Hatari

Articolo a cura della guestblogger Verina Romagna

L’edizione 2019 dell’Eurovision Song Contest è aperta, il pubblico agita le proprie bandiere in platea o collassa sul divano di casa grazie alla diretta televisiva: tutti sono storditi dai glitter, dai sorrisi di una schiera di bellocci canterini, dalle canzonette orecchiabili che ripetono ossessivamente love, love, love.
Viene il turno dell’Islanda, piccolo concorrente che non annovera troppi successi o sorprese, e all’improvviso il palco di dipinge di rosso sangue. Con un beat aspro e metallico, la scena si rivela: una gabbia, un gruppo di creature androgine vestite in pelle e latex; uno dei cantanti è steso come morente su una gradinata; l’altro non canta, urla. Con un growl che non è selvaggio o liberatorio, quanto piuttosto gelido e allucinato, le parole pronunciate sono HATRIÐ MUN SIGRA, “l’odio prevarrà”.

“Questo cos’è? E soprattutto, com’è potuto succedere?”, si domanda il pubblico dell’Eurovision.
Facciamo un passo indietro.


Quattro anni fa, in una luminosa sera d’estate, mentre il sole di mezzanotte splendeva, due ragazzi passeggiavano per Reykjavík contemplando l’ascesa del populismo, la rovina operata dal capitalismo e i crimini dell’individualismo crescente in Europa. La risposta logica, ovviamente, era una sola: Hatari.

Meet the band

Hatari dall’islandese si traduce come haters, “odiatori”. La band si autodefinisce un “premiato gruppo artistico performativo, anticapitalista, antisistema, industrial, techno-distopico, BDSM” modificando e aggiungendo a piacere gli aggettivi . Hatari è un progetto multimediale, presieduto da un’azienda nebulosa dal sospetto nome di Svikamylla ehf. (“Implacabile Truffa/Rete di Menzogne & Co.”).

Il progetto si fonda sulla band musicale che i due ragazzi del racconto, i cantanti Klemens Hannigan e Matthías Tryggvi Haraldsson, formano insieme al loro “batterista schiavo” Einar Hrafn Stefánsson. Al trio si aggiunge una variabile squadra di performer, ballerini, coreografi, visual artist e stilisti indipendenti responsabili di un curatissimo guardaroba fetish, nonché di una serie di tute da ginnastica con logo per i momenti di relax dei membri del gruppo.

La leggenda della fondazione di Hatari è una sfacciatissima e ironica mistificazione, regolarmente rifilata da Klemens e Matthías ai giornalisti, ma ci sono fatti inconfutabili: Hatari ha ricevuto davvero diversi premi, e la maggior parte del gruppo proviene effettivamente dall’Accademia d’Arte di Reykjavík. Matthías, coi suoi venticinque anni, ha già un riconoscimento come drammaturgo esordiente ed è particolarmente coinvolto nella stesura dei testi nichilisti delle canzoni di Hatari. Klemens è carpentiere e scenografo, Einar suona anche nella band indie-pop Vök.

Ma che genere di musica fa Hatari? Domanda difficile, soprattutto perché il gruppo si affretta a reinventare il proprio stile ogni volta che qualcuno rischia di capirlo. Se si chiede direttamente a Klemens o a Matthías, parte ancora un lungo elenco di aggettivi creati a soggetto, che inizia con parole quasi calzanti come “techno-punk”, prosegue con “pop”, “bondage” e “giorno del giudizio”, poi sfuma in “cabaret” e “bonanza”. Fra le influenze musicali dichiarate appaiono i Rammstein, i Die Antwoord, i Rage Against The Machine, gli Abba (“se fossero stati più marxisti“), le Spice Girls, Naomi Kline, Noam Chomsky, Donald Trump e Theresa May.

Di fatto le canzoni di Hatari hanno una base ritmica elettronica, arricchita dalla batteria live di Einar, e due voci a contrasto: il growl di Matthías per la parte principale e una parte melodica affidata al canto soave, implorante e lamentoso di Klemens. Un canto che diventa addirittura un falsetto nel brano Hatrið mun sigra presentato all’Eurovision.

La musica, comunque, è solo un elemento nella performance di Hatari, una singola espressione delle idee alla base del progetto: inscenare una distopia autoritaria fascistoide ambientata alla fine dell’umanità, smascherare l’implacabile truffa della vita quotidiana, smantellare il capitalismo… e magari vendere un po’ di CD e di t-shirt nel frattempo. Dopotutto, osservano i membri della band, “smantellare il capitalismo non è gratis“.

Il perno di Hatari è proprio la contraddizione, il paradosso, il contrasto. Il BDSM negli abiti e nella messa in scena è necessario, perché il BDSM “ti libera mentre allo stesso tempo ti costringe, come il capitalismo“.
Ma prima ancora il contrasto emerge dal dualismo tra i cantanti Klemens e Matthías, infinitamente giocato ed esibito, vero punto focale dell’intero progetto.

I personaggi di Hatari

Matthías, il leader del gruppo, interpreta il ruolo di dominatore nonché dittatore assoluto nella distopia di Hatari. È bruno, algido e imponente, e la sua voce ha un timbro solenne e cavernoso. Il tiranno Matthías è caratterizzato da rigidità, movimenti repressi e trattenuti, inespressività. Sul palco si muove a malapena e apostrofa il pubblico con pochi gesti controllati, secchi e teatrali, di ispirazione nazista. Le sue urla rabbiose scaturiscono da un volto granitico, assente, perso in un delirio di odio e autoaffermazione. Anche quando non sta cantando, Matthías mantiene la sua apatica compostezza; se pronuncia frasi ironiche e paradossali, lo fa evitando ogni accenno di ilarità.

Klemens è il braccio destro di Matthías, un innocente che il dittatore martirizza e sottomette. Si tratta di una vittima il cui tormento diviene oscena estasi: Klemens rappresenta il becchino compassionevole dell’umanità morente. È piccolo, biondo (o talvolta tinto di un rosso acceso), frizzante ed efebico. Come Matthías, espone la bislacca retorica di Hatari con la massima serietà, ma non segue la medesima autodisciplina. Nel linguaggio del corpo e nella gamma espressiva si ispira, a seconda dell’estro, a un’infinità di ruoli tradizionalmente femminili: l’angelo tenero e fragile, la smorfiosa lolita dallo sguardo sfacciato, la prostituta insofferente, la vamp sonnolenta e vorace.

Alle spalle di un Matthías impalato, Klemens barcolla senza pace lungo il palco e balla al ritmo delle canzoni. Le sue braccia si sollevano, le anche ondeggiano, il corpo si disarticola morbido mantenendo il bacino come centro di gravità. Tra costumi costumi succinti e gemiti orgasmici, Klemens diventa il portavoce dell’elemento erotico nella performance di Hatari: è luce, vita, sesso contro le tenebre e l’aridità di Matthías.

Einar, il batterista schiavo, è un personaggio muto. D’altronde indossa una maschera di pelle borchiata che nasconde la metà inferiore del volto, limitando le sue possibilità comunicative. Lenti a contatto anneriscono la sclera, o restringono la pupilla, sicché la fisionomia è irriconoscibile e risalta soltanto la sua statura gigantesca.

Durante le esibizioni Einar picchia sulla batteria con l’impassibilità di un metronomo, o fa volteggiare una mazza ferrata. O, ancora, veglia immobile alle spalle del gruppo e punta uno sguardo fisso sul pubblico, come un temibile Golem mascherato da sex toy. L’unica frase che ha pronunciato finora, con l’ausilio di una zip sulla bocca generosamente abbassata da Klemens, è il titolo profetico della canzone Hatrið mun sigra.

Completano il quadro alcuni ballerini che collaborano alle performance di Hatari: l’elegante e allampanato schiavo Sigurður Andrean Sigurgeirsson e le pallide, robotiche dominatrici Sólbjört Sigurðardóttir e Ástrós Guðjónsdóttir. Le ballerine non sono meno vestite degli uomini, e se pure capita che interagiscano con i performer maschi, non lo fanno mai in maniera allusiva: nelle coreografie di Hatari la sensualità rimane esclusivamente omoerotica e maschile.

Scalata e scandalo all’Eurovision

E allora, come ha potuto questo freakshow arrivare all’Eurovision?
Il primo passo è stato vincere il Söngvakeppnin, la competizione musicale islandese che ogni anno decreta il rappresentante nazionale all’Eurovision.
La partecipazione della band a un concorso pop televisivo fa sensazione, non solo per il salto rispetto ai circuiti underground che finora ha frequentato il gruppo, ma anche perché Hatari in teoria si è appena sciolto – con tanto di concerto d’addio e di dichiarazione su Iceland Music News (il “più onesto canale informativo dell’Islanda”, in realtà un’altra loro compagnia fittizia). L’abbandono delle scene viene motivato con il fallimento del progetto, “per non essere riusciti ad abbattere il capitalismo nei due anni che ci eravamo dati“. E dura appena dieci giorni.
La partecipazione al Söngvakeppnin viene annunciata con un video promozionale pensato per rassicurare il pubblico pop della kermesse: il gruppo, sorridente in abiti borghesi (Einar per la prima volta senza maschera) si riunisce a mangiare una torta. Per rendere più intimo il quadretto famigliare, partecipano anche la figlioletta di Klemens e quella di Einar e Sólbjört, che nel privato sono fidanzati.
Hatari è diventata una band family-friendly e borghese? Non esattamente: il copione del video è identico alla campagna elettorale di Bjarni Benediktsson, politico controverso che si dedica al cake design per cercare di ripulire la sua immagine.

Quando, al momento della premiazione, Hatari trionfa cogliendo tutti di sorpresa, Matthías annuisce condiscendente e ripete il leitmotiv di Hatari: “Va tutto secondo il piano“. Il capitalismo verrà smantellato partendo dall’Eurovision, giacché avere Hatari come rappresentante nazionale provocherà perlomeno il crollo dell’economia islandese. È già pronta la lettera di scuse al governo, in caso di vittoria.

E quindi eccoli arrivati all’Eurovision, festival che sostiene, almeno negli intenti, la pace e l’amicizia fra i popoli. L’edizione del 2019 si svolge in Israele, a Tel Aviv, nello scenario di un’occupazione per niente pacifica e inclusiva.
Candidato ideale per sfruttare questo paradosso, già dalle prime esternazioni pubbliche Hatari diventa il concorrente scomodo. Il gruppo si presenta spalleggiato da uno sponsor immaginario, l’acqua gassata SodaDream – che riecheggia il nome della israeliana SodaStream ma che, viene precisato, al contrario di quest’ultima “non ha mai operato in nessun genere di territorio occupato“.
Compare un video in cui la band sfida il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a un incontro di glíma (wrestling islandese), con in palio territori islandesi o israeliani da colonizzare a piacimento dal vincitore.

Nel cuore dell’EBU, l’Unione europea di radiodiffusione che organizza l’Eurovision, cresce l’ansia riguardo alle esibizioni e alle interviste di Hatari: quale sarà “il piano” di cui il gruppo continua a parlare? Non avranno forse in mente di violare le regole del concorso, che vietano di mostrare vessilli politici sul palco?
Ammonito dall’EBU, Hatari concorda di cambiare atteggiamento: passa a un look tamarro a tinte fluo ed evade qualunque intervista che (così afferma) possa essere interpretata politicamente, incluse domande sui propri cibi preferiti. D’altronde, il brano Hatrið mun sigra non vuole davvero incitare all’odio, bensì ispirare il medesimo spirito di unione che sta alla base dell’Eurovision: ricordatevi di amare, prima che la distopia di Hatari si avveri.

La tensione inizia a placarsi. In fondo Hatari è solo una cricca di simpatici burloni, i fenomeni da baraccone che non possono mancare a ogni edizione dell’Eurovision. Al gran finale della gara, è chiaro ormai che non combineranno niente, che “il piano” non esiste. Anche quell’idea di porre termine al capitalismo non è altro che uno scherzo.

Ma quando arriva il momento dell’attribuzione del punteggio in classifica, ecco che succede l’impensabile. Mentre il gruppo è nella green room dell’Eurovision, in diretta, un attimo prima di venire inquadrato Matthias scambia un rapido cenno con Klemens.
Quindi estrae da uno dei suoi kinky boots alcune sciarpe con la bandiera palestinese, che la band si è procurata di nascosto dai presidi militari israeliani.

Mentre viene annunciato il decimo posto per l’Islanda, tra i fischi del pubblico, la sicurezza irrompe per sequestrare le sciarpe. Nel frattempo sul profilo Instagram di Hatari compare una gigantesca bandiera della Palestina, mentre su YouTube viene pubblicato un nuovo videoclip girato nel deserto di Gerico, in collaborazione con l’artista gay palestinese Bashar Murad.

Intimità maschile, la provocazione definitiva

Al di là di questa trasparenza nello schieramento politico, e all’iconoclastia di ricordare proprio all’Eurovision che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, Hatari assesta anche un’ultima provocazione – più sottile ma insidiosa, destinata a dividere e turbare perfino i fan. Si tratta della particolare sintonia emotiva e fisica fra Klemens e Matthías.

Nelle apparizioni pubbliche Klemens e Matthías coordinano perfettamente tra di loro gesti e parole, alternandosi o addirittura parlando in sincrono. Eppure talvolta la dinamica di dominazione e sottomissione esibita nelle performance musicali sembra quasi capovolgersi: durante le interviste è Klemens che, in una gag ormai divenuta di repertorio, sussurra qualcosa nell’orecchio del “padrone” Matthías, che poi si limita a riferire impassibile.

Ma non è nemmeno questa inversione dei ruoli a confondere davvero il pubblico, quanto piuttosto l’intimità tra i due personaggi.
Non di rado Klemens si appoggia contro Matthías e reclina la testa sulla sua spalla; Matthías, dal canto suo, tiene l’amico stretto al petto, lo avvolge fra le braccia con atteggiamento protettivo.


I due cantanti affermano di avere un rapporto speciale, intenso e di lunga data: Klemens sostiene e incoraggia lo stoico Matthías a esprimere tutto sé stesso, Matthías è invece lo scudo e il porto sicuro per quella “creatura emotiva senza freni“. Sono due opposti che sanno completarsi, il femminile e il maschile, lo Yin e lo Yang.
Eppure, e qui sta il dettaglio che fa esplodere i pregiudizi di genere, i due cantanti sono cugini, amici d’infanzia e soprattutto eterosessuali.

Le reazioni sono di sgomento. “Impossibile! Sono forse bisex? È tutta una messinscena? Devono per forza essere amanti!”
Sembra che il pubblico preferisca immaginare un incesto omosessuale, piuttosto che ammettere che tra due maschi eterosessuali possa esistere una simile fiducia e rilassatezza nel contatto fisico; l’affetto e la tenerezza che Klemens e Matthias mostrano durante le loro effusioni è un tabù ancora più forte della relazione omosessuale, e sembra mettere in discussione il tradizionale e fin troppo fragile concetto di mascolinità.

Ecco allora che a dispetto di tutto l’armamentario da trickster consumati, delle fumisterie parodistiche, e nonostante l’estetica cruda e tenebrosa, il vero messaggio di Hatari sta nella dinamica di gruppo proposta come vero e proprio antidoto. Sta nel darsi reciprocamente forza e coraggio, infondersi calma e sicurezza l’un l’altro, abbandonare consapevolmente il proprio corpo in mani altrui, amalgamare i lati più spregiudicati di ciascuno come fossero gli ingredienti di una torta “piena d’amore, ma un po’ appiccicosa“.

La donchisciottesca lotta al capitalismo di Hatari è forse solo un’ennesima burla; eppure per combattere il mondo tossico e mortifero che il gruppo mette in scena gli unici strumenti sono l’empatia, la fiducia, il rispetto, i legami personali.
È sufficiente qualcuno che ci accetti, ci sostenga e – perché no – ci coccoli senza paura di risultare ridicolo o poco virile; qui risiede la forza per esprimere noi stessi.
E quando c’è espressione di sé, creatività, vitalità, allora l’odio non prevale.

La meraviglia nera – un’intervista

Ormai conoscete la mia ammirazione per Mariano Tomatis, storico e teorico dell’illusionismo che con i suoi libri e il suo Blog of Wonders si dedica da sempre al reality hacking: gli esperimenti, le suggestioni e le illuminazioni che propone mettono in discussione la realtà come la conosciamo, spingendoci ad addentrarci in una dimensione magica e sconosciuta.

Recentemente ho avuto occasione di parlare con Mariano sui temi della meraviglia nera e del suo potere sovversivo. È online l’audio della nostra chiacchierata, che tocca temi quali la figura del trickster nelle cosmogonie dei Nativi Americani, lo “scandalo” del Qoelet, la crudeltà e l’osceno, i Cafés maudits, i freakshow, David Lynch e Werner Herzog, la collana Bizzarro Bazar, le wunderkammer e la bellezza della morte.

Potete ascoltare l’audiointervista qui.