Lo specchio delle streghe

Un paio di anni fa, per la rivista Illustrati, ho scritto un articolo intitolato I due lati dello specchio, in cui parlavo della simbologia legata a questo oggetto di utilizzo comune, ma dalle profonde connotazioni esoteriche.

C’è però un particolare tipo di specchio magico che ha una lunga e interessante tradizione: il cosiddetto “occhio della strega” (œil de sorcière).

Si tratta di uno specchio tondo e convesso, che rimanda un’immagine onnicomprensiva della stanza in cui è posto: a causa della superficie curva, il riflesso viene deformato come da una lente grandangolare — una distorsione chiamata in gergo fotografico “a barilotto”. Chiamati anche “specchi dei banchieri”, venivano utilizzati fin dal XIV secolo da cambiavalute e orefici per per tenere sotto controllo la propria bottega con una visuale maggiore. Eppure è duecento anni più tardi, nell’arredamento degli interni borghesi dell’Europa settentrionale, che questi specchi trovarono la loro fortuna; un lusso che si democratizzò poi nel XIX secolo, quando cominciarono ad essere prodotti industrialmente.

Al centro di superstizioni e credenze magiche, questi specchi erano considerati una sorta di “terzo occhio” in grado di sorvegliare la servitù quando il padrone era fuori casa; e ancora la loro valenza era quella di status symbol, in quanto oggetti preziosi e ricercati. Venivano appesi in evidenza, spesso incorniciati sontuosamente e attorniati da altri specchi più piccoli. Per accentuare l’effetto di sorveglianza, forse, ma anche per dare luce agli interni riflettendo le lampade o le finestre, tanto che nel tempo si cominciò ad ornarli di raggi in legno dorato come fossero una specie di sole privato che illuminava la casa. Per questo, da strumenti di vigilanza divennero a poco a poco dei portafortuna, occhi benigni che proteggevano la famiglia.

I miroir de sorcière figurano in diversi dipinti dei maestri fiamminghi, come ad esempio nel celebre Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Qui lo specchio è utilizzato per la prima volta come espediente per bucare la “quarta parete”, cioè mostrare in prospettiva la parte di scena normalmente invisibile; van Eyck fa dello specchio un simbolo cristiano di purezza che dimostra il vincolo sacro del matrimonio (vi sono riflessi i testimoni), ma molti altri pittori lo useranno per includere se stessi nel ritratto, per dare un ulteriore punto luce al proprio quadro, per simboleggiare la superbia o la bellezza che fugge nelle vanitas.

Tra gli artisti che inserirono questi specchi nei loro dipinti si possono ricordare Quentin Metsys, Petrus Christus, Parmigianino, Caravaggio, ma la lista sarebbe davvero troppo lunga: per una storia dei miroir de sorcière nell’arte si veda questo articolo.

 

Oggi questi oggetti ricchi di storia e di mistero rivivono nel laboratorio Canestrelli di Stefano Coluccio a Venezia, l’unica bottega artigiana specializzata nella produzione di specchi convessi creati a mano dal proprietario.

La strega bambina di Albenga

E forse è per vendetta, e forse è per paura
O solo per pazzia, ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu.

(Edoardo Bennato, La fata, 1977)

San Calocero, Albenga. XIV Secolo.
Una bambina di neanche tredici anni viene sepolta nei pressi della chiesa. Ma gli uomini che la stanno calando nella fossa decidono di inumarla a faccia in giù, di modo che il suo viso sia sigillato dal terreno. Lo fanno per impedirle di rialzarsi, di ritornare in vita. Perché la sua anima non possa sgusciarle fuori dalla bocca, e infestare quei luoghi. Lo fanno, in definitiva, perché quella ragazzina li spaventa a morte.
Poco distante, un altro corpo di donna giace in una profonda fossa. Il suo scheletro è completamente bruciato, e sopra alla sua sepoltura gli uomini hanno posto una grande quantità di pesanti pietre che le impediranno di uscire dalla tomba. Perché quelle come lei, si sa, dalla morte possono risvegliarsi.

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La “strega bambina” di Albenga e il secondo scheletro femminile che mostra profondi segni di bruciature sono due eccezionali ritrovamenti portati alla luce l’anno scorso da un’équipe del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, diretta dal professor Philippe Pergola e coordinata dagli archeologi Stefano Roascio e Elena Dellù. L’enigma che maggiormente sorprende gli studiosi è la vicinanza di queste due tombe anomale all’antica chiesa che conservava le reliquie del marire San Calocero: se queste due donne erano considerate “pericolose” o “dannate”, perché tumularle in un luogo di sepoltura di prestigio, sicuramente molto ambito?

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Un’ipotesi è quella che seppellirle lì fosse un “segnale di sottomissione alla chiesa”. Ma il lavoro di analisi da compiere sui resti è ancora molto, e già gli scheletri cominciano a dare qualche indizio che potrebbe gettare luce su una storia completamente dimenticata. Perché una bambina, alta neanche un metro e mezzo, incuteva un simile timore nei suoi compaesani?
Gli esami hanno evidenziato piccoli fori sul suo cranio che indicherebbero una forte anemia e una malattia come lo scorbuto. Questo tipo di patologie potevano risultare in svenimenti, improvvisi sanguinamenti e attacchi epilettici; facile, per l’epoca, attribuire sintomi simili a una possessione demoniaca.
Rimane inoltre da appurare un eventuale legame di parentela fra le due donne, dato che entrambi gli scheletri sembrano affetti da metopismo, ovvero la mancata saldatura delle ossa frontali, malformazione che ha cause genetiche.
Secondo la datazione al carbonio 14, le sepolture risalirebbero a un periodo compreso fra il 1440 e il 1530 — quando, cioè, la caccia alle streghe era già iniziata da un pezzo.

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Nel 1326, la bolla papale Super illius specula ad opera di Giovanni XXII pose le basi per la caccia alle streghe: potrà sembrare incredibile ma fino ad allora, infatti, gli intellettuali e i teologi avevano rigettato l’idea del commercio con il demonio come una superstizione da estirpare.

Perciò nelle chiese a loro affidate i sacerdoti devono costantemente predicare al popolo di Dio che queste cose sono completamente false. […] A chi, infatti, non è mai successo di uscire da sé durante il sonno o di avere visioni notturne e di vedere dormendo cose che da sveglio non aveva mai visto? Chi può essere tanto ottuso o sciocco da credere che tutte queste cose che accadono nello spirito avvengano anche nel corpo?

(Canon episcopi, X secolo)

A partire dal XIV Secolo, invece, anche l’intellighenzia si convince che le streghe siano reali, e inizia quella lotta senza confini non soltanto all’eresia ma anche al “maleficio”, persecuzione affidata dalla Chiesa agli ordini mendicanti (domenicani e francescani) e che durerà per quattro secoli. Sull’onda della pubblicazione del Malleus Maleficarum (1487), vero e proprio manuale per la repressione della stregoneria, i processi si moltiplicarono, ironicamente proprio in concomitanza con il Rinascimento e fino all’epoca dei Lumi. Il destino della “strega bambina” di Albenga è inserito in un questo complesso contesto storico: non si tratta dunque di un vero e proprio “mistero”, come annunciato da qualche giornale, ma di un’ennesima, tragica vicenda umana i cui dettagli sono andati perduti nel tempo. Forse almeno una parte della sua storia verrà a poco a poco ricostruita dall’équipe internazionale che oggi si occupa degli scavi a San Calocero.

(Grazie, Silvano!)