Sogni di pietra

La pietra ci appare immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi.
Al di là del tempo, ha sempre rimandato all’idea della creazione.
Incastonate, inaccessibili, racchiuse nello scrigno naturale della roccia, restano in attesa d’essere scoperte quelle anomalie che abbiamo chiamato tesori: minerali dalla forma inaudita, dai colori inaspettati, dalla trasparenza ultraterrena.
Può accadere che, nel rompere la pietra, si scoprano disegni che sembrano opera ragionata. Vi si possono scorgere panorami, figure umane, città, piante, scogliere, flutti marini.

Chi ha nascosto dentro alla roccia queste fantasie? Una mano divina? O si tratta forse di visioni e paesaggi sognati dalla pietra stessa, e rimasti incisi nel suo cuore?

Se nel Medioevo i disegni all’interno della pietra erano probabilmente ritenuti una prova dell’esistenza dell’anima mundi, già all’inizio dell’epoca moderna erano stati declassati al rango di semplici curiosità.
I naturalisti del XVI e XVII secolo, nelle loro wunderkammer e nei volumi dedicati alle meraviglie del mondo, catalogavano le figure scoperte nella pietra fra gli scherzi della Natura (lusus naturæ). Ricorda infatti Roger Caillois (La scrittura delle pietre, Marietti, 1986):

I dotti, tra gli altri Aldrovandi e Kircher, suddividono queste meraviglie in generi e specie secondo l’immagine che riescono a leggervi: mori, vescovi, gamberi oppure corsi d’acqua, visi, piante, cani o anche pesci, testuggini, draghi, teste da morto, crocifissi, tutto quello che una fervida immaginazione si è compiaciuta di riconoscere e identificare. Non esiste in realtà né essere, né oggetto, né mostro, né monumento, né evento né spettacolo della natura, della storia, della favola o del sogno, nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre.

È curioso notare, per inciso, come proprio questi “scherzi” siano stati più volte tirati in ballo nel lungo dibattito sul mistero dei fossili. Già Leonardo Da Vinci aveva intuito che le creature marine trovate pietrificate sulle cime dei monti erano avanzi di organismi viventi, ma nei secoli successivi si preferì invece pensare che i fossili non fossero altro che capricci della natura: se la pietra era capace di imitare una città, poteva benissimo creare dei simulacri di conchiglie o di esseri viventi. Solo alla metà del Settecento i fossili non vennero più considerati lusus naturæ.

Tra tutti i tipi di pierre à images (“pietre da immagini”), ce n’era una in cui il miracolo si ripeteva più spesso. Uno specifico tipo di marmo, che si estraeva nei dintorni di Firenze, era chiamato “pietra paesina” proprio perché non era raro ritrovare al suo interno delle venature che ricordavano dei paesaggi o perfino dei profili di città distrutte. Forse proprio la localizzazione toscana delle cave di paesina contribuì allo sviluppo, alla corte dei Medici, della prima vera scuola di pittura su supporto lapideo; altre botteghe specializzate in questo genere minore sorsero a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi.

 

Oltre alla pietra paesina, che era perfetta per evocare paesaggi marini o desolazioni rupestri, erano anche molto usati l’alabastro (per suggestioni celestiali e angeliche) e la pietra di paragone, o lavagna, sfruttata per vedute notturne o per rappresentare l’incendio di una città.

Il tutto partiva, forse, dalle prove di olio su pietra di Sebastiano del Piombo, che avevano l’intento di rendere la pittura altrettanto durevole della scultura; ma i colori in realtà non resistevano per molto tempo sull’ardesia levigata, con buona pace della pretesa eternità di questo metodo. Sebastiano del Piombo, interessato a un tipo di ricerca “alta”e formalmente austera, abbandonò la tecnica, che ebbe invece un inaspettato successo nell’ambito delle bizzarrie dipinte — grazie anche al “gusto per la rarità, l’artificiosa bizzarria, ovvero per quell’ambiguo gioco allo scambio dei ruoli tra arte e natura che fu apprezzato in sommo grado sia dal Manierismo cinquecentesco che dall’età barocca” (A. Pinelli su Repubblica, 22 gennaio 2001).

Così molti pittori, anche insigni (Jacques Stella, Stefano della Bella, Alessandro Turchi detto l’Orbetto, Cornelis van Poelemburgh), iniziarono a sfruttare le venature della pietra per costruire vere e proprie stranezze pittoriche in bilico fra naturalia e artificialia.

Lasciandosi ispirare dallo scenario offerto dalla lastra di marmo, vi aggiungevano figure umane, imbarcazioni, alberi e altri dettagli. Talvolta bastava poco: era sufficiente un balconcino, la sagoma di una porta o di una finestra, ed ecco che il disegno di una città guadagnava un immediato realismo.

Johann König, Matieu Dubus, Antonio Carracci e altri utilizzano in tal modo gli ornamenti a nastro e la profondità luminosa dell’agata, le volute e le sinuosità dell’alabastro. Nei soggetti devoti, il pittore trae dalle sfumature profonde e traslucide il mistero di un chiarore lattiginoso e sovrannaturale oppure, se vuole rappresentare il paesaggio del Mar Rosso, deve solo popolare di vittime spaventate i vortici della terribile ondata già suggerita dalle venature della pietra.

Particolarmente versato questo eccentrico genere di opere, che fra il Cinquecento e il Settecento divennero il fulcro di un importante commercio, fu Filippo Napoletano.
Nel 1619 il pittore donò a Cosimo II de’ Medici sette storie di Santi dipinte su “pietra lustra detta alberese”, e alcune delle sue opere sono ancora oggi impressionanti per la modernità della composizione e la vivida forza espressiva.
Rimane straordinaria, per esempio, la figurazione delle Tentazioni di Sant’Antonio, “piccolo capolavoro [in cui] l’intervento dell’artista è ridotto al minimo, tutto il dramma spirituale del santo echeggia nella malinconia del paesaggio dai toni danteschi” (P. Gaglianò su ExibArt, 11 dicembre 2000).

Il fascino di una pietra che “imita” la realtà, regalando l’illusione di un teatro segreto, è ancora oggi inalterato, come spiega elegantemente Caillois:

Tali simulacri, da molto tempo nascosti all’interno, appaiono quando le pietre vengono spaccate e ripulite. Sembrano rievocare ad una fantasia compiacente modelli in miniatura e immortali degli esseri e delle cose. Certamente solo il caso è all’origine del prodigio. Tutte le somiglianze sono del resto approssimative, incerte, talvolta lontane dal vero, decisamente arbitrarie. Non appena intuite, diventano però subito tiranniche o offrono più di quanto avevano promesso. Colui che le sa osservare vi scopre senza sosta nuovi dettagli che completano la presunta analogia. Immagini di questo tipo miniaturizzano a beneficio dell’interessato ogni oggetto del mondo, gliene riproducono per sempre una copia, che egli tiene nel cavo della mano, che può collocare a suo piacimento o chiudere in una vetrina. […] Chi possiede una simile meraviglia, prodotta, estratta e capitata nelle sue mani per uno straordinario insieme di casi, immagina volentieri che essa non sarebbe potuta giungere fino a lui senza lo speciale intervento del destino.

Immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi: è appropriato forse che la pietra, quando sogna, finisca per dare alla luce proprio questi paesaggi astratti e metafisici, di una bellezza aliena come quella della roccia stessa.

Diverse opere appartenenti alle collezioni Medicee sono visibili in un meraviglioso e poco noto museo di Firenze, quello dell’Opificio delle Pietre Dure.
La migliore raccolta fotografica sul tema è il catalogo
Bizzarrie di pietre dipinte (2000), a cura di M. Chiarini e C. Acidini Luchinat.

Pierre Brassau, l’artista misterioso

Nel 1964 la Gallerie Christinae a Göteborg, in Svezia, propose una mostra di giovani pittori d’avanguardia.
Fra le opere di questi promettenti artisti provenienti dall’Italia, l’Austria, la Danimarca, l’Inghilterra e la Svezia, vi erano anche quattro dipinti astratti del francese Pierre Brassau. Il suo nome era totalmente sconosciuto alla scena artistica, ma il suo talento pareva a prima vista indiscutibile: il ragazzo, benché alle prime armi, sembrava davvero avere i numeri per diventare il nuovo Jackson Pollock — tanto che già dal vernissage i suoi quadri rubarono immediatamente la scena agli altri lavori esposti.

I giornalisti e i critici d’arte erano pressoché unanimi nel considerare Pierre Brassau la vera rivelazione della mostra alla Gallerie Christinae. Rolf Anderberg, un critico del Posten, rimase particolarmente impressionato e firmò un articolo, apparso il giorno dopo, in cui affermava: “Brassau dipinge con colpi potenti, ma anche con chiara determinazione. Le sue pennellate si contorcono con furiosa meticolosità. Pierre è un artista che opera con la delicatezza di un ballerino di danza classica“.

Ovviamente, nonostante l’entusiasmo generale, non poteva mancare il solito bastian contrario. Un critico, voce isolata, dichiarò sprezzante: “solo una scimmia può aver fatto una roba simile“.
C’è sempre chi deve andare per forza controcorrente. E, per quanto agli altri bruci ammetterlo, talvolta lo fa perché ha la vista lunga.
Pierre Brassau, in verità, era proprio una scimmia. O meglio, uno scimpanzé africano di quattro anni residente allo zoo di Borås.

La trovata di esporre i quadri di un primate all’interno di una mostra d’arte moderna era venuta al giornalista Åke “Dacke” Axelsso, che all’epoca scriveva per il quotidiano Göteborgs-Tidningen. L’idea non veniva dal nulla: proprio qualche anno prima lo scimpanzé Congo era divenuto celeberrimo grazie ai suoi dipinti, che avevano affascinato Picasso, Miro e Dalì (nel 2005 saranno battuti all’asta per 14.400 sterline, mentre nella stessa vendita un dipinto di Warhol e una scultura di Renoir verranno snobbate).
Åke dunque aveva deciso di sfidare provocatoriamente i critici: dietro la facciata umoristica della sua burla non c’era (soltanto) la volontà di mettere in ridicolo l’establishment del mondo dell’arte, quanto piuttosto di sollevare la domanda che sarebbe diventata di lì a poco sempre più urgente: è possibile valutare e giudicare oggettivamente un’opera di arte astratta, che rifiuta la tecnica figurativa — o addirittura contesta che vi sia bisogno di alcuna competenza specifica per fare arte?

Così Åke aveva convinto il guardiano dello zoo, all’epoca diciassettenne, a fornire lo scimpanzé Peter di tela e pennello. All’inizio Peter aveva sparso la vernice ovunque, tranne che sulla tela, arrivando perfino a mangiarsela: andava particolarmente ghiotto, a quanto pare, del blu cobalto — colore che comparirà poi preminentemente nei suoi lavori. Incoraggiato dal giornalista, il primate aveva però cominciato a dipingere sul serio, e a prendere gusto all’attività creativa. Åke aveva selezionato i quattro quadri meglio riusciti per esporli alla mostra.

Anche quando la vera identità del misterioso Pierre Brassau venne rivelata, molti critici continuarono a sostenere che i suoi quadri erano i migliori fra quelli presenti alla galleria. Cos’altro avrebbero dovuto dire?
Il più felice, in tutto questo scandalo, fu probabilmente il collezionista privato Bertil Eklöt, che aveva acquistato un quadro dello scimpanzé per 90 dollari (equivalenti a 7-800 dollari odierni). Forse intendeva soltanto assicurarsi un’opera curiosa: eppure adesso quel dipinto potrebbe valere una fortuna, dato che Pierre Brassau è ormai un aneddoto classico della storia dell’arte. E la sua vicenda ancora oggi ci interroga su quanto davvero le opere d’arte siano, nelle parole di Rilke, “di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica“.


Il primo articolo di stampa internazionale sulla storia di Brassau è apparso su Time. Altre informazioni tratte da questo post del Museum of Hoaxes.

(Grazie, Giacomo!)

Ulisse Aldrovandi

Dario Carere, nostro guestblogger già autore dell’articolo sulla pedagogia mostruosa, continua la sua esplorazione della figura del mostro con questo contributo sul grande naturalista Aldrovandi.

Perché nascono i mostri? L’istinto d’ordine e archiviazione che ha sempre accompagnato l’analisi scientifica non ha mai smesso di andare di pari passo con l’interesse per la stranezza, per l’inclassificabile. Cos’è per noi un mostro? Sarebbe interessante capire quando esattamente il termine monstrum ha perso il significato puramente meraviglioso per approdare a quello orribile e pericoloso. Ciò che ci fa paura oggi è “mostruoso”; eppure i monstra in quanto stranezze hanno sempre costituito oggetto di curiosità al punto da farne oggetto di categoria scientifica. Il film dell’orrore è la sintesi estetica del nostro bisogno di spaventarci, proprio perché nei mostri non crediamo più, o quasi.

Bestiari, wunderkammer e leggende su bestie favolose hanno in comune il desiderio di comprendere i misteri della natura: desiderio mai sopito, con la differenza che mentre un tempo si finiva per credere a cose false a causa dell’ignoranza sui fatti, oggi spesso si cerca di gonfiare ciò che non si conosce per cavarne forzatamente un’attraente mostruosità, come nel caso degli extraterrestri, delle luci nel cielo, di Big Foot.

Sono forse proprio le wunderkammer, ossia le collezioni di stranezze ad opera di uomini ricchi e colti del passato, che costituiscono la più interessante testimonianza dell’istinto di cui parlavo all’inizio. Celebre quella di Ferdinando II d’Austria (1529 – 1595), a Innsbruck. Qui trova posto, oltre a una splendida Immagine della morte scolpita nel legno che certo avrà fatto andare in visibilio molti tra i romantici di due secoli dopo, una rassegna di dipinti dedicati a soggetti unici, come persone affette da strane malattie. L’interesse per il bizzarro diventa qui un desiderio di possesso, quasi un prestigio: ciò che per noi sarebbe fatto di cronaca era all’epoca cimelio, reperto sul miracoloso; è un circo in nuce, dove la ripugnanza è l’attrazione.

Immagine della morte, di Hans Leinberger, XVI secolo.

Il disabile, anonimo, XVI secolo.

Proprio quest’ultimo affascinante dipinto, raffigurante un uomo che probabilmente si guadagnò da vivere in virtù della sua curiosa deformità, ci rimanda a un altro straordinario collezionista di bizzarrie e non solo: si tratta del bolognese Ulisse Aldrovandi (1522 – 1605), contemporaneo di Ferdinando che dedicò la propria vita allo studio e alla rappresentazione degli esseri viventi e della natura in genere. Per quanto riguarda la deformità, i suoi studi sono particolarmente interessanti. Quest’uomo geniale scrisse svariate opere scientifiche su fenomeni comuni e meno comuni, commissionando a diversi artisti molte splendide tavole esplicative destinate soprattutto alle università e allestendo ciò che può considerarsi come il primo vero e proprio museo di scienza naturale. Dopo la sua morte, i suoi appunti e le immagini relative alle creature mostruose vennero raccolti in una grande opera postuma, la Monstrorum historia, con l’aggiunta di varie considerazioni da parte dello studioso che se ne occupò. L’edizione cui faccio riferimento (1642) è facilmente consultabile da chiunque, come molte altre opere di Aldrovandi, tramite l’archivio digitale di opere storiche a cura dell’Università di Bologna.

Si tratta di un’evoluzione molto saporita del concetto di bestiario: il mostro non è più funzionale a una rappresentazione allegorica moralizzante, ma diviene un caso di studio scientifico vero e proprio, dove stranezza e deformità sono illustrate in quanto aspetto dell’esistente (anche se non mancano le consuete suggestioni mitico-letterarie; il Cinquecento non si era ancora congedato dalle fonti fantasiose ma autorevoli della classicità).

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L’opera prende in esame soprattutto i mostri antropomorfi; spesso si tratta di casi di deformità, che per l’Aldrovandi erano sufficiente materiale, se non proprio per la classificazione di nuove specie, almeno per un resoconto scientifico. La malformazione anatomica cominciava a trovare posto nel contesto medico, e si può dire che il bolognese anticipi Linneo per quanto riguarda la nomenclatura e la precisione, pur non essendo un vero e proprio classificatore sistematico: egli si preoccupò, sì, di presentare le varie forme di anomalie ai futuri studiosi, ma in lui troviamo ancora una certa confusione tra osservazione e leggenda.

Uomini senza faccia, senza braccia, ma anche con arti o teste in esubero si accompagnano a centauri, satiri, creature alate e sciapodi (leggendari uomini con un solo piede gigantesco con il quale si facevano ombra, già descritti da Plinio). Non mancano anche immagini di genti esotiche, selvagge, originarie di luoghi remotissimi, agghindate con strani copricapo o monili; non erano deformi, ma comunque meravigliose, strane. Tutti monstra.

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Un’ottima introduzione alla “mitologia” di Aldrovandi è Animali e creature mostruose di Ulisse Aldrovandi, a cura di Biancastella Antonino (24 Ore Cultura, Milano, 2004). Oltre a una ricca rassegna di splendide illustrazioni a colori di animali, conchiglie e mostri appartenenti al corpus aldrovandiano, l’opera presenta degli interessanti saggi introduttivi, tra cui quello dell’anatomopatologo Paolo Scarani, il quale avanza l’ipotesi che lo sguardo dello studioso bolognese nei confronti dei malformati fosse anche di pietà, e non sempre di disinteressata curiosità. Se Aldrovandi vide e conobbe in prima persona dei “mostri”, come si pose nei loro confronti? Può darsi che l’intento dei suoi studi fosse anche quello di far avvicinare la comunità scientifica alle mostruosità della natura suggerendo un approccio diverso – più umano; per avallare questa ipotesi Scarani prende ad esempio l’immagine di un improbabile uomo-uccello trafitto da alcune frecce. Scarani, inoltre, esamina le immagini dei mostri di Aldrovandi alla luce delle malformazioni oggi diagnosticate: anencefalia, sirenomelia, gemelli parassiti ecc., e ne conclude che Aldrovandi possa considerarsi anche come un innovatore in ambito medico, avendo per primo dedicato un’attenzione tutta particolare alla deformità, anche in ambito animale (ne è un esempio il vitello con sette zampe, fatto illustrare in base a un vero esemplare citato dalle cronache dell’epoca).

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Vista la stranezza di alcuni di questi mostri, non è sempre facile capire dove la fantasia incontri la testimonianza scientifica. Aldrovandi è un interessante punto di incontro tra le credenze antiche (suffragate anche da fonti autorevoli che non ci si poteva ancora permettere di smentire) e la rivoluzione scientifica allora nascente. Alcuni mostri sono riconducibili a patologie ormai “familiari” (negli ultimi anni non abbiamo forse visto, in diversi discutibili programmi televisivi, persone con due teste, senza gambe, col volto completamente ricoperto di una fitta peluria?), ma altri ci fanno più pensare alle saghe fantasy o ai bassorilievi medievali. Così Scarani:

Tutto ciò [la cura di Aldrovandi per i dettagli], insieme con la nitidezza con cui le malformazioni sono rappresentate, fa guardare con un certo imbarazzo le tavole che rappresentano malformazioni decisamente fantasiose. Interpolazioni posteriori? Non credo. Il fatto che alcune tavole si presentino ibride, con malformazioni note accanto a creature fantastiche (come il bambino dal volto di ranocchio [cioè un anencefalico]), mi fa supporre che Aldrovandi le abbia introdotte, magari da stampe popolari, perché così va il mondo! Tanti ne parlavano, anche in pubblicazioni ritenute autorevoli … che, citando le fonti, anche lui si dovette adeguare. Certo, il rispetto del principio d’autorità e delle antiche tradizioni non fa progredire. Ognuno fa quel che può.

L’opera di Aldrovandi, insomma, può considerarsi una grande wunderkammer, una raccolta alquanto disomogenea di cose degne di nota, non classificate in modo rigido e puramente “aristotelico”, ma con una curiosità che aggiunge all’osservazione l’entusiasmo per il meraviglioso e l’inspiegabile. Altri due studiosi di Bologna, B. Sabelli e S. Tommasini, ricordano:

Tutto ciò [la mescolanza eterogenea di oggetti vari nelle stanze delle meraviglie] era stato ereditato dal passato, ma rispondeva anche allo spirito del tempo che vedeva appunto i prodotti naturali come testimonianza e simbolo della tradizione leggendaria – le metamorfosi sono elementi costanti del mito – e considerava l’opera della natura e dell’artista omogenee, forse al massimo antagoniste, in quanto l’artista tendeva a raggiungere o superare la natura.

Ed è da questo concetto di “superamento” che nascono illustrazioni di animali che oggi riconosceremmo facilmente (rinoceronti, lucertole, testuggini), ma alterate rispetto alla realtà, proprio in quanto quell’animale viveva lontano, in terre che né Aldrovandi né il lettore avrebbero mai visitato; e si sa che la stranezza più grande si attribuiva anticamente soprattutto a luoghi remoti, anche perché in effetti “normalità” è spesso un concetto puramente geografico.

Adesso i mostri non abitano in terre lontane e misteriose; eppure la nostra ripugnanza, e la nostra curiosità, sono forse mutate? È inutile negarlo: noi abbiamo bisogno dei mostri, se non altro per rassicurarci della nostra normalità, per avere dominio su ciò che non capiamo. E Aldrovrandi anticipa di molto la teratologia ottocentesca: molte delle sue tavole possono ritenersi validissime anche nei secoli successivi, e casi di “vite straordinarie” che oggi diversi programmi televisivi ci raccontano per tenerci incollati al televisore, egli già li aveva osservati. Ne sono esempi la ragazza col volto completamente ricoperto di peli, o quella priva di gambe, che era tra l’altro, come ci dice una cronaca dell’epoca, splendida di viso. Il circo non ha mai lasciato la città, si è solo massificato. Ancora Scarani:

Colpisce, in queste rappresentazioni, la quasi sovrapponibilità con casi teratologici illustrati da studiosi posteriori ad Aldrovandi. Forse le tavole del Nostro furono copiate. Non credo che questa sia la sola spiegazione, anche se accettabile, dato il grande successo dell’iconografia aldrovandiana. Preparati naturali di malformati più recenti, o loro fotografie, sono perfettamente sovrapponibili a molte tavole di Aldrovandi.

Come ci sembra strano ritrovare oggi, accanto a queste malattie rare, i buffi e leggendari Sciapodi, ritratti nella loro canonica postura!

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Aldrovandi, peraltro, non andò solo a caccia di mostri, e la teratologia non è che uno dei molti rami di studi di cui si occupò. In questo termine, “teratologia”, è presente la radice greca per “mostro”, “fiera”: è anche per via di uomini dall’ingegno straordinario, come appunto Aldrovandi, che la diversità, per fortuna, non si associa più esclusivamente al male. Eppure il mostruoso, anche ora che la tendenza generale è di “livellare” le categorie umane tra loro, non finisce di attirarci. Ci ricorda quanto fragile sia il nostro dominio su una realtà che sembra fornirci per puro caso un certo numero di gambe e di occhi, e per puro caso darcene in eccesso o in difetto. Il mostro rappresenta il caos, e il caos, anche se non necessariamente è malvagio, e anche se non abbiamo più scuse mitico-religiose per sbarazzarcene, forse ci apparirà sempre nemico.

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