La Grotta Gino: nell’antro del popolo di pietra

Articolo a cura delle guestblogger Alessia Cagnotto e Martina Huni

È una bella giornata di ottobre, il cielo è terso e il sole scalda ancora come fosse inizio settembre. Ci troviamo a Moncalieri, di fronte a un edificio meticolosamente salvato dal trascorrere del tempo. La facciata è illuminata in modo omogeneo; le ombre dei decori e delle finestre non sono eccessivamente calcate e le insegne verde Irlanda risaltano nette contro le pareti di mattoni color salmone, proprio come le lettere bianche della scritta “Ristorante La Grotta Gino”.
La porta d’ingresso non presenta nulla di strano, ma non ci lasciamo ingannare da questa apparente normalità: sappiamo che ciò che ci attende all’interno è tutto fuorché ordinario.

Entrando nella piccola saletta bar, una ragazza sorridente ci accoglie e ci indica il percorso per addentrarsi nel fiabesco ristorante.
A sinistra c’è qualche tavolo apparecchiato, circondato da pentole antiche appese ai muri, insieme ad altri utensili e fotografie: sono pedine su cui rimbalza lo sguardo fino ad arrivare all’ingresso dell’antro che ci porterà all’interno di un altro mondo.
Si ergono qui due cariatidi rosso cupo che segnano l’inizio del tragitto, oltre le quali l’intonaco rassicurante delle pareti muta in una volta di pietra grigio scuro, mentre gli occhi si perdono all’interno di un tunnel illuminato da pochi faretti incastonati nel soffitto.

Oltrepassate le cariatidi del Mondo Vero, per proseguire all’interno della grotta — come in tutte le avventure che si rispettino — c’è una barca ormeggiata che aspetta di prendere il largo; ci ritroviamo quindi a galleggiare su un sentiero di acqua incerta, sul nostro traghetto personale. Decidiamo di goderci con calma il percorso, a nostro agio nei panni di Jim Hawkins, e ci soffermiamo a guardare le statue che costeggiano il canale.


Dietro una leggera curva del percorso (circa 50 metri su un rivolo di acqua sorgiva) incontriamo il primo gruppo di personaggi rocciosi, del quale fanno parte l’artefice dello scavo in persona, cioè il Signor Lorenzo Gino, assieme al Re Galantuomo e a un putto in carne che sorregge un’iscrizione dedicata al Re Vittorio Emanuele.

La storia della Grotta è infatti incredibile: nell’arco di trent’anni, tra il 1855 e il 1885, Lorenzo Gino scavò da solo il suo pertugio, con il pretesto di voler ampliare la sua bottega di falegname. I lavori si svolsero con numerose e notevoli difficoltà, senza piani o progetti architettonici da seguire, e tuttavia furono portati a termine con questo straordinario risultato.
Nel 1902 il figlio Giovanni volle dedicare al padre e ai suoi sforzi un busto, proprio quello che abbiamo appena sorpassato; durante l’inaugurazione della statua intervennero i giornali, che pubblicizzarono con due libretti la strabiliante Grotta Gino.

Già allora il pubblico guardava con meraviglia quei tunnel improvvisati, all’interno dei quali Gino aveva inserito raffigurazioni di personaggi reali e all’epoca ben noti.
La luce che viene dall’alto scolpisce ulteriormente i lineamenti delle statue, l’incavatura degli occhi sembra più profonda e da quelle fessure ombrose le pietre personificate ricambiano, fiere, il nostro sguardo curioso.
Proseguiamo sul nostro canale in miniatura fino ad attraccare in un piccolo slargo pianeggiante che fa da molo. Scendiamo un po’ dispiaciute dalla barca e ci ritroviamo a guardare dentro una nicchia buia, che si incurva proprio davanti a noi: dall’oscurità emergono, severi, due uomini baffuti in compagnia di un fedele cane da caccia con in bocca una lepre.

Realizziamo con stupore di aver iniziato un nuovo percorso avventuroso, saliamo un paio di gradini e ci imbattiamo in un altro gruppo di statue disposte in cerchio: ballano felici sotto una volta forata che fa entrare qualche raggio di luce naturale che, in quel buio contesto, risulta così inaspettata da sembrare magica.

Da lì si diramano altri nuovi cunicoli. Alla nostra destra c’è un rettilineo che ospita ancora un po’ di acqua calma, sulla quale si specchiano bottiglie e piccole creature pietrificate, incastonate nella parete soprastante. I mezzi busti, gli omini alti come i loro cilindri e una dama elegantemente malinconica si sporgono sul rigagnolo, nel quale un bambino impertinente sguazza giocoso.

Forse sorridiamo, con la sensazione di essere dentro la pancia della balena. Lo straniamento è aiutato dall’illuminazione: neon coloratissimi rendono la pietra rossa, verde, blu, viola, e così osserviamo quel che ci circonda come quando da piccoli si guarda il mondo attraverso la carta colorata delle caramelle. L’unica cosa che ci potrebbe ancorare alla realtà del XXI secolo è il sonoro della radio, ma il volume discreto non riesce a rompere l’incantesimo, e a toglierci di dosso la sensazione che quelle creature ci stiano guardando, divertite dal nostro stupore.

Ci incamminiamo nei cunicoli come in cerca di un forziere magico, guardandoci attorno ipnotizzate da ogni dettaglio; ci accompagnano le onnipresenti bottiglie impolverate e la folla di sculture umanizzate, quasi volessero indirizzarci lungo il giusto percorso. Ci imbattiamo in un antro a mezza sfera, ricolmo di un’enorme quantità di bottiglie che ci sovrastano, le osserviamo appoggiate su più piani, etichetta dopo etichetta: fanno da festone a una serie di nicchie abitate da basse creature bizzarre, tutte sorridenti, il viso che si sporge a guardare i curiosi come noi. Al centro di questa sorta di portico in miniatura sta un giovinetto di pietra bianca, ancora più gioioso dei suoi compagni di stanza, intento a festeggiare eternamente il vino che lo circonda.

 

Proseguiamo per raggiungere un nuovo gruppo di statue: i personaggi, questa volta, sono più numerosi, sempre disposti in un festoso girotondo — signori dai grossi baffi e dagli alti cilindri accompagnano un ragazzetto smodato e una signora ben vestita, dall’abito ingombrante; le ombre sul tessuto richiamano la dettagliata acconciatura della gran dama. Nella penombra, le statue suscitano una leggera melanconia: ci sembra di scorgervi l’eterno tentativo dell’Uomo di scolpire il tempo, di imprimere nella pietra un istante, una visione che non si vorrebbe finisse consumata; una missione purtroppo destinata a fallire perché, come recita il detto, “il ricordo della felicità non è più felicità”.
Per qualche minuto, però, riusciamo davvero a diventare parte della festa, giriamo in tondo attorno ai convitati di pietra, seguendo il turbinio che suggeriscono i loro movimenti fissati in eterno.
Ce ne andiamo, infine, in silenzio, come fanno gli intrusi, senza essere riuscite a comprendere del tutto il motivo della celebrazione.

I cunicoli ci portano verso una leggera salita, il sentiero umido si trasforma in una scala. Saliamo i gradini, ormai avvezze ai mezzi busti imponenti che ci accompagnano nell’ultima parte della nostra avventura.


Una piccola scala a chiocciola in ferro battuto, verde come le insegne in superficie, ci riporta alla contemporaneità. La sua presenza contrasta con quella di un’ultima, piccola statua posta sulla parete di sfondo: un putto bianco, paffuto e diroccato, rimane immobile sotto una finestrina, la luce del sole non lo sfiora che per poco. Dalla sua nicchia, è destinato a immaginarsi il mondo senza mai poterlo conoscere.

Il viaggio finisce di lì a poco, quando ci troviamo in una grande sala rotonda, sovrastata da un’alta cupola. Eccoci nel luogo deputato ai ricevimenti e agli eventi che qui si possono organizzare.

Il percorso a ritroso, seguito a malincuore, ci regala un’ultima magia prima di ritornare con i piedi per terra: dalla barca, la luce che proviene dall’esterno oltre le cariatidi rosse, appare eccessivamente bianca, si riverbera nell’acqua creando un riflesso stranamente allungato, come quelli rappresentati nelle illustrazioni dei libri antichi di favole e leggende.

All’uscita dall’antro fiabesco, di ritorno al Mondo Vero, la giornata di ottobre che ci attende sa ancora di inizio settembre.
Con un sorriso ringraziamo mentalmente il Signor Lorenzo Gino per aver scavato una piccola favola nella realtà, e per aver dato sostanza, nella pietra, al desiderio che tutti abbiamo: quello di potere, per un poco, giocare e fantasticare come quando eravamo bambini.
Come quando distorcevamo il mondo guardandolo da dietro una carta di caramella, dolciastra e colorata.

“La Grotta Gino” si trova in Piazza Amedeo Ferdinando 2, a Moncalieri (TO). Ecco il sito ufficiale e la pagina FB.
Segnalo che sul blog dell’associazione Egeria Centro Ricerche Sotterranee si accenna al mistero di una seconda Grotta Gino in Lombardia.
Vi consiglio anche di dare un’occhiata alle belle fotografie delle due autrici di questo articolo: Alessia Cagnotto e Martina Huni.

Yellow Kim Press: dalla Corea con furore

Chi aveva sentito parlare di Sixto Rodriguez, prima dello strepitoso documentario Searching for Sugar Man?
Il film (vincitore dei BAFTA e poi dell’Oscar) raccontava l’incredibile storia vera di un piccolo cantautore degli anni ’60, fallito e dimenticato da tutti, che a sua insaputa era diventato un’icona della resistenza nel Sudafrica dell’apartheid. Mai come in quel clamoroso frangente ci si era resi conto di quanto un regime potesse tenere il resto del mondo all’oscuro delle controculture che si agitavano al suo interno.

Quest’anno al festival di fumetti underground AFA (5-6-7 maggio al Leoncavallo di Milano) verrà sollevato il velo su un’altra realtà di cui soltanto pochi fortunati in Occidente erano a conoscenza. Se di “realtà” si può parlare, perché in questi casi le poche notizie certe sono inestricabilmente avvinghiate al mito. Come dev’essere.

Negli spazi della fiera, infatti, sarà organizzata la prima retrospettiva mondiale delle produzioni della Yellow Kim Press, factory nordcoreana di fumetti che per sessant’anni ha combattuto il regime clandestinamente, con le armi della satira e dell’iconoclastia. Ancora una volta, all’insaputa dell’Occidente.

Forse sto esagerando: qualcuno fra i più informati appassionati di fumetti conoscerà certamente degli aneddoti su questa scena coreana; e di sicuro esiste qualche collezionista che possiede una o due tavole originali. Ma per la maggioranza del pubblico (incluso chi scrive queste righe) la retrospettiva è un vero e proprio fulmine a ciel sereno, così come incredibile è la storia del manipolo di coraggiosi artisti che hanno provato a sabotare il regime con inchiostro e colori. Una vicenda tanto perfetta da sembrare sceneggiata, tra fallimenti, pericoli e resistenza.

L’avventura della Yellow Kim Press comincia da un singolo uomo, Aju Meosjin, di cui non esistono fotografie ufficiali.
Nato a Pyongyang nel 1946, Aju cresce fra stampe e litografie: suo padre si era trasferito nella capitale dopo la divisione della Corea per continuare il suo lavoro di tipografo, iniziato il decennio precedente nella piccola cittadina portuale di Wŏnsan. Quando eredita la tipografia, alla morte del padre, Aju ha soltanto undici anni ma evidentemente è cresciuto in fretta e ha le idee fin troppo chiare. Comincia a rifiutarsi di produrre
gruim-chaek, le stampe a disegni di propaganda governativa, e fonda la casa editrice Yellow Kim, con cui sogna di dare voce al sottobosco di artisti locali, spesso dissidenti.

Giada (7 piccoli albi pubblicati dal 1969 al 1973). L’autrice venne arrestata con l’accusa di omosessualità nel 1974.

 

Giada, bozzetti preparatori.

Sono gli anni in cui negli Stati Uniti esplode la controcultura hippie, in cui anche il linguaggio del fumetto si fa scorretto, sgangherato e psichedelico: gli anni dei poster di Rick Griffin, dei primi numeri di Zap Comix di Robert Crumb, della consacrazione di Mad Magazine (sotto la guida di Al Feldstein) a nemico numero uno di genitori e insegnanti. Un periodo in cui perfino in America si poteva finire in carcere per una striscia troppo esplicita: si può dunque immaginare le ripercussioni da affrontare nella Corea del Nord, se la polizia fosse riuscita a rintracciare i distributori di materiale considerato sovversivo.

Negli anni approdano alla Yellow Kim autori dalle personalità variegate: da Pak Doo-Kil – il visionario del gruppo, autore dell’allucinata serie San che resterà nel mirino delle autorità per lungo tempo – al più politico Seong-Su Kim, reo di aver “sfigurato” diverse immagini di regime; dallo sperimentalista Syg Moon Jung-ian all’ironico Li Zan-jo, di cui conosciamo soltanto la vignetta satirica che gli valse l’arresto per sabotaggio, poiché tracciava un parallelo troppo azzardato fra Hiroshima e la Corea.

San (pubblicato dal 1962 al 1970) di Pak Doo-Kil

 

Autore: Li Zan-jo

 

Seong-Su Kim, opera del 1983

 

Con la fine della Guerra Fredda la Yellow Kim Press sembra poter tirare il fiato, e sperare in una maggiore libertà di circolazione. Aju Meosjin prova ad avviare delle collaborazioni con l’estero, ma si tratta di un’ennesima illusione: la sua corrispondenza con gli editori occidentali, relativa al biennio 1989-1990, viene intercettata dalle autorità e la tipografia espropriata. Questa non è la prima volta che la Yellow Kim e i suoi autori passano dei guai giudiziari, ma è senza dubbio il colpo più duro da assorbire.

Durante gli anni ’90 si continuano a pubblicare sottobanco diverse strisce e albi indipendenti, ma quarant’anni di clandestinità cominciano a pesare.

La fanzine Geokkulo (“Inverted”, 1990) curata da Bon-Hwa Sin

 

John Go (Yeongo, pubblicata dal 1968 al 1997) di BALMOG

 

Jeong-aeg (“Sborra”, 198…) di Baek Yeon

 

Duckorea (1975) di An Ohn-im

L’ultima “azione poetica” di Aju avviene durante i funerali di stato per la morte del dittatore Kim Jong-il nel 2011, quando assieme ad altri artisti, musicisti e scrittori inscena la propria morte per tentare la fuga, approfittando del lutto nazionale. Anche questo progetto fallisce, e la polizia arresta il gruppo, ma Aju riesce ancora una volta a scappare. Di lui non si sa più nulla.

Oggi le gesta di questa audace e folle impresa editoriale, trapelate in maniera frammentaria, distorte dal passaparola, vengono finalmente portate in superficie dopo sei decenni di oscuramento. Nella retrospettiva curata dal Festival AFA, si potrà ammirare una raccolta di foto, video, biografie, disegni originali, bozzetti e opere “maledette” della scuola coreana.

Attraverso una serie di contenuti multimediali saranno anche analizzati i rapporti fra l’underground nostrano e la Yellow Kim: nelle interviste, diversi nomi storici del fumetto italiano, come Adriano Carnevali (celebre autore dei Ronfi), Jorge Vacca (fondatore della Topolin Edizioni) o Luigi Bona (direttore del Museo del Fumetto WOW di Milano) parlano dei saltuari e difficili contatti avuti con la casa editrice; Marcello Baraghini, fondatore di Stampa Alternativa, racconta di aver incontrato il fantomatico Aju Meosjin addirittura nel ’63 sul Pincio, dopo essere scappato dalla propria famiglia.

Copertina dell’album Dear Apocalypse (1981) della band Keun Hongsu (Cataclisma) disegnata dal fondatore del gruppo Lee Yeon-Suk.

 

Chollima (1980-1990), ispirato alla figura mitologica tradizionale di un cavallo alato.

 

Chollima (1980-1990)

Certo, come ammettono gli stessi organizzatori, siamo ben distanti dall’aver chiarito la storia sommersa e oscura della casa editrice; ma il primo passo è fatto.
Almeno a giudicare dalle anticipazioni che potete vedere in questo post –
gentilmente messe a disposizione dalla “Yellow Kim Foundation”, il piccolo collettivo italo-coreano che ha reso possibile la mostra – la produzione non sfigura affatto al paragone con quella Occidentale.
Cinismo, satira al vetriolo, linguaggio “adulto” e impegnato evidenziano la modernità delle opere esposte.

Autore: Neulin Segseu

 

Baby Kimchi (“L’infanzia del dittatore”, 1984) di Kim Chin Mae

La vera sorpresa sta proprio nello scoprire come questa insospettata realtà risulti florida ed estremamente sfaccettata, nonostante i tentativi di soffocamento da parte del regime. In alcuni casi, fatichiamo quasi a comprendere come alcuni lavori possano essere stati un tempo reputati sovversivi: eppure questi sono fumetti rivoluzionari, che potevano davvero significare la prigione o peggio. Ogni tavola ha un impatto emotivo ancora più forte proprio se si considerano le condizioni in cui ha visto la luce, le battaglie affrontate, i rischi corsi e le conseguenze talvolta pagate.

Un’ennesima riprova che il fumetto, lungi dall’essere mera espressione popolare (cultura “bassa”, si diceva un tempo), può anche essere strumento di lotta e di tensione verso un ideale vivo – quella libertà di espressione che spesso diamo per assodata, la libertà di non essere d’accordo, la libertà di innalzare la propria voce fuori dal coro.

Lo strano mondo di Hurricane

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Ivan Manuppelli, in arte Hurricane, è un disegnatore, editore e cartoonist che porta avanti da anni la sua visione di fumetto underground. Il suo mondo sgangherato e weird è affollato di personaggi la cui anatomia è ufficialmente in crisi, corpi sciolti sotto la cui pelle si agita una moltitudine di esseri mostruosi che cercano di emergere. Esilarante e violento, Hurricane non rinuncia mai a quel gusto un po’ infantile della provocazione; rispetto ai simboli del capitalismo e della vita odierna il suo è più sberleffo che satira, una sorta di assalto lisergico al buon costume, uno spernacchiamento catartico.

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Eppure nei sorrisi posticci che spuntano da questi ammassi di carne e budella è facile intravvedere, in filigrana, tutta l’angoscia, lo spaesamento e l’impotenza di un uomo contemporaneo che sembra condannato a un perenne, grottesco inferno.

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Hurricane pubblica le sue tavole su Linus, Il Male, Frigidaire. Ma “clandestinamente” ha dato vita alla rivista Puck, la cui più straordinaria incarnazione è Puck Comic Party, un progetto ambizioso e sorprendente che ha coinvolto più di 170 autori underground italiani, europei e americani. L’idea è simile al “cadavere squisito” dei surrealisti: a ciascun disegnatore vengono mostrate le vignette precedenti, a cui egli aggiunge due o tre quadri che proseguono la storia. La trama, com’è prevedibile, si presenta fin da subito delirante e onirica, e fa da pretesto per una sciarada visiva davvero unica. Il bello di ogni pagina sta nel gustarsi il nuovo cambio di stile, nello scoprire come il prossimo autore rielaborerà gli elementi a disposizione. Piacere metanarrativo, certo, e gioco per intenditori; ma anche un esperimento folle che assomiglia a una grande festa collettiva. E non può non scendere una lacrimuccia quando si incrocia fra le vignette il segno inconfondibile del compianto Carlo Peroni di Zio Boris.

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A novembre dello scorso anno Hurricane mi ha contattato per scrivere un’introduzione alla sua mostra Inferno domestico allestita all’interno del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul. I pezzi centrali dell’installazione erano dieci tavole che rivisitavano le piaghe d’Egitto in chiave moderna, dissacrando il luogo dell’intimità e del comfort per eccellenza: la casa.

Ripropongo qui il pezzo scritto allora per Inferno domestico, e vi invito a scoprire il lavoro di Hurricane sul suo sito ufficiale e sulla sua pagina Facebook.

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LA RIVINCITA DI PINCO PANCO

CASA, s.f. Edificio cavo eretto come abitazione per l’uomo,
il ratto, il topo, lo scarafaggio, la blatta, la mosca,
la zanzara, la pulce, il bacillo e il microbo.
(Ambrose Bierce, Il Dizionario del Diavolo, 1911)

Ovunque appoggerò la testa, amici
Quella sarà casa mia.
(Tom Waits)

La casa, nata come rifugio e tana del mammifero-uomo, da tempo ha trasceso questa sua funzione basilare. La casa è un’estensione concreta del fisico e della mente di chi la abita, prolungamento psichico nell’impulso di riorganizzazione del mondo, barriera contro il caos. In casa, tutto ha un senso, un’economia, un motivo. Nella casa, tutto è rassicurante, ci rincuora – sì, ogni cosa è al suo posto. Non come là fuori.

La casa è una bolla. È la nostra personale capsula all’interno della grande Astronave Terra che sfreccia nel vuoto, il cui suolo è stato parcellizzato dagli esseri umani in infinite sub-unità abitative. La casa delimita i confini della nostra vita, della cosiddetta privacy, è il luogo sacro e inviolabile in cui siamo noi a decidere a chi è concesso o non è concesso entrare. La casa è un filtro.

Nella solitudine della casa, in grado di tenere lontani gli estranei (“l’enfer, c’est les autres”), possiamo andarcene in giro nudi come prima che ci fosse inculcata qualsiasi vergogna, come prima della società. Non ci è proibita alcuna bassezza, né alcuna ascensione mistica, svanisce il timore di venire giudicati.

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E poi. La casa deve essere anche funzionale, come uno strumento. Efficiente nel liberarci dalle fatiche superflue. Ipertecnologica, con i suoi utensili robotizzati e le macchine che lavano, cuociono, asciugano, sterilizzano, regolandosi e programmandosi da sé. La casa lavora per noi. Ci solleva dagli ammennicoli quotidiani, di modo che noi possiamo dedicarci a ben più solenni imperativi…

La casa è una protesi; ma non ci si può illudere di usare una protesi senza che essa ci cambi, che rivoluzioni i limiti della nostra identità. Il cieco si orienta e sente la strada con la punta del bastone: dove finisce l’uno e inizia l’altro, resta un mistero.
Di (con)fusioni tra organico e meccanico, fisiologico e tecnologico, sapeva qualcosa J. G. Ballard, secondo il quale dimensione interna ed esterna non sono mai separate ma anzi si compenetrano senza soluzione di continuità. Nel suo racconto L’enorme spazio (1989), l’abitazione del protagonista si curva e si allunga fino a raggiungere distanze siderali, tanto che per passare dalla cucina al salotto ci vorrebbero secoli di cammino. Siamo sicuri di essere dentro la casa? O la casa sta dentro di noi? Abitiamo o siamo abitati?

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In fondo, forse, la casa dovrebbe semplicemente proteggerci, ma ha fallito. Ciò che è là fuori – la violenza, la disumanizzazione, la psicopatologia, la miseria umana – ha finito o finirà per fare irruzione fra queste fragili quattro mura. Non basteranno le porte blindate e i sistemi di sorveglianza per impedire che l’assurdo del cosmo faccia irruzione nel nostro baluardo, nel nostro bozzolo privato. L’assurdo è Pinco Panco che si ostina a incendiare la Casetta in Canadà, mentre il solerte Martino della canzone lavora sodo per ristabilire il decoro piccolo borghese, ricostruendo infinite abitazioni.

È una lotta contro i mulini a vento, sembrano suggerire i quadri apocalittici e gioiosamente sovversivi di Hurricane: la casa forse non è mai veramente esistita, è soltanto un’illusione, miope e meschina, che prima o poi si ritorcerà contro chi vi ha visto un ideale di vita, un’oasi finale – giardino all’inglese e bianco steccato inclusi.
Perché le piaghe d’Egitto, in realtà, non sono nulla di miracoloso o eccezionale.
Sono ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo.
Sono la vita, che si fa strada.

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Alice sotto terra

Abbiamo già parlato del regista e disegnatore Stefano Bessoni in diverse occasioni. Il suo nuovo lavoro illustrato, Alice sotto terra, verrà lanciato in anteprima al Romics di Roma sabato 29 settembre, in un appuntamento intitolato “Viaggio nella wunderkammer”. Sarà un’occasione per conoscere l’autore di persona e procurarsi una copia autografata di questa sua fantasiosa rielaborazione del capolavoro carrolliano.

Chi conosce il mondo di Bessoni, sia quello su carta che quello su grande schermo, saprà già cosa aspettarsi: nelle sue opere l’elemento fiabesco si tinge di accenti macabri, mescolando assieme suggestioni scientifiche e letterarie, la fascinazione per il pre-cinema, il collezionismo naturalistico ed entomologico; tutti questi strani e disparati ingredienti si amalgamano in maniera sorprendente, intessendo un intricato gioco di rimandi di senso.

Rispetto ai precedenti libretti editi da Logos (Homunculus e Wunderkammer), qui è però presente un referente titanico, ovvero quel Reverendo Dodgson, scrittore matematico e fotografo, in arte Lewis Carroll, che con i suoi Alice nel paese delle meraviglie (1865) e Alice dietro lo specchio (1871) ha influenzato tutto il secolo scorso nei più disparati campi (arte, cinema, letteratura, musica, psicologia, ecc.).

Stefano Bessoni, da parte sua, insegue il coniglio bianco da decenni ormai, con una passione e un entusiasmo commoventi, e dalle tavole di Alice sotto terra emerge proprio questo rispetto infinito e questa estrema familiarità con i personaggi che popolano l’universo carrolliano. Con il passare del tempo, essi sono divenuti per Bessoni dei veri e propri compagni di strada, di cui egli conosce ogni minimo segreto; e per ognuno di essi ha inventato storie parallele o devianti dalla favola classica, metabolizzandone caratteristiche e virtù attraverso il filtro delle proprie ossessioni.

Il bruco con il narghilè si trasfigura quindi in uno psiconauta appassionato di frenologia; il cilindro del Cappellaio Matto diventa una wunderkammer ambulante ricolma di teschi di feti, occhi di vetro e preparazioni entomologiche; il Tre di Cuori è un anatomo-patologo intento a dissezionare cadaveri nel tentativo di costruire un cuore a vapore… e via dicendo, tra follia, umorismo e un senso del grottesco che a Carroll, probabilmente, non sarebbe dispiaciuto affatto.

Il blog ufficiale di Stefano Bessoni.