Link, curiosità & meraviglie assortite – 7

Torna il mix di esotiche e bislacche trouvaille di Bizzarro Bazar, utili per intrattenere i vostri amici facendo quelli che hanno sempre storie strambe da raccontare. Mi raccomando, esibite un bel ghigno furbetto quando vi chiedono dove le andate a pescare.

  • Avevamo già detto dei conigli assassini a margine delle pagine dei libri medievali. Ora un divertente video (in inglese) svela il mistero dietro un altro grande classico dei manoscritti illustrati: i cavalieri che combattono contro le lumache. SPOILER: tutta colpa dei Longobardi.
  • Ayzad, essendo un esperto di sessualità alternative, ha sviluppato negli anni un certo aplomb nel discutere di pratiche erotiche estreme e assurde — nelle parole di Hunter Thompson, “quando le cose si fanno strane, gli strani diventano professionisti“. Eppure perfino uno scafato come lui è rimasto spiazzato dalla vicenda più weird e demenziale degli ultimi tempi: lo scandalo dei furry nazisti.
  • Nel 1973, Playboy chiese a Salvador Dalì di collaborare con il fotografo Pompeo Posar per un esclusivo servizio di nudo femminile. Il pittore ebbe carta bianca sul progetto, tanto da essere presente sul set per dirigere i lavori. Dalì manipolò poi gli scatti prodotti durante la sessione con la tecnica del collage. Il risultato è uno strano e gustosissimo distillato di surrealismo, uova, maschere, serpenti e discinte “conigliette”. Il Maestro, in una comunicazione alla rivista, si disse soddisfatto dell’esperienza: “Il significato del mio lavoro sta nella mia motivazione, che è tra le più pure — il denaro. Quello che ho fatto per Playboy è molto buono e la vostra paga è adeguata al compito.” (Grazie, Silvia!)

  • Continuando a parlare di fotografia, Robert Shults ha dedicato la serie di scatti The Washing Away of Wrongs al centro di studi sulla decomposizione umana più grande al mondo, il Forensic Anthropology Center presso la Texas State University. Le fotografie, in un bianco e nero altamente contrastato, in quanto scattate nello spettro al limite dell’infrarosso, sono davvero potenti e mostrano una qualità quasi onirica. Raccontano il lavoro difficile ma necessario degli studenti e dei ricercatori, impegnati a comprendere quali modificazioni subiscono i resti umani nelle più disparate condizioni: dati e informazioni sempre più precisi, che torneranno utili in ambito criminologico. Qualche foto in più in questo articolo, e qui il sito di Robert Shults.

  • Un’ultima segnalazione a tema fotografico. Lo svedese Erik Simander ha prodotto una serie di ritratti di suo nonno, da poco rimasto vedovo. La descrizione della solitudine di un uomo che ha appena perso la compagna di una vita viene affidata a piccoli  dettagli (il lavandino vuoto, ormai con un solo spazzolino da denti) che assumono però una carica definitiva e devastante; brevi tocchi poetici e laceranti, assieme delicati e dolorosi. D’altronde il lutto è un sentimento diverso per ognuno, e Simander dimostra un ammirevole pudore nell’osservare il limite, la soglia oltre la quale le emozioni si fanno troppo personali per poter essere condivise. Un lavoro eccelso, di un’umanità che incrina il cuore, e che ha inoltre il merito di affrontare un argomento (quello della perdita del partner nella terza età) ancora piuttosto tabù. Al cinema, il tema era già arrivato nel 2012 con lo spietato ed emotivamente impegnativo Amour di Michael Haneke.
  • Parlando di vedovi, ecco un ottimo articolo (in inglese) su un altro aspetto molto poco esplorato: l’improvviso sex-appeal di chi ha appena subito una perdita, e la confusione emotiva che ne può derivare.
  • Per ritornare ad argomenti più leggeri, ecco uno spettacolare puntaspilli trovato in un negozio di antiquariato (avvistamento e foto di Emma).

  • Per le vostre vacanze siete alla ricerca di un posticino appartato, da Mille e una notte? Eccovi accontentati.
  • Preferite rimanere a casa con popcorn e patatine per una maratona di B-movie? Ecco una delle migliori liste che si possano trovare sul web. Avete la mia parola.
  • L’inimitabile Lindsey Fitzharris di Chirurgeon’s Apprentice ha pubblicato un grazioso post che racconta come funzionava la rimozione chirurgica dei calcoli all’epoca in cui l’anestesia non esisteva. Da leggere dimenandosi piacevolmente sulla sedia.
  • Ad Amsterdam c’è stata la Death Expo, con tutte le ultime novità in campo funerario. Tra le migliori proposte: la bara in stile IKEA, da montarsi da soli, ma soprattutto la bara sul cui coperchio si possono giocare giochi di società. (via DeathSalon)
  • Com’è come non è, ogni tanto sul WWW ci sono dei ritorni di fiamma. E così da qualche giorno (almeno nella mia “bolla” internettiana) ha ricominciato a fare capolino il serial killer portoghese Diogo Alves — capolino in senso letterale perché, precisamente, stiamo parlando della sua testa, conservata sotto formalina alla Facoltà di Medicina di Lisbona. Ma a strapparmi una risata è stata in particolare una delle “immagini correlate” suggerite dall’algoritmo di Google:

Diogo’s head…

…Radiohead.

  • Un ottimo articolo di Massimo Polidoro sulla vicenda dei mangiatori di uomini dello Tsavo. (Grazie, Bruno!)
  • E infine arriviamo alla notizia più succulenta: la mia città natale, Vicenza, mi riserva ancora qualche gradita sorpresa!
    Sulle colline poco distanti dalla città, nel comune di Arcugnano, è stato infatti scoperto un anfiteatro pre-romano rimasto sepolto per millenni… pensate che poteva contenere fino a 4300 spettatori e 300 attori, musicisti e ballerini… e pensate che c’è ancora il palco, sommerso sotto le acque del lago… e c’è anche una grotta capace di agire da megafono per gli attori, amplificando i suoni da 8 Hz a 432 Hz… e lì di fianco c’è anche il tempio di Giano… dove tra l’altro è nata la vera Giulietta, che poi si sarebbe innamorata di Romeo… e ci sono perfino numerose tracce di antiche divinità canine… e del passaggio di Giulio Cesare e di Cleopatra… e… e…
    E, perdonate l’insinuazione, non sarà mica una bufala, vero?


No, non è una semplice bufala, si tratta di una straordinaria bufala. Una di quelle trovate che meriterebbero un ammirato e lento applauso, se non fossero truffe.
Lo spirito creativo dietro all’anfiteatro è il proprietario del terreno, tale Franco Malosso von Rosenfranz (un nome che è già tutto un programma). Invece di accontentarsi del tradizionale abuso edilizio all’italiana — qualche classica villetta “tirata su” di nascosto — egli avrebbe avuto l’idea di inventarsi un ritrovamento archeologico per infinocchiare i turisti. Così, approfittando di un permesso per costruire un collegamento tra due appezzamenti, in modo da motivare il viavai di ruspe e camion, Malosso von Rosenfranz avrebbe scavato il suo teatro “antico”, con il progetto di aprirlo al pubblico a 40€ a visita, e di organizzarci grandi eventi.
Assieme all’iniziale entusiasmo e popolarità sui social, sono arrivate purtroppo anche le grane legali. E le prove a carico di Malosso sono apparse da subito così schiaccianti che è finito immediatamente a processo per abuso edilizio, manufatti eseguiti senza autorizzazione e contraffazione di opere d’arte.
Questo meraviglioso esempio di inventiva italiana verrà dunque smantellato e abbattuto; per ora resiste ancora il sito internet dell’anfiteatro, che è una divertente accozzaglia di fantastoria, pensata per appoggiare e dare spessore all’opera concreta. Un centrifugato di riferimenti a figure locali, celebri personaggi di epoca romana, mitologia da supermercato e (manco a dirlo) gli onnipresenti Templari.


L’ultima ironia è che qualcuno ad Arcugnano ancora lo difende, perché “almeno ora abbiamo un teatro“. D’altronde, come ricorda la pagina Wikipedia sull’abusivismo edilizio, “la stessa percezione di illegalità del fenomeno […] è considerata talmente tenue che il reato commesso non comporta reazioni di riprovazione sociale per rilevanti quote della popolazione. Questo malcostume in Italia ha danneggiato e continua a danneggiare l’economia, il paesaggio e la cultura della legalità e del rispetto delle regole“.
Qui sta proprio la genialità della farsa messa in piedi da quella faccia tosta di Malosso von Fronsefranz (che potete vedere intervistato su questa pagina): sfruttare il clima di post-verità per creare un abuso che non svilisce il territorio, ma che ne accresce, seppur falsamente, il patrimonio.
Insomma, l’avrete capito. L’intera storia mi diverte, in un certo senso. Il mio segreto, chimerico desiderio è che si tratti di un’incredibile installazione artistica, senza precedenti. E che Malosso un giorno cali la maschera, e dichiari che era tutto un grande esperimento per puntare il dito su un’Italia che non ha a cuore il proprio paesaggio, lascia cadere a pezzi le sue meraviglie archeologiche autentiche, ma è pronta a sostenere a gran voce quelle farlocche. (Grazie, Silvietta!)

La seduzione del primitivo: due insoliti “selvaggi”

Nel 1929, per i tipi della Knopf di New York, apparve il libro Lobagola: An Africa Savage’s Own Story. La notevole autobiografia, scritta da Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola, raccontava la vita avventurosa e bizzarra di uno “straniero nel XX secolo“.
Bata LoBagola era nato nell’Africa orientale, in una regione del Dahomey (oggi Benin) così remota da non essere ancora stata raggiunta dall’uomo bianco. Bata ebbe il primo incontro con gli europei negli ultimi anni dell’800 quando, assieme ad altri membri della sua tribù, si spinse fino alla costa e vide una nave pronta a salpare. Raggiuntala in canoa, i “selvaggi” furono benvenuti a bordo dai mercanti, che per un’ora circa li accompagnarono ad esplorare l’imbarcazione; ma quando la nave lasciò la sponda senza preavviso, impauriti, tutti i compagni di Bata si gettarono in acqua, finendo divorati dagli squali. Bata, che era stato trattenuto sottocoperta, scampò quel destino ma dovette partire per le sconosciute terre di un diverso continente. Aveva soltanto sette anni.

Arrivò dunque in Scozia, dove visse per tutta l’adolescenza sotto la protezione di un generoso benefattore e venne educato fra Edimburgo e Glasgow. Quasi per caso, scoprì che poteva guadagnare qualche soldo nel mondo dello spettacolo, semplicemente raccontando del suo paese d’origine e del suo popolo. Cominciò quindi ad esibirsi nei vaudeville e in piccoli show itineranti, rispondendo alle domande del pubblico e mostrando alcune danze tradizionali. Essendo colto e intelligente, oltre che un ottimo oratore, divenne presto più di una semplice attrazione da sideshow, e cominciò ad essere richiesto anche da etnologi e antropologi. Viaggiando di continuo fra Europa e Stati Uniti, LoBagola tenne lezioni all’Università della Pennsylvania e a quella di Oxford, diventando una sorta di “ambasciatore culturale” dell’Africa occidentale e dei costumi e tradizioni del suo popolo.

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Per comprendere quanto il pubblico fosse affascinato da questo “selvaggio”, bisogna calarsi nella realtà del tempo. Nella seconda metà dell’800 l’intensificarsi del colonialismo aveva portato alla scoperta di numerose popolazioni primitive, e in contemporanea era nata la nuova antropologia scientifica. A livello popolare, i romanzi d’avventura incentrati sull’esplorazione di terre vergini erano fra le pubblicazioni di maggior successo. E l’insaziabile desiderio di esotismo si mescolava al diffuso e aperto razzismo, alla curiosità di vedere l’arretrato primitivo con i propri occhi; tanto che quando fu invitato a Philadelphia nel 1911 LoBagola si guadagnò la definizione di “esemplare più interessante dell’intero Museo“. Come recitava il suo pamphlet promozionale, sembrava davvero “troppo raffinato per la primitiva rozzezza della sua tribù, e troppo selvaggio per la società sofisticata“.

Bata LoBagola era ormai diventato una piccola celebrità, in costante tour come informatore culturale nelle scuole e le università, ma purtroppo la sua vita prese una brutta piega. Bata aveva problemi con l’alcol e la tendenza a farsi coinvolgere in risse di poco conto, ma la vera spada di Damocle sul suo capo era la sua omosessualità. Arrestato più volte per sodomia e altri reati minori, finì in carcere una volta per tutte nel 1931 per piccoli furti e crimini sessuali. L’anno successivo il Bureau of Naturalization, ai cui ufficiali evidentemente sembrava che qualcosa non quadrasse, strinse la morsa attorno a LoBagola, costringendolo infine a confessare una realtà che nessuno aveva sospettato fino ad allora.
Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola si chiamava in realtà Joseph Howard Lee, ed era nato a Baltimora, nel Maryland.

Non tutto, nel suo libro, era inventato: Joseph Lee era probabilmente stato a Glasgow da giovane, visto che dalle sue pagine si evince una certa conoscenza della città, e secondo diverse testimonianze egli aveva un leggero accento scozzese. Ma di certo la sua infanzia non era trascorsa tra leoni ed elefanti — e altrettanto sicuro è che leoni ed elefanti non si “alleavano”, come raccontato in una fantasiosa pagina del libro, per dare la caccia agli uomini.
Se alcuni lettori, che avevano familiarità con l’Africa occidentale, già alla pubblicazione della sua falsa autobiografia si erano accorti che le descrizioni di quei luoghi erano di pura invenzione, il dubbio non era invece mai sorto nella mente dei professori universitari. Fatto ancora più curioso se si pensa che nello stesso libro viene candidamente suggerita l’idea che agli uomini bianchi si possa raccontare qualsiasi cosa sull’Africa nera, ed essi ci crederanno.
La discriminazione razziale, a cui si accennava prima, può essere considerata uno dei fattori dietro la falsa identità di LoBagola: fin dal 1907, fingersi un primitivo gli aveva permesso di accedere a una serie di privilegi e di aiuti che paradossalmente non avrebbe mai ottenuto in qualità di afroamericano. Morì nel 1947 nel carcere di massima sicurezza di Attica, dove erano detenuti i più pericolosi criminali del tempo.

La sua strana truffa aveva però un precedente eccellente.


George Psalmanazar era apparso a Londra nel 1703, dichiarandosi nativo di Formosa (Taiwan), un’allora lontana isola di cui si conosceva molto poco. Psalmanazar aveva abitudini strabilianti: mangiava soltanto carne cruda speziata con cardamomo, dormiva seduto dritto su una sedia, metteva in scena complessi rituali quotidiani in onore del Sole e della Luna, seguiva un calendario sconosciuto. E i racconti della sua terra natìa erano favolosi e crudeli — in particolare le descrizioni dei sacrifici rituali di 18.000 ragazzi all’anno che culminavano nel cannibalismo.
George Psalmanazar venne invitato a parlare della cultura di Formosa nei più importanti circoli intellettuali, e si esibì in una lezione addirittura di fronte alla Royal Society.
Nel 1704 pubblicò il volume An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan, che conobbe immediatamente un successo clamoroso e numerose ristampe. Ovunque non si parlava che di Formosa: lettori e intellettuali erano affascinati dalle descrizioni di questi selvaggi che indossavano soltanto una placca d’oro per coprire i genitali, abitavano sottoterra nutrendosi di serpenti, e occasionalmente si cibavano di carne umana. Oltre agli usi e costumi di Formosa, Psalmanazar ne riportava nel dettaglio anche il linguaggio e l’alfabeto, in maniera talmente convincente che molte grammatiche tedesche continuarono a riportare queste informazioni anche decenni dopo che l’inganno era stato confessato.

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Infatti nel 1706, di fronte al crescente scetticismo e ai resoconti di chi Formosa l’aveva raggiunta davvero, Psalmanazar aveva dovuto calare la maschera: era in realtà originario della Francia, educato dai Gesuiti, e le sue uniche doti erano un’enorme cultura e una geniale attitudine per le lingue. Tanto da riuscire a costruirne una dal nulla, per corroborare le sue menzogne, e raggiungere la fama.
Prima di morire nel 1763, scrisse un secondo libro di memorie, pubblicato postumo, in cui raccontava i retroscena della sua truffa. Ma nemmeno in quest’ultima autobiografia rivelava il suo vero nome, che rimane ancora oggi un mistero.

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Eppure, nonostante la conversione religiosa nei suoi ultimi anni di vita e il pentimento per la messinscena, l’opera di Psalmanazar rimane un piccolo capolavoro di inventiva. Oltre che una lingua precisa, alla sua Formosa l’autore aveva dato una storia, dei culti e tradizioni, perfino diverse monete di conio e minuziosi abiti cerimoniali, tanto che oggi il suo affresco sembra precorrere, per cura maniacale del dettaglio, certe costruzioni letterarie più moderne (si pensi alle appendici tolkieniane su genealogia, linguistica, botanica, ecc. della sua immaginaria Terra di Mezzo).
Ma c’è di più, come scrive lo storico Benjamin Breen:

Mentre divoravo l’immensa creatività mostrata in Description of Formosa, compresi che Psalmanazar stava anche raccontandoci qualcosa di fondamentale sulle origini della modernità. Il mondo di marinai, mercanti, schiavi e criminali deportati che aveva dato vita agli imperi europei oltreoceano, era costruito su finzioni elaborate, dal Prete Gianni a Jonathan Swift. Nonostante la scala e la singolarità del suo inganno l’avesse reso unico, Psalmanazar era anche rappresentativo: mentre stava inventando storie di cannibalismo formosano, i suoi pari scrivevano storie falsificate di utopie piratesche, resoconti parodistici di isole popolate da cavalli super-intelligenti, e sincere descrizioni di sacrifici demoniaci.
Queste opere sollevavano domande profonde sulla natura della verità e della finzione. L’atto di viaggiare è anche un atto autoriale, l’invenzione di una realtà che tutti noi filtriamo attraverso i nostri preconcetti individuali? Come possiamo capire dei mondi che differiscono dal nostro così fondamentalmente da sembrarci quasi altri pianeti?

(B. Breen, Made in Taiwan?: An Eighteenth-Century Frenchman’s Fictional Formosa)

Per la storia di LoBagola, la fonte primaria è un maginifico podcast di Futility Closet. L’autobiografia di LoBagola è disponibile su Amazon. La vicenda di George Psalmanazar è invece splendidamente raccontata in La follia di Banvard, e l’opera Description of Formosa è disponibile sull’Internet Archive.

Il mago del pallone

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
dall’altruismo, dalla fantasia.

(F. De Gregori, La leva calcistica della classe ’68, 1982)

Carlos Henrique Raposo, detto “Kaiser”, attivo negli anni ’80 e ’90, giocò in undici squadre di calcio, fra cui Vasco da Gama, Flamengo, Fluminense e Botafogo in Brasile, Ajaccio in Corsica e Puebla in Messico.
Undici squadre professionistiche, e zero gol in carriera.
Sì, perché Carlos Henrique Raposo, detto “Kaiser”, fingeva di essere un giocatore. E in realtà era un illusionista.

Nato nel 1963 da una famiglia povera, come tanti altri ragazzini brasiliani Carlos sognava il riscatto di una vita lussuosa e di successo. Aveva provato a fare il calciatore, ma senza grandi risultati; eppure il fisico, muscoloso e possente, era quello giusto, tanto che spesso veniva scambiato per un calciatore professionista. Fu intorno ai vent’anni che Carlos comprese chiaramente quale fosse la sua missione nella vita: “volevo essere un giocatore, senza dover giocare“.
E allora, ecco che decise di affidarsi proprio al coraggio, all’altruismo e alla fantasia.

Coraggio
La faccia tosta di certo non mancava a Carlos “Kaiser”. Frequentatore assiduo della vita notturna di Rio, riuscì a stringere ottimi rapporti con tutta una serie di celebri calciatori (Romário, Edmundo, Bebeto, Renato Gaúcho e Ricardo Rocha che lo definirà “il più grande baro del football brasiliano“) a cui offriva i suoi favori e le sue conoscenze per organizzare feste e incontri. In cambio, cominciò a chiedere ai suoi amici di essere incluso come integrazione nelle trattative per i loro trasferimenti.
Bisogna tenere conto che a metà degli anni ’80 non esisteva ancora internet e recuperare informazioni su un calciatore era piuttosto difficile: Carlos era però presentato con toni entusiastici da giocatori insospettabili, che gli permisero di ottenere il suo primo contratto da professionista (tre mesi di prova) nel Botafogo. Da qui comincia una carriera, costantemente nelle retrovie ma comunque retribuita con compensi relativamente alti, e un incredibile gioco di finzione durato più di vent’anni.

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Altruismo
Prima di tutto, era essenziale guadagnarsi la fiducia dei compagni, la loro copertura e benevolenza.
Quando venivo a conoscenza dell’hotel che ci avrebbe ospitato, mi recavo lì con due o tre giorni d’anticipo. Affittavo camere per dieci donne nell’albergo, in modo che anziché scappare di nascosto io e i miei compagni potessimo semplicemente scendere le scale per divertirci“.
Era poi importante assicurarsi qualche articolo nei giornali, a supporto di un talento che non esisteva. Anche questo non era un problema per il “Kaiser”, grazie alle sue esperienze mondane: “ho una facilità incredibile nello stringere amicizia con le persone. Conoscevo bene molti giornalisti di quel tempo, trattavo tutti bene. Qualche regalo, qualche informazione interna potevano aiutare e loro ricambiavano parlando del ‘grande calciatore’ “.

Fantasia
Una volta ottenuto il contratto appoggiandosi alle negoziazioni per altri giocatori, scattava la seconda parte del piano di Carlos: come riuscire a restare nella squadra senza che l’allenatore si accorgesse che lui non sapeva nemmeno tirare un pallone? La soluzione di Carlos era semplice e geniale – guadagnare più tempo possibile.
Inizialmente si dichiarava fuori forma e annunciava di dover seguire un allenamento speciale, deciso da un fantomatico personal trainer. Passava dunque le prime due-tre settimane a correre a bordo campo, senza partecipare agli allenamenti della squadra. In seguito, quando proprio non poteva più rimandare la sua presenza in campo, chiedeva a un compagno di entrare in maniera scorretta su di lui durante una partita di allenamento e di infortunarlo. Altre volte faceva tutto da solo, fingendo uno strappo muscolare, che in quegli anni era difficile da verificare: “facevo dei movimenti strani durante l’allenamento, mi toccavo il muscolo e me ne stavo 20 giorni in infermeria. A quel tempo non esisteva la risonanza magnetica. I giorni passavano, ma avevo un amico dentista che mi faceva dei certificati dicendo che avevo problemi fisici. E così, passavano anche i mesi…
In questo modo, giocando zero minuti in ogni stagione, saltava di squadra in squadra. “Firmavo sempre il contratto di rischio, il più corto, normalmente di sei mesi. Ricevevo i bonus e me ne andavo in infermeria”. Spesso, visto che anche l’immagine era essenziale, si faceva vedere mentre parlava in inglese con un enorme telefono cellulare (vero e propro status symbol) con qualche manager straniero deciso a proporgli chissà quale posizione di spicco. Peccato che le sue conversazioni in inglese maccheronico non avessero senso, e che il cellulare fosse un giocattolo.

Tornato in Brasile, nel Bangu, la montatura di Carlos rischiò di finire per aria. L’allenatore, a sorpresa, decise di convocarlo per la partita della domenica e a metà del secondo tempo lo mandò a riscaldarsi a bordo campo. Vista la mala parata, e il disastro imminente di un esordio, Carlos reagì con una trovata davvero eccezionale: d’un tratto, si mise a fare a botte con un tifoso avversario. Espulsione diretta. Quando negli spogliatoi si trovò di fronte l’allenatore infuriato, gli fece credere di aver agito per difendere l’allenatore stesso:  “Dio mi ha dato un padre e me l’ha tolto. Ora che Dio mi ha dato un secondo padre, non posso permettere che nessuno lo insulti”. Il tutto si risolse dunque con un commosso bacio in fronte e il rinnovo del contratto.
Altro colpo di genio fu quello del suo esordio nell’Ajaccio, in Corsica. Il nuovo calciatore brasiliano fu accolto in maniera inaspettata: “lo stadio era piccolo, ma era gremito di gente in ogni posto. Pensavo che dovessi solo farmi vedere dalla folla e salutare, poi vidi moltissimi palloni in campo e capii che ci saremmo dovuti allenare. Ero nervoso, si sarebbero resi conto che non sapevo giocare al mio primo giorno“. Così Carlos decise di tentare il tutto per tutto con un ennesimo escamotage. Entrò in campo, e cominciò a scaraventare tutti i palloni in tribuna, salutando e baciando la maglietta. I fan andarono in visibilio, guardandosi bene dal ritirare in campo i preziosi palloni toccati dal piede del nuovo annunciato campione. Esauriti i palloni, la squadra dovette procedere a un allenamento strettamente fisico, che Carlos poteva seguire senza problemi.

Realtà e menzogne
Dopo una carriera terminata al Guarany, a 39 anni, Carlos Henrique Raposo si ritirò dalle scene con un totale di circa 20 presenze in circa vent’anni (i numeri sono confusi), tutte terminate in anticipo per infortunio. Ma anche con una storia meravigliosa da raccontare.
E qui sta l’unico problema: praticamente tutti gli aneddoti più eclatanti di questa impresa mistificatoria vengono, guardacaso, dalla bocca dello stesso “Kaiser”. Certo, i suoi ex-colleghi corroborano l’immagine di un giovane che sopperiva alla mancanza di abilità calcistica con una immensa dose di sicurezza e spavalderia: “è un grande amico, una persona squisita. Peccato che non sappia neanche giocare a carte. Aveva un problema con il pallone, non l’ho mai visto giocare in nessuna squadra. Ti racconta storie di partite, però non ha mai giocato la domenica alle quattro di pomeriggio al Maracanà, ve lo posso assicurare! In una gara di bugie contro Pinocchio vincerebbe Kaiser”, ha dichiarato Ricardo Rocha.
E allora, quando questo Pinocchio emerge dall’oscurità per raccontare la sua “verità”, perché dovremmo credergli?

Forse perché è bello farlo. Forse perché la storia di un uomo senza qualità, un Signor Nessuno, che si inventa d’essere un campione, truffando le grandi società calcistiche che oggi spesso sono al centro di scandali di mercato, è un po’ una rivincita per procura che di sicuro fa sorridere diversi appassionati. Forse perché la sua incredibile vicenda, umanamente, è degna di un film.

Nel frattempo, Carlos è tutt’altro che pentito: “se mi fossi impegnato di più, avrei potuto spingermi ancora oltre nel gioco“.
Non nel gioco del calcio, s’intende, ma nel suo gioco di prestigio.

Lo sconosciuto dall’elmo di ferro

Una sera imprecisata del 1907, nel lussuoso centro sportivo londinese di King Street, Covent Garden. Due fra gli uomini più ricchi del mondo – fra una sbuffata di sigaro, e una puntata sull’incontro di boxe a cui stavano assistendo – discutevano di una questione piuttosto singolare. L’argomento di discussione era se fosse possibile per un uomo attraversare il mondo intero senza mai essere identificato.

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Hugh Cecil Lowther, quinto conte di Lonsdale, era convinto che l’impresa fosse attuabile; il suo interlocutore, il finanziere americano John Pierpont Morgan, sosteneva il contrario. Quest’ultimo, nella foga, si disse disposto a scommettere ben 100.000 dollari, equivalenti a diversi milioni di euro in valuta odierna: era forse la più grande somma mai scommessa nella storia. Lì vicino, ad ascoltarli, stava un gentleman inglese di nome Harry Bensley, celebre donnaiolo e viveur, mantenuto da una costante rendita di circa 5.000 sterline l’anno grazie ai suoi investimenti in Russia. A lui, quei soldi fecero subito gola, ma soprattutto lo attirò la bizzarra avventura che la sfida sembrava promettere. Così, interrompendo l’accalorata discussione, annunciò che accettava la scommessa del magnate americano.

Harry Bensley, sulla sinistra.

Harry Bensley, sulla sinistra.

I termini della prova furono messi nero su bianco. Bensley avrebbe dovuto soddisfare ben 15 condizioni, che lo costringevano a viaggiare mascherato, spingendo una carrozzella per bambini, attraversando 169 città inglesi, e 125 città in 18 nazioni differenti in giro per il mondo – tra cui Irlanda, Canada, Stati Uniti, Sud America, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Giappone, Cina, India, Egitto, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Germania e Olanda. Doveva cominciare il suo viaggio investendo esclusivamente una sterlina in materiale “pubblicitario”, cioè fotografie, dépliant e pamphlet, da vendere durante il suo girovagare: non avrebbe potuto avere altra fonte di reddito oltre al ricavato di quelle foto per tutta la durata della sfida. Anche i vestiti erano limitati ad un unico cambio e, per rendere le cose ancora più complicate, durante il viaggio avrebbe dovuto perfino ammogliarsi – trovare, cioè, una donna disposta a sposarlo senza conoscere la sua vera identità.

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Così, il primo gennaio del 1908, all’età di 31 anni, Harry Bensley si presentò sul luogo indicato dal contratto, a Trafalgar Square, indossando un elmo di ferro da armatura e spingendo un passeggino che conteneva i suoi vestiti e il materiale pubblicitario: al suo fianco, il “garante” (chiamato The Minder) che l’avrebbe accompagnato durante l’intera epopea, per assicurarsi che le condizioni della scommessa venissero rispettate. La folla esultante lo acclamò, visto che la notizia della incredibile impresa si era già sparsa ovunque; e così accadde anche nelle tappe successive del viaggio – tutti acquistavano le fotografie, c’era chi lasciava delle offerte, praticamente i soldi gli piovevano addosso.

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Talmente tanti soldi, in realtà, che ad un certo punto Bensley venne arrestato per vendita di cartoline senza permesso a Bexley Heath, Kent; arrivato in tribunale con il suo elmo, Harry spiegò al giudice i termini della scommessa e, grazie alla benevolenza di costui, per la prima volta nella storia si svolse un processo in totale anonimità dell’imputato. Giudicato colpevole, sotto il nome di “Uomo nella Maschera di Ferro”, venne condannato a una multa di una dozzina di sterline, e gli venne permesso di continuare il suo viaggio.
Altri gustosi aneddoti raccontano di come una cameriera si nascose sotto il letto della camera di Bensley nel tentativo di svelare la sua identità e guadagnarsi le 1.000 sterline messe in palio da un giornale, ma venne scoperta in tempo; e di come lo stesso Re Edoardo VII, divertito, chiese perfino un autografo al misterioso “cavaliere”, che rifiutò per ovvie ragioni di privacy…
Anche le offerte di matrimonio non mancavano: Harry disse di averne ricevute più di 200, da nobildonne provenienti dall’Europa, dall’Australia e dall’America. Le rifiutò tutte.

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Dopo sei anni, l’impresa procedeva con immenso successo: Bensley aveva già visitato 12 paesi, e avrebbe molto probabilmente vinto la scommessa, se non fosse incappato in un tragico imprevisto: la Prima Guerra Mondiale. Arrivato a Genova, infatti, ricevette un infausto telegramma in cui il finanziere americano Morgan gli comunicava che la sfida era da considerarsi conclusa. Egli temeva che la Guerra avrebbe messo a repentaglio il suo impero economico e, non avendo certo voglia di perdere soldi in maniera frivola, si ritirò dalla scommessa. Nonostante gli fossero state riconosciute 4.000 sterline di ricompensa, Bensley fu devastato dalla notizia. Rabbioso e deluso, donò tutto il ricavato in beneficenza; tornò in patria, si arruolò nel 1915, combattè per un anno al fronte prima di rimanere ferito ed essere rispedito a casa.

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I suoi investimenti finanziari in Russia crollarono in seguito alla Rivoluzione, ed egli tirò a campare facendo la maschera nei cinema, il guardiano d’hotel, e più tardi lavorando in una fabbrica di armamenti fino alla sua morte, avvenuta il 21 maggio 1956 all’età di 79 anni. L’elmo e la carrozzina, conservati in soffitta, non furono mai più ritrovati.

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Questa è la storia ufficiale del viaggiatore mascherato, così come è raccontata sul sito del pronipote (illegittimo) di Bensley, che però avanza qualche dubbio. Secondo quanto si racconta nella sua famiglia, le cose sarebbero andate molto diversamente: dopo una notte di gioco d’azzardo in continua perdita, Bensley avrebbe puntato l’intera sua fortuna (investimenti in Russia compresi) su una sola carta… e avrebbe perso.
Gli altri giocatori, cioè proprio il Conte di Lonsdale e J. P. Morgan, impietositi, avrebbero “commutato” questo debito in una sorta di farsesco contrappasso dantesco. Il dongiovanni avrebbe dovuto imparare a fare a meno del suo fascino, coprendosi il volto; il damerino abituato alla bella vita avrebbe dovuto campare con una sterlina sola, spingendo una carrozzina a elemosinare in giro per il mondo, con un unico cambio di vestiti. Gli fu consentito, per salvaguardare quel briciolo di onore che gli rimaneva, di far passare questa punizione per una impresa eroica – ma si trattava in realtà di una vera e propria beffa, un dileggio conosciuto a pochi insider, che sanciva di fatto la sua uscita dal circolo del bel mondo londinese.

Ma attenzione, perché ora viene il bello. Tutto quello che avete appena letto, sia la versione “ufficiale” che quella “segreta”, potrebbe non essere mai accaduto.

Negli scorsi anni, infatti, sono emersi nuovi dettagli che delineano una storia dai risvolti molto più ambigui: pare che del fantomatico uomo mascherato si fossero perse le tracce già dall’autunno del 1908, poco dopo l’inizio della sfida. I discendenti di Bensley, che hanno dato vita al sito internet proprio per racimolare informazioni sul loro antenato, ammettono che non vi sia alcuna prova che egli abbia mai lasciato l’Inghilterra.
La sfida, quindi, non sarebbe stata completata? E allora, le 4.000 sterline vinte da Bensley e da lui donate in beneficenza?
Davvero difficile che il magnate J. P. Morgan abbia potuto decidere di versare quella somma nell’agosto del 1914, come racconta la storia ufficiale, visto che era morto l’anno prima.

Nel dicembre del 1908, su un giornale chiamato Answers to Correspondents on Every Subject under the sun, veniva posta la fatidica domanda: ma dove diavolo è finito l’uomo con la maschera di ferro? Poco dopo alla testata arrivò una lettera, pubblicata il 19 dicembre, da parte di un uomo che sosteneva di essere, per l’appunto, l’uomo mascherato.

Nella lunga lettera, l’anonimo confessava che la scommessa, la sfida e il viaggio intorno al mondo non erano altro che un’elaborata bufala, studiata meticolosamente mentre egli stava scontando una condanna in prigione. L’ispirazione, raccontava, gli era arrivata da un libro sulla celeberrima e misteriosa figura della Maschera di Ferro incarcerata alla Bastiglia: aveva così preso forma l’idea di spostarsi di città in città indossando l’elmo per attirare l’attenzione delle folle, dando risonanza alle sue apparizioni mediante la finta storia della scommessa fra i due milionari (ignari di tutto). Una volta uscito di galera, l’uomo era però senza il becco d’un quattrino: con la complicità di un tedesco conosciuto in cella, che si sarebbe finto “garante” della scommessa, aveva quindi raggirato i primi ignari finanziatori con la promessa di futuri dividendi, riuscendo ad acquistare l’elmo, il passeggino e il lotto iniziale di fotografie da vendere. Quanto al matrimonio, che secondo le “condizioni” egli avrebbe dovuto contrarre durante il viaggio, non c’era problema: egli era già sposato, e pronto a far spuntare sua moglie al momento opportuno come parte della messinscena.

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La truffa aveva funzionato: fin dal primo giorno la risposta della gente era stata sensazionale. Anche la parte relativa al giudice che gli permetteva di tenere l’elmo in un’aula di tribunale era veritiera: egli era stato davvero processato anonimamente, grazie alla fama della sua “sfida”.

Ma l’arzigogolato inganno gli si era presto ritorto contro: dopo dieci mesi in cammino, senza mai lasciare la Gran Bretagna, indossando continuamente l’elmo e spingendo una carrozzina di 50 chili per quasi 4.000 chilometri, la sua salute era peggiorata. “Gli occhi mi bruciavano, e soffrivo di tremende emicranee. In diverse occasioni svenni sul bordo della strada, e in alcuni casi fui confinato a letto per due o tre giorni di fila.” Ad un certo punto, sfinito, il truffatore aveva gettato la spugna, e si era dileguato. La lettera ad Answers era, in un certo senso, l’ultimo atto della recita, in cui l’attore calava (figuratamente, e concretamente) la maschera divenuta troppo pesante. Non rinunciando però ad un ultimo moto d’orgoglio: “posso affermare, senza tema d’esser contraddetto, che mi sono guadagnato il viaggio, e ho mantenuto me stesso, mia moglie, e il mio assistente, i cavalli e gli inservienti che ho impiegato, interamente con la vendita delle mie cartoline e pamphlet, e che non ho ricevuto nulla sotto forma di carità sin dal primo giorno del mio itinerario“.

Questa confessione è quasi certamente opera di Bensley, visto che i fatti citati dall’anonimo autore coincidono con un elemento chiave scoperto di recente (e passato sotto silenzio sul poco aggiornato sito dei discendenti, forse più interessati alla leggenda): nel 1904, egli era stato effettivamente processato per truffa e condannato a quattro anni di carcere.
L’allora ventinovenne Bensley era descritto dai giornali come un semplice manovale, figlio di un operaio di una segheria: un imbroglione qualunque, che si era fatto prestare dei soldi con la promessa di una favolosa eredità pronta per essere riscattata.

E, nella storia delle truffe, Bensley sarebbe rimasto del tutto anonimo, se la sua fantasia non si fosse scatenata proprio con l’idea dell’Uomo nella Maschera di Ferro. Il progetto di fingersi un gentleman facoltoso impegnato in una pittoresca ed eccentrica scommessa mostrava senza dubbio un guizzo di straordinaria inventiva. Si trattava di una truffa giocata sul meccanismo dell’esagerazione: “se è così assurdo – era indotta a pensare la gente – deve per forza essere vero”.
Peccato che quegli stessi dettagli strampalati (l’elmo, la carrozzina, gli spostamenti a piedi) si fossero presto rivelati il punto debole del piano, facendo finire il gioco prima del previsto.

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Ecco il sito del pronipote di Harry Bensley. The Big Retort è il blog che ha scoperto la lettera ad Answers. Ulteriori dettagli in questo articolo di Baionette Librarie, ottimo sito che si occupa di steampunk, fantascienza, armi, fatine e conigli.

La biblioteca delle meraviglie – XII

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Domenico Vecchioni
I SIGNORI DELLA TRUFFA
L’uomo che vendette la Tour Eiffel e altre incredibili storie di impostura
(2009, Editoriale Olimpia)

Truffatori, specializzati nel plagiare e raggirare, falsari, mistificatori, criminali dell’alta finanza, scrocconi, bugiardi, sempre impegnati a scovare nuovi modi di sfruttare la dabbenaggine del prossimo e magari di soffiargli i risparmi di una vita: possiamo davvero provare della simpatia per questi personaggi? Forse sì, a patto che la truffa che hanno elaborato sia talmente ingegnosa e fantasiosa da non sembrare più una disonesta scorciatoia, ma una vera e propria opera d’arte.
Domenico Vecchioni, ambasciatore italiano a Cuba e scrittore esperto di spionaggio, si concentra in questo libro, dallo stile leggero e scorrevole, proprio su questo tipo di imbroglioni – quei truffatori che, grazie alla loro spavalda faccia tosta e a un’immaginazione fuori dal comune, portano a termine dei “colpi” davvero sorprendenti. Non si tratta certo di un’apologia dell’inganno, anzi: l’autore stesso ammette di aver tirato più di un sospiro di sollievo nel constatare che quasi tutte le truffe finiscono con una giusta punizione. Queste storie sanno però strappare più di una risata; forse a volte un tantino nervosa, perché non avremmo mai sospettato la quantità di espedienti tramite i quali noi stessi potremmo venire beffati.
Fra le vicende più incredibili si può citare quella del clown che si finse nipote del sultano di Costantinopoli e divenne Re d’Albania per due giorni (ma venne smascherato prima di mettere le mani sul tesoro reale e sull’harem che aveva prontamente ordinato di costruire); oppure il più grande pittore falsario di tutti i tempi che, “posseduto” dallo spirito di Vermeer, sfornava quadri del grande maestro olandese fino ad allora sconosciuti, talmente perfetti nello stile da venire acquistati ed esibiti da prestigiosi musei di Amsterdam e Rotterdam. E ancora: l’uomo che convinse trecento sprovveduti a vendere ogni loro avere per trasferirsi nella “Nuova Francia”, un’isola nel Pacifico che si sarebbe rivelata essere non esattamente il Paradiso terrestre pubblicizzato; l’uomo che appaltò lo smontaggio e lo smaltimento della Torre Eiffel agli industriali della siderurgia; l’uomo che inventava banche fittizie con tanto di comparse e attori nel ruolo di clienti, impiegati, guardie, per proporre investimenti fantasma; e molto altro ancora.
Il libro di Vecchioni è una strana esperienza. Testimonia dell’inesauribile inventiva umana; e anche se, in questi casi specifici, essa è incanalata verso obiettivi criminali ed eticamente condannabili, non si riesce a non sorridere di fronte a tanta geniale, visionaria fantasia.

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Paul Koudounaris
HEAVENLY BODIES
Cult treasures & spectacular Saints from the Catacombs
(2013, Thames & Hudson)

In questa rubrica abbiamo raramente consigliato dei libri per cui non esista una traduzione italiana. Questo è uno dei casi che fa eccezione, perché il suo valore è inestimabile.
Dall’autore di Empire of Death (volume presto diventato cult), ecco Heavenly Bodies, un excursus attraverso alcune delle più belle e inquietanti reliquie cristiane. Si tratta di santi i cui corpi, riesumati, vennero spediti in diverse parti d’Europa (Germania, Austria e Svizzera principalmente) per essere adornati e adorati.

- Bürglen, Switzerland, detail of the skull St. Maximus inside armored helmet. One of two surviving skeletons of saints taken from the Roman Catacombs as presumed martyrs and decorated in armor in Switz -

Wil, Katakombenheiliger Pankratius / Foto 2010 - Wil, Switzerland, upper body of St. Pancratius. The relic of a presumed martyr from the Roman Catacombs arrived in the city's church of St. Nicholas in the 1670s. The relic was considered miraculous. -

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Corpi miracolosi, venerati, sacri. Rivestiti d’oro, di gemme, di gioielli, inglobati in raffinati e fantastici vestiti. La sontuosità degli orpelli contrasta con la commovente staticità dei cadaveri, tanto da imbarazzare la Chiesa stessa, che cercò di distruggerli o occultarli; eppure, molti di questi santi addobbati sono visibili ancora oggi.

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Le splendide fotografie costituiscono il valore principe di questa pubblicazione: rubini e pietre preziose adornano teschi e scheletri, i cadaveri sembrano indicare ad un tempo stesso la caducità e l’eternità dello splendore della fede, e in tutto questo brillare di diademi e decorazioni vediamo ancora una possibile negazione della morte, un’esaltazione simbolica del corpo che risorgerà vittorioso.

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Mary Toft

Il 19 novembre 1726 un breve ma insolito articolo apparve sul Weekly Journal, giornale inglese:

“Da Guildford ci arriva una strana ma ben testimoniata notizia. Che una povera donna che vive a Godalmin, vicino alla città, è stata il mese scorso aiutata da Mr. John Howard, Eminente Chirurgo e Ostetrico, a partorire una creatura che assomigliava ad un coniglio, ma con cuore e polmoni cresciuti fuori dal torace, 14 giorni dopo che lo stesso medico le aveva fatto partorire un coniglio perfettamente formato; e pochi giorni dopo, altri 4; e venerdì, sabato e domenica, un altro coniglio al giorno; e tutti e nove morti vedendo la luce. La donna ha giurato che due mesi fa, lavorando in un campo con altre donne, incontrarono un coniglio e lo rincorsero senza un motivo: questo creò in lei un desiderio così forte che (essendo incinta) abortì il suo bambino, e da quel momento non è capace di evitare di pensare ai conigli”.

Letta così sembra una di quelle leggende scaturite dall’idea, diffusa all’epoca, che qualsiasi cosa impressionasse la mente di una donna incinta (un sogno, o un animale veduto durante la gravidanza) poteva marchiare in qualche modo anche il feto, dando origine a difetti di nascita. Eppure questa storia si sarebbe presto tramutata in uno dei più grossi scandali medici degli albori.

La donna dell’articolo era Mary Toft, contadina di 24 o 25 anni, sposata e con tre figli. Come tutte le compaesane, Mary non aveva smesso il lavoro nei campi con la gravidanza; e quando, nell’agosto precedente, aveva avvertito dei dolori al ventre, si era accorta con orrore di aver espulso dei pezzi di carne. Poteva forse essere un aborto, ma stranamente la gravidanza continuò e quando il 27 settembre Mary partorì, uscirono soltanto delle parti che sembravano animali. Questi resti vennero inviati a John Howard, il medico citato nell’articolo, che inizialmente si dimostrò scettico. Si recò ciononostante a visitare Mary Toft ed esaminandola non trovò nulla di strano; eppure nei giorni successivi le doglie ricominciarono, e nuove parti di animali continuarono a essere espulse dall’utero della donna: gambe di gatto, gambe di coniglio, budella e altri pezzi di animali irriconoscibili.

A quel punto la storia stava cominciando a fare scalpore, anche perché la stampa esisteva da poco, ed era la prima volta che un caso simile veniva seguito contemporaneamente, “in diretta”, in tutta l’Inghilterra. Un altro chirurgo, Nathaniel St. André, si interessò al caso, e su ordine della Famiglia Reale si recò a Guildford, dove Howard aveva condotto Mary Toft offrendo a chiunque dubitasse della storia di assistere a uno degli straordinari parti. Nel frattempo la donna aveva infatti dato alla luce altri tre conigli, non completamente formati, che apparentemente scalciavano nell’utero prima di morire e venire espulsi.

St. André, arrivato a Guildford, potè quindi investigare il caso direttamente e restò impressionato: il 15 novembre, nel giro di poche ore, Mary Toft partorì il torso di un coniglio. St. André esaminò il torso, immerse i polmoni in acqua per vedere se l’animale avesse respirato aria (e infatti i polmoni galleggiavano) ed esaminò accuratamente la donna. La sua diagnosi fu che i conigli si sviluppavano sicuramente all’interno delle tube di Falloppio. Nei giorni seguenti dall’utero della donna uscirono un altro torso, la pelle di un coniglio e, pochi minuti dopo, la testa.

Il re Giorgio I, affascinato dalla storia, decise di inviare un altro medico a Guildford: si trattava di Cyriacus Ahlers – e questa fu la svolta. Ahlers, infatti, era segretamente scettico sull’intera vicenda, e tenne gli occhi ben aperti. Non trovò segni di effettiva gravidanza sulla donna, ma anzi notò una cosa piuttosto sospetta: prima dei famosi parti, la donna sembrava stringere le ginocchia come per impedire che qualcosa cadesse. Ahlers cominciò a dubitare anche di Howard, l’ostetrico, che si rifiutava di lasciare che fosse Ahlers ad assistere la donna durante le contrazioni. Non lasciò trapelare i suoi dubbi, ma disse a tutti i presenti di credere alla storia, e con una scusa lasciò Guildford, portando con sé alcuni pezzi di coniglio. Esaminandoli con più cura, scoprì che sembravano essere stati macellati con uno strumento da taglio, e notò tracce di grano e paglia nei loro intestini, come se provenissero da un allevamento. Riportò tutto questo al Re e in poco tempo lo scandalo esplose.

Mary fu portata a Londra e alloggiata in carcere, per ulteriori esami, e nella comunità scientifica si formarono immediatamente due fazioni: da una parte gli scettici, Ahlers in prima linea; dall’altra Howard e St. André, che erano convinti sostenitori della genuinità dei prodigiosi eventi. La stampa diede eccezionale risonanza al dibattito e le cose precipitarono quando un inserviente della prigione ammise di essere stato corrotto dalla cognata di Mary Toft affinché introducesse un coniglio nella cella della donna.

Il 7 dicembre, dopo essere stata esaminata da decine di medici e sottoposta ad estenuanti interrogatori e alle minacce di una dolorosa operazione chirurgica, Mary Toft cedette e confessò: era stata tutta una truffa. Dopo il suo aborto spontaneo, quando la cervice era ancora dilatata, aveva con l’aiuto di un complice inserito nell’utero le zampe e il corpo di un gatto, e la testa di un coniglio. In seguito,  le parti di animali erano state posizionate più esternamente, nella vagina. Mary Toft venne immediatamente incarcerata con l’accusa di “vile truffa e impostura”. Anche i diversi medici implicati, Howard e St. André su tutti, vennero citati in tribunale e a loro discolpa si dichiararono all’oscuro della frode.

Ma lo smascheramento dell’inganno fu una bomba soprattutto per l’immagine della medicina nell’opinione pubblica: articoli satirici apparvero in ogni giornale, prendendosi beffa della credulità dei chirurghi implicati nel caso, e dei medici tout court. Le ballate popolari si incentrarono immediatamente sui dettagli più volgari della vicenda e le barzellette si affollarono di conigli maliziosi e grandi luminari della scienza fatti fessi da una contadina. La risonanza fu internazionale e persino Voltaire, dalla Francia, indicò il caso di Mary Toft come un esempio di quanto gli Inglesi protestanti fossero influenzati da una Chiesa ignorante e da antiche superstizioni.
La professione sanitaria venne talmente danneggiata in poco tempo che decine e decine di medici cercarono disperatamente di dichiararsi estranei ai fatti o di provare che erano stati fin dall’inizio scettici sul caso. Molte carriere vennero stroncate dall’abbaglio preso, e altre ci misero lustri a riprendersi dal tonfo.

La folla stazionava davanti alla prigione in cui Mary Toft era rinchiusa, nella speranza di vederla anche solo di sfuggita. Nel 1727 Mary fu liberata e tornò a casa. Da allora di lei si seppe poco, se non che ebbe una figlia e qualche altro piccolo guaio con la legge, fino alla sua morte nel 1763. Ma nonostante questo suo forzato “ritiro” dalle scene, il suo nome visse ancora a lungo nelle canzoni, e venne immancabilmente rispolverato ogni volta che i grandi geni della scienza facevano un clamoroso, ridicolo passo falso.