Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

Le teste dei “selvaggi”

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Chiuse nelle teche del museo, impassibili dietro al loro vetro, le teste attirano l’ennesimo gruppo di visitatori.
Vengono rimirate, scrutate, indagate in ogni minimo dettaglio da una selva di occhi spalancati. I bambini sono in prima fila, come sempre, il naso schiacciato contro il cristallo, con i loro piccoli volti sospesi a metà fra la smorfia di disgusto e un’espressione di eccitato stupore.
Per gli adulti la meraviglia è, come spesso accade, offuscata dal giudizio o, talvolta, dal pregiudizio. “Bisogna capire che per questi indigeni si trattava di una pratica sacra”, dice un signore bonario, desideroso di dimostrare le sue larghe vedute culturali. “È pur sempre una cosa orribile”, ribatte sua moglie, un po’ schifata.
Questa scena si ripete ogni giorno, per le teste dentro la vetrina.
E pochi dei visitatori si rendono conto che non stanno affatto guardando dei reperti di un’antica e lontana cultura. Stanno ammirando una fantasia, ovvero l’idea di quella cultura che gli uomini occidentali hanno creato e costruito.

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I due tipi principali di teste conservati nelle sezioni antropologiche dei musei di tutto il mondo sono le tsantsa e i mokomokai.

Le tsantsa più celebri sono quelle provenienti dal Sud America e create dai popoli Jivaros; fra queste tribù, le più prolifiche nella fabbricazione di simili trofei furono senza dubbio quelle dei Shuar e degli Achuar, stanziati fra Ecuador e Perù.

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Le tecnica Shuar per rimpicciolire le teste era complessa: si incideva la nuca fino alla cima del cranio; una volta completamente spellato, facendo attenzione a mantenere i capelli intatti, il teschio veniva gettato via. La pelle veniva in seguito sottoposta a processi di bollitura. I rimasugli di parti molli andavano eliminati facendo rotolare dei sassi arroventati all’interno della cute, la quale era poi ulteriormente raschiata con la sabbia, abbrustolita su pietre piatte e via dicendo. Si trattava di un procedimento delicato e meticoloso, al termine del quale la testa si riduceva a circa un quarto delle dimensioni originali.

Qual era lo scopo di tanto impegno?
Le tsantsa facevano parte di solenni cerimonie che duravano anni, e servivano a catturare lo straordinario potere dell’anima della vittima. Non si trattava in realtà di trofei di guerra, nonostante quello che talvolta si legge al riguardo, perché Shuar e Achuar di norma vivevano pacificamente: gli occasionali raid organizzati dalle varie tribù per cacciare le tsantsa erano una forma di violenza socialmente accettata, poiché in essa non vi era altra necessità se non quella di procurarsi questi potentissimi oggetti.
Grandi feste accoglievano i cacciatori di teste al loro rientro, e le celebrazioni erano le più importanti dell’anno. Il potere insito nelle tsantsa veniva trasferito alle donne della tribù, assicurando cibo e prosperità per le famiglie. Dopo sette anni di rituali, le teste rimpicciolite perdevano la loro forza. Per gli Shuar, dunque, la tsantsa non aveva più alcun valore: c’era chi le teneva per ricordo, ma anche chi se ne liberava tranquillamente. Non era, insomma, l’oggetto materiale in sé il fulcro dell’interesse, ma il suo potere spirituale.

Diverso era il discorso per i commercianti occidentali. Per loro, una testa rimpicciolita riassumeva in maniera sublime l’idea della “cultura selvaggia”. Queste popolazioni indigene, nell’immaginario collettivo ottocentesco, erano ancora dipinte come brutali e animalesche: si voleva pensarle “fuori dal tempo”, come se si fossero fermate a una fase preistorica senza mai più conoscere evoluzioni o trasformazioni sociali.
Dunque, quale oggetto poteva essere più chiaro simbolo della barbarie di queste tribù, di un souvenir macabro e grottesco come le tsantsa?

Se all’inizio degli stanziamenti europei nella regione delle Ande e del bacino del Rio delle Amazzoni i coloni avevano commerciato con gli indigeni generi di ogni tipo, col passare del tempo essi divennero sempre più autonomi. Non avendo più bisogno della carne di maiale o di cervo che i Shuar avevano fino ad allora barattato con vestiti, coltelli e pistole, i coloni cominciarono a richiedere unicamente due cose in cambio delle preziose armi da fuoco: la forza lavoro degli indio, e le loro famose teste rimpicciolite.
Ben presto, l’unico modo che uno Shuar aveva per procurarsi un fucile era vendere una testa.

Fu allora che la situazione degenerò, di pari passo con l’esponenziale crescita della fascinazione occidentale per le tsantsa. Le teste rimpicciolite divennero una curiosità indispensabile da possedere, sia per i collezionisti che per i musei. Il bisogno di armi spinse gli Shuar a cacciare teste per motivi non più rituali, ma esclusivamente commerciali, per soddisfare la richiesta degli europei. Una tsantsa per una pistola, questo era il prezzo comune: quell’arma sarebbe stata quindi usata per procurarsi altre teste, barattate poi per nuove armi… il circolo vizioso si concretizzò in una strage, compiuta per adattarsi ai gusti degli stranieri in fatto di esotismo.
Come scrive Frances Larson, “quando i visitatori vengono a vedere le teste rimpicciolite al Pitt Rivers Museum, quello che stanno veramente guardando è la storia della pistola dell’uomo bianco”.

Le tsantsa persero il loro valore spirituale, che era da sempre stato legato alla circolazione del potere all’interno della tribù, e divennero un espediente per accumulare ricchezza. Ironicamente, proprio i coloni contribuirono a creare quei cacciatori di teste crudeli e senza scrupoli che si erano sempre aspettati di trovare.

Ormai gli Shuar uccidevano indiscriminatamente, e senza alcun supporto rituale, soltanto per procurarsi nuove teste. Cominciarono a fabbricarne di false, utilizzando corpi di donne, di bambini, perfino di occidentali – sicuri di trovare chi ci sarebbe cascato.
Nella seconda metà dell’Ottocento il commercio delle tsantsa divenne così fiorente che perfino popoli che non avevano nulla a spartire con i Jivaros e le loro tradizioni cominciarono a costruire le loro teste rimpicciolite: in Colombia o a Panama si rubavano i cadaveri non reclamati negli obitori, e si affidavano le loro teste a tassidermisti compiacenti. In altri casi venivano utilizzate teste di scimmia o di bradipo, o pelli di altri animali, per produrre dei falsi convincenti.
Oggi si stima che circa l’80% delle tsantsa ospitate nei musei di tutto il mondo siano in realtà dei falsi.

La storia dei mokomokai in Nuova Zelanda seguì un copione pressoché identico.
A differenza delle tsantsa, per i Maori queste teste erano a tutti gli effetti dei veri e propri trofei di guerra catturati durante le battaglie inter-tribali. Le teste non venivano rimpicciolite, ma conservate con il teschio ancora all’interno. Se ne estraevano il cervello, gli occhi e la lingua, per sigillare poi le narici e gli orifizi con fibre e gomma; in seguito le si seppellivano con pietre calde in modo che gradualmente si cuocessero al vapore e si essiccassero. I mokomokai erano pensati per essere esposti attorno all’abitazione del capo villaggio.

Nella seconda metà del Settecento il naturalista Joseph Banks, al seguito di James Cook, fu il primo europeo ad entrare in possesso di una testa simile, dopo aver convinto un anziano del villaggio a separarsene – grazie alla sua eloquenza, e a un moschetto puntato in faccia al vecchio. In tutti i viaggi successivi della compagnia di Cook, gli esploratori videro sì e no un paio di mokomokai, indizio che lascia supporre si trattasse in realtà di oggetti piuttosto rari.

Eppure, dopo soli cinquant’anni, il commercio di teste in Nuova Zelanda aveva raggiunto una tale intensità che molti credevano che i Maori ne sarebbero stati completamente annientati. Anche qui si scambiavano teste per fucili, in una spirale di violenza che mise a serio rischio la popolazione indigena, in particolare durante le Guerre del moschetto.

Quello che attirava i collezionisti erano gli intricati tā moko (tatuaggi ad incisione) che adornavano i volti dei capi tribù, con le loro eleganti e sinuose spirali. Così, i capi si misero a tatuare gli schiavi prima di decapitarli – in alcuni casi facendo scegliere all’acquirente occidentale la testa che preferiva, quando lo sfortunato proprietario era ancora in vita; anche le teste già tagliate venivano tatuate, solo per farne lievitare il prezzo. I tā moko, forma d’arte decorativa di antica tradizione, si ritrovarono dunque svuotati di qualsiasi significato relativo al coraggio, all’onore o allo status sociale.
In Nuova Zelanda, perfino gli europei cominciarono ad essere uccisi con lo scopo di tatuare e venderne le teste ai loro stessi ignari connazionali: una truffa non priva di un certo humor nero.

Il commercio dei mokomokai venne dichiarato fuori legge nel 1831; l’importazione di tsantsa dal Sud America soltanto a partire dal 1940.

E così, di fronte alle teche di manufatti etnici dei musei di mezzo mondo, in quelle teste imbrunite ed esotiche, si contempla oggi non soltanto un antico oggetto rituale, denso di significati e di simboli: possiamo quasi scorgervi il momento in cui quei significati e simboli sono svaniti per sempre.

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Le tsantsa e i mokomokai sono oggetti difficili, controversi, problematici.
Fra i visitatori, non è raro trovare chi si indigna per una pratica indigena che agli occhi odierni sembra crudele; dopo aver letto questo articolo, magari qualcuno dei lettori si indignerà invece di fronte all’ipocrisia ottocentesca, che condannava i barbari cacciatori di teste nell’esatto momento in cui quelle stesse teste desiderava, per metterle in mostra a casa propria.
In un caso o nell’altro, ci si indigna: come se certe fascinazioni non ci sfiorassero nemmeno, come se la nostra intera cultura occidentale non avesse alle spalle una lunghissima tradizione di teste mozzate ed esposte sui pali, sulle mura e nelle piazze.
Ma le decapitazioni non hanno mai smesso di esistere, così come la testa umana non ha mai cessato d’essere un simbolo potentissimo e magnetico, che ci scuote e ci attrae irresistibilmente.

Buona parte delle informazioni in questo articolo, nonché l’ispirazione iniziale, provengono dallo splendido Severed di Frances Larson, sulla valenza culturale e antropologica della testa mozzata.

Paul Grappe, il travestito disertore

Talvolta le storie più incredibili rimangono sepolte per sempre fra le pieghe della storia. Ma può capitare che lascino dietro di sé una traccia, per quanto minima; un piccolo indizio che, con una buona dose di fortuna e capitando nelle mani giuste, riesca a riportarle alla luce. Come un archeologo dissotterra i tesori, così lo storico disseppellisce allora le bizzarrie della vita.

Se Paul Grappe non fosse stato ucciso da sua moglie il 28 luglio 1928, nell’Archivio della Prefettura di Polizia di Parigi non sarebbe rimasto alcun accenno alla sua peculiare vicenda.
E se Fabrice Virgili, direttore di ricerca al CNRS, spulciando i suddetti archivi quasi cento anni dopo per un articolo sulla violenza coniugale ad inizio secolo, non avesse buttato l’occhio su quel fascicolo…

La vittima: Grappe Paul Joseph, nato il 30 agosto 1891 nella Haute Marne, domiciliato al numero 34 di Rue de Bagnolet, deceduto per colpo di arma da fuoco il 28 luglio 1928.
Il colpevole: Landy Louise Gabrielle, nata il 10 marzo 1892 a Parigi, coniuge Grappe.

Questa è la fine della vita di Paul Grappe. Ma ciò che si scopre, risalendo indietro negli anni a partire dalle carte processuali, è davvero stupefacente.

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La Parigi degli anni ’10, per un giovane proveniente dall’Alta Marna, era innanzitutto una promessa. Certo, si trattava di una realtà estremamente popolare, e il ventenne Paul Grappe faticava come tutti ad arrivare a fine mese. Non aveva ricevuto un’educazione vera e propria, ma la vitalità incontenibile che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza lo spinse a darsi da fare: con ostinata determinazione si impose di studiare, e diventò ottico. Seguiva anche dei corsi di mandolino, frequentando i quali conobbe Louise Landy.
Lemodeste condizioni economiche non erano di ostcolo ai sentimenti: i due si innamorarono, e nel 1911 convolarono a nozze. Poco dopo Paul dovette partire militare, ma riuscì a farsi assegnare di guardia ai bastioni di Parigi, in modo da restare vicino alla sua Louise. Il nostro soldato era un abile corridore, sapeva andare a cavallo, nuotare (cosa piuttosto rara all’epoca), e in breve tempo si distinse diventando caporale. Passarono i due anni di servizio militare richiesti, e Paul pensava ormai di aver chiuso i suoi conti con l’esercito. Ma le nubi della Guerra si stavano addensando, e tutto precipitò velocemente.
Nell’agosto del 1914 Paul Grappe venne spedito al fronte contro la Germania.

Il 102° Reggimento Fanteria si muoveva costantemente, di giorno in giorno, poiché il fronte non era ancora ben definito. Arrivarono a poco a poco i confronti con il nemico: all’inizio piccole scaramucce, in seguito ecco i primi feriti, il primo morto. E, infine, fu battaglia vera e propria.
Per la Francia, la fase più sanguinosa dell’intero conflitto mondiale fu proprio questa iniziale, chiamata Battaglia delle Frontiere, che contò centinaia di migliaia di morti, più di 25.000 nella sola giornata del 22 agosto 1914.
Paul Grappe era in prima linea. Quando arrivò l’inferno, se lo trovò davanti in tutta la sua devastante brutalità.

Venne ferito una prima volta alla coscia a fine agosto, curato e rimandato in trincea in ottobre. Ora la situazione era cambiata, il fronte si era stabilizzato, ma le battaglie non erano meno pericolose. In un sanguinoso scontro a fuoco Paul rimase ferito nuovamente, all’indice destro.
Colpito da un proiettile a un dito? Il sospetto di automutilazione era forte nei suoi confronti, e in momenti simili non si usavano particolari gentilezze per chi commetteva un atto simile: Paul rischiava la condanna a morte e l’esecuzione sommaria sul campo. Ma alcuni compagni d’armi testimoniarono in suo favore, e Paul evitò il tribunale di guerra. Fu trasferito in convalescenza a Chartres.
Passò dicembre, poi gennaio, febbraio, marzo. Quattro mesi per guarire dalla perdita di un solo dito cominciarono a sembrare troppi, e i superiori sospettarono che Paul in realtà stesse volontariamente riaprendosi le ferite (come facevano molti altri soldati); nell’aprile del 1915 gli fu intimato di tornare al fronte. E fu qui che, di fronte alla prospettiva di ritrovarsi nuovamente in quel limbo terribile fatto di filo spinato, fango, proiettili fischianti e colpi di cannone, Paul prese la decisione che avrebbe cambiato la sua vita per sempre: scelse di disertare.
Uscì dall’ospedale militare e, invece di recarsi in caserma, prese il primo treno per Parigi.

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Possiamo soltanto immaginare lo stato d’animo di Louise a questo punto: la gioia di sapere suo marito sano e salvo, lontano dalla guerra, e l’angoscia che tutto potesse finire ancora peggio da un momento all’altro, se fosse stato scoperto. In quella primavera del 1915 l’esercito aveva un disperato bisogno di uomini, perfino i riformati venivano mandati al fronte, e di conseguenza erano raddoppiati anche gli sforzi per trovare i disertori che mancavano all’appello. Al domicilio della suocera, dove Paul era nascosto, fecero irruzione le guardie per ben tre volte, senza riuscire a trovarlo.

Dal canto suo Paul, che aveva sempre avuto uno spirito impetuoso e indomito, non sopportava la pressione della clandestinità. Era costretto a vivere da vero e proprio recluso, senza arrischiarsi a mettere il naso fuori dalla porta: anche soltanto camminando per le strade di Parigi un ventenne avrebbe destato sospetti in quel periodo, visto che, a parte forse gli impiegati di qualche ministero, tutti i giovani maschi erano a combattere.
Un giorno, vinto dalla noia, per scherzare un po’ con Louise scelse uno degli abiti di sua moglie e lo indossò. Ed ecco l’illuminazione. Perché non travestirsi da donna?

Louise e Paul fecero una prova. Lui si rasò molto attentamente; sua moglie gli mise un filo di trucco, aggiustò i vestiti femminili, gli infilò in testa un cappellino da signora. Non era un travestimento perfetto, ma forse poteva funzionare.
Trattenendo il fiato, i due uscirono in strada. Camminarono per un po’ per la via, con finta disinvoltura. Si sedettero in un bar, e si accorsero che la gente non sembrava notare nulla di strano in quelle due amiche che si godevano il loro aperitivo. Rientrando, sentirono un brivido nel notare un uomo il cui sguardo intenso era puntato, fisso, verso di loro… finché l’uomo non lanciò un fischio di ammirazione. Era la prova definitiva: Paul, nei panni femminili, era abbastanza convincente da ingannare perfino l’occhio attento di un tombeur de femmes.

Da quel momento, per il mondo esterno, i due divennero una coppia di donne che vivevano assieme. Paul comprò dei vestiti, assunse una pettinatura più femminile, imparò a modificare la sua voce.
Cominciò a farsi chiamare Suzanne Landgard. Per chi assume una nuova identità, la scelta del nome ha evidentemente un peso particolare: quindi ci si è chiesti, Landgard voleva forse dire “colui che protegge (garde) Landy?”.
Ora che Paul/Suzanne poteva uscire a volto scoperto, era anche in grado di contribuire alle entrate: mentre Louise lavorava in un’azienda che produceva materiali didattici, Suzanne prese impiego come operaia in sartoria. Ma forse faticava a restare nella parte, perché a quanto sappiamo cambiava spesso lavoro a causa di problemi di relazione con i colleghi.

La Guerra, finalmente, finì. Paul avrebbe voluto uscire dalla clandestinità, ma era ancora in pericolo. Come facevano molti altri disertori all’epoca, anche la nostra coppia partì per la Spagna (paese neutrale) e per un breve periodo trovò rifugio nei Paesi Baschi. Poi, eccoli di nuovo a Parigi nel 1922.

Ora però l’atmosfera della capitale era cambiata: appena entrata nei cosiddetti “anni folli”, era una città che voleva ad ogni costo dimenticare la guerra e dunque ribolliva di novità, avanguardie artistiche, piaceri senza freno. Louise e Suzanne si accorsero che in fondo potevano sembrare soltanto altre due garçonnes, ragazze alla moda che ostentavano un taglio di capelli maschile e indossavano i pantaloni, scandalizzando i borghesi. Louise dipingeva soldatini di piombo la sera, dopo il lavoro, per guadagnare qualche soldo extra.
Paul invece non trovava occupazione, e la sua insaziabile voglia di vita lo spinse a frequentare il Bois de Boulogne, un parco pubblico che in quegli anni era un noto punto di incontro per l’amore libero: vi si davano appuntamento libertini, scambisti, prostitute e magnaccia.
Paul, nei panni di Suzanne, si prostituiva per portare a casa un po’ di denaro? Forse no.
Comunque, diventò una delle “regine” del Bois.

Da quel momento le sue giornate divennero affollate di rapporti occasionali, orge, amanti sia femminili che maschili, perfino annunci “in codice” sui giornali. Paul/Suzanne provò anche a convincere Louise a partecipare a questi incontri erotici, ma non fece che alimentare i primi conflitti all’interno della coppia, fino ad allora unitissima.
La sete di esperienze non si fermava qui: Suzanne Landgard nel 1923 è fra le prime “donne” a saltare con il paracadute.
Non mi arrivi alla caviglia, mia cara, io sono raffinato, voglio uscire da questa massa, questa massa bruta che va a lavorare al mattino come gli schiavi e torna a casa la sera”, ripeteva a Louise.

Nel gennaio del 1924 finalmente arrivò la tanto attesa amnistia.
La mattina stessa della notizia, Paul scese le scale vestito da uomo, senza più trucco sul volto. La portiera del condominio, quando lo vide uscire, rimase scandalizzata: “Madame Suzanne, siete diventata matta?” “Non sono Suzanne, sono Paul Grappe e vado a dichiararmi disertore per l’amnistia.
A quel punto, quando le autorità seppero del suo caso, anche la stampa ne venne a conoscenza. “Il travestito disertore”, titolò qualche quotidiano. E arrivarono le prime discriminazioni:  paradossalmente, proprio ora che si scopriva che lui era un uomo (e quindi le due presunte lesbiche erano in realtà una coppia sposata) Paul e Louise vennero sfrattati. Il Partito Comunista si mobilitò per difendere i due proletari vittime dei pregiudizi, e in breve Paul si ritrovò al centro di un estemporaneo dibattito sociale. La piccola notorietà che lo investì gli diede forse alla testa: convinto di poter diventare una celebrità, o di avere magari qualche chance come attore, cominciò a distribuire fotografie autografate che lo ritraevano in panni sia maschili che femminili, e ingaggiò perfino un agente.

Ma la ben più prosaica realtà era che la storia fantastica delle sue imprese, Paul la raccontava principalmente nei bar, per farsi offrire un goccetto. Mostrava l’album di fotografie di quando era Suzanne, e conservava anche un dossier di foto oscene, oggi andate perdute. A poco a poco cominciò a bere non meno di cinque litri di vino al giorno. Perdeva un lavoro dietro l’altro, e anche in casa divenne aggressivo.
Il suo ritorno alla mascolinità – quella stessa virilità che l’aveva condannato all’orrore della trincea – portò con sé la violenza. Prima della Grande Guerra non c’era stato in lui indizio né di bisessualità né di tendenze manesche, e molto probabilmente l’eco dei traumi subiti sul campo di battaglia ebbe la sua parte nella ripida discesa di Paul Grappe nell’alcolismo, nella brutalità e nella confusione.

Ormai spendeva tutto lo stipendio della moglie per ubriacarsi. Gli episodi di violenza domestica si moltiplicavano.
Louise, in un disperato tentativo di riconciliazione, accettò di prendere parte ai giochi sessuali del marito, e per compiacerlo (almeno a quanto dichiarò più tardi nella sua deposizione) prese come amante un aitante giovanotto spagnolo di nome Paco. Ma il volubile Paul non apprezzò lo sforzo, e cominciò a essere infastidito dalla presenza di questo terzo incomodo. Quando le intimò di lasciare Paco, Louise invece lasciò lui.
Da questo momento la loro storia divenne simile a quella, triste e risaputa, di tante coppie allo sbando: lui la trovò a casa di sua madre, la minacciò con una pistola, la supplicò di tornare a casa con lui. Lei cedette, ma poco dopo scoprì di essere incinta. Di Paul, o dell’amante Paco? Nel dicembre 1925 il bambino vide la luce, e Louise volle chiamarlo Paul – evidentemente per rassicurare il marito della paternità.
I tre vissero qualche mese di serenità, come una vera famiglia, Paul ricominciò a cercare lavoro e cercò di limitare l’alcol. Ma non durò. Le crisi ricominciarono, le violenze anche, fino alla notte dell’omicidio in cui l’uomo avrebbe perfino minacciato di fare del male al bambino. Louise pose fine ai giorni di Paul con due pallottole in testa, poi corse al comando di polizia a costituirsi.

Il processo ebbe una certa eco mediatica, per via dei toni sensazionalistici della vicenda: l’imputata, la moglie che aveva fatto fuori il “travestito disertore”, era difesa dal famoso avvocato Maurice Garçon. Accadde che mentre Louise era incarcerata, il bambino morì di meningite. Da una parte l’avvocato puntò quindi  sulla carta della vedova che adesso era anche madre in lutto, una vittima della violenza coniugale che aveva dovuto uccidere il marito per proteggere il figlioletto malato – dall’altra tentò di minimizzare il problema che la donna fosse anche stata complice nella diserzione, nel travestitismo, nei comportamenti scandalosi. Nel 1929, Louise Landy fu dichiarata innocente, avvenimento piuttosto raro nei processi per omicidio del coniuge. Da quel momento Louise sparì da qualsiasi cronaca, e di lei non si seppe più nulla tranne che si risposò, e infine morì nel 1981.

La storia di Paul Grappe, con tutto ciò che suggerisce su quell’epoca travagliata, sui traumi dei combattenti, sui conflitti interni che il genere sessuale comporta, è stata scoperta da Fabrice Virgili e raccontata nel suo libro La garçonne et l’assassin : Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles (nell’ironico titolo la garçonne è evidentemente Paul, e Louise l’assassino), e ha dato vita anche al fumetto di Chloé Cruchaudet intitolato Poco raccomandabile.

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(Grazie, Francesca!)