Wunderkammer Reborn – Parte II

(Seconda e ultima parte – potete trovare la prima qui.)

Nell’Ottocento, le grandi wunderkammer scomparvero.
Le collezioni finirono disassemblate, vendute ai privati o integrate nei nascenti musei moderni. La scienza, disciplina ormai ben definita, perse interesse per il genere di meraviglia barocca di un tempo, forse ritenuta puerile rispetto alla più seria e impegnata prospettiva positivista.
Il collezionismo continuò in maniera sporadica e del tutto marginale durante il primo Novecento. Qualche raro antiquario, soprattutto in Belgio, nei Paesi Bassi o a Parigi, commerciava ancora in occasionali mirabilia, ma l’epoca d’oro era passata da un pezzo.
Tra gli sparuti collezionisti di questa prima metà del secolo il più celebre è André Breton, il cui cabinet di curiosità è ora esposto al Centre Pompidou.

L’interesse per le wunderkammer comincia a risvegliarsi durante gli anni ’80, e arriva da due fronti ben distinti: quello accademico, e quello artistico.
Da una parte gli studiosi di museologia iniziano a riconoscere il ruolo delle wunderkammer come antesignane delle collezioni museali odierne; dall’altra alcuni artisti si lasciano affascinare dal concetto di camera delle meraviglie e lo utilizzano nelle loro opere come metafora del rapporto tra l’uomo e gli oggetti.
Ma il vero boom avviene con internet. Il “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa sulla rete, grazie alla quale è possibile non soltanto condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.

Diamo innanzitutto un’occhiata, come abbiamo fatto per le collezioni classiche, ad alcuni elementi concettuali delle neo-wunderkammer.

Una wunderkammer democratica

La prima macroscopica differenza con il passato è che il collezionismo di curiosità non è più appannaggio esclusivo di facoltosi milionari. Certo, esiste un mercato di altissimo profilo (a cui la maggior parte degli appassionati non avrà mai accesso); ma la buona notizia è che oggi chiunque abbia una connessione internet possiede già i mezzi per cominciare una sua piccola collezione. Grazie alla rete, perfino un teenager può creare il suo scaffale di meraviglie. Tutto ciò che serve è un po’ di pazienza e buona lena per scandagliare i vari siti di articoli naturalistici o di aste online alla ricerca di buone occasioni.

Esistono libri per bambini, attività scolastiche e corsi specifici che incoraggiano anche i più piccoli a iniziare questo genere di esplorazione delle meraviglie naturali.

Il risultato è un’idea di wunderkammer più democratica, alla portata di tutti i portafogli.

Reinventare gli exotica

Abbiamo parlato della categoria classica degli exotica, quegli oggetti provenienti da colonie distanti e da culture per l’epoca ancora misteriose.
Ma oggi, cos’è davvero esotico – cioè “che resta fuori, che è lontano”? Dopotutto viviamo in un mondo in cui le distanze hanno perso significato, e per viaggiare non occorre nemmeno più spostarsi: in una manciata di secondi e pochi clic, possiamo esplorare virtualmente qualsiasi luogo, da una mulattiera sulle Ande alle giungle del Borneo.

S tratta di un dilemma fondamentale per i collezionisti, perché la globalizzazione rischia di elidere una fetta importante del concetto stesso di meraviglia. Le loro strategie, messe in atto consciamente o meno, sono molteplici.
Alcuni collezionisti hanno rivolto il loro sguardo all’unico vero spazio “esterno” che rimane, cioè il cosmo, impegnandosi nella ricerca di memorabilia provenienti dall’epoca eroica della Corsa Spaziale. Tute da astronauti, apparecchiature provenienti da varie missioni spaziali, o addirittura dei frammenti di Luna.

Altri spingono nella direzione opposta, verso il passato più remoto, e la domanda di fossili di dinosauri è in costante crescita.

Ma esistono altri exotica più vicini a noi – anzi, che riguardano direttamente la nostra stessa società.
Esotismo interno: un ossimoro solo in apparenza, se si considera che perfino gli antropologi hanno ormai da tempo rivolto gli strumenti dell’etnologia all’Occidente moderno (si pensi per esempio a Marc Augé). Cercare ciò che è esotico nella nostra stessa cultura significa spingersi verso le zone liminali, le fringe realities del nostro tempo o del recente passato.

Ecco dunque la fascinazione per determinati oggetti “tabù” riguardanti per esempio il crimine (armi del delitto, oggettistica investigativa, memorabilia di serial killer) o la morte (oggettistica funeraria, collezionismo di corredi da lutto vittoriani); la sotto-categoria dei medicalia che si interessa delle quack cures, i rimedi alternativi (e spesso spaventosi, dalla nostra prospettiva) che si vendevano nella prima metà del Novecento, come ad esempio le terapie elettriche o i prodotti farmaceutici radioattivi.

Collezione di Jessika M. – foto Brian Powell, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Collezionismo funerario.

Kit per la Violet wand, la cui scarica elettrica a basso voltaggio avrebbe dovuto essere la panacea di tutti i mali.

Anche la categoria dei curiosa, vale a dire gli oggetti erotici vintage o antichi, è un esempio di exotica provenienti dal nostro stesso passato recente, ormai trasfigurato.

Il dialogo tra gli oggetti

Costruire una wunderkammer oggi è un progetto eminentemente artistico. L’interesse scientifico o antropologico, per quanto rilevante, è divenuto inscindibile dall’estetica.

C’è una maggiore attenzione generale all’interazione fra gli oggetti, rispetto al passato. Un dipinto può interagire con un oggetto piazzato di fronte a esso; una maschera tribale può esser fatta “dialogare” con un altro pezzo simile proveniente però da una tradizione completamente diversa. C’è senza dubbio una certa dose di irriverenza postmoderna in questo approccio, perché quando si aprono le porte delle wunderkammer all’oggettistica di cultura pop, e la si esibisce al fianco di raffinate e preziose antichità, il critico d’arte serioso non può che rabbrividire (vedi la particolare iconoclastia di Victor Wynd).

Un esempio a mio avviso paradigmatico di questa ricerca di maggiore interazione sono gli accostamenti “avventurosi” sperimentati dall’amico Luca Cableri (l’uomo che ha portato la Luna in Italia), alla cui intervista rimando per approfondire l’argomento.

Indossare una wunderkammer

Anche la moda, sempre sensibile ai nuovi trend, ha intercettato alcuni aspetti del mondo delle wunderkammer. Grazie soprattutto alle sottoculture goth e dark, si trovano oggi accessori, gioielli e monili prodotti a partire da oggetti naturalistici: ormai non si contano i negozi artigianali su Etsy, eBay o Craigslist in cui è possibile acquistare spille e collane con teschi, piccole tassidermie indossabili e altri corredi di vestiario.

Arte concettuale e imbalsamatori folli

Dicevamo che il rinnovato interesse proviene anche dal mondo dell’arte, che ha individuato nella forma-wunderkammer un efficace quadro teorico per parlare della modernità.
Il nome più celebre è ovviamente quello di Damien Hirst, che ha sfruttato il concetto sia nei suoi iconici animali conservati in liquido che nelle caleidoscopiche composizioni di lepidotteri e farfalle; ma anche For The Love of God, il teschio tempestato di diamanti, è una curiosità smodatamente preziosa che non avrebbe certo sfigurato nelle camere del tesoro del Cinquecento.

Hirst non è certo l’unico a rifarsi all’estetica delle wunderkammer. Mark Dion, ad esempio, crea dei veri e propri armadietti delle meraviglie per l’epoca attuale: a essere messi sotto formalina nelle sue opere non sono più degli esemplari naturalistici ma le loro repliche in plastica oppure oggetti di uso comune, dagli spazzoloni per pulire i pavimenti ai vibratori in gomma. Dion costruisce così una sorta di museo del consumismo in cui – ancora una volta – Natura e Cultura collidono e a tratti si confondono, ormai senza speranza di essere distinte l’una dall’altra.

Rosamund Purcell ha invece dato vita a un’installazione che ricrea in 3D il museo di Ole Worm del Diciassettesimo Secolo: reinvenzione e replica di un’illustrazione, “doppio” postmoderno e simulacro iperreale che permette di entrare all’interno di una delle più famose incisioni relative alle wunderkammer.

Oltre all’arte, per così dire, “alta” – quella quotata nelle case d’asta ed esposta dalle gallerie più prestigiose – assistiamo anche a uno svecchiamento di altri settori più artigianali.
È il caso dell’arte tassidermica, che sta conoscendo una nuova gioventù: oggi si moltiplicano i corsi e i workshop di tassidermia.

Ricordate che nella prima parte parlavo di tassidermia come domesticazione degli aspetti più spaventosi della Natura? Bene, a detta di chi vi partecipa, questi corsi sono un modo per esorcizzare la paura della morte su piccola scala, attraverso il contatto e l’attività creativa. (Ritorneremo su questo elemento tattile.)
Un’ulteriore spinta innovativa è arrivata poi dall’ennesimo movimento digitale, la Rogue Taxidermy.

La tassidermia “artistica” (non tradizionale), è sempre esistita, dai finti mirabilia come le sirene essiccate e le Jenny Haniver ai diorami antropomorfi di Walter Potter. Ma i nuovi tassidermisti rogue portano il tutto su un altro livello.

Nata inizialmente nel 2004 come un consorzio di tre artisti – Sarina Brewer, Scott Bibus e Robert Marbury – interessati alla tassidermia nel senso più ampio (Marbury per esempio non usa nemmeno veri animali, ma giocattoli di peluche), la rogue taxidermy è diventata in breve tempo un movimento internazionale grazie alla cassa di risonanza della rete.

Le chimere di questi artisti, sempre più estreme e fantasiose, sono in verità delle meta-tassidermie: esibendo il medium in maniera così palese, sembrano interrogarci riguardo al nostro rapporto con gli animali. Un rapporto che, rispetto al passato, è profondamente cambiato ed è oggi improntato un maggiore rispetto e attenzione all’ambiente. Uno dei principi fondamentali della rogue taxidermy è infatti l’esclusivo utilizzo di fonti etiche per i materiali, vale a dire che gli animali utilizzati in queste preparazioni sono tutti morti di morte naturale. (Per approfondire, c’è un bel volume che espone l’evoluzione e i principali artisti della corrente.)

Wunderkammer Reborn

Rimane dunque il quesito fondamentale da affrontare: perché, dopo cinque secoli, le wunderkammer stanno godendo di un tale successo proprio ora? È soltanto una moda rétro e nostalgica, simile alla frivola infatuazione per il vintage di tante sottoculture (sì, cari hipster, sto guardando voi) oppure l’attrattiva risiede in un’urgenza più profonda?

È forse presto per azzardare ipotesi, ma ci provo ugualmente: è mia convinzione che il motivo della rinascita delle wunderkammer sia da ricercare in una duplice esigenza. Da una parte il bisogno di ripensare la morte, e dall’altra il bisogno di ripensare l’arte e la narrazione.

Ripensare la morte
(e perché no, già che ci siamo, addomesticarla)

L’antropologo svizzero Bernard Crettaz è stato tra i primi a dar voce al bisogno sempre più diffuso di infrangere la “segretezza tirannica”, tipica del Ventesimo secolo, riguardo alla morte: nel 2004 organizzò a Neuchâtel il primo Café mortel, un evento gratuito in cui i partecipanti potevano parlare di come si affronta una perdita, e discutere le loro paure ma anche le loro curiosità sull’argomento. Basandosi sul lavoro e sulle idee di Crettaz, Jon Underwood inaugura nel 2011 il primo Death Café britannico. Il modello incontra da subito l’entusiasmo del pubblico, e ad oggi si contano quasi 5000 eventi svoltisi in 50 paesi del globo.

Dagli Stati Uniti, nel frattempo, arriva il Death-Positive Movement vero e proprio.
Originatosi dalla volontà di ripensare da zero l’industria funeraria statunitense, verso la quale la fondatrice Caitlin Doughty è manifestamente critica, il movimento si propone di sollevare il tabù che pesa sul tema della morte, e favorire una riflessione aperta sugli argomenti correlati e sulle problematiche riguardanti il fine vita. (Forse conoscete il mio coinvolgimento personale nel movimento, al quale ho contribuito in diverse occasioni: potete leggere la mia intervista a Caitlin e il mio report dal Death Salon di Filadelfia).

Cosa ha a che fare il tabù della morte con le collezioni di meraviglie?
Nel corso degli anni ho avuto l’occasione di parlare con molti collezionisti. Quasi tutti ricordano “come fosse ieri” l’emozione di tenere fra le mani il primo pezzo della collezione, quel pezzoche ha dato avvio alla loro ossessione. E in grande maggioranza si tratta di un oggetto naturalistico – lo scheletro di un animale, una preparazione tassidermica, ecc.: come dice un amico collezionista, “il primo teschio non si scorda mai”.

L’elemento tattile è tanto fondamentale adesso quanto lo era nelle wunderkammer classiche, in cui il pubblico era invitato a studiare, esaminare, toccare in prima persona gli esemplari.

Possedere un teschio di animale (o perfino umano) è un modo innocuo e “sicuro” per prendere confidenza con la concretezza della morte. Questo potrebbe essere il motivo per cui l’elemento macabro delle wunderkammer, che era del tutto marginale secoli fa, oggi diviene spesso un aspetto preponderante.

Collezione di Ryan Matthew Cohn – foto Dan Howell & Steve Prue, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Ripensare l’arte: estetica della Meraviglia

Dopo il declino delle arti figurative, dopo la riproducibilità industriale della pop art, dopo l’avvento del ready-made, ormai l’arte concettuale è arrivata al suo confine estremo, dando il colpo di grazia al significato. Molti artisti contemporanei hanno di fatto svincolato una volta per tutte l’arte non solo dalla manualità, dall’artistry (maestria), ma anche dall’idea che l’arte debba per forza veicolare un messaggio.
Pura forma, puro significante, le nuove opere concettuali sono problematiche perché ambiscono a mettere un punto finale alla storia dell’arte come la conosciamo. Impossibili da capire, perché sono pensate per sottrarsi a qualsiasi discorso.
È difficile dunque immaginare in che modo la ricerca artistica supererà questo vuoto fatto di algida apparenza, lucidità scintillante ma sempre e solo di superficie; quale orizzonte si potrà aprire, al di là delle aste milionarie, delle artistar e delle impennate di mercato decise a tavolino dai mega-galleristi e mega-collezionisti.

Personalmente mi pare che la passione per le wunderkammer sia un modo per ritornare alle narrative, al significato. Un antidoto al ready-made e alla soverchiante superficie. Perché un oggetto è degno di figurare in una camera delle meraviglie soltanto in virtù della storia che racconta, della meraviglia che suscita, della vertigine che spalanca di fronte a noi.
Credo di riconoscere in questo genere di collezionismo un desiderio profondo di ridonare alla realtà il suo incanto perduto.
Perduto? No, la realtà non ha mai smesso di essere meravigliosa, è il nostro sguardo che ha bisogno di essere rieducato.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Ecco, la wunderkammer è in fondo soltanto una collezione di oggetti, e in un oceano di oggetti viviamo già sommersi.
Ma è anche uno strumento (com’era un tempo, com’è sempre stata), una lente d’ingrandimento per conoscere il mondo e noi stessi. Negli oggetti strani o bizzarri, il collezionista ricerca una dimensione magico-narrativa che si oppone all’omologazione e alla serialità della produzione di massa. Che se ne renda conto o meno, nell’essere sensibile alle storie che gli oggetti celano, alle emozioni che trasmettono, alla loro unicità, il collezionista di wunderkammer sta compiendo un atto di resistenza: perché dare valore all’eccezione, all’esotismo, significa cercare prospettive inedite a dispetto della Visione Condivisa.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Il paradiso è pieno di pervertiti

Ayzad è uno dei massimi esperti italiani di sessualità alternative e BDSM, autore di svariati libri fra i quali spiccano BDSM – Guida per esploratori di erotismo estremo e XXX – Il dizionario del sesso insolito. La mia ammirazione per il suo lavoro è incondizionata: anche se non siete interessati a fruste e bondage, il mio consiglio è di seguirlo comunque, perché le sue approfondite perlustrazioni delle galassie del sesso estremo aprono prospettive inedite e illuminazioni sulla sessualità tout court, sulla psicologia dei rapporti, sulla semantica dell’eros e sulle storie che raccontiamo a noi stessi quando pensiamo di stare semplicemente facendo l’amore. Affrontando questi temi con scrupolo e ironia, la sua cartografia delle bizzarrie sessuali più strane assicura divertimento, stupore e molte sorprese.
L’ho incontrato la sera prima dell’apertura dei lavori della Rome BDSM Conference a cui partecipava come relatore, ed ha gentilmente acconsentito a firmare un reportage per Bizzarro Bazar su questo peculiare evento.

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Fenomenologia della Rome BDSM Conference

di Ayzad

Ho passato gli ultimi giorni circondato da gente in lacrime. Il che era prevedibile, dato che mi trovavo alla più grande convention europea sul BDSM. La parte sorprendente, in effetti, era semmai il motivo per cui piangesse – ma di questo parliamo dopo.

La terza edizione della Rome BDSM Conference si è tenuta in un gradevole hotel capitolino immerso in uno scenario quanto più lontano possibile dalle immagini romantiche solitamente associate alla Città Eterna. Il quartiere è così ontologicamente orribile da essere diventato perfino il soggetto di una celebre gag di Nanni Moretti: benché ci fossi già stato per la precedente edizione dell’evento, ho trovato la sua incongruenza con le comuni aspettative non meno bizzarra – e solo la prima di una serie in cui mi sono imbattuto durante il lungo weekend fra deviati.

Quel che potrebbe risultare ancora più scioccante per tutti coloro che ancora identificano l’eros insolito con squallida pornografia o col fenomeno di 50 sfumature di grigio è che una convention di sadomasochisti non sembra poi tanto diversa da un qualsiasi evento aziendale o raduno professionale. Nella hall i cartelli che indicano le aule dei seminari stanno fianco a fianco con quelli che puntano a noiosi meeting trimestrali di commercialisti; la gente porta al collo gli stessi tesserini usati alle fiere di ortodonzia; e partecipanti dall’aria esausta approfittano del bar per riprendere fiato – o concedersi un pisolino sulle poltrone più appartate.
Cravatte e tailleur sono una rarità fra i look casual adottati dalla maggior parte degli intervenuti, tuttavia anche gli abiti fetish non abbondano mica. Nelle aree comuni non si vedono più tacchi maliziosi o dettagli provocanti di quanti non se ne incontrerebbero in altri giorni lavorativi: i pochi collari da schiava e corsetti indossati con discrezione praticamente scompaiono fra jeans e t-shirt.

Le persone in sé, in compenso, colpiscono per la loro varietà. Al di là della provenienza geografica (con sconforto degli organizzatori erano più gli stranieri che gli italiani), è evidente che si tratti di una combriccola allegramente priva di ansie di conformità agli standard sociali. Le coppie omosessuali si mescolano alle altre con naturalezza rinfrescante rispetto alle controversie infinite sulle unioni civili alimentate da mass media e politicanti; diverse signore serenamente oversize, che in altri contesti verrebbero guardate storto, qui vengono accettate con lo stesso entusiasmo delle più eteree modelle fetish, e lo stesso vale per i disabili presenti. I ventenni chiacchierano educatamente ma sullo stesso piano con partecipanti dai capelli grigi. La situazione mi ha ricordato da vicino i resort naturisti, dove ci si dimentica in fretta di essere nudi e le persone vengono viste per le loro qualità umane, senza essere valutate per l’esteriorità.

A dirla tutta, questo aspetto della Conference ha la tendenza a spiazzare ogni volta che ci si ferma a considerare la situazione dal punto di vista di un osservatore esterno. «Fermi tutti: ma sto davvero discutendo di fisting anale con un chirurgo slovacco asessuale e una ragazza che avrà a malapena un terzo dei miei anni e si identifica come un pony ninfomane?» Per fare un esempio, benché fosse piuttosto ovvio mi ci è voluta un’intera giornata per rendermi conto che uno dei miei interlocutori fosse transessuale: semplicemente non stavo dando alcun peso al suo aspetto. Allo stesso modo, una volta che ci si trova immersi in quell’ambiente ci vuole un po’ per notare che assistere a un seminario dedicato alle varie tecniche per penetrare senza pericolo una donna con una baionetta, o seguire una lezione su come mordere la gente, non è propriamente normale – nemmeno per me. Perché sì: naturalmente la BDSM Conference ha anche lati decisamente pratici.

L’evento vero e proprio si svolge nel centro congressi dell’albergo, che consiste di parecchie aule disposte lungo un corridoio nel quale artigiani dell’erotismo vendono fruste, collari, polsiere, gatti a nove code e altri giocattoli zozzi. Quest’anno hanno condiviso lo spazio con la mostra fotografica legata a un concorso organizzato dalla più importante associazione leather italiana, che ne ha annunciato il vincitore durante la cena di gala tenutasi nel secondo giorno della conferenza.
Il programma offriva oltre ottanta seminari, ciascuno dei quali di quasi due ore. I relatori arrivano da tutta Europa, da Israele e dagli Stati Uniti (nonché dal Giappone, nelle edizioni precedenti). Ma qui è dove finiscono le somiglianze con altri congressi.

Benché nell’area loro riservata i partecipanti restassero sempre gioviali e rispettosi, i suoni provenienti dalle aule non lasciavano infatti alcun dubbio sulla natura delle lezioni. Schiocchi di frusta e mugolii misti a risate e occasionali strilli, mentre i workshop proponevano una raffica di titoli bizzarri. Violet wand, cosa fare con l’elettricità affiancava La cultura del consenso; si poteva passare da Negoziare una sessione a Dermoincisioni artistiche o al tecnicissimo Progressioni per bondage freestyle in sospensione; incontri intellettualoidi quali La realtà delle relazioni di scambio di potere totale, Destrutturare un incontro BDSM o il mio Poliamore e BDSM coesistevano con argomenti decisamente più terra-terra quali I su e giù dei giochi anali e Giochi d’aghi per sadici. Si è parlato inoltre di feticismi, psicologia, kinbaku, sicurezza, comunicazione, strumenti e soggetti esotici quali il solletico erotico o la semantica della sessualità. L’unica cosa che proprio non s’è vista sono stati i chudwah.

‘Chudwah’ è la contrazione inglese di Clueless Heterosexual Dominant Wannabe, cioè “sprovveduti dominatori eterosessuali di belle speranze”. Si tratta di quei trogloditi che impestano le comunità kinky sia virtuali che reali pensando che fare la voce grossa e una smorfia arcigna basti per portarsi a casa partner fighissimi pronti a fornire sesso orale e pulizie domestiche in cambio di qualche ceffone. Gente insomma che non riesce nemmeno a concepire che il BDSM sia un’arte che per risultare sicura e piacevole richiede molta dedizione, per non parlare di vero e proprio studio.
I partecipanti della Conference in compenso erano determinatissimi a migliorare il proprio livello di giochi, quindi si sono comportati come studenti modello. Ciò ha reso i seminari un’esperienza ancora più surreale, con gente impegnata a prendere appunti mentre interpreti disperati cercavano le parole per tradurre discorsi su temi improbabili quali l’infantilismo sessuale, il mindfucking estremo, il bondage tradizionale giapponese o l’origine storica di un particolare virtuosismo con le fruste nato nella Firenze rinascimentale. Credetemi: nella vita ci sono poche cose più strane del ritrovarsi a fine lezione a compilare un modulo di valutazione e discutere col proprio vicino di sedia se la dimostrazione di sutura genitale meritasse quattro o cinque stelline.

Indipendentemente dall’apparente assurdità della situazione, la serietà nell’impegno di tutti a imparare e condividere le proprie conoscenze era comunque palpabile, anche perché questo tipo di nozioni si traduce immediatamente in piacere e sicurezza quando ci si sposta in camera da letto – o nella camera delle torture. Per tutto il corso dell’evento la cultura dell’eros estremo ha avuto priorità su tutto, con dibattiti ininterrotti. Perfino l’ultimo giorno, quando eravamo tutti esausti, la conversazione bilingue durante il pranzo si è per esempio concentrata sui meriti relativi allo stile di presentazione di due relatori che s’erano entrambi occupati di umiliazione erotica. Tutti hanno convenuto che lo shock di sentirsi profondamente umiliati possa contribuire molto a scrollarsi d’addosso il proprio personaggio e concedersi il permesso di lasciare le proprie inibizioni alle spalle. Un insegnante però aveva attentamente creato uno spazio mentale in cui si potesse esplorare l’imbarazzo in un ambiente sicuro, mentre l’altro aveva sottoposto la partner a una sessione di degradazione estrema che molti partecipanti hanno ritenuto semplice abuso. Ne è seguita una discussione tanto educata quanto accalorata, che sarebbe continuata ancora se solo non fosse venuto il momento di assistere a una nuova serie di lezioni che pretendevano la nostra attenzione. Ma naturalmente oltre al lavoro c’è stato anche parecchio gioco.

Aspettarsi che centinaia di pervertiti riuniti in un luogo isolato non trovino occasione di divertirsi a modo loro sarebbe assurdo. Il programma del ritiro comprendeva quindi due feste: una riservata agli iscritti alla BDSM Conference e uno più ampio aperto a tutti la sera dopo. Entrambi sono stati tenuti nei saloni tipo palestra nei quali durante il giorno si svolgevano i seminari di frusta e bondage, che richiedono parecchio spazio. Quei pavimenti moquettati che di solito ospitano soporifere presentazioni aziendali sono stati liberati dalle sedie da conferenza e stipati con una serie impressionante di croci di S. Andrea, panche da fustigazione, gabbie, sling per fisting, gogne e altra mobilia inquietante. C’era pure una grande struttura di tubi Innocenti che assomigliava al gioco da giardino più grande del mondo, ma la cui funzione era consentire la realizzazione di bondage in sospensione multipli.

Non entrerò nei dettagli dei party. Ciò che li rendeva diversi da tanti eventi analoghi era semplicemente il ritrovarsi circondati dalle stesse persone incontrate a colazione con gli occhi ancora arrossati, e poi in veste di diligenti studenti durante il giorno, e ancora a cazzeggiare o tentare approcci al bar del salone, poi vestiti eleganti (o provocanti) per la cena di gala, e ora bardati di lattice e pelle mentre si scatenavano fra dolori e delizie nella luce soffusa. Quando mi sono trovato in fila con loro la mattina dopo al tavolo dei pancake e delle marmellate, ho sentito una specie di privilegio voyeuristico per quella possibilità di averli visti così completamente spogliati da ogni maschera, a mostrare senza malizia lati del loro carattere riservati di norma solo ai coniugi – e a volte nemmeno a loro.
Se già un’intimità continua conduce a legami profondi, la consapevolezza di trovarci tutti lì per la nostra passione per l’erotismo estremo ha spinto la cosa ancora un passo avanti. Con i nostri fantasmi psicosessuali confessati fin dall’inizio, il bisogno di nascondere e sublimare la libido era semplicemente sparito – con tre curiosi effetti.

Il primo era la totale assenza di quel tipo di comportamenti nevrotici tanto comuni nella vita quotidiana; dopotutto la stragrande maggioranza di problemi personali ha origine nella repressione degli istinti e dei pensieri sessuali. Mi azzardo a dire che le rarissime persone a disagio nelle quali mi sono imbattuto nel weekend sembravano tutte avere problemi di ben altra natura.
Un’altra peculiarità è stata la mancanza di viscidume e morbosità. Certo, le persone si scambiavano occhiate inequivocabili, ma le proposte di seduzione venivano fatte e ricevute con una splendida mancanza di sovrastrutture, così come anche i rifiuti erano accettati senza drammi. In effetti, perché avvolgere nell’ansia una parte della vita che dovrebbe essere normale e sana? Il contrasto con le immagini ipersessualizzate vomitate dalle televisioni nella lobby dell’hotel e dalle riviste sui tavolini sottolineava come la società “normale” travisi la gioia del sesso nel suo gemello malvagio – e quanto sia assurdo che tutti noi si sia finiti per credere a una tale orrenda mascherata, spesso perdendo completamente di vista il senso stesso della sessualità.

L’ultimo e forse più affascinante effetto dell’insolita convivenza è stato osservare i sottili cambiamenti nel linguaggio corporeo dei partecipanti. Più l’evento procedeva, più la gente appariva rilassata e in confidenza con la propria fisicità – compresi i lividi e i segni ostentati da molti come vere e proprie medaglie d’onore. Lontanissimi dagli stereotipi frigidi alla Helmut Newton che ancora prevalgono nell’immaginario del BDSM, abbondavano i sorrisi e gli abbracci; i movimenti divenivano più morbidi e consapevoli; le persone imparavano letteralmente a non avere più paura degli altri e di se stesse. Anche l’atteggiamento generale è rapidamente cambiato: anziché essere sempre pronti a criticare e lamentarsi di ogni minuzia come avviene di solito, in questa occasione tutti tendevano a godersi ogni opportunità di piacere – da una nuova pratica erotica a una semplice buona conversazione – ignorando le parti negative. Come aveva commentato un amico sessuologo durante l’edizione precedente, chi fosse entrato in cerca di perversione e depravazione sarebbe rimasto spiazzato dalla tenerezza diffusa fra i partecipanti.

Ecco quindi perché alla fine di tre stravaganti giornate ho visto piangere così tante persone alla cerimonia di chiusura. Per chi si è sempre sentito emarginato a causa delle proprie inclinazioni sessuali e sente di avere finalmente trovato una casa e una tribù, il momento del distacco si carica di così tanta emozione da avere perfino dato vita a un giro di scommesse su quanto avrebbe resistito il rude organizzatore dell’evento prima di scoppiare anch’egli in lacrime durante il discorso di ringraziamento. E non è stato il solo: immaginate come vi sentireste se aveste finalmente passato un weekend in paradiso e sapeste che dovrà passare un altro intero anno prima di ritrovare tanti spiriti simili. Immaginate cosa sia essere stati parte di un mondo perfetto – privo di pregiudizi, ignoranza, meschinità, paura, competizione, odio – e doverselo lasciare alle spalle per tornare alle mestizie quotidiane. Immaginate quanto sia strano rendersi d’un tratto conto che la vita sarebbe tanto migliore se solo più persone smettessero di aver paura della propria sessualità, e che buffo sia scoprirlo a una convention per depravati.

Tassidermia e vegetarianismo

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La tassidermia sembra conoscere, in questi ultimi anni, una sorta di nuova vita. Alimentata dall’interesse per l’epoca vittoriana e dal diffondersi dell’iconografia e l’estetica della sottocultura goth, l’antica arte tassidermica sta velocemente diventando addirittura una moda: innumerevoli sono gli artisti che hanno cominciato ad integrare parti autentiche di animali nei loro gioielli e accessori, come vi confermerà un giro su Etsy, la più grande piattaforma di e-commerce per prodotti artigianali.

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A Londra e a New York conoscono un crescente successo i workshop che insegnano, nel giro di una giornata o due, i rudimenti del mestiere. Un tassidermista esperto guida i partecipanti passo passo nella preparazione del loro primo esemplare, normalmente un topolino acquistato in un negozio di animali e destinato all’alimentazione dei rettili; molti alunni portano addirittura con sé dei minuscoli abiti, per vestire il proprio topolino alla maniera di Walter Potter.

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Su Bizzarro Bazar abbiamo regolarmente parlato di tassidermia, e sappiamo per esperienza che l’argomento è sensibile: alcuni dei nostri articoli (rimbalzati senza controllo da un social all’altro) hanno scatenato le ire di animalisti e vegetariani, dando vita ad appassionati flame. Ci sembra quindi particolarmente interessante un articolo apparso da poco sull’Huffington Post a cura di Margot Magpie, sui rapporti fra tassidermia e vegetarianesimo.

Margot Magpie è istruttrice tassidermica proprio a Londra, e sostiene che una gran parte dei suoi alunni sia costituita da vegetariani o vegani. Ma come si concilia questa scelta di rispetto per gli animali con l’arte di impagliarli?

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Ovviamente, tagliare e preparare il corpo di un animale non implica certo mangiarne la carne. E una gran parte degli artisti, vegetariani e non, che operano oggi nel settore ci tengono a precisare che i loro esemplari non vengono uccisi con lo scopo di creare l’opera tassidermica, ma sono già morti di cause naturali oppure – come nel caso dei topolini – allevati per un motivo più accettabile. (Certo, anche sul commercio dei rettili come animali da compagnia si potrebbe discutere, ma questo esula dal nostro tema). Si tratta in definitiva di materiale biologico che andrebbe sprecato e distrutto, quindi perché non usarlo?

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Ma preparare un animale comporta comunque il superamento di un fattore di disgusto che sembrerebbe incompatibile con il vegetarianismo: significa entrare in contatto diretto con la carne e il sangue, sventrare, spellare, raschiare e via dicendo. A quanto dice Margot, però, i suoi allievi vegetariani colgono una differenza fondamentale fra l’allevamento degli animali a fini alimentari – con tutti i problemi etici che l’industrializzazione del mercato della carne porta con sé – e la tassidermia, che è vista invece come un rispettoso atto d’amore per l’animale stesso. “La tassidermia per me significa essere stupiti dall’anatomia e dalla biologia delle creature, e aiutarle a continuare a vivere anche dopo la morte, in modo che noi possiamo vederle ed apprezzarle”, dice un suo studente.

La passione per la tecnica tassidermica proviene spesso dall’interesse per la storia naturale. Visitare un museo e ammirare splendidi animali esotici (che normalmente non potremmo vedere) perfettamente conservati, può far nascere la curiosità sui processi utilizzati per prepararli. E questo amore per gli animali, dice Margot, è una costante riconoscibile in tutti i suoi alunni.

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“Combatto con questo dilemma da un po’. – racconta un’altra artista vegetariana – La gente mi dice che ‘non dovrebbe piacermi’, ma ci sono piccole cose nella vita che ci danno gioia, e non possiamo farne a meno. Mi sembra che sia come donare all’animale una vita interamente nuova, permettergli di vivere per sempre in un nuovo mondo d’amore, per essere attentamente rimesso in sesto, posizionato e decorato, ed è un’impresa premurosa e amorevole”.

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L’altro problema è che non tutti i lavori tassidermici sono “naturalistici”, cioè mirati a riprodurre esattamente l’animale nelle pose e negli atteggiamenti che aveva in vita. Non a caso facevamo l’esempio della tassidermia antropomorfica, in cui l’animale viene vestito e fissato in pose umane, talvolta inserito in contesti e diorami di fantasia, oppure integrato come parte di un accessorio di vestiario, un pendaglio, un anello. Si tratta di una tassidermia più personale, che riflette il gusto creativo dell’artista. Per alcuni questa pratica è irrispettosa dell’animale, ma non tutti la pensano così: secondo Margot e alcuni dei suoi studenti la cosa non crea alcun conflitto, fintanto che il corpo proviene da ambiti controllati.

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“Credo che utilizzare animali provenienti da fonti etiche per la tassidermia sia positivo e, per questo motivo, posso continuare felicemente con il vegetarianismo e con il mio interesse di lunga data per la tassidermia. Sento di molti tassidermisti moderni che usano esclusivamente animali morti per cause naturali o in incidenti, quindi credo che ci troviamo in una nuova era di tassidermia etica. Sono felice di farne parte”.

C’è chi invece il problema l’ha aggirato del tutto. L’artista americana Aimée Baldwin ha creato quella che chiama “tassidermia vegana”: i suoi uccelli sono in realtà sculture costruite con carta crespa. Il lavoro certosino e la conoscenza del materiale, con cui sperimenta da anni, le permettono di ottenere un risultato incredibilmente realistico.

Vegan Taxidermy  An Intersection of Art, Science, and Conservation

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Ecco il link all’articolo di Margot Magpie. Gran parte delle fotografie nell’articolo provengono da questo articolo su un workshop tassidermico newyorkese. Ecco infine il sito ufficiale di Aimée Baldwin.