Link, curiosità & meraviglie assortite – 15

  • Cogito, ergo… memento mori“: il busto in gesso che vedete qui sopra rappresenta Cartesio, con teschio incorporato e calotta rimovibile. Fa parte della collezione di gessi anatomici dell’École des Beaux-Arts di Parigi, ed è stato scolpito nel 1913 da Paul Richer, professore di anatomia artistica originario di Chartres. Il vero teschio di Cartesio ha una storia piuttosto bizzarra, che ho raccontato anni fa in questo post.
  • Una testimonianza straordinaria su una condizione di cui probabilmente non avete mai sentito parlare: l’afantasia, ovvero l’incapacità di immaginare e di visualizzare oggetti, situazioni, persone o sensazioni “con l’occhio della mente”. Articolo assolutamente da leggere.
  • XV secolo: sono molto diffusi i reliquiari contenenti il latte della Vergine. Ma San Bernardino non ci sta, e si lancia in una gustosissima invettiva.
  • Un bel pezzo di Jen Aitken sui necrologi, e più in generale sulla terminologia relativa alla morte e al fine vita:
    La morte non è una guerra. Quando parliamo di “lunga battaglia”, “combattere” o “sfidare” “valorosamente” e “coraggiosamente”, stiamo trasformando la morte in qualcosa di malvagio che possiamo “vincere”. La morte non è un fallimento. È inevitabile. Le persone non vengono “sconfitte”, semplicemente muoiono.
  • I libertini esistono ancora? Qual era la relazione tra libero amore e libero pensiero? Cosa accomuna Lord Byron a George Best?
  • Ecco qui sotto un caldo, confortevole e morbidissimo nido preparato da un gufo delle nevi. Un nido composto interamente di lemming morti.

  • Nel 1973 tre donne e cinque uomini finsero di avere allucinazioni per scoprire se gli psichiatri si sarebbero accorti che in realtà erano sani di mente. Risultato: finirono ricoverati in 12 diversi ospedali. Così il pionieristico esperimento Rosenhan scosse le fondamenta della pratica psichiatrica.
  • Non sapete cosa regalare alla nonna? I servizi da tè di Ronit Baranga fanno al caso vostro.

  • David Nebreda, classe 1952, è affetto da schizofrenia fin dall’età di 19 anni. Invece di sottoporsi alle cure mediche, si è ritirato da eremita in un appartamento di due stanze, senza contatti con il mondo esterno, praticando l’astinenza sessuale e costringendosi a lunghi digiuni. La sua unica arma per combattere i dèmoni è una macchina fotografica: i suoi autoritratti sono, certamente, la rappresentazione di un inferno mentale — ma anche uno squarcio di luce al fondo di questo abisso; paiono quasi immortalare la catarsi nell’atto di compiersi, e a dispetto della loro natura estrema e disturbante sembrano celebrare un’autentica vittoria sulla carne. Nebreda si riappropria del dolore, e lo trascende attraverso l’arte. Potete vedere alcune sue fotografie qui e qui.
  • La femme fatale, vestita in modo glamour e diabolicamente letale, è un mito letterario e cinematografico: nella realtà, le assassine riescono a essere invisibili proprio giocando sulle aspettative culturali e mantenendo un profilo decisamente sobrio.
  • Sempre parlando dell’immaginario legato alla figura femminile, c’è un topos della fantascienza raramente preso in considerazione: le donne in provetta. Che l’ossessiva presenza di quest’immagine abbia a che fare con l’oggettificazione del femmineo, con un certo feticismo, con un inconscio desiderio maschile di costringere, recludere e dominare la donna? A scorrere il centinaio di esempi raccolti sulla pagina Sci-Fi Women in Tubes, qualche dubbio viene. (Grazie, Mauro!)

  • Ho sempre sostenuto che muffe e funghi siano esseri superiori. Ad esempio gli organismi mucillaginosi nelle foto qui sopra, chiamati Stemonitis fusca, sembrano in grado di sfidare la gravità. Il mio primo articolo per la rivista Illustrati, anni fa, era dedicato all’incredibile Cordyceps unilateralis, un parassita capace di controllare il corpo e la mente dell’ospite che attacca. E di recente ho trovato la foto qui sotto, che mostra cosa succede quando un Cordyceps si impianta nel corpo di una tarantola. Altro che Cthulhu! I funghi, gente! I funghi sono i veri padroni dell’Universo! E sono anche buoni nel risotto!

  • Non hai mai pensato a un tatuaggetto? / La tua amica sfoggia un tatuaggetto / Corri corri a farti un tatuaggetto…“, recita una canzone di Elio e le Storie Tese. Di certo è passata l’epoca in cui tatuarsi era appannaggio dei reietti sociali, dei carcerati, dei delinquenti. Ma la storia di questo tipo di body art non sarebbe stata la stessa senza le donne tatuate che si esibivano nei freakshow. Wikipedia (inglese) ha una bella pagina al riguardo, e qui trovate un’intervista a un’esperta che ha studiato la vita di queste artiste. Come colonna sonora durante la lettura, si consiglia il pirotecnico cavallo di battaglia di Groucho Marx, Lydia The Tattooed Lady.
  • Può un armadietto del Settecento lasciarvi a bocca aperta? Be’, guardate il video qui sotto.

  • L’ultima aggiunta alla lista dei candidati per il mio Museo del Fallimento è il brasiliano Adelir Antônio de Carli, noto come Padre Baloeiro (“il prete dei palloncini”). Carli intendeva raccogliere fondi per costruire una cappella per i camionisti di Paranaguá; così, per pubblicizzare la sua causa, il 20 aprile 2008 legò una sedia a 1000 palloncini gonfiati con l’elio e prese il volo di fronte a giornalisti e curiosi. Dopo aver raggiunto i 6000 metri di altitudine scomparve tra le nuvole.
    Passò un mese e mezzo prima che la parte inferiore del suo corpo venisse ritrovata, a 100 km dalla costa.

  • La passionata è un pezzo di Guy Marchand che ebbe grande successo nel 1966. E che dimostra due sorprendenti verità: 1- i tormentoni estivi spagnoleggianti esistevano già allora; 2- i suddetti tormentoni portavano a evidenti disturbi della personalità. Cosa che peraltro fanno anche oggi. (Grazie, Gigio!)

  • Due neuroscienziati costruiscono una specie di casco che eccita i lobi temporali di chi lo indossa, con l’intento di studiare l’effetto di una leggera stimolazione magnetica sulla creatività. E i soggetti del test si mettono a vedere angeli, parenti deceduti, e a parlare con Dio. È forse la scoperta destinata a spiegare le estasi mistiche, le esperienze paranormali, il senso stesso del sacro? O si tratta di un mezzo di comunicazione con una realtà invisibile? Nessuna delle due, perché la verità è un po’ più deludente: tutti i tentativi di replicare l’esperimento non hanno rilevato effetti particolari. Però rimane una buona idea per un romanzo. Ecco la pagina Wiki italiana sul casco di Dio, ma quella inglese è più completa.
  • Il California Institute of Abnormalarts è un nightclub a tema sideshow situato a North Hollywood (Los angeles) che ospita eventi di burlesque, concerti underground, spettacoli di freakshow e proiezioni cinematografiche. Ma se avete paura dei clown, forse è meglio che stiate alla larga: nel locale è presente il famoso cadavere imbalsamato di Achile Chatouilleu, un pagliaccio che chiese di essere sepolto nel suo costume di scena e con il viso truccato.
    Certo, per essere morto nel 1912 è conservato fin troppo bene (sarà mica un’altra di quelle finte meraviglie per cui erano celebri i sideshow di una volta?). Comunque sia, l’effetto è grottesco e decisamente inquietante…

  • Vi lascio infine con l’immagine intitolata The Crossing, opera del fotografo naturalista Ryan Peruniak. Tutti i suoi lavori sono spettacolari, come potete vedere dando un’occhiata al suo sito ufficiale, ma trovo questo scatto particolarmente poetico.
    Ecco il suo ricordo del momento:
    All’inizio di aprile nelle Montagne Rocciose, la neve ricopre ancora i picchi maestosi mentre sulle vette più basse si è sciolta così come i laghi e i fiumi. Stavo camminando sulla sponda quando vidi una forma scura sul fondo del fiume. Il mio primo pensiero fu che un cervo doveva essere caduto attraverso il ghiaccio, quindi mi avvicinai per investigare… e in quel momento vidi la lunga coda. Mi ci volle qualche momento per capire cosa stavo vedendo… un puma adulto riverso serenamente sul letto del fiume, una vittima del ghiaccio sottile.

Teresa Margolles: l’orrore tradotto

Immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico.
La “Città del Male”, una delle più violente dell’intero pianeta. Qui gli omicidi negli anni scorsi hanno toccato vette inconcepibili. Più di 3000 morti nel solo 2010 – otto o nove persone uccise ogni giorno.
E così, ogni giorno, tu esci di casa pregando di non rimanere coinvolto in un regolamento di conti fra le oltre 900 pandillas (bande armate) legate ai cartelli della droga. Ogni giorno, che tu lo voglia o no, sei testimone della strage che si perpetua incessantemente nella tua città. Non è una metafora. E’ un vero massacro, quotidiano, atroce.

Ora immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, e di essere una donna tra i 15 e i 25 anni.
Le tue probabilità di non subire violenza, e di rimanere in vita, si abbassano drasticamente. A Juárez le donne come te sono vessate, picchiate, stuprate, spesso scompaiono e i loro cadaveri – se mai vengono ritrovati – mostrano i segni di torture e mutilazioni.
Nel caso tu venissi rapita, sai già che probabilmente la tua scomparsa non sarebbe nemmeno denunciata. Nessuno si metterebbe comunque alla tua ricerca: la polizia sembra fare di tutto meno che indagare. “Avrà avuto qualcosa a che fare con il cartello – direbbe la gente – oppure se la sarà cercata“.

Photo credit: Scott Dalton.

Infine, immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, di essere una donna e di essere un’artista.
Come potresti far comprendere questo inferno a chi a Juárez non ci abita? Come parlare dell’immenso carico di disperazione e di dolore che queste carneficine depositano sul cuore dei parenti delle vittime? Come farti ascoltare, in un mondo già saturo di immagini di violenza? Come rendere palpabile l’angoscia, il senso di perdita costante, lo spreco di vita?

Teresa Margolles, nata nel 1963 a Culiacán, Sinaloa, ha studiato come anatomopatologa prima di diventare artista. Ora vive a Città del Messico, ma in passato ha lavorato in diversi obitori in tutto il Sudamerica incluso quello di Ciudad Juárez, la terribile morgue dove un fiume infinito di corpi scorre attraverso i quattro giganteschi frigoriferi (capaci di contenere 120 salme ciascuno).
Un obitorio per me è il termometro di una società. Quello che succede dentro a un obitorio è quello che succede fuori. Il modo in cui muore la gente mi mostra cosa sta succedendo in città.

A fronte di questa diretta esperienza, Margolles ha indirizzato tutta la sua ricerca artistica verso due difficili obbiettivi: da una parte sabotare la narrativa, onnipresente nei media e nella mentalità messicana, che colpevolizza le vittime (il già citato “se la sono cercata”); dall’altra rendere le conseguenze della violenza concrete e tangibili, traducendo l’orrore in un linguaggio fisico, universale.

Ma occorre una particolare lucidità per evitare certe trappole. La strada più semplice sarebbe sicuramente puntare sulla shock art più cruda: infliggere al pubblico una sequela di immagini di massacro, di corpi mutilati, di carne maciullata. Ma l’effetto sarebbe controproducente, poiché la nostra società è già bombardata di simili rappresentazioni, assuefatta all’immagine iperreale tanto da non distinguerla più dalla finzione.

È necessario dunque portare il pubblico in contatto con la morte e il dolore, ma operando qualche tipo di transfert, in maniera traslata, così che sia la stessa sensibilità dell’osservatore a portarlo sul ciglio dell’abisso.

Ecco la complessa via che ha deciso di intraprendere Teresa Margolles. Quella che segue è una piccola, personale selezione di suoi lavori esposti in tutto il mondo, nei maggiori musei e gallerie d’arte contemporanea, e in diverse Biennali.

En el aire (2003). Il pubblico entra in una sala, ed è subito preso da una leggera euforia alla vista eterea di decine di bolle di sapone che fluttuano nell’aria: il riflesso, infantile, è quello di farne scoppiare qualcuna allegramente, allungando una mano. La bolla esplode, un po’ d’acqua rimane sulla pelle.
Quello che si scopre presto, però, è che quelle bolle sono create con l’acqua e il sapone usati nell’obitorio per lavare i corpi delle vittime di omicidio. Ecco che di colpo tutto cambia: l’acqua che è rimasta sulla nostra pelle ha creato una connessione invisibile, magica, fra noi e questi cadaveri anonimi; e ogni bolla diventa il simbolo di una vita, un’anima che fragile si è persa nel nulla.

Vaporización (2001). Qui l’acqua dell’obitorio, ancora una volta raccolta e disinfettata, è vaporizzata nella stanza da alcuni umidificatori. La morte satura l’atmosfera, non possiamo fare altro che respirare la fitta nebbia dove ogni particella contiene la memoria delle persone brutalmente uccise.

Tarjetas para picar cocaina (1997-99). Margolles ha raccolto delle fotografie di vittime di omicidio relative al traffico di droga. Poi le ha consegnate ad alcuni tossicodipendenti perché le usassero per tagliare la cocaina. La metafora, priva di giudizi morali, è chiara – i morti alimentano il narcotraffico, ogni sniffata implica la violenza – ma al tempo stesso queste fotografie divengono oggetti spirituali, investiti di un significato simbolico/magico legato alla specifica persona scomparsa.

Lote Bravo (2005). Sul pavimento stanno quelli che sembrano dei semplici mattoni. In realtà sono stati prodotti a partire dalla sabbia raccolta da cinque diversi luoghi di Juárez dove sono stati rinvenuti i corpi di donne violentate e uccise. Ogni mattoncino fatto a mano è il simbolo di una donna assassinata nella “città delle ragazze morte”.

Trepanaciones (Sonidos de la morgue) (2003). Soltanto qualche cuffia, che penzola appesa al soffitto. Chi decide di indossarne una, potrà ascoltare i suoni, senza parole, delle autopsie eseguite da Margolles stessa. Suoni di corpi aperti, ossa che vengono tagliate – ma senza immagini che contestualizzino i rumori osceni, senza che si possa sapere precisamente a cosa corrispondano. A chi corrispondano, a quale nome, a quale vita spezzata, a quali interrotte speranze.

Linea fronteriza (2005). La foto di una sutura, un corpo ricucito dopo l’autopsia: ma il dettaglio che rende davvero potente l’immagine è il tatuaggio della Vergine, le cui due metà non combaciano più perfettamente perché si trovano proprio dove è stato eseguito il taglio. Ogni tatuaggio è un modo per dichiarare la propria individualità: la morte insensata è la frontiera che la interrompe e la frantuma.

Frontera (2011). Margolles preleva due muri da Juárez e da Culiacán, e li ricostruisce in galleria. Sui muri sono ben evidenti i fori dei proiettili usati per l’uccisione di due poliziotti e di quattro giovani da parte dei narcotrafficanti. Di fronte a queste pareti, non ci si può impedire di immaginare. Cosa si deve provare, di fronte a un plotone di esecuzione sommaria?
Inoltre, “salvando” questi muri (che nelle città di origine sono stati velocemente rimpiazzati da muri nuovi) Margolles sta anche preservando la traccia visiva di un atto di violenza che la società è ansiosa di rimuovere dalla memoria collettiva.

Frazada/La Sombra (2016). Una semplice struttura, allestita all’esterno, mantiene sollevata una coperta, come la tenda di uno stand di venditori ambulanti. Si può mettersi all’ombra, per cercare un po’ di refrigerio dal sole. Eppure la coperta viene dall’obitorio di La Paz, e avvolgeva il corpo di una donna vittima di femminicidio. L’ombra è dunque quella dell’omertà, del silenzio che avvolge questi crimini – si tratta, ancora una volta, di uno stratagemma concettuale escogitato per portarci più vicini alla morte della donna. Questo sudario, questo delitto proietta la sua ombra anche su di noi.

Pajharu/Sobre la sangre (2017). Dieci donne uccise, dieci stoffe che ne hanno contenuto i cadaveri, ancora macchiate del loro sangue. Su questa tela di partenza Margolles ha fatto ricamare a sette tessitrici di etnia Aymara dei motivi tradizionali. Il sangue rappreso si confonde con le decorazioni floreali, finisce mascherato, metabolizzato all’interno dei disegni intrecciati. In quest’opera straordinaria si può riconoscere, da un lato, la denuncia di una violenza divenuta ormai parte integrante di una cultura: quando pensiamo al Messico, pensiamo spesso alle sue tradizioni più colorate, senza accorgerci del sangue che le intride, senza vedere la dolorsa realtà che si nasconde dietro agli stereotipi che noi tuisti amiamo tanto. Dall’altro lato, però, Sobre la sangre è un atto di amore e di rispetto per quelle donne assassinate. Lungi dall’essere meri fantasmi, sono una presenza concreta; preservando e impreziosendo queste tracce di sangue, Margolles sta cercando di sottrarle all’oblio, e rendere loro la perduta bellezza.

Lengua (2000). Margolles si è presa carico delle spese per i funerali di questo ragazzo, ucciso nelle faide del narcotraffico, e in cambio ha chiesto alla famiglia il permesso di conservare e utilizzare la sua lingua per questa istallazione. In modo che essa possa parlare ancora. Analogamente al tatuaggio in Linea frontizera, qui è il piercing a diventare segno di una singolarità stroncata.
Lo scarto teorico operato qui è notevole: un organo umano, privato del corpo che lo contiene e decontestualizzato, diviene oggetto a sé stante, lingua ribelle, corpo “pieno” esso stesso — portatore di un senso completamente inedito. La ricercatrice Bethany Tabor ha interpretato quest’opera come specchio del concetto deleuziano di corpo senza organi, cioè il corpo che si dis-organizza, rivoltandosi contro le funzioni impostegli dalla società, dal capitalismo, dall’ordine costituito (da tutto ciò, insomma, che Artaud chiamava “Dio” e da cui aspicava una liberazione definitiva).

37 cuerpos (2007). I rimasugli del filo usato per cucire i corpi di 37 vittime sono legati assieme, in una corda che attraversa lo spazio e lo divide come una linea di frontiera.

¿De qué otra cosa podríamos hablar? (2009). L’opera, premiata alla 53a Biennale di Venezia, è quella che ha reso celebre Margolles. Il pavimento della sala è cosparso con l’acqua usata per lavare i cadaveri all’obitorio di Juárez. Ai muri, grandi tele sembrano quadri astratti ma sono in realtà lenzuoli impregnati del sangue delle vittime.
Fuori dal Padiglione Messicano, su un balcone che si affaccia sulla calle, è issata una bandiera del Messico, anch’essa insanguinata. La necropolitica invade gli spazi dell’arte.

Non è semplice vivere a Ciudad Juárez, Messico, essere una donna, ed essere un’artista che affronta di petto la violenza senza fine e spesso senza voce. Ancora più difficile individuare le corde giuste, trovare il miracoloso equilibrio tra crudezza e delicatezza, tra minimalismo e incisività, in un approccio radicale e poetico che possa scuotere il pubblico ma anche toccarne il cuore.

Per questo post sono in assoluto debito con Bethany Tabor, che alla Death & The Maiden Conference ha presentato la sua illuminante ricerca Performative Remains: The Forensic Art of Teresa Margolles, incentrata sulle implicazioni deleuziane dei lavori dell’artista messicana.
Un paio di saggi disponibili su Margolles sono
What Else Could We Talk About? e Teresa Margolles and the Aesthetics of Death.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 8

Eccoci ritrovati per una nuova edizione di LC&MA, la rubrica perfetta per darsi al cincischio e allo stupore sotto l’ombrellone!
(Perfetta anche per distrarmi un po’ dalla stesura del nuovo libro della Collana BB.) (A proposito, fino al 15 settembre c’è il 20% di sconto per chi desidera comprare tutti e 4 i libri assieme — basta inserire il codice coupon BUNDLE4 al momento dell’acquisto. Shopper di Bizzarro Bazar in omaggio.) (Ah, dimenticavo, il camaleonte qui sopra è una mano dipinta dal grande Guido Daniele, che di mestiere dipinge mani.)
Dai, cominciamo!

  • A Città del Messico, nel Templo Mayor, gli archeologi hanno finalmente trovato una delle leggendarie “torri di teschi” azteche che terrorizzarono i conquistadores spagnoli. Queste strutture (chiamate tzompantli) servivano a esibire i resti di guerrieri morti valorosamente in battaglia, o di nemici e prigionieri di guerra: ne abbiamo descrizione in diversi codici e nei resoconti dei conquistadores. La nuova “torre” appena scoperta potrebbe essere proprio lo Huey Tzompantli, il più grande di tutti, un’impressionante rastrelliera che all’epoca di Cortés, secondo i calcoli, arrivò a contenere ben 60.000 teste (immaginatevi che spettacolo raccapricciante).
    Nel nuovo sito ne sono stati contati 650, e il numero è destinato a salire con il procedere degli scavi. Ma c’è un mistero: gli esperti si aspettavano di trovare i resti, come abbiamo detto, di giovani guerrieri. Finora invece hanno riscontrato un’inspiegabile, alta percentuale di donne e bambini — cosa che ha lasciato tutti un po’ interdetti. Che la funzione degli tzompantli sia ancora da comprendere del tutto?
  • Ancora misteri archeologici: in Peru, a 200km dalle più celebri linee di Nazca, c’è questa specie di candelabro inciso nella roccia. Il geoglifo è alto 181 metri, è visibile dal mare, e nessuno sa esattamente cosa sia.

  • Durante la notte del 21 agosto 1986, in una valle nella provincia nord-occidentale del Camerun, più di 1700 persone e 3500 capi di bestiame morirono di colpo, nel sonno. Cos’era successo?
    Il vicino lago Nyos, non per nulla indicato dagli indigeni come un luogo infestato da spiriti malevoli, venne individuato come il vero responsabile dell’ecatombe.
    Sul fondo del lago Nyos, a causa del magma vulcanico ancora attivo, si forma normalmente uno strato di acqua in cui è presente un’altissima concentrazione di CO2. Le recenti piogge avevano favorito il cosiddetto “ribaltamento del lago” (o eruzione limnica): lo strato inferiore si era di colpo spostato in superficie, liberando un’immensa, invisibile nube di andride carbonica di 80 milioni di metri cubi, che aveva soffocato nel giro di pochi minuti quasi tutti gli esseri viventi della vallata. [Scoperto via Oddly Historical]

Se vi trovate nei paraggi, respirate pure tranquilli. Oggi alcuni sifoni portano l’acqua dal fondale alla superficie, in modo da liberare gradualmente e in modo costante la CO2.

  • Direte — che diavolo ci fa il catalogo di Tezenis su Bizzarro Bazar?
    Guardate meglio. Quel collo, gente.
    Un ritocco fotografico finito malissimo? Può darsi, ma mi piace pensare che la fanciulla sia in realtà l’erede dello straordinario Martin Joe Laurello, star del freakshow per i Ringlin Bros, Ripley’s Believe It Or Not, Barnum & Bailey e altri circhi itineranti.
    Qui lo vedete in azione, assieme al collega Bendyman.

  • L’ultima edizione del Godfrey’s Almanack (“periodico” dietro cui si cela il creatore del meraviglioso Thinker’s Garden) è dedicata al mare, alla navigazione antica, ai mostri marini. Ed è bellissima.
  • Si dica quel che si vuole di Caterina II di Russia, ma di sicuro aveva un certo gusto nell’arredamento.
  • Nel frattempo in Kenya c’è un avvocato che sta tentando (per la seconda volta!) di fare causa a Israele e a noi italiani per aver ucciso Gesù Cristo. Ci serva da lezione. Si può ammazzare, devastare e distruggere indisturbati  per secoli, ma guai a toccare qualcuno che ha conoscenze molto in alto.
    P.S. Consiglio agli amici della Grecia: i prossimi potreste essere voi, cominciate a far sparire ogni traccia di cicuta.
  • Su questo sito (cliccando sulla prima immagine) potete farvi un tour a 360° nella cripta di San Casimiro, Cracovia, fra bare aperte e mummie in bella vista.

  • Dal 21 al 24 luglio sarò all’Università di Winchester per le giornate organizzate da Death & The Maiden, un bellissimo blog sul rapporto fra le donne e la morte, con il quale ho collaborato in qualche occasione. L’evento omonimo si preannuncia succoso: oltre alle conferenze vere e proprie, ci saranno seminari e workshop (dal ricamo di sudari alle tecniche vittoriane di decorazione a intreccio con i capelli del defunto), visite guidate ai cimiteri monumentali della zona, concerti, performance artistiche e proiezioni di film documentari.
    Io porterò il mio talk Saints, Mothers & Aphrodites, che spero di riuscire a proporre in autunno anche qua e là in Italia.

Per ora è tutto, alla prossima!