Emperor Norton

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Questa è la storia dell’unico Imperatore degli Stati Uniti d’America.

Nel 1849, un uomo di circa trent’anni sbarcò a San Francisco da un battello a vapore. Il suo passato era sconosciuto: a quanto si sapeva era inglese (o forse scozzese), di famiglia ebraica, e aveva passato la prima parte della sua vita in Sud Africa, impiegato nelle milizie di Capo di Buona Speranza. Il suo nome era Joshua Abraham Norton.

Norton era arrivato in America con un’eredità di 40.000 dollari, ben deciso a farli fruttare. In effetti il suo lavoro partì a gonfie vele: la compravendita di immobili, e le commissioni nel mercato di importazione, gli fruttarono presto un grosso capitale, e non immeritatamente. Norton era scaltro, di un’intelligenza acuta e di rimarchevole giudizio e fiuto per gli affari. A questi attributi si aggiungevano delle qualità più rare, vale a dire un’integrità morale inflessibile, e una gentilezza d’animo davvero poco comune. Nel giro di quattro anni la sua fortuna era arrivata a un quarto di milione di dollari.

Nel 1853, a causa di una carestia, la Cina arrestò l’esportazione di riso e nel giro di pochi giorni il prezzo di un chilo passò da 9 a 79 cent.
Norton, assieme ad alcuni soci, decise di provare a controllarne il mercato. Stimato per la sua lungimiranza e per i suoi proficui affari trascorsi, non ebbe difficoltà a trovare partner facoltosi (banche e altre imprese) per questa nuova avventura. Avendo saputo che la nave Glyde stava facendo rientro dal Perù, portando a bordo quasi 100 tonnellate di riso peruviano, Norton comprò l’intero carico, sicuro così di essersi garantito il monopolio sul commercio. L’operazione era ineccepibile, e tutto sembrava promettere un immenso profitto.
Quello che Norton non sapeva è che la Glyde non era l’unico cargo in arrivo dal Perù.

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Quando a sorpresa altri battelli portarono a San Francisco grosse quantità di riso, i prezzi precipitarono. Visto l’imminente pericolo, molti degli associati di Norton si ritirarono ed egli, nel giro di pochi giorni, si vide finanziariamente rovinato. Intentò una causa legale, vincendo al primo grado ma perdendo in appello alla Corte Suprema nel novembre del 1853. Poco dopo Norton fu costretto a vendere le sue proprietà nei dintorni di North Beach per ripagare i debiti, e si ritrovò sul lastrico.

Lo shock di questo disastro ebbe un terribile effetto sulla psiche di Norton. Ritiratosi nell’oscurità, nessuno seppe più nulla di lui per diversi anni. Quando finalmente fece ritorno a San Francisco nel 1857, era una persona diversa: la sua mente aveva ormai sorpassato una invisibile soglia, e viveva all’interno di una fantasia maniacale.

La sua ossessione aveva preso la forma di un’impossibile convinzione – quella di essere l’unico, legittimo Imperatore degli Stati Uniti.
Il 17 settembre del 1859 Norton spedì ai vari giornali locali una lettera di auto-proclama:

Alla perentoria richiesta e secondo il desiderio della larga maggioranza dei cittadini di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, precedentemente residente ad Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, ed ora per gli ultimi 9 anni e 10 mesi abitante di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità acquisita, ordino ai rappresentanti dei differenti Stati dell’Unione di riunirsi nel Music Hall di questa città, il primo giorno del prossimo febbraio, per modificare le esistenti leggi dell’Unione al fine di porre rimedio ai mali che affliggono questo paese, e ridare fiducia, sia in patria che all’estero, nella nostra stabilità e integrità.

NORTON I, Imperatore degli Stati Uniti.

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Ogni città ha i suoi personaggi folli ed eccentrici; ma San Francisco, lungo la sua storia, è stata la capitale e la patria di tutti i diversi, i rivoluzionari, gli artisti e i sognatori. La gente, in quella magnifica città, ha sempre dimostrato un’inedita tolleranza verso la bizzarria. Norton, nelle parole di Isobel Osbourne, “era un uomo gentile e di buon cuore, e fortunatamente si ritrovò nella città più amichevole e sentimentale del mondo, dove l’idea fu ‘lasciate che faccia l’imperatore, se vuole’. San Francisco accettò di giocare il suo gioco“.

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Fu così che il San Francisco Bulletin pubblicò il suo proclama. La gente, divertita, cominciò a seguire le sue battaglie per dissolvere il Governo, e i decreti che Norton emanava in grande quantità, ordinando di volta in volta all’Esercito, al Congresso, alle Chiese protestanti e cattoliche, di riconoscerlo come Imperatore e di piegarsi al suo scettro. Dopo i primi anni, vedendo che nessuno di questi testardi ed insubordinati organi ufficiali sembrava dargli ascolto, Norton si concentrò su altri problemi più locali, come ad esempio la pulizia delle strade; firmò addirittura un’ordinanza per fermare il dilagare del soprannome dato alla città di San Francisco:

Chiunque dopo debito avvertimento sia sentito pronunciare l’abominevole parola “Frisco”, che non ha alcuna autorevolezza linguistica né d’altra natura, sarà ritenuto colpevole di infrazione grave, e dovrà pagare al Tesoro Imperiale una multa di venticinque dollari.

Gli abitanti della città si abituarono presto alla sua figura imponente, mentre si aggirava per le strade ispezionando lo stato dei marciapiedi e delle cable cars, oppure mentre si lanciava in uno dei suoi discorsi pubblici: vestito di un’uniforme militare blu con spallette dorate (donatagli dagli ufficiali locali dell’Esercito), il cappello adornato da piume e una specie di scettro in mano per esaltare la sua regale postura, l’Imperatore era uno dei personaggi più amati della città. Sia il cappello che lo scettro, in effetti, gli erano stati offerti in dono dai suoi “sudditi”. Talvolta, quando il tempo era inclemente, Norton portava con sé anche un ombrello perché, si sa, anche gli Imperatori si bagnano, e sulla pioggia la sua regale autorità non aveva alcuna efficacia.

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I migliori ristoranti di San Francisco trovavano sempre un posto per lui, esponendo addirittura delle placche d’ottone all’ingresso che dimostravano l’eccellenza dell’esercizio “per nomina di Sua Maestà Imperiale, Imperatore Norton I degli Stati Uniti“. Oltre a questi pittoreschi sigilli imperiali, Norton cominciò a stampare anche la sua propria valuta, che gli esercizi locali accettavano senza battere ciglio (ma tutti gli avrebbero fatto credito comunque). In pochi anni quest’uomo, per quanto strambo e squattrinato, divenne talmente popolare che nessuno spettacolo teatrale debuttava senza riservargli una poltrona gratuita in balconata.

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Gran parte di questa spontanea simpatia era dovuta alla sua onestà e bontà d’animo.
Nei suoi editti, il dichiarato fine ultimo era spesso quello di risolvere i conflitti interni al paese, di creare un dialogo costruttivo, di sostituire l’amore all’odio. Proibì ad esempio qualsiasi forma di scontro fra religioni, e addirittura abolì tutti i partiti, nell’ingenuo desiderio di eliminare la lotta politica.
In un episodio divenuto leggendario, l’Imperatore si frappose fra alcuni lavoratori cinesi e la folla che voleva linciarli; chinando il capo, cominciò a recitare il Padre Nostro finché il tumulto non si acquietò.
Sempre gentile, amante dei bambini, astemio (una rarità, a quell’epoca), egli s’infiammava soltanto per le sue passioni politiche.

C’è da dire che, nonostante la sua mania, alcune idee di Norton avevano ancora l’acume che lo contraddistingueva nei suoi giorni passati. In uno dei suoi visionari decreti, ad esempio, diede istruzioni per la formazione di una Lega delle Nazioni che migliorasse la qualità della vita. Sempre senza venire ascoltato, nel 1872 propose a più riprese la costruzione di un ponte sospeso, o di un tunnel, che collegasse San Francisco ad Oakland.
La sua lungimiranza era in questi casi un po’ troppo avanti per i tempi. La Società delle Nazioni venne istituita nel 1919, il Bay Bridge nel 1936, e il tunnel della metropolitana sotto la Baia nel 1969.

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Il regno di Norton I non visse soltanto momenti pacifici. Vi furono perfino dei tentativi di detronizzarlo, come accadde con un certo D. Stellifer Moulton che nel 1865 si autoproclamò “Re Stellifer, Principe Regnante della Casa di Davide, e Guardiano del Messico”. Norton andò su tutte le furie: non era forse lui stesso della Casa di Davide, e non aveva già assunto il titolo di Protettore del Messico?
Seguì un rabbioso decreto:

Via gli usurpatori e gli impostori! Tagliategli la testa! Basta con chi cucina l’oca degli altri! Si ordina alle autorità legittime di New York di arrestare un certo Stellifer, che si atteggia a Re o Principe della Casa di David, e di spedirlo in catene a San Francisco, Cal., per essere giudicato di fronte alla Corte Imperiale di varie imputazioni di frode […].

L’Imperatore era oggetto di un tale affetto che il Municipio stesso si premurò di comprargli una nuova uniforme, quando la sua cominciò a diventare logora: eppure, un giorno, un incidente diplomatico finì per verificarsi.
Nel 1867 Norton venne arrestato da un poliziotto, con l’intento di rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico. L’arresto dell’Imperatore causò un enorme scandalo: le proteste dei cittadini e i feroci articoli di critica apparsi sui giornali spinsero il capo della polizia, Patrick Crowley, a rilasciare immediatamente Norton, e a presentare alla città le scuse formali delle forze dell’ordine: “[Norton] non ha versato alcun sangue; non ha derubato nessuno; e non ha saccheggiato alcun paese; che è più di quanto si possa dire dei suoi simili“.
Norton perdonò l’ufficiale che l’aveva arrestato, e da quel momento tutti i poliziotti della città presero l’abitudine di fare il saluto militare quando passava l’Imperatore.

La vita privata di Norton era molto semplice, a dispetto di tutto. Le sue regali stanze erano in realtà costituite da una piccola sistemazione presso un affitta-camere, in cui trovava posto la sua collezione di cappelli e di bastoni da passeggio, e un misero letto.
Profondamente interessato all’educazione, frequentava spesso la neonata Università, ed era divenuto membro del Liceo di Libera Cultura, dove sostenne dibattiti “nella maniera più intelligente e logica“.

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La sera dell’8 gennaio 1880, mentre si recava all’Accademia delle Scienze per assistere ad una conferenza, Norton si accasciò di colpo sul marciapiede. Se ne accorse immediatamente un poliziotto, che chiamò una vettura per trasportarlo in ospedale: ma nel giro di pochi minuti, il cuore di Norton si era fermato per sempre.

Il giorno dopo, in prima pagina, il San Francisco Chronicle titolò: LE ROI EST MORT. L’articolo riportava che “sul fetido marciapiede, nel buio di una notte senza luna, sotto la pioggia battente… Norton I, per grazia di Dio Imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico ha lasciato questa vita“.
Nelle sue tasche aveva cinque dollari.

Povero, talvolta sudicio e logoro, patetico e filosofo, ma sempre dalla mente nobile, si comportava con dignità nel mezzo dello squallore con un obbiettivo fisso ed invariabile, e cioè il benessere del suo popolo. Il retaggio di onore e integrità che aveva dimostrato nel suo periodo di agiatezza, non venne mai a dilapidarsi o dissiparsi, e per questo egli mantenne fino alla fine il rispetto e la benevolenza delle migliori fra le persone. Gli scherzi giocatigli furono tutti innocui, e il divertimento che talvolta egli provocava fu sempre privo dell’amaro veleno del ridicolo.

(R. E. Cowan, Norton I Emperor of the United States and Protector of Mexico, 1923)

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La storia di questo colorito personaggio ha ispirato diversi autori, fra cui Mark Twain, Robert Louis Stevenson, Charles Bukowski, Selma Lagerlöf, Neil Gaiman. La sua figura si ritrova in romanzi, fumetti, giochi di ruolo, canzoni, opere musicali e teatrali. Dal 1974, ogni anno si tiene un memoriale presso la sua tomba a Colma, vicino a San Francisco, e il 14 di febbraio si celebra l’Emperor Joshua Norton Day: una allegro simposio a base di cibo tradizionale cinese (per ricordare l’episodio eroico dello sventato linciaggio). E in questa amichevole festività cittadina non manca mai il riso, pianta che causò la drammatica rovina di Norton, ma che in fondo portò anche all’instaurazione di un favoloso e commovente Impero immaginario, durato per 21 anni.

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(Grazie, Carlo!)

I Templi dell’Umanità

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Il primo piccone colpì la roccia in una calda notte di agosto. Era una sera di sabato, nel 1978. […]
Cadde una stella nel cielo, grande e luminosa, che lasciò dietro di sé una striscia ben visibile di polvere dorata che ricadde sulla Terra.
Tutti pensarono che fosse un buon segno, e Oberto disse che in effetti indicava il momento perfetto per iniziare a scavare un Tempio, come quelli che da migliaia di anni non esistevano più. Si sarebbe fatto tutto grazie alla volontà e al lavoro delle mani…

Questo, secondo il racconto ufficiale, è l’inizio della straordinaria impresa portata avanti in gran segreto dai damanhuriani.

Damanhur è una cittadina egizia che sorge sul Delta del Nilo, e il suo nome significa “Città di Horus“, dal tempio che vi sorgeva dedicato alla divinità falco. I damanhuriani di cui stiamo parlando però non sono affatto egiziani, bensì italiani. Quell’Oberto che interpreta la stella cadente come buon auspicio è la loro guida spirituale, e (forse proprio in onore di Horus) a partire dal 1983 si farà chiamare Falco.

Gli anni ’70 in Italia vedono fiorire l’interesse per l’occulto, l’esoterismo, il paranormale, e per le medicine alternative: si comincia a parlare per la prima volta di pranoterapia, viaggi astrali (oggi si preferisce l’acronimo OBE), chakra, pietre e cristalli curativi, riflessologia, e tutta una serie di discipline mistico-meditative volte alla crescita spirituale – o, almeno, all’eliminazione delle cosiddette “energie negative”. Immaginate quanto entusiasmo potesse portare allora tutto questo colorato esotismo in un paese come il nostro, che non aveva mai potuto o voluto pensare a qualcosa di diverso dal millenario, risaputo Cattolicesimo.

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Oberto Airaudi, classe 1950, ex broker con una propria agenzia di assicurazioni, è da subito affascinato da questa nuova visione del mondo, tanto da cominciare a sviluppare le sue tecniche personali. Fonda quindi nel 1975 il Centro Horus, dove insegna e tiene seminari; nel 1977 acquista dei terreni nell’alto Canavese e fonda la prima comunità basata sulla sua concezione degli uomini come frammenti di un unico, grande specchio infranto in cui si riflette il volto di Dio. Nella città-stato di Damanhur, infatti, dovrà vigere un’assoluta uguaglianza in cui ciascuno possa contribuire alla crescita e all’evoluzione dell’intera umanità. Damanhur inoltre dovrà essere ecologica, sostenibile, avere una particolare struttura sociale, una Costituzione, perfino una propria moneta.
E un suo Tempio sotterraneo, maestoso e unico.

Così nel 1978, in piena Valchiusella, a 50 km da Torino, Falco e adepti cominciarono a scavare nel fianco della montagna – ovviamente facendo ben attenzione che la voce non si spargesse in giro, poiché non c’erano autorizzazioni né permessi urbanistici. Dopo un paio di mesi avevano completato la prima, piccola nicchia nella roccia, un luogo di ritiro e raccoglimento per meditare a contatto con la terra. Ma il programma era molto più ambizioso e complesso, e per anni i lavori continuarono mentre la comunità cresceva accogliendo nuovi membri. L’insediamento ben presto incluse boschi, aree coltivate, zone residenziali e un centinaio di abitazioni private, laboratori artistici, atelier artigianali, aziende e fattorie.

Il 3 luglio del 1992, allertati da alcune segnalazioni che parlavano di un tempio abusivo costruito nella montagna, i Carabinieri accompagnati dal Procuratore di Ivrea eseguirono l’ispezione di Damanhur. Quando infine giunsero ad esaminare la struttura ipogea, si trovarono di fronte a qualcosa di davvero incredibile.

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Corridoi, vetrate, specchi, pavimenti decorati, mosaici, pareti affrescate: i “Templi dell’Umanità”, così Airaudi li aveva chiamati, si snodavano come un labirinto a più piani nelle viscere della terra. I cinque livelli sotterranei scendevano fino a 72 metri di profondità, l’equivalente di un palazzo di venti piani. Sette sale simboliche, ispirate ad altrettante presunte “stanze interiori” dello spirito, si aprivano al visitatore lungo un percorso iniziatico-sapienziale, in un tripudio di colori e dettagli ora naif, ora barocchi, nel più puro stile New Age.

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I damanhuriani cominciarono quindi una lunga battaglia con le autorità, per cercare di revocare l’ordine di demolizione per abusivismo e nel 1996, grazie all’interessamento della Soprintendenza, il governo italiano sancì la legalizzazione del sito. Ormai però il segreto era stato rivelato, così i damanhuriani cominciarono a permettere visite controllate e limitate agli ambienti sacri. Nel 2001 il complesso di templi vinse il Guinness World Record per il tempio ipogeo più grande del mondo.

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Ma perché tenere nascosta questa opera titanica? Perché costruirla per quasi quindici anni nel più completo riserbo?

In parte propaggine del sogno hippie, l’idilliaca società di Damanhur proietta un’immagine di sé ecologica, umanistica, spirituale ma, nella realtà, potrebbe nascondere una faccia ben più cupa. Secondo l’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici, infatti, quella damanhuriana non sarebbe altro che una vera e propria setta; opinione condivisa da molti ex aderenti alla comunità, che hanno raccontato la loro esperienza di vita all’interno del gruppo in toni tutt’altro che utopistici.

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La storia delle sette ci insegna che i metodi utilizzati per controllare e plagiare gli adepti sono in verità pochi – sempre gli stessi, ricorrenti indipendentemente dalla latitudine o dalle epoche. La manipolazione avviene innanzitutto tagliando ogni ponte con l’esterno (familiari, amici, colleghi, ecc.): la setta deve bastare a se stessa, chiudersi attorno agli adepti. In questo senso vanno interpretati tutti quegli elementi che concorrono a far sentire speciali gli appartenenti al gruppo, a far loro condividere qualcosa che “gli altri, là fuori, non potranno mai capire”.

Almeno a un occhio esterno, Damanhur certamente mostra diversi tratti di questo tipo. Orgogliosamente autosufficiente, la comunità ha istituito addirittura una valuta complementare, cioè una moneta valida esclusivamente al suo interno (e che pone non pochi problemi a chi, dopo anni di lavoro retribuito in “crediti damanhuriani”, desidera fare ritorno al mondo esterno).

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Inoltre, a sottolineare la nuova identità che si assume entrando a far parte della collettività di Damanhur, ogni proselito sceglie il proprio nome, ispirandosi alla natura: un primo appellativo è mutuato da un animale o da uno spirito dei boschi, il secondo da una pianta. Così, sbirciando sul sito ufficiale, vi potete imbattere in personaggi come ad esempio Cormorano Sicomoro, avvocato, oppure Stambecco Pesco, scrittore con vari libri all’attivo e felicemente sposato con Furetto Pesca.

Oberto Airaudi, oltre ad aver operato le classiche guarigioni miracolose, ha soprattutto insegnato ai suoi accoliti delle tecniche di meditazione particolari, forgiato nuove mitologie ed elaborato una propria cosmogonia. Poco importa se a un occhio meno incline a mistici entusiasmi il tutto sembri un’accozzaglia di elementi risaputi ed eterogenei, un sincretico potpourri che senza scrupoli mescola reincarnazione, alchimia, cromoterapia, tarocchi, oracoli, Atlantide, gli Inca, i riti pagani, le correnti energetiche, i pentacoli, gli alieni… e chi più ne ha più ne metta.

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In questo senso è evidente come il Tempio dell’Umanità possa aver rappresentato un tassello fondamentale, un aggregatore eccezionale. Non soltanto i damanhuriani condividevano tra loro la stessa visione del mondo, ma erano anche esclusivi depositari del segreto di un’impresa esaltante – un lavoro non unicamente spirituale o di valore simbolico, ma concreto e tangibile.
Inoltre la costruzione degli spazi sacri sotterranei potrebbe aver contribuito ad alimentare la cosiddetta “sindrome dell’assedio”, vale a dire l’odio e la paura per i “nemici” che minacciano continuamente la setta dall’esterno. Ecco che le autorità, anche quando stavano semplicemente applicando la legge nei confronti di un’opera edilizia abusiva, potevano assumere agli occhi degli adepti il ruolo di osteggiatori ciechi alla bellezza spirituale, gretti e malvagi antagonisti degli “eletti” che invece facevano parte della comunità.

È nostra consuetudine, in queste pagine, cercare il più possibile di lasciare le conclusioni a chi legge. Risulta però difficile, con tutta la buona volontà, ignorare i segnali che arrivano dalla cronaca. Se non fosse per l’eccezionale costruzione dei Templi dell’Umanità, infatti, il copione che riguarda Damanhur sarebbe lo stesso che si ripete per quasi ogni setta: ex-membri che denunciano presunte pressioni psicologiche, manipolazioni o abusi; famigliari che lamentano la “perdita” dei propri cari nelle spire dell’organizzazione; e, in tutto questo, il guru che si sposta in elicottero, finisce indagato per evasione ed è costretto a versare un milione e centomila euro abbondanti al Fisco.

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Il controverso Oberto Airaudi, alias Falco, è morto dopo una breve malattia nel 2013. Tutto si può dire di lui, ma non che gli mancasse il dono dell’immaginazione.
Il suo progetto dei Templi dell’Umanità, infatti, non è ancora finito. La struttura esistente non rappresenta che il 10% dell’opera completa. Ma i damanhuriani stanno già pensando al futuro, e a una nuova formidabile impresa:

È importante che i rappresentanti di popoli e culture si incontrino in luoghi speciali, capaci di creare un effetto di risonanza sul pianeta. I cittadini di Damanhur, che stanno creando un nuovo popolo, si sono impegnati a costruire uno di questi “centri nervosi spirituali”, che hanno chiamato “il Tempio dei Popoli”.
In questo luogo sacro, tutti i piccoli popoli potranno incontrarsi per dare vita a un parlamento spirituale […] Come i Templi dell’Umanità, il Tempio dei Popoli sarà all’interno della terra, in un luogo di incontro di Linee Sincroniche, perché non è un edificio per impressionare gli esseri umani – come i palazzi del potere delle nazioni – ma deve essere una dimostrazione del cambiamento, della volontà e delle capacità umane alle Forze della Terra.

Le donazioni sono ovviamente ben accette e, riguardo alla possibilità di detrazione fiscale, è possibile chiedere informazioni alla responsabile. Che, lo confessiamo, porta (assieme all’avv. Cormorano Sicomoro) il nostro nome damanhuriano preferito: Otaria Palma.

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Potete fare un tour virtuale all’interno dei Templi dell’Umanità a questo indirizzo.
Il sito del CESAP (Centro Studi Abusi Psicologici) ospita una esauriente serie di articoli su Damanhur, e in rete è facile trovare informazioni riguardo alle caratteristiche settarie della comunità; se invece volete sentire la campana dei damanhuriani, potete dare un’occhiata al sito personale di Stambecco Pesco oppure dirigervi direttamente al sito ufficiale di Damanhur.