Un computer in gonnella

(Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 46: #HEROES)

L’anno prossimo Katherine Johnson, questa bellissima signora, compirà cento anni. Quando era piccola, suo padre Joshua le ripeteva sempre: “Tu vali quanto chiunque altro in questa città, ma non di più”.
Difficile credere di valere come chiunque altro, per una bambina di colore cresciuta a White Sulphur Springs, dove per chi non era bianco l’educazione si fermava obbligatoriamente alla terza media.
Papà Joshua lavorava come contadino e tuttofare presso il Greenbrier Hotel, lo stabilimento termale dove i signorotti più ricchi di tutta la Virginia andavano in villeggiatura; forse proprio per questo voleva che la sua bambina andasse spedita per la sua strada, ignorando le barriere segregazioniste. Nella loro cittadina non la facevano studiare? Lui l’avrebbe portata a Institute, 130 miglia più a ovest.

Katherine, dal canto suo, bruciò ogni tappa: a 14 anni aveva già finito le superiori, a 18 anni era laureata con lode in matematica. Nel 1938 la Corte Suprema stabilì che le università “white-only” avrebbero dovuto ammettere anche studenti di colore, così nel 1939 Katherine divenne la prima donna afroamericana a entrare nella scuola di specializzazione alla West Virginia University di Morgantown.
Completati gli studi, però, la carriera era tutt’altro che assicurata. Katherine avrebbe voluto dedicarsi alla ricerca, ma ancora una volta c’erano ben due handicap da superare: era donna, e per giunta afroamericana.

Insegnò matematica per più di dieci anni, aspettando l’occasione propizia che infine arrivò nel 1952. La NASA (all’epoca chiamata NACA) aveva cominciato ad assumere matematici sia bianchi sia afroamericani, e le propose un lavoro. Katherine Johnson entrò così a far parte, nel 1953, del primissimo team dell’agenzia spaziale.
Inizialmente lavorò nella sezione dei “calcolatori in gonnella”, un gruppo di donne il cui compito era elaborare i dati delle scatole nere degli aerei e svolgere specifiche operazioni matematiche. Un giorno Katherine venne assegnata a un gruppo di ricerca di volo, composto esclusivamente da maschi; la sua permanenza all’interno del team avrebbe dovuto essere temporanea, ma Katherine dimostrò una tale conoscenza della geometria analitica che i capi finirono per “dimenticarsi” di rimandarla al suo lavoro precedente.

Alla segregazione, però, non si sfuggiva. Katherine doveva lavorare, mangiare e andare in bagno in luoghi separati da quelli usati dai colleghi bianchi. Indipendentemente da chi avesse svolto il lavoro, i report venivano firmati soltanto dagli uomini del team.
Ma Katherine aveva sempre in mente le parole del padre, e la sua strategia fu quella di non curarsi di cosa ci si aspettava da lei. Si presentava alle riunioni ingegneristiche per soli uomini, firmava rapporti al posto dei suoi superiori maschi, ignorando qualsiasi obiezione. Perché non si era mai sentita inferiore – né superiore – a nessuno.

Era un’epoca pionieristica, e far parte della prima Space Task Force della storia significava avventurarsi in problemi e operazioni del tutto inediti. Con la sua preparazione e propensione per la geometria, Katherine era una dei “computer umani” più brillanti. Eseguì tutti i calcoli relativi alla traiettoria del primo volo americano nello spazio, quello di Alan Shepard nel 1961.

Venne il momento in cui la NASA decise di passare ai computer elettronici, smantellando l’équipe dei “calcolatori umani”; il primo volo ad essere programmato usando le nuove macchine fu quello di John Glenn, che doveva essere spedito in orbita intorno alla Terra. Ma fu l’astronauta in persona a rifiutarsi di partire, a meno che Katherine non avesse verificato a mano tutti calcoli eseguiti dal computer. Si fidava soltanto di lei.
In seguito Katherine contribuì a calcolare la traiettoria per il volo dell’Apollo 11, nel 1969. Vedere Neil Armstrong fare il primo passo sulla Luna la emozionò, ma neanche troppo: per chi aveva passato anni sulla missione non era certo una sorpresa.

Per lungo tempo si seppe ben poco del lavoro svolto da Katherine (e dalle sue colleghe): rimasta per decenni nell’ombra a fronte di una società che faticava a tributarle il giusto peso, oggi finalmente il suo nome si studia sui banchi di scuola e la sua storia è stata di recente raccontata dal film Il diritto di contare (2016, regia di Theodore Melfi). Il contributo offerto da questa donna alla corsa spaziale è riconosciuto come fondamentale – anche se a diventare eroi furono quegli astronauti che non avrebbero mai lasciato il suolo senza la precisione dei suoi calcoli.

Sorridente, a quasi un secolo di età, Katherine Johnson non smette di ripetere: “Valgo quanto chiunque altro, ma non di più”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 3

Nuova miscellanea di link interessanti e fatti bizzarri.

  • C’è un gruppo di famiglie italiane che diversi anni fa ha deciso di provare a vivere sugli alberi. Nel 2010 il giornalista vicentino Antonio Gregolin ha visitato questi misteriosi “eremiti” (non così reclusi, però, quanto si potrebbe pensare) firmando un meraviglioso reportage sul loro villaggio arboricolo.

  • Un interessante long read sul disgusto, sugli errori cognitivi in cui ci fa incappare, e su come potrebbe aver contribuito alla nascita della morale, della politica, delle leggi — in sostanza, alla creazione delle società umane.
  • Siete pronti per un viaggio musicale nel tempo e nello spazio? Su questo sito potete scegliere un paese del mondo e una decade dal 1900 ad oggi, e scoprire quali erano le hit discografiche del periodo. Organizzate il vostro itinerario/playlist con un taxi virtuale fissando tappe inconcepibilmente distanti tra loro: potreste partire dalle prime registrazioni di canti tradizionali della Tanzania, saltare alla disco coreana degli anni ’80, e approdare al caldo pop psichedelico norvegese anni ’60. Attenzione, crea dipendenza.
  • Parlando di tempo, è davvero un enigma come questa campagna di crowdfunding non abbia raggiunto l’obiettivo di finanziare la creazione dell’orologio minimalista definitivo. Sarebbe stato un accessorio perfetto per filosofi, e ritardatari.
  • L’ultimo numero della rivista Illustrati ha un titolo, e un tema, evocativo, “Cerchi di luce”. Nel mio contributo, racconto il Nord Est esoterico della mia adolescenza: L’unico chakra.
  • Durante la terribile alluvione che di recente ha colpito la Louisiana, alcune bare sono venute a galla. Una visione surreale, ma non del tutto inedita: ecco un mio vecchio post sullo Holt Cemetery di New Orleans, dove ciclicamente riaffiorano le ossa dei morti.

  • Restiamo nel cosiddetto Pelican State, dove per scongiurare la sfortuna ci si può sempre affidare agli incantesimi tradizionali, ormai diventati anche un business per turisti: ecco i cinque migliori negozi di armamentari voodoo di New Orleans.
  • Chi mi segue da un po’ mi avrà probabilmente sentito parlare di “meraviglia nera“, cioè della necessità di restituire alla meraviglia il suo dominio originario sulla tenebra. Un bell’articolo sulla filosofia dello stupore pubblicato da DoppioZero ribadisce il concetto: “lo stupore originario, il thauma non è sempre e soltanto un momento di grazia, un sentimento positivo: possiede una dimensione di orrore e di angoscia che prova chi si trova a contatto con una realtà ignota, sconosciuta, diversa, così altra da provocare turbamento e angoscia“.
  • Quali sono le mummie più antiche del mondo? Quelle dei Faraoni d’Egitto?
    Sbagliato. Le mummie dei Chinchorro, ritrovate nel deserto di Atacama tra Cile e Perù, sono antecedenti a quelle egiziane. E non di un secolo o due: di duemila anni.
    (Grazie, Cristina!)

  • Qualche giorno fa Wu Ming 1 mi ha segnalato un articolo su The Atlantic riguardo un imminente trapianto di testa: in realtà la notizia non è nuova, dato che il neurochirurgo torinese Sergio Canavero fa discutere di sé ormai da qualche anno. Su Bizzarro Bazar avevo trattato i trapianti di testa in un vecchio articolo, e se non ho mai parlato di Canavero, è perché tutta la faccenda in realtà suona molto sospetta.
    Riassumo velocemente la questione: nel 2013 Canavero crea un piccolo terremoto in ambito scientifico dichiarando realizzabile entro il 2017 il trapianto di testa (o meglio, di corpo) sull’essere umano. Il suo progetto HEAVEN/Gemini (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion) si propone di superare le difficoltà relative al ricollegamento dei tronconi di midollo utilizzando delle “colle” fusogene come il glicole polietilenico (PEG) o il chitosano per indurre l’unione tra le cellule del donatore e quelle del ricevente. Questo permetterebbe di fornire un nuovo corpo, più sano, a chi sta morendo a causa di una qualsiasi malattia (con l’ovvia eccezione delle patologie cerebrali).
    Non essendo stato preso sul serio, Canavero ci riprova a inizio 2015, annunciando in seguito di aver trovato un volontario per la complessa operazione, il trentenne russo Valery Spiridonov affetto da una malattia genetica incurabile. La comunità scientifica, ancora una volta, bolla le sue teorie come infondate, fantascientifiche e pericolose: la tecnologia dei trapianti ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, è vero, ma secondo gli esperti siamo ancora ben lontani dal poter affrontare una simile impresa sull’uomo — anche ammesso di soprassedere ai relativi dilemmi etici.
    A inizio di quest’anno, infine, Canavero annuncia di aver fatto progressi: con il supporto di un’équipe cinese, avrebbe testato con successo la sua procedura sui topi e perfino su una scimmia, facendo trapelare qualche video e qualche foto d’impatto.
    Come si può facilmente capire, la storia è però tutt’altro che cristallina. Canavero si sta distanziando sempre più dalla comunità scientifica, e sembra particolarmente insofferente nei confronti del sistema di peer-review, il quale (accidenti!) non gli permette di pubblicare le sue ricerche senza che esse siano vagliate e valutate a priori; anche l’annuncio dei suoi esperimenti sui topi e le scimmie è arrivato senza il supporto di alcuna pubblicazione. In sostanza, Canavero si è dimostrato molto abile a suscitare l’interesse dei media (divulgando la sua avanzatissima tecnica in TV, sui giornali e perfino a un paio di TEDx con l’ausilio di… pittoreschi e italianissimi spaghetti), e nel tempo è riuscito a costruirsi un’immagine di scienziato genialoide e un po’ matto, un Frankenstein visionario che potrebbe aver trovato la panacea di tutti i mali — se soltanto gli ottusi colleghi lo stessero ad ascoltare. Al contempo egli appare poco a suo agio con le regole deontologiche della scienza, e preferisce continuare a lanciare appelli ai “filantropi privati” di tutto il mondo, in cerca di qualche mecenate disposto a sborsare i 12 milioni e mezzo necessari per tentare l’esperimento d’avanguardia.
    Insomma, guardando questa vicenda è un po’ difficile non pensare a noti copioni analoghi. Mai dire mai, però: rimaniamo in attesa della prossima puntata, e nel frattempo…
  • …non resta che (ri)guardarsi  The Thing With Two Heads (1972), diretto dal genio dell’exploitation Lee Frost.
    Questa chicca ai confini del trash racconta le tragicomiche avventure di un chirurgo facoltoso e razzista — interpretato da un Ray Milland ormai giunto alla fase più ingloriosa della carriera — il quale, prossimo alla morte, elabora un complesso piano per far trapiantare la propria testa su un corpo sano; ma finisce per risvegliarsi attaccato alla spalla di un uomo di colore condannato a morte che è determinato a provare la sua innocenza. Inseguimenti, gag sconclusionate e situazioni deliranti, per uno dei film più weird di sempre.

Afterlife

Cosa sentiremo al momento della morte?
Cosa verrà dopo l’iniziale, inevitabile paura?
Proveremo una strana familiarità nell’estremo, contemporaneo rilassarsi di ogni muscolo?
L’ultimo abbandono sarà simile alla sensazione antica e primitiva di annullarsi in un orgasmo?

Secondo il celebre ragionamento di Epicuro (peraltro filosoficamente ed eticamente discutibile), la cosa non dovrebbe nemmeno importarci, perché quando ci sarà la morte non ci saremo noi, e viceversa.
Inconoscibilità della morte: come si dice spesso, “nessuno è mai tornato indietro” a raccontarci cosa c’è dall’altra parte. A dispetto di quest’idea, le tradizioni religiose invece hanno spesso descritto per filo e per segno le varie fasi che l’anima dovrà attraversare, una volta oltrepassata l’invisibile soglia.

Questo nei secoli ha portato alla stesura di veri e propri manuali che indicavano come morire nella maniera migliore.
Le Ars moriendi occidentali si focalizzavano sui momenti appena precedenti alla morte, in Oriente ci si concentrava invece su quelli successivi. Ma in definitiva la maggior parte delle filosofie spirituali condividono il timore che il passaggio comporti dei pericoli concreti per l’anima del moribondo: i demoni, le visioni cercheranno di distogliere l’attenzione dello spirito dalla corretta via da seguire.
Nella morte, insomma, ci si può smarrire.

Una delle intuizioni che ritengo più interessanti è contenuta nella seconda parte del Bardo Thodol:

Figlio di nobile famiglia, quando il tuo corpo e la tua mente si stavano separando, devi aver intravisto un barlume della Pura Verità, sottile, scintillante, luminosa, abbagliante, gloriosa e radiosamente meravigliosa, come un miraggio che attraversi un panorama primaverile in un continuo flusso di vibrazioni. Non essere dunque scoraggiato, né terrificato, né stupito. Quella è la radiosità della tua vera natura. Riconoscila.
Da quella radiosità, arriverà il suono naturale della Realtà, che si riverbera come mille tuoni simultanei. Quello è il suono naturale del tuo stesso essere.  Non essere dunque scoraggiato, né terrificato, né stupito. […] Dacché non hai un corpo materiale di carne e sangue, ciò che verrà — suoni, luci o raggi tutti e tre sono ugualmente incapaci di nuocerti: tu non puoi più morire. È sufficiente che tu sappia che queste apparizioni sono manifestazioni della tua stessa mente.

Mi pare che quest’idea, per quanto descritta nel libro in maniera figurativa, possa in un certo senso resistere anche a uno sguardo scettico e secolarizzato. Se la si spoglia dell’apparato simbolico-sciamanico buddhista, sembra cioè quasi un’osservazione “oggettiva”: la morte è essenzialmente lo stato naturale da cui abbiamo preso forma e al quale ritorniamo. Ciò che esperiremo dopo la morte — se esperiremo qualcosa, poco o tanto che sia — è dunque in definitiva tutto quello che c’è da capire. In termini poetici, è il nostro vero volto, il fondo delle cose, la nostra intima realtà.

Nel 1978 l’animatore indiano Ishu Patel, affascinato da questi interrogativi, decise di trasporre in immagini la sua personale visione dell’aldilà. Il pluripremiato cortometraggio Afterlife offre ancora oggi una delle più suggestive rappresentazioni allegoriche della morte come viaggio: viaggio psichedelico innanzitutto, ma anche momento di essenziale lucidità. La coscienza, che sta lasciando il corpo, si confronta con forme archetipiche e cangianti, fa il suo ingresso in un non-luogo mentale dove nulla è certo eppure tutto parla un linguaggio che possiamo riconoscere all’istante.

La rappresentazione artistica e fantasiosa di Patel affronta la morte come un momento in cui si tirano i fili di una vita intera, in cui ci sarà dato di scorgere un riflesso del mistero dell’esistenza. Idea bellissima, e forse fin troppo confortante.
Patel ha dichiarato di essersi ispirato alle mitologie orientali e ai racconti di esperienze di pre-morte (NDE), e quest’ultimo dettaglio apre un interrogativo ulteriore: anche ammettendo che in punto di morte fossimo in preda a visioni simili, non potrebbe trattarsi soltanto di una mera illusione?

Certo, per la scienza le NDE sono perfettamente coerenti con i processi neurologici degenerativi a cui il cervello è sottoposto in punto di morte. Così come sono state analizzate le cause psicofisiche delle estasi mistiche, degli stati auto-ipnotici indotti dalla reiterazione di mantra o preghiere, delle visioni provocate dal prolungato digiuno o dall’ingestione di sostanze psicotrope alla base di molti riti sciamanici, eccetera.
Ma la spiegazione fisiologica di queste alterazioni di coscienza non intacca la loro portata simbolica.
La bellezza sublime delle allucinazioni sta nel fatto che è ininfluente se esse siano vere o meno; è il significato che vi attribuiamo ad avere valore.

Forse una sola cosa si può affermare, dopotutto: la morte rimane ancora una tela bianca. Sta a noi decidere cosa proiettare sullo schermo.
Afterlife fa proprio questo, con l’enigmatica leggerezza di una danza; è una meravigliosa, commovente cavalcata fino al centro delle cose.

Afterlife, Ishu Patel, National Film Board of Canada

Lo sconosciuto dall’elmo di ferro

Una sera imprecisata del 1907, nel lussuoso centro sportivo londinese di King Street, Covent Garden. Due fra gli uomini più ricchi del mondo – fra una sbuffata di sigaro, e una puntata sull’incontro di boxe a cui stavano assistendo – discutevano di una questione piuttosto singolare. L’argomento di discussione era se fosse possibile per un uomo attraversare il mondo intero senza mai essere identificato.

Lonsdale-Morgan

Hugh Cecil Lowther, quinto conte di Lonsdale, era convinto che l’impresa fosse attuabile; il suo interlocutore, il finanziere americano John Pierpont Morgan, sosteneva il contrario. Quest’ultimo, nella foga, si disse disposto a scommettere ben 100.000 dollari, equivalenti a diversi milioni di euro in valuta odierna: era forse la più grande somma mai scommessa nella storia. Lì vicino, ad ascoltarli, stava un gentleman inglese di nome Harry Bensley, celebre donnaiolo e viveur, mantenuto da una costante rendita di circa 5.000 sterline l’anno grazie ai suoi investimenti in Russia. A lui, quei soldi fecero subito gola, ma soprattutto lo attirò la bizzarra avventura che la sfida sembrava promettere. Così, interrompendo l’accalorata discussione, annunciò che accettava la scommessa del magnate americano.

Harry Bensley, sulla sinistra.

Harry Bensley, sulla sinistra.

I termini della prova furono messi nero su bianco. Bensley avrebbe dovuto soddisfare ben 15 condizioni, che lo costringevano a viaggiare mascherato, spingendo una carrozzella per bambini, attraversando 169 città inglesi, e 125 città in 18 nazioni differenti in giro per il mondo – tra cui Irlanda, Canada, Stati Uniti, Sud America, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Giappone, Cina, India, Egitto, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Germania e Olanda. Doveva cominciare il suo viaggio investendo esclusivamente una sterlina in materiale “pubblicitario”, cioè fotografie, dépliant e pamphlet, da vendere durante il suo girovagare: non avrebbe potuto avere altra fonte di reddito oltre al ricavato di quelle foto per tutta la durata della sfida. Anche i vestiti erano limitati ad un unico cambio e, per rendere le cose ancora più complicate, durante il viaggio avrebbe dovuto perfino ammogliarsi – trovare, cioè, una donna disposta a sposarlo senza conoscere la sua vera identità.

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Così, il primo gennaio del 1908, all’età di 31 anni, Harry Bensley si presentò sul luogo indicato dal contratto, a Trafalgar Square, indossando un elmo di ferro da armatura e spingendo un passeggino che conteneva i suoi vestiti e il materiale pubblicitario: al suo fianco, il “garante” (chiamato The Minder) che l’avrebbe accompagnato durante l’intera epopea, per assicurarsi che le condizioni della scommessa venissero rispettate. La folla esultante lo acclamò, visto che la notizia della incredibile impresa si era già sparsa ovunque; e così accadde anche nelle tappe successive del viaggio – tutti acquistavano le fotografie, c’era chi lasciava delle offerte, praticamente i soldi gli piovevano addosso.

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Talmente tanti soldi, in realtà, che ad un certo punto Bensley venne arrestato per vendita di cartoline senza permesso a Bexley Heath, Kent; arrivato in tribunale con il suo elmo, Harry spiegò al giudice i termini della scommessa e, grazie alla benevolenza di costui, per la prima volta nella storia si svolse un processo in totale anonimità dell’imputato. Giudicato colpevole, sotto il nome di “Uomo nella Maschera di Ferro”, venne condannato a una multa di una dozzina di sterline, e gli venne permesso di continuare il suo viaggio.
Altri gustosi aneddoti raccontano di come una cameriera si nascose sotto il letto della camera di Bensley nel tentativo di svelare la sua identità e guadagnarsi le 1.000 sterline messe in palio da un giornale, ma venne scoperta in tempo; e di come lo stesso Re Edoardo VII, divertito, chiese perfino un autografo al misterioso “cavaliere”, che rifiutò per ovvie ragioni di privacy…
Anche le offerte di matrimonio non mancavano: Harry disse di averne ricevute più di 200, da nobildonne provenienti dall’Europa, dall’Australia e dall’America. Le rifiutò tutte.

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Dopo sei anni, l’impresa procedeva con immenso successo: Bensley aveva già visitato 12 paesi, e avrebbe molto probabilmente vinto la scommessa, se non fosse incappato in un tragico imprevisto: la Prima Guerra Mondiale. Arrivato a Genova, infatti, ricevette un infausto telegramma in cui il finanziere americano Morgan gli comunicava che la sfida era da considerarsi conclusa. Egli temeva che la Guerra avrebbe messo a repentaglio il suo impero economico e, non avendo certo voglia di perdere soldi in maniera frivola, si ritirò dalla scommessa. Nonostante gli fossero state riconosciute 4.000 sterline di ricompensa, Bensley fu devastato dalla notizia. Rabbioso e deluso, donò tutto il ricavato in beneficenza; tornò in patria, si arruolò nel 1915, combattè per un anno al fronte prima di rimanere ferito ed essere rispedito a casa.

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I suoi investimenti finanziari in Russia crollarono in seguito alla Rivoluzione, ed egli tirò a campare facendo la maschera nei cinema, il guardiano d’hotel, e più tardi lavorando in una fabbrica di armamenti fino alla sua morte, avvenuta il 21 maggio 1956 all’età di 79 anni. L’elmo e la carrozzina, conservati in soffitta, non furono mai più ritrovati.

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Questa è la storia ufficiale del viaggiatore mascherato, così come è raccontata sul sito del pronipote (illegittimo) di Bensley, che però avanza qualche dubbio. Secondo quanto si racconta nella sua famiglia, le cose sarebbero andate molto diversamente: dopo una notte di gioco d’azzardo in continua perdita, Bensley avrebbe puntato l’intera sua fortuna (investimenti in Russia compresi) su una sola carta… e avrebbe perso.
Gli altri giocatori, cioè proprio il Conte di Lonsdale e J. P. Morgan, impietositi, avrebbero “commutato” questo debito in una sorta di farsesco contrappasso dantesco. Il dongiovanni avrebbe dovuto imparare a fare a meno del suo fascino, coprendosi il volto; il damerino abituato alla bella vita avrebbe dovuto campare con una sterlina sola, spingendo una carrozzina a elemosinare in giro per il mondo, con un unico cambio di vestiti. Gli fu consentito, per salvaguardare quel briciolo di onore che gli rimaneva, di far passare questa punizione per una impresa eroica – ma si trattava in realtà di una vera e propria beffa, un dileggio conosciuto a pochi insider, che sanciva di fatto la sua uscita dal circolo del bel mondo londinese.

Ma attenzione, perché ora viene il bello. Tutto quello che avete appena letto, sia la versione “ufficiale” che quella “segreta”, potrebbe non essere mai accaduto.

Negli scorsi anni, infatti, sono emersi nuovi dettagli che delineano una storia dai risvolti molto più ambigui: pare che del fantomatico uomo mascherato si fossero perse le tracce già dall’autunno del 1908, poco dopo l’inizio della sfida. I discendenti di Bensley, che hanno dato vita al sito internet proprio per racimolare informazioni sul loro antenato, ammettono che non vi sia alcuna prova che egli abbia mai lasciato l’Inghilterra.
La sfida, quindi, non sarebbe stata completata? E allora, le 4.000 sterline vinte da Bensley e da lui donate in beneficenza?
Davvero difficile che il magnate J. P. Morgan abbia potuto decidere di versare quella somma nell’agosto del 1914, come racconta la storia ufficiale, visto che era morto l’anno prima.

Nel dicembre del 1908, su un giornale chiamato Answers to Correspondents on Every Subject under the sun, veniva posta la fatidica domanda: ma dove diavolo è finito l’uomo con la maschera di ferro? Poco dopo alla testata arrivò una lettera, pubblicata il 19 dicembre, da parte di un uomo che sosteneva di essere, per l’appunto, l’uomo mascherato.

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Nella lunga lettera, l’anonimo confessava che la scommessa, la sfida e il viaggio intorno al mondo non erano altro che un’elaborata bufala, studiata meticolosamente mentre egli stava scontando una condanna in prigione. L’ispirazione, raccontava, gli era arrivata da un libro sulla celeberrima e misteriosa figura della Maschera di Ferro incarcerata alla Bastiglia: aveva così preso forma l’idea di spostarsi di città in città indossando l’elmo per attirare l’attenzione delle folle, dando risonanza alle sue apparizioni mediante la finta storia della scommessa fra i due milionari (ignari di tutto). Una volta uscito di galera, l’uomo era però senza il becco d’un quattrino: con la complicità di un tedesco conosciuto in cella, che si sarebbe finto “garante” della scommessa, aveva quindi raggirato i primi ignari finanziatori con la promessa di futuri dividendi, riuscendo ad acquistare l’elmo, il passeggino e il lotto iniziale di fotografie da vendere. Quanto al matrimonio, che secondo le “condizioni” egli avrebbe dovuto contrarre durante il viaggio, non c’era problema: egli era già sposato, e pronto a far spuntare sua moglie al momento opportuno come parte della messinscena.

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La truffa aveva funzionato: fin dal primo giorno la risposta della gente era stata sensazionale. Anche la parte relativa al giudice che gli permetteva di tenere l’elmo in un’aula di tribunale era veritiera: egli era stato davvero processato anonimamente, grazie alla fama della sua “sfida”.

Ma l’arzigogolato inganno gli si era presto ritorto contro: dopo dieci mesi in cammino, senza mai lasciare la Gran Bretagna, indossando continuamente l’elmo e spingendo una carrozzina di 50 chili per quasi 4.000 chilometri, la sua salute era peggiorata. “Gli occhi mi bruciavano, e soffrivo di tremende emicranee. In diverse occasioni svenni sul bordo della strada, e in alcuni casi fui confinato a letto per due o tre giorni di fila.” Ad un certo punto, sfinito, il truffatore aveva gettato la spugna, e si era dileguato. La lettera ad Answers era, in un certo senso, l’ultimo atto della recita, in cui l’attore calava (figuratamente, e concretamente) la maschera divenuta troppo pesante. Non rinunciando però ad un ultimo moto d’orgoglio: “posso affermare, senza tema d’esser contraddetto, che mi sono guadagnato il viaggio, e ho mantenuto me stesso, mia moglie, e il mio assistente, i cavalli e gli inservienti che ho impiegato, interamente con la vendita delle mie cartoline e pamphlet, e che non ho ricevuto nulla sotto forma di carità sin dal primo giorno del mio itinerario“.

Questa confessione è quasi certamente opera di Bensley, visto che i fatti citati dall’anonimo autore coincidono con un elemento chiave scoperto di recente (e passato sotto silenzio sul poco aggiornato sito dei discendenti, forse più interessati alla leggenda): nel 1904, egli era stato effettivamente processato per truffa e condannato a quattro anni di carcere.
L’allora ventinovenne Bensley era descritto dai giornali come un semplice manovale, figlio di un operaio di una segheria: un imbroglione qualunque, che si era fatto prestare dei soldi con la promessa di una favolosa eredità pronta per essere riscattata.

E, nella storia delle truffe, Bensley sarebbe rimasto del tutto anonimo, se la sua fantasia non si fosse scatenata proprio con l’idea dell’Uomo nella Maschera di Ferro. Il progetto di fingersi un gentleman facoltoso impegnato in una pittoresca ed eccentrica scommessa mostrava senza dubbio un guizzo di straordinaria inventiva. Si trattava di una truffa giocata sul meccanismo dell’esagerazione: “se è così assurdo – era indotta a pensare la gente – deve per forza essere vero”.
Peccato che quegli stessi dettagli strampalati (l’elmo, la carrozzina, gli spostamenti a piedi) si fossero presto rivelati il punto debole del piano, facendo finire il gioco prima del previsto.

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Ecco il sito del pronipote di Harry Bensley. The Big Retort è il blog che ha scoperto la lettera ad Answers. Ulteriori dettagli in questo articolo di Baionette Librarie, ottimo sito che si occupa di steampunk, fantascienza, armi, fatine e conigli.

Viaggi spaziali

L’esplorazione spaziale, iniziata in modo pionieristico alla fine degli anni ’60, ha conosciuto un momento “morto” negli ultimi decenni, ma oggi sta tornando ad essere parte integrante dei progetti delle grandi agenzie aerospaziali. Gli Stati Uniti hanno pianificato i primi viaggi su Marte per la metà degli anni 2030; ESA, Russia e Cina sembra abbiano in progetto missioni similari. Ma al di là dello stimolo che questi salti nell’ignoto regalano alla nostra fantasia, ci sono dei lati oscuri con cui fare i conti (che sono poi quelli che ci interessano, qui a Bizzarro Bazar!).

Innanzitutto, teniamo presente che le enormi distanze da superare pongono diversi grattacapi. Prendiamo ad esempio una missione su Marte. Il vero problema, sostengono i professori della NASA, sarebbe il costo del “biglietto” di ritorno. Far decollare una nave spaziale dalla Terra richiede già una quantità di carburante inimmaginabile, e dotare il mezzo di una quantità di combustibile tale da permettere il viaggio di rientro è al momento pura utopia. Questo significa che il volo verso Marte sarebbe di sola andata. I primi pionieri dovrebbero divenire dei veri e propri coloni, disposti non soltanto ad esplorare il nuovo pianeta, ma a fondarvi una comunità. Dovrebbero essere scelte coppie in grado di riprodursi, per dar vita alla prima vera colonia marziana che comprenda bambini nati e cresciuti sul Pianeta Rosso. Quanti di voi non esiterebbero un attimo a lasciarsi tutto alle spalle per iniziare una nuova vita su Marte? Quale uomo accetterebbe di partire sereno, sapendo che non farà mai più ritorno, che non vedrà mai più il mare, i suoi famigliari, gli uccelli nel cielo?

Parecchi, a quanto sembra. Da quando il Journal of Cosmology ha indetto il “sondaggio”, almeno 500 volontari si sono presentati all’appello. Persone per cui l’avventura, la curiosità e la gloria valgono più di ogni altra cosa; persone che non hanno più nessun legame; persone che sognano un’epopea spaziale da quando hanno 10 anni. Forse sarà proprio questo il bacino al quale gli scienziati attingeranno, in un prossimo futuro, per selezionare gli equipaggi di questa epocale “invasione”.

Ma i viaggi spaziali sono anche lunghi, e il lato più cupo della nostra personalità può prendere il sopravvento. Lo spazio può diventare una gabbia fatta di paranoie, illusioni e depressione, fatto da cui gli scrittori di fantascienza ci mettono in guardia da molti anni. Innanzitutto, la solitudine. Una solitudine inimmaginabile. Finora i viaggi sono stati troppo brevi per una qualche manifestazione psicologica in questo senso. Ma la NASA continua a ponderare gli effetti dannosi dell’isolamento per lunghi periodi di tempo, tanto da investire 1,74 milioni di dollari nella Virtual Space Station, una sorta di “psicologo-robot” che dovrebbe aiutare e dare consigli agli astronauti depressi dalla profonda solitudine. Nel 2008, uno studio condotto al NHC HealthCare in Maryland Heights ha indicato che un cane robotico si è rivelato un ottimo rimedio per la solitudine dele persone anziane, quasi quanto un cucciolo reale… anche se l’immagine di un astronauta solo nello spazio, che parla e coccola un cane-robot non è delle più confortanti.

Nello spazio, un posto che a torto riteniamo “vuoto”, si spargono radiazioni di vario tipo. Senza la protezione dell’atmosfera, queste radiazioni possono essere pericolose. E non si tratta qui soltanto delle temibili esplosioni di raggi gamma (evento talmente raro da essere trascurabile), ma anche semplicemente delle più comuni radiazioni cosmiche: alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione a questi raggi può causare alterazioni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della creazione di nuove cellule cerebrali e ritenuta responsabile dell’apprendimento e degli stati di umore. Proteggere con scudi appropriati gli astronauti potrebbe significare ridurre i danni cerebrali e la depressione di un viaggio al di fuori dell’orbita terrestre.

Un altro problema dei viaggi astrali è la fornitura e la purificazione dell’aria. Molti studi condotti sugli scalatori di alta quota hanno dimostrato come uno scarso approvvigionamento di ossigeno porti a un calo di attenzione, di capacità cognitiva e di riconoscimento linguistico. In situazioni ancora più estreme, a ridotto apporto di ossigeno, si verificano danni permanenti al cervello. Per questo si stanno dotando le astronavi di potenti rilevatori, in grado di accorgersi in largo anticipo di un cambio nell’aria della capsula. Vengono sviluppati anche dei software in grado di “misurare” la coerenza delle risposte degli astronauti a determinate domande, per prevenire eventuali danni psichici.

Aggiungete a questo quadro lo stress del lavoro di un astronauta, costantemente vigile e attento, che deve tenere sott’occhio i parametri della missione, controllare l’equipaggiamento, sapendo che soltanto un po’ di lamiera lo protegge dall’agghiacciante vuoto siderale. Molte persone, in situazioni molto meno stressanti, si imbottiscono di psicofarmaci. L’uso e l’abuso di tali sostanze (già oggi utilizzate a bordo delle stazioni spaziali) sarà un ennesimo grattacapo da risolvere. E pensate anche solo per un momento a questa situazione: non siete voi a impazzire nello spazio, ma il vostro collega. Se nella vostra giornata quotidiana c’è sempre un orario di fine lavoro, che vi permette di staccare la spina, beh, su una navicella spaziale non esiste. Per quanto professionali gli astronauti si possano dimostrare, dovranno anche essere addestrati a far fronte a qualsiasi imprevisto, persino il crollo psicologico di uno dei membri dell’equipaggio.

Ed arriviamo infine alla questione più spinosa e difficile. Cosa fare quando un astronauta muore nello spazio?

La mitica Mary Roach, giornalista scientifica autrice dell’imperdibile Stecchiti (2005), ha da poco scritto un libro sui viaggi spaziali. Con la sua consueta scrupolosa curiosità, ha indagato anche il problema della morte nello spazio. E ci ha illuminato sulle ultime tendenze della NASA al riguardo.

La morte, già di per sé destabilizzante, diviene ancora più insostenibile in un ambiente estremo come il cosmo. Nessuno sa come un piccolo gruppo isolato nello spazio possa reagire di fronte alla scomparsa di un membro: sentimenti di paura, perdita di controllo, rabbia, colpa o attribuzione di colpa possono instaurarsi. Di fronte a un decesso che colpisce inaspettatamente un membro dell’equipaggio durante una missione, il tempo per preparare il corpo sarà soltanto di 24 ore, per prevenire infezioni. Ad ogni astronauta verrà chiesto di riempire un diario in cui annotare e sfogare le proprie emozioni al riguardo.  Il corpo, dopo una cerimonia funebre che ricordi quelle terrestri (che serva da guida per la difficile situazione e riaffermi i valori che ci accomunano), verrà deposto in un modulo apposito, studiato per eseguire la cosiddetta Promession: si tratta di un “compostaggio” ecologico dei resti umani, per mezzo del quale il corpo viene completamente congelato, poi scosso violentemente fino a ridurre la salma in una fine polverina. La capsula contenente il cadavere polverizzato verrà poi estromessa dall’astronave, là dove nessuno può vederla, trattenuta da un braccio meccanico, e lì resterà fino a quando l’astronave non rientrerà sulla Terra (ritraendosi poco prima dell’impatto con l’atmosfera); una volta atterrata potrà finalmente avere degna sepoltura. Una particolare attenzione verrà mantenuta sui “sopravvissuti”, per evitare crolli psicologici e follia.

Ecco l’articolo di Mary Roach in cui viene spiegata l’intera procedura (in inglese).

Il sogno di “fare l’astronauta” non ha mai perso il suo fascino. Ma oggi, quando questa fantasia sta quasi per diventare realtà, gli scienziati continuano a interrogarsi su quali siano le vere barriere con cui dovremo fare i conti. E pare che i mostri più pericolosi, gli alieni più letali, prenderanno corpo nella nostra stessa mente.