mio contributo, racconto il Nord Est esoterico della mia adolescenza: L’unico chakra.
  • Durante la terribile alluvione che di recente ha colpito la Louisiana, alcune bare sono venute a galla. Una visione surreale, ma non del tutto inedita: ecco un mio vecchio post sullo Holt Cemetery di New Orleans, dove ciclicamente riaffiorano le ossa dei morti.

  • Restiamo nel cosiddetto Pelican State, dove per scongiurare la sfortuna ci si può sempre affidare agli incantesimi tradizionali, ormai diventati anche un business per turisti: ecco i cinque migliori negozi di armamentari voodoo di New Orleans.
  • Chi mi segue da un po’ mi avrà probabilmente sentito parlare di “meraviglia nera“, cioè della necessità di restituire alla meraviglia il suo dominio originario sulla tenebra. Un bell’articolo sulla filosofia dello stupore pubblicato da DoppioZero ribadisce il concetto: “lo stupore originario, il thauma non è sempre e soltanto un momento di grazia, un sentimento positivo: possiede una dimensione di orrore e di angoscia che prova chi si trova a contatto con una realtà ignota, sconosciuta, diversa, così altra da provocare turbamento e angoscia“.
  • Quali sono le mummie più antiche del mondo? Quelle dei Faraoni d’Egitto?
    Sbagliato. Le mummie dei Chinchorro, ritrovate nel deserto di Atacama tra Cile e Perù, sono antecedenti a quelle egiziane. E non di un secolo o due: di duemila anni.
    (Grazie, Cristina!)

  • Qualche giorno fa Wu Ming 1 mi ha segnalato un articolo su The Atlantic riguardo un imminente trapianto di testa: in realtà la notizia non è nuova, dato che il neurochirurgo torinese Sergio Canavero fa discutere di sé ormai da qualche anno. Su Bizzarro Bazar avevo trattato i trapianti di testa in un vecchio articolo, e se non ho mai parlato di Canavero, è perché tutta la faccenda in realtà suona molto sospetta.
    Riassumo velocemente la questione: nel 2013 Canavero crea un piccolo terremoto in ambito scientifico dichiarando realizzabile entro il 2017 il trapianto di testa (o meglio, di corpo) sull’essere umano. Il suo progetto HEAVEN/Gemini (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion) si propone di superare le difficoltà relative al ricollegamento dei tronconi di midollo utilizzando delle “colle” fusogene come il glicole polietilenico (PEG) o il chitosano per indurre l’unione tra le cellule del donatore e quelle del ricevente. Questo permetterebbe di fornire un nuovo corpo, più sano, a chi sta morendo a causa di una qualsiasi malattia (con l’ovvia eccezione delle patologie cerebrali).
    Non essendo stato preso sul serio, Canavero ci riprova a inizio 2015, annunciando in seguito di aver trovato un volontario per la complessa operazione, il trentenne russo Valery Spiridonov affetto da una malattia genetica incurabile. La comunità scientifica, ancora una volta, bolla le sue teorie come infondate, fantascientifiche e pericolose: la tecnologia dei trapianti ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, è vero, ma secondo gli esperti siamo ancora ben lontani dal poter affrontare una simile impresa sull’uomo — anche ammesso di soprassedere ai relativi dilemmi etici.
    A inizio di quest’anno, infine, Canavero annuncia di aver fatto progressi: con il supporto di un’équipe cinese, avrebbe testato con successo la sua procedura sui topi e perfino su una scimmia, facendo trapelare qualche video e qualche foto d’impatto.
    Come si può facilmente capire, la storia è però tutt’altro che cristallina. Canavero si sta distanziando sempre più dalla comunità scientifica, e sembra particolarmente insofferente nei confronti del sistema di peer-review, il quale (accidenti!) non gli permette di pubblicare le sue ricerche senza che esse siano vagliate e valutate a priori; anche l’annuncio dei suoi esperimenti sui topi e le scimmie è arrivato senza il supporto di alcuna pubblicazione. In sostanza, Canavero si è dimostrato molto abile a suscitare l’interesse dei media (divulgando la sua avanzatissima tecnica in TV, sui giornali e perfino a un paio di TEDx con l’ausilio di… pittoreschi e italianissimi spaghetti), e nel tempo è riuscito a costruirsi un’immagine di scienziato genialoide e un po’ matto, un Frankenstein visionario che potrebbe aver trovato la panacea di tutti i mali — se soltanto gli ottusi colleghi lo stessero ad ascoltare. Al contempo egli appare poco a suo agio con le regole deontologiche della scienza, e preferisce continuare a lanciare appelli ai “filantropi privati” di tutto il mondo, in cerca di qualche mecenate disposto a sborsare i 12 milioni e mezzo necessari per tentare l’esperimento d’avanguardia.
    Insomma, guardando questa vicenda è un po’ difficile non pensare a noti copioni analoghi. Mai dire mai, però: rimaniamo in attesa della prossima puntata, e nel frattempo…
  • …non resta che (ri)guardarsi  The Thing With Two Heads (1972), diretto dal genio dell’exploitation Lee Frost.
    Questa chicca ai confini del trash racconta le tragicomiche avventure di un chirurgo facoltoso e razzista — interpretato da un Ray Milland ormai giunto alla fase più ingloriosa della carriera — il quale, prossimo alla morte, elabora un complesso piano per far trapiantare la propria testa su un corpo sano; ma finisce per risvegliarsi attaccato alla spalla di un uomo di colore condannato a morte che è determinato a provare la sua innocenza. Inseguimenti, gag sconclusionate e situazioni deliranti, per uno dei film più weird di sempre.

Monkey Glands

Un celebre chirurgo (Max Thorek) ricordava in un’intervista che negli anni ’20 “i festini alla moda e le chiacchiere all’emporio, così come i tranquilli ritrovi dell’élite medica, erano ravvivati di colpo soltanto a sussurrare queste parole: ‘Monkey Glands’ “. Le ghiandole di scimmia di cui tutti parlavano erano il frutto del lavoro di un uomo, Serge Voronoff, che sarebbe  stato screditato da lì a breve e condannato dall’opinione pubblica come ciarlatano, salvo essere in parte riabilitato in anni recenti.


Serge Abrahamovitch Voronoff, nato nel 1866, era un chirurgo russo naturalizzato francese. Dal 1896 al 1910 lavorò in una clinica in Egitto, e si interessò agli effetti della castrazione sugli eunuchi; questi primi suoi studi lo appassionarono talmente che da allora dedicò l’intera sua carriera alle correlazioni fra gonadi e longevità.

In realtà, Voronoff era già da tempo convinto che negli ormoni sessuali si celasse il segreto dell’eterna giovinezza. Nel 1889, Charles Brown-Sequard, oggi ritenuto uno dei padri della moderna endocrinologia,  si era iniettato un estratto ricavato da testicoli di cane e di cavia finemente macinati, e ispirato dall’esperimento Voronoff aveva provato su di sé lo stesso bizzarro elisir di lunga vita. Purtroppo il siero non aveva avuto l’effetto sperato di aumentare drasticamente il livello di ormoni nel suo corpo.

Dopo la sua permanenza in Egitto, comunque, Voronoff divenne ancora più sicuro delle sue idee. Certo, le iniezioni si erano rivelate fallimentari, ma le nuove tecniche di trapianto messe a punto in quegli anni davano speranze ben più entusiasmanti. Per provare l’esattezza della sua teoria, Voronoff in dieci anni eseguì più di 500 operazioni su capre, pecore e tori, trapiantando testicoli di animali giovani su animali più vecchi. Secondo le sue osservazioni, il nuovo “set” di attributi aveva l’effetto di rinvigorire i vecchi animali, e Voronoff si convinse di avere scoperto un metodo per combattere e rallentare la senilità.


Così il chirurgo passò alla sperimentazione sull’uomo, trapiantando ghiandole tiroidi di scimmia su pazienti umani che mostravano deficienze tiroidee. Per un breve periodo si dedicò anche al trapianto uomo-uomo di testicoli di criminali appena giustiziati, ma le scorte erano difficili da reperire e non bastavano a soddisfare la domanda, quindi Voronoff si orientò verso le gonadi dei primati.

Ovviamente, nessun paziente voleva ritrovarsi con due testicoli di scimmia al posto dei suoi: il trapianto messo a punto da Voronoff prevedeva quindi che fossero inserite nello scroto soltanto delle sottili fettine di qualche millimetro di larghezza tagliate dai testicoli di babbuini e scimpanzé. Questo tessuto era talmente fino che in poco tempo si sarebbe fuso con quello umano, offrendo diversi vantaggi che avevano del miracoloso: aumento della memoria, diminuzione della fatica, miglioramento dei muscoli attorno agli occhi che avrebbero reso superflui gli occhiali, aumento dell’appetito sessuale, prolungamento della vita. Forse il trapianto, si azzardò a teorizzare Voronoff, avrebbe portato beneficio anche nel curare la schizofrenia.


Il primo trapianto ufficiale di una ghiandola di scimmia in un corpo umano avvenne il 12 giugno 1920. Tre anni dopo Voronoff veniva applaudito da una schiera di 700 chirurghi riuniti per il Congresso Internazionale di Chirurgia a Londra.


La tecnica di Voronoff ebbe un successo travolgente, e per i ricchi milionari di tutto il mondo sottoporsi all’operazione divenne una vera e propria moda: all’inizio degli anni ’30 migliaia di persone avevano ottenuto il trattamento, 500 solo in Francia. Per far fronte al vertiginoso aumento di domanda, Voronoff aprì una fattoria di scimmie in una villa a Grimaldi, frazione di Ventimiglia, affidata ad un allevatore di animali che aveva lavorato per anni nel circo.

La villa era anche attrezzata con un laboratorio per il prelievo dei tessuti. Ecco una rara foto di un parto assistito dai chirurghi di Voronoff.

E le donne? Non avevano anche loro diritto a una nuova giovinezza?
Il tanto richiesto trapianto di ovaie di scimmia non tardò ad arrivare. Voronoff provò anche l’esperimento contrario: impiantò un’ovaia umana in una scimmia, e tentò di inseminarla con sperma umano. Purtroppo, o per fortuna, non successe nulla.

La fama e il successo di Voronoff erano alle stelle, tanto che egli risiedeva in uno degli hotel più costosi di Parigi, presso il quale aveva riservato l’intero primo piano per sé e per il suo entourage di maggiordomi, valletti, segretarie, autisti, e ben due capi del personale. Le ghiandole di scimmia entrarono a far parte della cultura dell’epoca: venivano citate dai fratelli Marx così come dal grande poeta E. E. Cummings; si vendevano posaceneri adornati di scimmie che si proteggevano i genitali, con la scritta “No, Voronoff, non mi avrai!”; in un bar di Parigi venne inventato un cocktail a base di gin, succo d’arancia, granatina e assenzio chiamato Monkey Gland.


Ma la fortunata carriera del chirurgo volgeva al termine. Si fecero sentire le prime proteste, quando si cominciò a capire che i trapianti non avevano le virtù pubblicizzate: molti chirurghi si schierarono contro l’utilizzo delle ghiandole, dichiarando che qualsiasi miglioramento era dovuto all’effetto placebo.

Nel 1935 in Olanda venne per la prima volta isolato il testosterone, l’ormone prodotto dai testicoli. Voronoff esultò, perché da sempre sosteneva che dovesse esserci una sostanza prodotta dalle ghiandole sessuali: l’iniezione di tale ormone avrebbe reso inutile il trapianto chirurgico, ma avrebbe anche finalmente confermato le sue teorie. Con suo grande disappunto, gli esperimenti di iniezioni a base di testosterone non risultarono affatto in un ringiovanimento e rafforzamento del corpo umano.


Negli anni ’40 a poco a poco il trattamento di Voronoff venne screditato dai medici, che lo bollarono come “non distante dai metodi di streghe e maghi”. Voronoff morì nel 1951 a seguito di una caduta, e pochi giornali pubblicarono la notizia, se non per ridicolizzare un’ultima volta le sue idee.

Oggi la comunità scientifica ha in parte rivisto la propria posizione sugli esperimenti e le teorie di Voronoff, dato che alla luce delle conoscenze odierne (in particolare sull’azione di barriera immunitaria delle cellule del Sertoli contenute nei testicoli e oggi usate in alcuni trapianti per evitare il rigetto) le intuizioni del chirurgo non sembrano più così completamente prive di fondamento.

Eppure c’è anche chi ha lanciato un’ombra ancora più grande sulla figura di Voronoff, suggerendo che egli sia stato l’inconsapevole responsabile di uno dei flagelli del nostro tempo: potrebbero essere stati proprio i suoi trapianti ad avere permesso il passaggio del virus HIV dalle scimmie all’uomo.

(Grazie, Elisa!)

Trapianti di testa

Il trapianto di organi da un corpo morto a uno vivo è oggi una realtà. Eppure il trapianto tabù per eccellenza, quello della testa, non sembra sia ancora stato effettuato sull’essere umano. Questo non significa che gli scienziati non ci abbiano almeno provato

Gli amici degli animali si scandalizzeranno per questo argomento, ma è un fatto storico: cani e scimmie vennero usati per tutti quegli esperimenti scientifici che, per quanto crudeli, stanno alla base delle conoscenze che oggi rendono possibili i trapianti di cuore (e, in generale, di altri organi). Ognuno può pensarla come vuole: sacrificio necessario, o violenza bell’e buona, senza scusanti? Bisogna comunque considerare che, all’epoca in cui si svolsero i fatti che stiamo per raccontare, non c’era ancora una sensibilità particolare nei riguardi degli animali, e le varie associazioni per la protezione degli animali dovevano ancora nascere. (Questo giusto per dire che, forse, questi pionieri della scienza sono più “scusabili” dei loro nipotini che, al giorno d’oggi, continuano a sviluppare ricerche tramite vivisezioni e violenze sugli animali, quando si potrebbe forse pensare a qualcosa di meno efferato).

Comunque sia, le ricerche sul trapianto nascono storicamente da uno dei più famosi strumenti di morte della storia moderna: la ghigliottina. Erroneamente attribuita al Dr. Guillotin, questa macchina di morte era in uso fin dal 1300; la discussione che nell’800 infiammò gli scienziati riguardava l’effettiva durata dell’agonia del condannato alla decapitazione. Quanti minuti ci metteva a morire, una testa tagliata? E, soprattutto, poteva essere tenuta in vita?

Nel 1812, il fisiologo francese Julian Jean Cesar Legallois ipotizzò che una testa irrorata da sangue ossigenato avrebbe potutto continuare a vivere. Il dr. Charles Edouard Brown-Séquard, quasi cinquant’anni dopo, tentò l’esperimento: decapitò un cane, tolse tutto il sangue dalla testa e dopo 10 minuti pompò sangue fresco nelle arterie. Il medico racconta che dopo poco la testa tornò in vita, muovendo gli occhi e altri muscoli del volto, eseguendo movimenti che sembravano del tutto volontari. Dopo qualche minuto, la testa morì nuovamente, fra “tremiti d’angoscia”.

Verso la fine degli anni ’20 del XX Secolo, il fisico sovietico Sergej Brjuchonenko riuscì a tenere in vita per circa tre ore la testa di un cane separata dal proprio corpo. Questo fu possibile grazie all’uso di anticoagulanti e di una primitiva macchina cuore-polmone sviluppata da Brjuchonenko stesso e da lui chiamata autojektor. La testa tagliata reagiva a diversi stimoli: sussultava in seguito a un rumore come quello di un martello sbattuto dietro di lei; le pupille reagivano alla luce; si leccava l’acido citrico dalle labbra; e mangiava un pezzo di formaggio che però usciva subito dal tubo esofageo posto all’altro capo.

Le teste di cane di Brjuchonenko divennero famose in tutta Europa, anche grazie ad alcuni filmati. Eccone uno:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=cEcUTMpyRLY]

In seguito, l’Unione Sovietica scioccò il mondo quando nel 1954 si venne a sapere che lo scienziato russo Vladimir Demikhov aveva creato un cane con due teste. Egli era riuscito a impiantare la testa di un cucciolo sul corpo sano di un cane adulto. Innestando testa, spalle e zampe anteriori del cucciolo nel collo di un pastore tedesco adulto, aveva fatto in modo che il cuore del cane “ospite” tenesse in vita anche l’ibrido impiantato. Nonostante le due teste condividessero il medesimo sistema circolatorio, vivevano due vite indipendenti. Dormivano e si svegliavano in momenti diversi. Il cucciolo mangiava e beveva autonomamente pur non avendone bisogno, visto che riceveva tutto il suo nutrimento dal cane “ospite”. Quando il cucciolo leccava avido una ciotola di latte, tutto quello che gli finiva in bocca sgocciolava fuori dal moncone del suo tubo esofageo sul collo rasato del pastore tedesco.

Sembra pura crudeltà, ma se Christian Barnard nel 1967 riuscì ad eseguire il primo trapianto di cuore umano, la strada a questo evento fu aperta senza dubbio dagli esperimenti di Demikhov. Tutti i problemi di rigetto erano stati studiati, in primis, dal chirurgo sovietico.

La risposta americana, in quel periodo di Guerra Fredda, non tardò a farsi sentire: si chiamava Robert White. Chirurgo ambizioso, White aveva ricevuto un ordine – battere Demikhov. L’unico modo per farlo era eseguire un trapianto di testa vero e proprio. Demikhov aveva soltanto impiantato delle teste aggiuntive ad un corpo sano: White avrebbe decapitato un animale, sostituendo la sua testa con una nuova. Così avrebbe dimostrato la superiorità tecnologica degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica.

Dopo diversi esperimenti (nel 1962 tenne in vita il cervello di una scimmia, rimosso dalla testa; nel 1964 rimosse il cervello di un cane e lo posizionò sotto la pelle del collo di un altro cane, per comprendere se potesse rimanere in vita), finalmente nel 1970 eseguì l’esperimento più difficoltoso di tutto il suo programma di ricerca: il trapianto totale di testa. Nel corso di un’operazione attentamente coreografata e circondato da un grande numero di assistenti, rimosse dal corpo la testa di una scimmia e la riattaccò su un altro corpo. Dopo qualche ora la scimmia si risvegliò nella sua nuova realtà. White scrisse che “dimostrava di aver coscienza dell’ambiente esterno, accettando il cibo che le veniva messo in bocca, masticandolo e deglutendolo. Gli occhi seguivano il movimento delle persone e degli oggetti posti nel suo campo visivo”. Quando White le mise un dito in bocca, la scimmia gli diede un morso. Non era sicuramente una bella vita, per la scimmia resuscitata.

La scimmia non poteva camminare, né saltare da un albero all’altro, o svolgere alcuna funzione normale: era tetraplegica, paralizzata dal collo in giù, perché la spina dorsale era stata recisa. Il nuovo corpo non era null’altro che una pompa che portava sangue alla testa. Da un punto di vista chirurgico, il lavoro era davvero eccezionale. Ma la scimmia sopravvisse un giorno e mezzo, prima di soccombere alle complicazioni post-operatorie. Con la massima sorpresa da parte di White, l’opinione pubblica reagì in modo inaspettato: sgomenti di fronte a tale assenza di scrupoli etici, i suoi connazionali lo additarono come un nuovo barone Frankenstein. I fondi a poco a poco sparirono.

Robert White cercò di portare il proprio lavoro al passo successivo: il trapianto di testa umana. Si poteva trapiantare un cuore, per cui che motivo c’era di non provare un simile esperimento? Malati terminali potevano godere di molti altri anni di vita, seppure bloccati in un corpo paralizzato. Dal punto di vista chirurgico era possibile. E se il paziente era già tetraplegico, che differenza avrebbe fatto?

Nonostante alcuni candidati si fossero fatti avanti per il trapianto di testa, White non operò mai il suo innesto definitivo: ammise che ci sarebbe voluto del tempo prima che l’opinione pubblica fosse pronta ad accettarlo. Predisse che la “leggenda di Frankenstein, in cui un intero uomo è costruito cucendo assieme parti di corpi diversi, diventerà realtà agli inizi del Ventunesimo secolo”. Non ne abbiamo ancora notizia, ma il trapianto di testa potrebbe risorgere come pratica effettiva, proprio come preventivato da White, in questi stessi anni.