Simone Unverdorben, il falso martire

Guestpost a cura di La cara Pasifae

Un bambino un giorno andò fuori a giocare.
Quando aprì la porta di casa, egli vide il mondo.
Nel passare attraverso la porta per uscire, egli causò un riflesso.
Il male era nato!
Il male era nato e seguiva il bambino.
(D. Lynch, Inland Empire, 2006)

È un bel pomeriggio di tarda estate, anno 2013. Lo ricordo bene.
Un amico mi ha invitato all’inaugurazione della sua ultima mostra. Singolare la scelta del luogo deputato all’evento: una pieve, un’antica isolata chiesetta, in posizione alquanto rilevata, restaurata di recente e aperta ormai solo per specifiche occasioni pubbliche. L’antica Pieve di Nanto.
Una volta lì, viene subito voglia di dare un’occhiata attorno. Lo sguardo giunge lontano, ma deve subire le inevitabili conseguenze dell’impatto con l’edilizia (stavo quasi per scrivere “architettura”), industriale e non, che la pianura veneta s’è fatta così lietamente tatuare addosso. Meglio entrare a guardare i quadri.

Sono in anticipo sull’orario di apertura e ho le opere, l’artista e l’area espositiva tutti per me. Posso girare e guardare con calma, eppure qualcosa di cui non ho subito coscienza mi disturba: sembra insinuarsi nello spazio visivo, provando a richiamare la mia attenzione. Su un muro, nel passare da una tela all’altra, alla fine scorgo un improvviso, rapido e indefinito mutamento cromatico. Un affresco. Dunque un’immagine era posta lì ben prima dei quadri in mostra e di chi su di essi esercitava l’atto del vedere!

Nonostante il restauro, come in tanti affreschi medievali e rinascimentali, alcuni elementi risultano confusi, dai contorni vaporosi. Ma una volta messo a fuoco, ecco emergere la perturbante visione: l’affresco raffigura un singolarissimo supplizio, di una specie che mai mi è capitato di riscontrare in nessun altro manufatto artistico (non vorrei comunque dare qui l’erronea impressione di essere un esperto in materia).
Due figure femminili, poste ai margini laterali, tengono sospeso per le braccia un biondo fanciullo (una sorta di Cristo giovinetto, o un santo bambino, o un puer sacer, o un mistico infante, proprio non saprei) che subisce tortura a opera di due giovani uomini: ognuno col proprio stiletto, gli incidono la pelle in ogni parte del corpo, non escluso il viso, su cui anzi sembra esserci stato un certo accanimento.


Dai piedi legati il sangue scorre copioso in una coppa di raccolta, appositamente posta sotto le membra del suppliziato.

L’espressione solo apparentemente estatica del suo volto tumefatto (l’unico peraltro ben visibile) fa appena per un attimo da contrappeso all’orrore dell’emorragia e della scena tutta: sullo sfondo una sesta figura maschile, autorevolmente barbuta, è colta nell’atto del tendere una fascia di tessuto intorno alla gola del prigioniero. Il pargoletto sta soffocando! Maggiore attenzione spende l’osservatore, più stupefacente è l’effetto che ne ricava.

Qual è la storia di questo affresco? Cosa racconta realmente?
I cinque attori non sembrano popolani; gli strumenti non sono scelti a caso: son sottili, affilati, professionali. Troppo regolari le incisioni nella carne. Chi doveva essere l’obiettivo della reazione di sdegno o rabbia che l’autore premeditava nel pubblico della pieve? Forse è la raffigurazione, magari un po’ roboante e destinata a una platea con esigenze estetiche da tenere in debito conto, di un pasticciaccio brutto realmente accaduto. Lo strozzare, lo scorticare e il dissanguare vanno visti idealmente, correlati a forme di sfruttamento parassitario, oppure come il richiamo alle stravaganze di un potente un po’ “eccentrico”? Metafora politica o cronaca sadiana?
L’aureola intorno al capo della triste preda in primo piano ne fa un innocente o un’anima salva. Un omaggio, una lusinga compiacente volta ad esaltare la virtù del committente? E intenzione di costui era celebrare l’onorata memoria dei soggetti in azione disposti su tre lati per un inspiegabile, intenzionale, penosissimo programma, o quella dell’individuo al centro della raffigurazione, oggetto oscenamente passivo delle loro dolorose attenzioni? Guardiamo i cinque emissari di qualche brutale ma ordinata giustizia nell’esecuzione di una funzione salvifica, o la sventura di un indifeso nelle mani di una feroce masnada mentre si avvia al martirio?

Lungo la base: «ADI ⋅ 3 ⋅ APRILE 1479».
Questo dato storico mi riporta al presente. La sala della pieve è ormai gremita dell’atteso pubblico.
Mi sento ancora schiacciato tra lo stupore per un così inesplicabile sovraccarico semantico e la frustrazione per l’inadeguatezza delle competenze esegetiche disponibili. Scatto (fugacemente) una foto. Un cordiale saluto e poi esco, nella speranza che le chiavi di interpretazione non si siano irrimediabilmente smarrite nel tempo.

L’affresco raffigura il martirio di San Simonino da Trento, scoprirò all’inizio delle mie deboli ricerche su questo controverso prodotto dell’iconografia locale. Simone Unverdorben, un bambino di due anni e mezzo di Trento, scomparve il 23 marzo del 1475. Il suo corpo fu rinvenuto il giorno di Pasqua. Si disse che fosse straziato e con segni di strangolamento. Nel Nord Italia, in quegli anni, abusi e persecuzioni antigiudaiche trovavano terreno di coltura nei sermoni e nelle prediche del clero, seguitissimi dai fedeli cristiani. L’accusa dell’efferato delitto cadde immediatamente sulla comunità ebraica di Trento. Tutti i suoi membri furono sottoposti a uno dei più grandi processi dell’epoca, subendo torture che indussero confessioni e reciproche accuse.

Nella fase istruttoria del processo tridentino venne rivolta a un ebreo convertito la domanda se esistesse la pratica dell’omicidio rituale di bambini cristiani nel culto ebraico. […] Il convertito, alla fine dell’interrogatorio, confermò con dovizia di particolari la pratica dell’omicidio rituale nella liturgia pasquale ebraica.
Dall’interrogatorio di uno dei presunti colpevoli dell’omicidio di Simone, il medico ebreo Tobia, emerge un’altra testimonianza. Egli, sotto tortura, dichiarò che esisteva tra gli ebrei un mercato di sangue cristiano. Un mercante ebreo di nome Abraam, avrebbe lasciato Trento poco prima della morte di Simone e sarebbe stato diretto, intenzionato a vendere sangue cristiano, a Feltre o a Bassano e avrebbe chiesto quale tra le due città fosse la più vicina a Trento. Il ragionamento di Tobia avvenne sotto la minaccia terrorizzante della tortura e nel tentativo disperato di evitarla: egli doveva quindi risultare sempre collaborativo, anche a costo di inventare; le sue testimonianze però, laddove inventate, dovevano essere non contraddittorie e verosimili.
[…] Venne interrogato sotto tortura, tra gli altri, un altro convertito di nome Israele e, dopo la conversione, ribattezzato Wolfgang. Egli dichiarò di aver sentito parlare di altri casi di omicidi rituali […]. I casi di omicidi rituali erano invenzioni i cui protagonisti erano nomi della memoria dell’interrogato, presi a prestito per popolare in modo verosimile storie fittizie.

(M. Melchiorre, Gli ebrei a Feltre nel Quattrocento. Una storia rimossa, in Ebrei nella Terraferma veneta del Quattrocento, a cura di G.M. Varanini e R.C. Mueller, Firenze University Press 2005)

Molti vennero condannati al rogo. I sopravvissuti furono banditi dalla città, ogni bene confiscato.
Secondo i giudici la raccolta del sangue del bimbo dovette servire alla celebrazione rituale della pasqua ebraica.

Il fatto, da noi con accuratezza cavato dalle deposizioni dei rei, registrate negli originali processi, passò nel modo che segue. Stranamente invaghiti i perfidi ebrei, abitanti in Trento, di solennizzare la loro Pasqua colla vittima d’un fanciullo cristiano, il cui sangue potessero mescolare nei loro azimi, diedero di ciò commissione a Tobia, riputato attissimo all’infame impresa, per la pratica che aveva della città, siccome medico di professione. Uscito costui sulle ore ventidue del Giovedì Santo, li 23 marzo, mentre i fedeli erano occupati nelle sacre funzioni, percorse le strade e i vicoli della città, e adocchiato l’innocente Simone soletto in sulla soglia della casa paterna, gli porse la mano mostrandogli un grosso d’argento, e con dolci parole e sorrisi seco lo trasse dalla via del Fossato, dove abitavano i genitori, alla casa di Samuele, ricco giudeo, che lo stava con impazienza attendendo. Ivi fu trattenuto con vezzi e mele, fino che giungesse l’ora opportuna al sacrificio. Verso l’ora prima di notte, il picciol Simone, di mesi ventinove non ancora compiti, trasportato nella camera attigua alla sinagoga delle donne, e fatta una fascia o cintura dei panni che lo coprivano, denudato il resto del corpiciuolo, e strettogli un fazzoletto alle fauci, in maniera che nè subito venisse strozzato nè coi gemiti potesse farsi sentire, Mosè il vecchio, assiso sopra uno scanno, e tenendo il fanciulletto in grembo, con tenaglia di ferro dalla guancia destra gli strappò un pezzetto di carne. Lo stesso fece Samuele dal canto suo, mentre Tobia, assistito da Moar, Bonaventura, Israele, Vitale, ed altro Bonaventura, cuoco di Samuele, raccoglieva in un catino il sangue che scaturiva dalla ferita. Poscia Samuele ed ognuno dei sette sopra accennati con un ago alla mano trafissero a gara le carni del santo martire, dichiarando in lingua ebraica che ciò operavano a dileggio dell’appeso Iddio dei cristiani; e aggiungendo: così facciasi a tutti gli inimici nostri. Dopo questa ferale funzione, il vecchio Mosè, preso un coltello, trafora con esso al bambino la punta della verga, e con una tenaglia gli strappa dalla destra gambetta un pezzo di carne, e Samuele, che a lui subentra, gliene strappa un pezzo dall’altra. Il sangue, che copioso usciva dal foro della verga puerile, fu ricevuto in un vaso a parte, mentre quello che scorreva dalla gamba fu raccolto nel catino. Intanto, ora gli si stringeva ora gli si rallentava il fazzoletto che gli turava la bocca; e non per anco satolli dell’oltraggioso scempio, rinnovarono per la seconda volta con maggiore spietatezza lo stesso genere di martirio, traforandolo in ogni parte con aghi e spilloni; finchè il pargoletto spirava l’anima benedetta fra il giubilo di quell’insana ciurmaglia.

(Annali del principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540, pp. 352-353)

Prestissimo sorse il culto per Simonino, acclamato come “beato martire”, propagatosi poi in tutto il Nordest italiano. La devozione crebbe e con essa la diffusione di pitture, ex voto, sculture, bassorilievi, componenti d’altare.

Intaglio ligneo policromo, bottega di Daniel Mauch (?), Museo Diocesano Tridentino.

Elementi spregiudicatamente tratti dalla credenza popolare si innestarono a un immaginario già ben radicato, alimentato per lo più da stereotipi.

 

Da Alto Adige, 1 aprile 2017.

Nonostante il divieto di culto espresso dal Papa, i flussi di nuovi pellegrini s’ampliarono. La fama dei miracoli del “santo” si espanse e con essa il pesante clima di antisemitismo. La lotta all’usura s’accompagnò all’accusa di strozzinaggio rivolta a tutti gli ebrei. Un secolo dopo Sisto V concesse la beatificazione formale. Il culto di San Simonino da Trento si consolidò ulteriormente. Il corpo imbalsamato del bambino venne esposto a Trento fino al 1955, insieme alle reliquie dei presunti strumenti di tortura.

Simone Unverdorben (o Unferdorben) fu ritrovato in realtà nella roggia di uno dei mercati della città, in prossimità della casa di un ebreo, probabilmente un prestavaluta. Se non fu vittima di un seviziatore che depistò i sospetti su un facile capro espiatorio, il bambino può essere caduto nel canale, annegandovi. I ratti devono aver fatto il resto. Già nell’800 accurate indagini poterono smentire la teoria dell’omicidio rituale. Nel 1965, a cinque secoli dai fatti, le autorità ecclesiastiche soppressero definitivamente il culto di San Simonino “martire”.

Anche il violento accanimento contro le raffigurazioni stesse dei “carnefici” si protrasse a lungo. Il San Simonino di Nanto non ne fu immune. Per questo, la fonte di quel confuso bisbiglio di luce apparsami durante la mostra, cioè nell’evidenza pittorica della circostanza in cui l’ho colta, ha avuto bisogno di tempo per rendersi riconoscibile.

Il tentativo di raccogliere elementi sufficienti a chiarirmi il senso del simulacro collocato nella pieve di Nanto mi ha portato a scoprire una vicenda spesso nota solo per sommi capi agli artisti che se ne sono occupati, così come ai loro committenti e al loro pubblico; ma non è valso a smuovere di molto il peso del mio profondo sconcerto.

La cara Pasifae


Per un approfondimento storico:
– R. Po – Chia Hsia, Trent 1475. Stories of a Ritual Murder Trial, Yale 1992
– A. Esposito, D. Quaglioni, Processi contro gli Ebrei di Trento (1475-1478), CEDAM 1990
– A. Toaff, Pasque di sangue: ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino 2008

Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

La strega bambina di Albenga

E forse è per vendetta, e forse è per paura
O solo per pazzia, ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu.

(Edoardo Bennato, La fata, 1977)

San Calocero, Albenga. XIV Secolo.
Una bambina di neanche tredici anni viene sepolta nei pressi della chiesa. Ma gli uomini che la stanno calando nella fossa decidono di inumarla a faccia in giù, di modo che il suo viso sia sigillato dal terreno. Lo fanno per impedirle di rialzarsi, di ritornare in vita. Perché la sua anima non possa sgusciarle fuori dalla bocca, e infestare quei luoghi. Lo fanno, in definitiva, perché quella ragazzina li spaventa a morte.
Poco distante, un altro corpo di donna giace in una profonda fossa. Il suo scheletro è completamente bruciato, e sopra alla sua sepoltura gli uomini hanno posto una grande quantità di pesanti pietre che le impediranno di uscire dalla tomba. Perché quelle come lei, si sa, dalla morte possono risvegliarsi.

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La “strega bambina” di Albenga e il secondo scheletro femminile che mostra profondi segni di bruciature sono due eccezionali ritrovamenti portati alla luce l’anno scorso da un’équipe del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, diretta dal professor Philippe Pergola e coordinata dagli archeologi Stefano Roascio e Elena Dellù. L’enigma che maggiormente sorprende gli studiosi è la vicinanza di queste due tombe anomale all’antica chiesa che conservava le reliquie del marire San Calocero: se queste due donne erano considerate “pericolose” o “dannate”, perché tumularle in un luogo di sepoltura di prestigio, sicuramente molto ambito?

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Un’ipotesi è quella che seppellirle lì fosse un “segnale di sottomissione alla chiesa”. Ma il lavoro di analisi da compiere sui resti è ancora molto, e già gli scheletri cominciano a dare qualche indizio che potrebbe gettare luce su una storia completamente dimenticata. Perché una bambina, alta neanche un metro e mezzo, incuteva un simile timore nei suoi compaesani?
Gli esami hanno evidenziato piccoli fori sul suo cranio che indicherebbero una forte anemia e una malattia come lo scorbuto. Questo tipo di patologie potevano risultare in svenimenti, improvvisi sanguinamenti e attacchi epilettici; facile, per l’epoca, attribuire sintomi simili a una possessione demoniaca.
Rimane inoltre da appurare un eventuale legame di parentela fra le due donne, dato che entrambi gli scheletri sembrano affetti da metopismo, ovvero la mancata saldatura delle ossa frontali, malformazione che ha cause genetiche.
Secondo la datazione al carbonio 14, le sepolture risalirebbero a un periodo compreso fra il 1440 e il 1530 — quando, cioè, la caccia alle streghe era già iniziata da un pezzo.

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Nel 1326, la bolla papale Super illius specula ad opera di Giovanni XXII pose le basi per la caccia alle streghe: potrà sembrare incredibile ma fino ad allora, infatti, gli intellettuali e i teologi avevano rigettato l’idea del commercio con il demonio come una superstizione da estirpare.

Perciò nelle chiese a loro affidate i sacerdoti devono costantemente predicare al popolo di Dio che queste cose sono completamente false. […] A chi, infatti, non è mai successo di uscire da sé durante il sonno o di avere visioni notturne e di vedere dormendo cose che da sveglio non aveva mai visto? Chi può essere tanto ottuso o sciocco da credere che tutte queste cose che accadono nello spirito avvengano anche nel corpo?

(Canon episcopi, X secolo)

A partire dal XIV Secolo, invece, anche l’intellighenzia si convince che le streghe siano reali, e inizia quella lotta senza confini non soltanto all’eresia ma anche al “maleficio”, persecuzione affidata dalla Chiesa agli ordini mendicanti (domenicani e francescani) e che durerà per quattro secoli. Sull’onda della pubblicazione del Malleus Maleficarum (1487), vero e proprio manuale per la repressione della stregoneria, i processi si moltiplicarono, ironicamente proprio in concomitanza con il Rinascimento e fino all’epoca dei Lumi. Il destino della “strega bambina” di Albenga è inserito in un questo complesso contesto storico: non si tratta dunque di un vero e proprio “mistero”, come annunciato da qualche giornale, ma di un’ennesima, tragica vicenda umana i cui dettagli sono andati perduti nel tempo. Forse almeno una parte della sua storia verrà a poco a poco ricostruita dall’équipe internazionale che oggi si occupa degli scavi a San Calocero.

(Grazie, Silvano!)