I ricami di capelli vittoriani: intervista a Courtney Lane

Una parte del piacere di collezionare curiosità risiede nello scoprire le reazioni che esse sono in grado di suscitare nelle varie persone: personalmente, vedere la meraviglia stamparsi sul volto di chi guarda mi commuove sempre, e dà significato alla collezione stessa. Tra gli oggetti che, almeno nella mia esperienza, sollecitano una risposta emotiva più forte vi sono senz’altro i corredi da lutto, e in particolare le straordinarie opere decorative, tipiche dell’Ottocento, ottenute intrecciando i capelli del defunto.

Sia che si tratti di una piccola spilla contenente una semplice ciocca, di un quadretto merlettato o di un ricamo più grande, c’è qualcosa di potente e toccante in questi lavori, e il sentimento che suscitano è sorprendentemente universale. Si direbbe che chiunque, a prescindere da cultura, esperienza o provenienza, sia “equipaggiato” per riconoscere il valore archetipico dei capelli; utilizzarli per ricami, gioielli e decorazioni è dunque un atto eminentemente magico.

Ho deciso di approfondire questa particolare tradizione con un’esperta, che è stata così gentile da rispondere alle mie domande.
L’amica Courtney Lane è un’autorità in materia, non soltanto da un punto di vista storico ma anche pratico: ha cioè studiato le tecniche originali con l’intento di riportarle concretamente in vita, convinta che questa antica arte possa ancora oggi assolvere alla sua funzione, legata alla memoria e al ricordo.

Puoi raccontarci un po’ di te stessa?

Sono un’artista di ispirazione vittoriana, lavoro con i capelli; vivo a Kansas City, e mi piace definirmi una persona “weird di professione”. La mia attività si chiama Never Forgotten, creo opere moderne realizzate in stile sentimentale vittoriano su commissione, e produco anche pezzi originali usando trecce e ciuffi di capelli umani antichi che trovo ad esempio durante le vendite di vecchie proprietà. Sul piano accademico, studio la storia dell’artigianato con capelli, svolgo attività di divulgazione attraverso conferenze e video online, e viaggio per tenere dei workshop sulle tecniche di lavoro con capelli.

Uno dei lavori di Courtney.

Da dove nasce il tuo interesse per le opere in capelli vittoriane?

Ho sempre avuto un profondo amore per la storia, e per la scoperta del bello nei luoghi che molti considerano oscuri o macabri. Alla tenera età di 5 anni, mi innamorai della bellezza dei mausolei del Diciottesimo e Diciannovesimo Secolo nei pressi del Quartiere Francese di New Orleans. Perfino da bambina, adoravo la grandiosità di quelle elaborate sculture in ricordo dei defunti. Questo mi portò a sviluppare una particolare attrazione per l’età vittoriana e per i costumi funebri dell’epoca.
Durante il mio studio del lutto vittoriano ho incontrato le opere fatte con i capelli. Essendo io stessa profondamente romantica, conoscevo già il valore sentimentale che poteva rivestire una ciocca della persona amata, quindi mi sembrò molto naturale che i capelli potessero essere anche una reliquia perfetta per un caro estinto. Trovai straordinarie queste realizzazioni artistiche, e il sentimento che le sottende di una bellezza ancora maggiore. Mi domandai perché una simile tradizione non venisse più praticata su ampia scala, e avvertii il bisogno di scoprire perché.
Così ho studiato per anni cercando di trovare le risposte e alla fine ho imparato in prima persona a creare queste opere d’arte. Ho sempre fortemente creduto che la potenza delle opere sentimentali create con i capelli potesse aiutare la società a riappropriarsi di una più sana relazione con la morte e con il lutto, quindi ho deciso di aprire una mia attività per produrre lavori moderni, educare il pubblico sulla storia spesso travisata di questa forma d’arte, e assicurare che questa tradizione non venga, appunto, “mai dimenticata”.

Come mai la creazione di queste opere divenne una pratica funebre così popolare? I capelli venivano raccolti pre o post mortem? Era un’attività esclusivamente relativa all’elaborazione del lutto?

L’arte dei capelli ha conosciuto una varietà di motivazioni, molte delle quali erano intrinsecamente sentimentali, ma non è sempre stata relativa al lutto. Con la morte di suo marito, la regina Vittoria cadde in un profondo stato di lutto che durò per i rimanenti 40 anni della sua vita. Questo a sua volta creò una certa moda, quasi un feticismo, per l’idea del lutto nell’era vittoriana. Oggi molte persone credono che tutti i lavori ricamati con i capelli fossero realizzati per elaborare una perdita, ma tra il Cinquecento e l’inizio del Novecento simili opere spaziavano dai ricordi romantici della persona amata ai memento familiari, e talvolta servivano come souvenir di un momento importante nella vita di qualcuno. Per esempio, molti dei grandi ricami tridimensionali che si possono ancora vedere, erano in realtà una sorta di “storia familiare”. I capelli spesso venivano raccolti da diversi membri della famiglia ancora in vita, e intrecciati assieme per raffigurare un albero genealogico. Ho visto altri esempi di lavori con capelli che commemoravano più semplicemente un importante evento della vita, come una prima comunione o un matrimonio. Molto prima che nascesse una vera e propria forma d’arte, gli esseri umani si scambiavano già ciocche di capelli; quindi è naturale che vi fossero delle coppie che indossavano dei gioielli contenenti i capelli dei loro amati ancora in vita.


Per quanto concerne le opere di lutto, i capelli erano talvolta raccolti post mortem, oppure provenivano da epoche precedenti, in cui erano stati messi da parte. Poiché i capelli erano culturalmente così importanti, al momento di tagliarli venivano spesso recuperati, a prescindere che vi fosse il progetto immediato di farne dei gioielli o meno.
L’idea di usare i capelli per una pratica funeraria trova la sua origine in larga parte in seno al cattolicesimo del Medioevo, e in particolare nel potere delle reliquie sante della chiesa. Le reliquie dei Santi sono ben più che semplici resti umani, consentono una connessione spirituale al Santo stesso, creando un legame tra vita e morte. La credenza che una reliquia potesse essere un sostituto per la persona in odore di santità, si trasferì facilmente dal lutto pubblico e religioso al lutto privato e personale.
Di tutti i vari tipi di reliquia (ossa, carne, eccetera) i capelli sono quelli più accessibili alla persona media, in quanto non è necessario nessun tipo di accorgimento per evitare la decomposizione, al contrario del resto del corpo; raccoglierli da un cadavere richiede soltanto l’uso di un paio di forbici. I capelli sono anche una delle parti più identificabili di una persona, quindi anche se dei pezzi di osso potrebbero a rigore fungere da reliquia, i capelli della persona a cui vogliamo bene sono una parte del suo corpo che vediamo ogni giorno, in vita, e che possiamo continuare a riconoscere dopo la morte.

Ricamare i capelli era una pratica strettamente legata all’alta società?

No, non era strettamente riservato all’alta società. Anche se c’erano membri delle classi più elevate che possedevano opere in capelli, si trattava per la maggior parte di una pratica borghese. Alcuni lavori venivano prodotti da artisti professionisti, e ovviamente per commissionarli bisognava possedere adeguati mezzi economici; ma molti lavori con i capelli venivano creati in casa, di solito dalle donne della famiglia.
In questo caso, le uniche spese concernevano gli strumenti di cucito (che comunque molte donne di classe media avevano già in casa) e ovviamente i gioielli, le cornici o le campane di vetro in cui posizionare il lavoro finito.

Quante persone lavoravano a una singola ghirlanda? Era un’occupazione femminile, come il ricamo?

Le opere erano normalmente, anche se non esclusivamente, create dalle donne, ed erano addirittura considerate un sottogenere del ricamo femminile. L’attività generale del ricamo consisteva in merletti, ornamenti di perle, piume, e altro. C’erano casi in cui i capelli erano usati proprio per trapuntare e cucire. Era considerato molto femminile avere la pazienza e la meticolosità necessarie per le belle cose fatte a mano.
Per quanto riguarda le corone e le ghirlande, il numero di persone che lavoravano assieme per crearne uno poteva variare. Soltanto pochi esemplari sono documentati in modo tale da saperlo con certezza.
Ho anche osservato dozzine di diverse tecniche usate per formare i fiori nelle ghirlande, e alcune tecniche richiedono più tempo di altre. Uno dei migliori esempi che ho visto è un pezzo la cui documentazione, incredibilmente precisa, indica che il ricamo completo consiste di 1000 fiori (ognuno più grande di una normale ghirlanda); venne interamente costruito da una sola donna nell’arco di un anno. I documenti specificano anche che i 1000 fiori furono creati a partire dai capelli di 264 persone.

  

Perché nel Ventesimo secolo questa attività passò di moda?

I lavori con capelli cominciarono a declinare in popolarità all’inizio del Novecento. Ci furono diverse ragioni.
Il primo motivo fu l’industrializzazione di questo genere di artigianato. Diverse grosse ditte e cataloghi cominciarono a fare pubblicità per ricami di capelli, e molte persone temevano che commissionare i lavori esternamente, invece che crearli in casa, avrebbe finito per uccidere ogni sentimento. Una di queste industrie era la Sears, Roebuck & Co., e in uno dei loro cataloghi del 1908 scrivevano addirittura: “Non eseguiamo l’intreccio noi stessi. Lo appaltiamo; quindi non possiamo garantire che i capelli usati siano quelli che ci vengono spediti; il cliente si assume ogni rischio”. Questo, ovviamente, scoraggiava le persone dall’usare ricamatori professionisti.
Un’altra ragione sta nello sviluppo e nel consenso trovato dalla teoria dei germi nell’era vittoriana. Più la gente imparava dell’esistenza dei germi, e comprava prodotti sanitari, più il corpo umano cominciò a essere visto come qualcosa di sporco. Si iniziò a ritenere che anche i capelli fossero poco igienici, e le persone ci pensavano due volte prima di farne un medium per arte e gioielleria.
Anche la Prima Guerra Mondiale ha a che fare con il declino del ricamo di capelli. Non soltanto c’era penuria di risorse per i paesi coinvolti nel conflitto, ma sempre più donne cominciarono a lavorare fuori casa, e non avevano più tempo per ricamare quotidianamente. In tempo di guerra, quando tutti si davano una mano per aiutare lo sforzo bellico, i cittadini cominciarono ad abbandonare le spese superflue e concentrarsi sulle vere necessità. I capelli in questo periodo assunsero uno scopo del tutto pratico. Per esempio, in Germania c’erano dei poster di propaganda che incoraggiavano le donne a tagliarsi le chiome più lunghe e donarle all’esercito, in caso altri materiali fibrosi dovessero scarseggiare. I capelli forniti dalle donne venivano utilizzati per creare oggetti di uso pratico, come le cinghie di trasmissione.
A causa di tutto ciò, nel 1925 i ricami sentimentali di capelli erano praticamente scomparsi; nessuna grossa ditta creava o riparava più le ghirlande, e l’artigianato casalingo non faceva più parte della vita quotidiana delle donne.

I ricami di capelli ottocenteschi sono diventati oggetti da collezione molto ricercati; questo è da ascriversi in parte al fascino delle pratiche di lutto vittoriane, ma mi sembra anche che questi pezzi abbiano un valore speciale, rispetto alle normali spille o ai gioielli classici, proprio a causa – be’, della presenza di capelli umani. Secondo te avvertiamo ancora un qualche tipo di potere magico, simbolico, nei capelli? O è soltanto l’espressione di una curiosità morbosa per i resti umani, anche se in forma “moderata” e non scioccante?

Credo assolutamente che entrambe le cose siano vere. Specie tra chi è poco familiare con simili pratiche di ricamo, c’è un reale elemento di shock nel vedere qualcosa creato a partire dai capelli. Quando introduco il concetto, alcuni trovano l’idea disgustosa, ma molti si sorprendono che i capelli non si decompongano. Le persone oggi sono così poco informate sulla morte che subito pensano ai capelli come a una parte del corpo, e non comprendono come possano rimanere perfettamente immacolati a distanza di più di cento anni. Per coloro che non meditano spesso sulla propria mortalità, pensare che i loro capelli possano sopravvivere fisicamente per molto tempo dopo la morte può essere del tutto sconcertante.
Una volta che la sorpresa iniziale o la curiosità morbosa sono superate, molte persone riconoscono un valore speciale nei capelli stessi. Tra i più seri collezionisti di capelli, sembra prevalere un senso di toccante soddisfazione nell’opportunità di preservare la memoria di qualcuno che un tempo fu tanto amato da essere ricordato così – perfino se oggi si tratta di morti anonimi.
Si potrebbe quasi definire una vocazione spirituale, ma direi che come minimo si tratta di un comune senso di empatia tra esseri mortali.

Che tipo di ricerca hai dovuto fare per apprendere le basi dei ricami vittoriani di capelli? Questo, in definitiva, è un tipo di artigianato popolare che aveva un obbiettivo specifico, spesso personale; esistevano libri con istruzioni dettagliate su come procedere? O hai dovuto studiare direttamente le opere per comprendere come sono state create?

Imparare i ricami di capelli è stato un vero viaggio iniziatico per me. Per prima cosa, dovrei dire che ci sono molti tipi differenti di ricamo, e alcune tecniche sono meglio documentate di altre. Quelle che utilizzano le armature in filo di ferro sono quelle che vediamo nelle ghirlande e negli altri florilegi tridimensionali. Non sono riuscita a trovare buone fonti su questi procedimenti, quindi per imparare ho studiato innumerevoli opere originali. Ho cercato ogni opportunità per esaminare quei ricami che erano senza cornice o danneggiati, così da provare a rimetterli assieme e capire come ogni cosa era collegata. Ho passato ore a guardare vecchi pezzi e a giocare con capelli finti, sbagliando e riprovando.
Altre tecniche sono i lavori a tavolozza e i lavori da tavolo. I lavori a tavolozza includono quei disegni di capelli bidimensionali che puoi trovare incorniciati o sotto vetro nei gioielli, e i lavori da tavolo includono gli intricati intrecci che formano le catene per gioielli, come per esempio una collana o il polsino di un orologio.
The Lock of Hair di Alexanna Speight e Art of Hair Work: Hair Braiding and Jewelry of Sentiment di Mark Campbell sono due libri che insegnano, rispettivamente, i lavori a tavolozza e da tavolo. Sfortunatamente, data l’epoca in cui sono stati scritti, utilizzano un inglese arcaico e fanno riferimento a strumenti e materiali che non si producono più o che è difficile recuperare. Anche dopo averli letti, ci vuole tempo per trovare equivalenti moderni e fare pratica con alcune sostituzioni, in modo da individuare la migliore alternativa. Per questo mi piacerebbe scrivere un manuale che spieghi tutte e tre queste tecniche basilari, in modo facile da comprendere e usando materiali moderni, così da rendere quest’arte più accessibile al grande pubblico.

Perché credi che questa tecnica possa ancora essere rilevante oggi?

L’atto e la tradizione di raccogliere i capelli è ancora presente nella nostra società. I genitori spesso mettono da parte una ciocca dei primi capelli tagliati ai loro figli, ma purtroppo quella ciocca finirà nascosta in una busta o in un libro, e quasi mai più guardata. Diversi miei clienti sono persone che, pur non avendo mai sentito parlare di queste tecniche, hanno sentito l’impulso di tagliare un ciuffo di capelli a una persona cara appena defunta. I loro occhi cominciano a brillare quando scoprono che possono indossare quei capelli in un gioiello, o esporli all’interno di un’opera d’arte. La gente mi chiede di continuo se è strano avere conservato questi capelli. Spesso, non sanno nemmeno perché l’hanno fatto. È una reazione istintiva che in molti provano, ma non se ne parla né tanto meno la si celebra nella nostra cultura moderna, quindi pensano di essere anormali o morbosi, anche se è una cosa così naturale.
Un altro esempio è tenere i propri capelli dopo averli tagliati. Soprattutto quando si tratta di tagliare capelli molto lunghi, o trecce, incontro spesso persone che hanno investito talmente tanto a livello personale nei loro capelli che non se la sentono di buttarli via. Questi individui possono conservare i propri capelli in un sacco per anni, senza sapere cosa farne, consci soltanto che “sembra giusto tenerli”. Questo per me è perfettamente comprensibile, perché attraverso la storia i capelli sono sempre stati un tratto molto personale. Anche oggi, le persone si identificano attraverso i capelli, la lunghezza, la consistenza, il colore, lo stile. Culture differenti portano i capelli in modi diversi per comunicare qualcosa del loro patrimonio, oppure alcuni individui usano la loro creatività e il proprio senso identitario per decidere l’acconciatura. Che sia per motivi religiosi, culturali, romantici o di elaborazione del lutto, il desiderio di associare dei sentimenti ai capelli, e l’impulso a conservare quelli della persona amata, sono intrinsecamente umani.
Credo davvero che essere in grado di mostrare con orgoglio le nostre reliquie di capelli possa aiutarci a processare alcune delle nostre emozioni più intime, e a vivere al meglio la nostra vita.

Potete visitare il sito di Courtney Lane Never Forgotten, e seguirla su Facebook, Instagram, Twitter, e YouTube. Se siete interessati al valore magico e simbolico dei capelli umani, questo è un mio post sull’argomento.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 1

Quasi tutti i post che pubblico su queste pagine sono il risultato di diversi giorni di studio specifico, recupero di materiali, visite alla Biblioteca Nazionale, ecc. Accade spesso che le ricerche ininterrotte mi conducano però ad imbattermi in piccole meraviglie che forse non meritano un vero e proprio approfondimento, ma che mi dispiace perdere lungo la strada.

Ho deciso quindi di riservarmi saltuariamente la possibilità di un mini-post come questo, in cui segnalarvi il meglio delle notizie bizzarre scoperte negli ultimi tempi, suggeritemi dai lettori, menzionate su Twitter (dove sono più attivo che su altri social) oppure ripescate dal mio archivio.

L’idea — lo confesso candidamente visto che siamo tra amici — mi torna anche utile perché questo è un periodo di grande fermento per Bizzarro Bazar.
Oltre al lavoro sulle bozze del nuovo libro della Collana BB, intorno al quale non posso ancora fare anticipazioni, mi sto dedicando a un progetto impegnativo ma entusiasmante, una sorta di incursione di Bizzarro Bazar nel mondo reale…  con tutta probabilità sarò in grado di darvi notizie più precise già il mese prossimo.

Quindi, bando alle ciance, ecco un po’ di materiale interessante. (Purtroppo la quasi totalità di questi link sono in lingua inglese. Così va il mondo).

  • Le peripezie della testa di Haydn: pagina Wiki, e articolo di Life Magazine del 1954 con foto della cerimonia di sepoltura del cranio. La vicenda ricorda quella del teschio di Cartesio, di cui ho parlato qui. (Grazie, Daniele!)
  • Per chi se lo fosse perso, ecco il mio articolo per Illustrati sulla pornodiva Bridget Powers, affetta da nanismo.
  • Continuando l’esplorazione dei fallimenti umani, ecco un curioso filmato d’epoca di un veicolo anfibio e volante, che avrebbe dovuto conquistare terra, acqua e aria. Spoiler: non andò molto distante.

  • Mode più recenti: infilarsi nella carcassa di una balena in decomposizione per curare i reumatismi. Ne parla in un ironico video Caitlin Doughty (che avevo intervistato qui).

  • Scoperta quella che potrebbe essere la prima autopsia mai filmata con una cinepresa (attenzione, immagini forti). L’amica anatomopatologa mi scrive: “Il filmino è una vera chicca, bellissimo, notevole la maestria con cui il patologo, il famoso dottor Erdheim, disseziona: fa tutto con il coltello compresa la disarticolazione del piastrone sternale (molto elegante! Io invece uso una specie di trinciapolli); fa una bella eviscerazione en bloc almeno degli organi toracici (non si vede l’addome) dalla lingua al diaframma, che è la tecnica migliore per mantenere i rapporti tra i visceri e… si schizza pochissimo! Ha anche il tavolo messo all’altezza giusta: non so perchè invece nelle nostre sale settorie si ostinano a mettere dei tavoli molto alti, per cui devi usare la pedana, con il rischio di cadere giù se ti sposti all’indietro. Interessante poi tutto il fervore di attività alle spalle e di fianco al patologo, evidentemente lavoravano contemporaneamente su più tavoli. Penso che il patologo mettesse le mani “in pasta” solo per ragioni didattiche, altrimenti c’erano i periti settori o gli studenti che gli preparavano i corpi.
    Certo che vederlo andare praticamente con il naso dentro la testa del cadavere, senza nessun “DPI” (Dispositivo di protezione individuale, n.d.r.), fa abbastanza effetto…

  • Un lungo, approfondito e stimolante articolo sulla crionica; se pensate che sia solo una follia da ricchi che non accettano la morte, potreste ricredervi. La questione è molto più intrigante.
  • Per finire, ecco un’intervista che mi ha fatto The Thinker’s Garden, meraviglioso sito che si occupa degli aspetti arcani e sublimi di arte, storia e letteratura.