ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 6

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

 

GIORNO 6 – GLI ANIMALI DELLA TERRA

Il dettaglio risaputo: Un vostro amico pubblica su Facebook una notizia allarmante: a causa del sovrappopolamento, il numero dei vivi avrebbe ormai superato quello dei morti. A voi sembra francamente un’esagerazione, però siete curiosi: quante persone sono vissute e morte, in tutta la storia dell’umanità?

Il retroscena: Questo è un calcolo empirico piuttosto controverso (1)Un ottimo studio sulla storia del computo dei morti, e sulle sue implicazioni socio-politiche, è How Many People Have Lived on Earth?, di Oded Carmeli, Haaretz, 11 ottobre 2018., dal momento che si presta a essere interpretato a fini politici (nonché distorto all’occorrenza per azzardare previsioni più o meno plausibili sul futuro dell’umanità). Inoltre vi sono intrinseci problemi metodologici: più ci si spinge indietro nel tempo, più difficile è stimare la popolazione effettiva, la crescita demografica e l’aspettativa di vita, per non parlare della preistoria più remota in cui lo stesso concetto di homo sapiens viene a sfumare. Ma se vogliamo indicare un numero di riferimento, possiamo ricordare uno studio del Population Reference Bureau pubblicato nel 2018, secondo il quale il numero di esseri umani viventi (7 miliardi e mezzo all’epoca della stima) costituirebbe circa il 6,9% delle persone nate in tutta la storia. Il totale degli esseri umani apparsi sul Pianeta sarebbe dunque di 108,6 miliardi, di cui 101 miliardi già morti. L’aldilà, è il caso di dirlo, è piuttosto affollato e le sue schiere si ingrossano ogni secondo che passa. (2)Se volete conoscere i dati aggiornati in tempo reale, fate un salto su worldometers.info.

Ma queste cifre impallidiscono se si riflette su quanti animali e quante piante ci sono al mondo.
Il nostro pianeta ha un raggio di 6371 km; la porzione che consente la vita, partendo dall’aria (gli strati bassi dell’atmosfera), passando per la superficie e arrivando al sottosuolo, è di appena 20 km.
Dunque la biosfera è solo un finissimo strato che ricopre la Terra, eppure ospita un numero inconcepibile di creature viventi.

È stato stimato che le specie viventi siano approssimativamente 8,7 milioni, di cui 370.000 sono piante, 23.000 pesci, 8700 uccelli, 6300 rettili, 4500 mammiferi, 3000 anfibi, 900.000 insetti e 500.000 appartengono ad altri gruppi tassonomici.
Di tutte queste specie, siamo riusciti a scoprire e catalogare solo una minima parte: l’86% delle creature terrestri e il 91% di quelle marine sono tuttora ignoti. E molte di queste lo saranno per sempre, perché attualmente i cambiamenti climatici accelerano i processi di estinzione: numerosissime specie stanno scomparendo in questo preciso istante, senza che noi ci siamo mai accorti della loro esistenza.


Se già il numero di specie è impressionante, le cifre diventano ancora più inconcepibili se affrontiamo il numero di esemplari per ogni specie.
Concentriamoci per esempio sugli animali: quanti sono? Ancora una volta non possiamo saperlo con certezza, ma basta dare un’occhiata agli insetti per farci un’idea approssimativa. Le formiche sono circa 10.000 milioni di miliardi. Basandosi su questa cifra, alcuni scienziati stimano che il totale degli insetti ammonti a 10 quintilioni, vale a dire 10 miliardi di miliardi. Questi sono gli insetti, a cui vanno aggiunti tutti gli altri animali – dall’aquila al calamaro, dall’uomo al rettile – tutte le piante, i funghi, i protozoi, i cromisti, i batteri…

I numeri vanno al di là della comprensione e stiamo sempre e solo parlando di creature viventi.
Ora provate a immaginare quante piante e quanti animali sono morti, dal momento in cui la vita è apparsa sulla Terra… se ci riuscite.

La Sesta Lezione: Smontare la fake news sul sovrappopolamento è facile, ma spalanca la vertigine dei numeri. La biosfera di cui siamo parte è al tempo stesso una ‘thanatosfera’: si rimane senza fiato nel contemplare la quantità incommensurabile di morte che sostiene il pullulare della vita e con essa si confonde. Per contro, nessuna delle creature che hanno abitato il Pianeta nei milioni di anni precedenti se n’è mai andata davvero, sono tutte ancora in circolo. Questa vita è già un aldilà.

 


Questo post fa parte della serie ILLUSTRATI GENESIS:
Primo e secondo giorno
Terzo giorno
Quarto giorno
Quinto giorno
– Sesto giorno (quest oarticolo)

Note   [ + ]

1. Un ottimo studio sulla storia del computo dei morti, e sulle sue implicazioni socio-politiche, è How Many People Have Lived on Earth?, di Oded Carmeli, Haaretz, 11 ottobre 2018.
2. Se volete conoscere i dati aggiornati in tempo reale, fate un salto su worldometers.info.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 20

Il lunedì mattina, secondo Gustave Doré.

Innanzitutto qualche aggiornamento sulle mie prossime attività.

  • Il 1 novembre sarò ospite, assieme all’amico Luca Cableri, del Trieste Science+Fiction Festival. Parleremo di wunderkammer e spazio, in una conferenza intitolata The Space Cabinet of Curiosities. — 1 Novembre, ore 10 am, Teatro Miela in piazza L. Amedeo Duca degli Abruzzi 3, Trieste.
  • Il 3 novembre parlerò al Sadistique, il party BDSM organizzato ogni prima domenica del mese da Ayzad. Il titolo del mio intervento: “I dolori sono la mia delizia”: Erotica del martirio. Ovviamente, visto il contesto privato, l’accesso è vietato ai curiosi e a chi non ha intenzione di partecipare alla festa. Consultate prezzi, regole di comportamento e dress code sulla pagina ufficiale. — 3 Novembre dalle 15 alle 20, Nautilus Club, via Mondovì 7, Milano.
    [Ayzad ha di recente lanciato un podcast intitolato Esploratori del sesso insolito, potete ascoltarlo su Spreaker, Spotify, iTunes]
  • Il 14 novembre invece vi ricordo che inaugureremo la collettiva REQVIEM presso la Galleria Mirabilia di Giano Del Bufalo. La mostra, organizzata dall’Arca degli Esposti e curata da Eliana Urbano Raimondi e dal sottoscritto, vedrà esposte opere di 10 artisti internazionali all’interno dell’unica wunderkammer romana. — 14 Novembre ore 19, Galleria Mirabilia, via di San Teodoro 15, Roma.

E senz’altro indugio partiamo con i link e le stramberie!

  • Nell’enciclopedia di storia naturale di Felix A. Pouchet, L’univers. Les infiniment grands et les infiniments petits (1865) si racconta questo caso avvenuto nel 1838 sulle Alpi francesi: “Una bambina di cinque anni, chiamata Marie Delex, stava giocando con una delle sue compagne su un pendio muschioso della montagna, quando all’improvviso un’aquila le piombò addosso e la portò via nonostante le grida e la presenza dei suoi giovani amici. Alcuni contadini, sentendo le sue urla, si affrettarono sul posto ma cercarono invano la bambina, poiché non trovarono altro che una delle sue scarpe sul bordo di un precipizio. La bambina non era stata portata nel nido, dove furono viste soltanto le due aquile circondate da cumuli di ossa di capra e di pecora. Ci vollero due mesi perché un pastore scoprisse il cadavere di Marie Delex, spaventosamente mutilato, che giaceva su una roccia a mezza lega da dove era stata portata via.
  • Lo speciale di Halloween che causò la morte di un ragazzo, tanto da spingere la BBC a fingere di non averlo mai trasmesso: un bel video in inglese ne racconta la storia. (Grazie Johnny!)
  • Funghi che trasformano gli insetti in zombi: ne ho già parlato qualche anno fa nel mio piccolo ebook (ve lo ricordate?). Ma questo video sul simpatico Entomophthora muscae ha immagini davvero spettacolari.

  • Sigilla tuo nonno in un cubo di vetro, mettilo sul prato al posto degli gnomi da giardino; oppure usa la sua testa “come un fermacarte o come fermaporta“. Un brevetto del 1903 che stranamente non ha avuto successo.
  • Se per natura siete un po’ paranoici, non leggete la frase seguente: uno stalker giapponese che molestava una pop star è risalito all’indirizzo della donna studiando i riflessi nelle sue pupille ogni volta che lei postava un selfie.
  • La più famosa femme fatale del cinema muto americano era anche una darkettona: il fascino goth di Theda Bara.
  • Quando l’ossessione per le scarpe diventa arte: ecco alcune delle sculture in vetroresina di Costa Magarakis. (Grazie, Eliana!)
  • La creatività italiana sa sempre superarsi quando c’è di mezzo una truffa. Un’utilitaria investe un cinghiale nella campagna gallurese, la forestale viene allertata in modo da poter chiedere il rimborso dei danni al comune. Peccato che il cinghiale fosse surgelato. (via Batisfera)
  • Nel 1929, lo scrittore australiano Arthur Upfield stava progettando la stesura di un romanzo giallo e chiacchierando con un amico riuscì a escogitare un metodo per l’omicidio perfetto. Così perfetto che il romanzo non poteva neanche funzionare, perché il detective protagonista della storia non avrebbe mai risolto il caso. Andava trovata una falla, un dettaglio che avrebbe smascherato il colpevole. Per uscire dall’impasse lo scrittore, frustrato, si mise a discuterne in giro con varie persone. Non sapeva che uno di questi ascoltatori avrebbe di lì a poco deciso di testare il metodo, uccidendo tre uomini.
  • Ogni tanto ripenso a un libretto in francese che avevo da ragazzo, Idées Noires di Franquin. Qui sotto un esempio dello humor nerissimo del fumettista belga.

“La legge è formale: chiunque uccida una persona avrà la testa tagliata.”

  • Già che stiamo parlando di teste mozze, questa qui sopra è una foto che ho scattato al Kriminalmuseum di Vienna. Si tratta della testa del criminale Frank Zahlheim, e sulle implicazioni culturali di questo genere di reperti l’anno scorso ho scritto un pezzo che potreste rileggere se vi avanzano cinque minuti.
  • Greta Thunberg diventa lo spunto per fare chiarezza su autismo e Asperger, di cui spesso parliamo senza davvero sapere cosa siano.
  • Un tempo, in Inghilterra, quando in famiglia c’era un lutto la prima cosa da fare era avvisare le api.
  • Per concludere in bellezza, vi lascio con la foto di un bel fallo egiziano mummificato (circa 664-332 a.C.). Alla prossima!

I ritratti funebri di Filippo Severati

Si dice che non vi sia nulla di più lusinghiero per un artista che vedere le proprie opere trafugate dal museo in cui sono esposte. Se qualcuno è disposto a rischiare la galera per un quadro, si tratta in definitiva di un tributo – per quanto discutibile – alla maestria del pittore e un indice della sua quotazione sul mercato.

Eppure c’è un artista che, se fosse vivo oggi, di certo non apprezzerebbe il fatto che dei ladri abbiano rubato quasi un centinaio di ritratti da lui realizzati. Perché nel suo caso le opere in questione non erano esposte nelle sale d’un museo, ma tra le file di lapidi di un cimitero, e lì sarebbero dovute rimanere affinché tutti le vedessero.

Il cimitero monumentale del Verano, con i suoi 83 ettari di superficie, colpisce per la sontuosità di alcune cappelle, e appare come un luogo piuttosto surreale. Mausolei faraonici, statue di squisita fattura, edifici grandi come case. Questo non è un semplice camposanto, assomiglia a una città metafisica; dimostra quanti e quali sforzi gli uomini siano disposti a compiere per mantenere viva la memoria dei defunti (nonché la speranza, o l’illusione, che la morte non sia del tutto definitiva).

Scorrendo le lapidi, assieme ad alcune foto consunte dalle intemperie, attirano lo sguardo alcuni ritratti particolarmente raffinati.
Sono le peculiari pitture su lava di Filippo Severati.

Nato a Roma il 4 aprile 1819, Filippo seguì le orme del padre pittore e già dalla precoce età di 6 anni cominciò a dedicarsi alle miniature, facendone il proprio mestiere dagli 11 anni in poi. Nel frattempo, iscrittosi all’Accademia di S. Luca, vinse numerosi premi e guadagnò diverse menzioni di merito; sotto l’egida di Tommaso Minardi eseguì incisioni, disegni e con il passare degli anni si specializzò nella ritrattistica.

Fu a partire circa dal 1850 che Severati cominciò a utilizzare lo smalto su base lavica o di porcellana. La tecnica era già conosciuta per la sua proprietà di rendere i colori quasi del tutto inalterabili e per la durevolezza che le numerose fasi di cottura conferivano all’opera.

Nel 1859 depositò il brevetto per la sua procedura di pittura a fuoco sulla lava smaltata, rinnovata e migliorata rispetto alle precedenti (trovate una descrizione dettagliata del processo in questo articolo); nel 1873 vinse la medaglia del progresso all’Esposizione di Vienna.

Nel 1863 avvenne la svolta, quando Severati dipinse un autoritratto per la tomba di famiglia: lo si può ammirare ancora oggi in posa, tavolozza in mano, mentre accanto a lui si intravede un ritratto dei genitori su un cavalletto, vero quadro nel quadro.

Dopo quel primo dipinto tombale, la ritrattistica funebre divenne in breve tempo la sua unica occupazione. Grazie all’affinarsi della tecnica, i clipei (le effigi dei defunti) realizzati da Severati erano in grado di durare a lungo mantenendo intatta la brillantezza e la vivacità delle campiture.

Questa era la vera novità introdotta da Severati: egli era in grado di “riproporre in esterno la tipologia e le caratteristiche formali del ritratto ottocentesco destinato agli interni delle case borghesi(1)M. Cardinali – M.B. De Ruggieri – C. Falcucci, «Fra le più utili e maravigliose scoperte di questo secolo…». I dipinti di F. S. al Verano, in Percorsi della memoria. Il Quadriportico del Verano, a cura di L. Cardilli – N. Cardano, Roma 1998, pp. 165-170. Citato in Treccani.. Invece di appenderlo in casa, i famigliari potevano collocare un ritratto del defunto direttamente sulla lapide, seppure in piccolo formato. E alcuni di questi clipei colpiscono ancora per la vitalità e la resa commovente dei tratti del defunto, eternati nella pittura a fuoco.

Severati morì nel 1892. Dimenticato per quasi un secolo, venne “riscoperto” dal fotografo Claudio Pisani, che nel 1983 pubblicò sulla rivista Frigidaire un articolo di encomio corredato con diverse foto scattate al Verano.

Oggi Filippo Severati rimane una figura poco nota al grande pubblico, ma fra gli addetti ai lavori il suo talento di pittore è ben riconosciuto; a tal punto da far gola ai ladri citati all’inizio, che hanno vandalizzato le tombe staccando circa una novantina dei suoi ritratti dalle lapidi del cimitero romano.

(Ringrazio Nicola per le scansioni della rivista. Alcune foto nell’articolo sono mie, altre trovate in rete.)

 

Note   [ + ]

1. M. Cardinali – M.B. De Ruggieri – C. Falcucci, «Fra le più utili e maravigliose scoperte di questo secolo…». I dipinti di F. S. al Verano, in Percorsi della memoria. Il Quadriportico del Verano, a cura di L. Cardilli – N. Cardano, Roma 1998, pp. 165-170. Citato in Treccani.

“Julia Pastrana” in arrivo!

Sono emozionato nell’annunciarvi l’imminente uscita del mio nuovo libro: Julia Pastrana – La Donna Scimmia, per Logos Edizioni.

Il libro ripercorre la vita di Julia Pastrana (Sinaloa, 1834 – Mosca, 25 marzo 1860), affetta da ipertricosi e ipertrofia gengivale; diventata una celebre performer circense e “curiosità della natura”, si esibì a lungo negli Stati Uniti e in Europa prima con il manager J.W. Beach, e poi con il marito Theodore Lent. Mentre era in tour a Mosca, diede alla luce un bambino, anch’egli affetto da ipertricosi, che sopravvisse per soli tre giorni. Julia cadde vittima di sepsi puerperale e lo seguì cinque giorni dopo. Dopo la morte, Theodore Lent fece imbalsamare madre e figlio e continuò a esibire le due mummie a Londra e in Europa, fino alla sua stessa morte nel 1884. Il corpo di Julia Pastrana fu esposto in varie fiere in Norvegia dal 1921 fino agli anni ’70, per poi essere dimenticato in un magazzino…

Le peripezie di cui questa donna è stata protagonista, sia prima che dopo la morte, ne fanno una figura assolutamente unica e di straordinaria rilevanza, tanto da ispirare ancora oggi artisti di tutto il mondo: la sua vicenda mi è sempre sembrata eccezionale perfino rispetto a quelle già incredibili di molti altri “fenomeni da baraccone”, perché contiene i germi di molte problematiche ancora attuali.

Suo malgrado, Julia Pastrana incarna ai miei occhi una sorta di eroina tragica; e come tutte le tragedie migliori, la sua storia ci parla della crudeltà umana, dello scontro tra natura e cultura, della necessità di amore e riscatto — ma anche dell’ambiguità, dell’incertezza dell’esistenza. Per raccontare tutto questo un oggettivo, classico saggio non sarebbe bastato. Ho sentito di dover tentare una direzione differente, e ho deciso di lasciare che fosse lei a raccontarci la sua vita.

Utilizzare la prima persona singolare è una scelta azzardata per due motivi: il primo è che ci sono parti della sua esistenza di cui sappiamo molto poco, e soprattutto ignoriamo quali fossero i suoi veri sentimenti. Ma questo in verità consente anche un minimo spazio per la speculazione e per qualche concessione poetica, pur nell’aderenza ai fatti storici.

Il secondo problema è di ordine etico, ed è quello che maggiormente mi preoccupava. Julia Pastrana ha dovuto subire diversi pregiudizi che purtroppo non sono solo un riflesso dell’epoca in cui visse: anche oggi, è difficile immaginare un destino più difficile che nascere donna, fisicamente diversa, e per giunta messicana. Ora, io non sono nessuna di queste tre cose.
Per restituire appieno la valenza archetipica della sua vita, ho cercato di approcciarmi a lei con empatia e umiltà, gli unici due sentimenti che mi permettevano di inserire qualche tocco di fantasia senza mancare di rispetto.

Spero davvero che il testo ultimato rechi l’evidenza di questo mio scrupolo, e che possa suggerire al lettore una partecipazione emotiva alla vicenda umana di Julia.

Fortunatamente il compito di rendere giustizia a Julia non è ricaduto solo sulle mie spalle: Marco Palena, giovane e talentuoso illustratore, ha graziato questo libro con le sue meravigliose tavole.
Fin dalle nostre primissime discussioni, ho subito riscontrato in lui il medesimo riguardo – perfino un po’ maniacale – che aveva guidato anche me nel ricostruire il contesto storico in cui la vita di Julia si è svolta. Il risultato di questa estrema attenzione è evidente nelle illustrazioni di Marco, che trovo di un’infinita dolcezza e di rara sensibilità.

Pastrana, sfortunata in vita come in morte, ha finalmente trovato pace nel 2013, grazie agli sforzi dell’artista Laura Anderson Barbata, del governatore Mario López Valdez e delle autorità norvegesi: il suo corpo è stato trasferito da Oslo in Messico, e seppellito a Sinaloa de Leyva il 12 febbraio di fronte a centinaia di persone.
Il nostro libro non vuole essere l’ennesima biografia, quanto piuttosto un piccolo tributo a una donna straordinaria, e al segno indelebile che la sua figura ha lasciato nell’immaginario collettivo.
Julia è ancora viva.

Julia Pastrana – La Donna Scimmia sarà disponibile nelle librerie a partire dal 21 ottobre, ma potete già prenotare la vostra copia a questo link. Il libro è anche pubblicato in versione inglese.
(Vi ricordo che ordinare i miei libri online tramite il bookshop ufficiale di Bizzarro Bazar contribuisce a sostenere il mio lavoro.)
Invito infine i lettori a seguire Marco Palena sul suo sito ufficiale, pagina Facebook e Instagram.

La terribile tucandeira

Il rito di iniziazione della tucandeira è tipico del popolo Sateré Mawé stanziato lungo il Rio delle Amazzoni al confine tra gli stati di Amazonas e di Pará del Brasile.
Il rituale prende il nome da una formica di grandi dimensioni (la Paraponera clavata) la cui dolorosissima puntura, 30 volte più velenosa di quella di un’ape, causa gonfiore, arrossamento, febbre e violenti brividi.

Questa prova di coraggio e di resistenza sancisce l’ingresso nell’età adulta: ogni adolescente che voglia diventare un vero guerriero vi si deve sottoporre.

La tucandeira si svolge nei mesi dell’estate amazzonica (da ottobre a dicembre).
Per prima cosa si catturano le formiche, prelevandole dai formicai ubicati alla base di alberi cavi, e le si rinchiudono in un bambù vuoto chiamato tum-tum. Viene poi preparata una mistura di acqua e foglie di cajú, e le formiche vengono immerse e lasciate in questa “zuppa” anestetizzante.

Una volta che sono addormentate, vengono inserite a una a una nell’ordito di un guanto di paglia, con i temibili pungiglioni rivolti verso l’interno. Si aspetta poi che si risveglino dal loro torpore: rendendosi conto di essere intrappolate, le formiche cominciano ad agitarsi, sempre più rabbiose.

Quando finalmente arriva l’ora del rituale vero e proprio, tutto il villaggio di riunisce per osservare e incoraggiare gli adolescenti che si sottopongono all’iniziazione. È il tanto temuto momento della prova. Riusciranno a resistere al dolore?

Colui che conduce la danza intona il canto, adattando le parole alla circostanza. Le donne siedono davanti al gruppo degli uomini e accompagnano la melodia. Alcuni candidati si dipingono le mani di nero con le bacche del genipapo e poi bevono un liquore molto forte detto taruhà, a base di manioca fermentata, utile per attenuare il dolore e darsi forza nell’affrontare il rito. Chi affronta la tucandeiraper le prime cinque volte deve assoggettarsi a determinate diete. Quando le formiche si risvegliano, inizia il rito vero e proprio. Il direttore della danza fa scivolare i guanti sulle mani dei candidati e soffia del fumo di tabacco nei guanti, per irritare ulteriormente le formiche. Poi i suonatori attaccano a suonare rudimentali tubi di legno mentre i ragazzi iniziano a danzare.

(A. Moscè , I Sateré Mawé e il rito della tucandeira, in “Etnie”, 23/01/2014)

Le formiche inferocite cominciano a pungere le mani dei giovani, che vengono fatti ballare per distrarsi dal male. In poco tempo le mani e le braccia si paralizzano; per superare la prova, il candidato deve indossare i guanti per almeno dieci minuti.


Passato questo lasso di tempo, i guanti vengono rimossi e il dolore ricomincia a manifestarsi. Ci vorranno ventiquattro ore perché l’effetto delle neurotossine inoculate si plachi; il giovane sarà vittima di dolori lancinanti e talvolta preda di tremori incontrollabili anche nei giorni successivi.
E questo per lui è solo l’inizio: per essere completo, il rito andrà ripetuto altre 19 volte.

Attraverso questo rituale, un Sateré Mawé riconosce le proprie origini, leggi e usanze; e dall’adolescenza in poi dovrà ripeterlo almeno una ventina di volte per poterne trarre i benefici effetti. Tutta la popolazione partecipa al rito e osserva come i candidati lo affrontano. È un momento importante per conoscersi, incontrarsi, contrarre futuri matrimoni.
La tucandeira è anche un rito propiziatorio, attraverso il quale l’indio può diventare un buon pescatore e cacciatore, avere fortuna nella vita e nel lavoro, essere un uomo forte e coraggioso. La gente si riunisce molto volentieri per questo rituale, che oltre all’aspetto festivo e ludico è anche l’occasione per rievocare il mito cosmogonico dell’origine delle stelle, del sole, della luna, dell’acqua, dell’aria e di tutti gli esseri viventi.

(A. Moscè, Ibid.)

In questo video del National Geographic sulla tucandeira, il capo tribù riassume in maniera mirabile il senso ultimo di queste pratiche:

“Se vivi la tua vita senza alcun tipo di sofferenza, o senza sforzo, non varrà nulla.”

(Grazie, Giulio!)

 

Nelle viscere di Cristo

Nell’ottava puntata della web serie di Bizzarro Bazar, ho mostrato un pezzo davvero particolare della mia collezione di curiosità: un crocifisso in cera del Seicento, il cui addome è dotato di uno sportellino che, aprendosi, lascia intravvedere gli organi interni di Gesù.
Nel presentarlo usavo la definizione più diffusa per questo genere di manufatti, cioè quella di “Cristo anatomico”. Riassumevo brevemente la sua funzione dicendo che l’intento allegorico era quello di dimostrare l’umanità del Redentore fin nelle sue viscere.

Qualche tempo prima di registrare quella puntata, però, ero stato contattato dallo storico dell’arte Teodoro De Giorgio, il quale stava conducendo il primo accurato censimento di tutti gli esemplari di crocifissi simili. Durante il nostro incontro egli aveva esaminato il mio Cristo in cera, promettendo gentilmente di avvisarmi al momento della pubblicazione del suo studio.

La ricerca, intitolata L’origine dell’iconografia in visceribus Christi. Dai prodromi medievali della devozione cordicolare alla rappresentazione moderna delle viscere di Cristo, è infine apparsa in agosto sulle Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, una tra le più antiche e prestigiose riviste della storia dell’arte internazionale.

Ed ecco la sorpresa: l’affascinante analisi che il Prof. De Giorgio ha condotto rifiuta sia la denominazione di “Cristo anatomico” sia la funzione dell’oggetto così come io l’avevo esposta basandomi sui pochi studi allora esistenti.
Il suo saggio svela invece come questi crocifissi in cera fossero investiti di una valenza simbolica e teologica ben più profonda, che desidero riassumere qui. (Nota: nonostante il paper sia corredato da un generoso apparato fotografico, per rispetto dei diritti d’immagine dei proprietari inserirò in questo articolo solo foto del mio crocifisso.)

Lo studio di De Giorgio annovera e descrive minuziosamente i pochi crocifissi di cui siamo a conoscenza: diciannove esemplari in tutto, prodotti tra il XVII e il XIX secolo nel Sud Italia, presumibilmente riferibili in larga parte alle botteghe ceroplastiche siciliane.

Per comprendere la complessa stratificazione di senso che collega l’immagine del Cristo dalle viscere esposte al concetto della divina misericordia, l’autore esamina innanzitutto l’antologia biblica. Qui scopriamo che

nelle Sacre Scritture le viscere sono una potente immagine verbale dalla duplice accezione: figurata e reale. Il medesimo termine, in funzione del contesto e del referente dialogico, può qualificare tanto l’infinità divina quanto la finitezza umana. […] nella Septuaginta, che è in larga parte fedele al testo originale ebraico dell’Antico Testamento, si ha una sostanziale omologia semantica tra i termini greci σπλάγχνα (viscere), καρδία (cuore) e κοιλία (ventre). Alla base di tale equivalenza vi è la concezione biblica della misericordia: ‘provare misericordia’ equivale a essere compassionevoli ‘fin nelle viscere’ […] Nelle lingue semitiche, in particolare nell’ebraico, nell’aramaico e nell’arabo, la divina misericordia non possiede valenza solo viscerale, ma anche – e soprattutto – uterina.

Rintracciando vari esempi, sia veterotestamentari che neotestamentari, De Giorgio mostra come la misericordia “viscerale” sia prerogativa sia di Dio che di Cristo, e come il ventre si faccia di volta in volta sede della compassione divina o metaforico utero per alludere alla premura materna nei confronti di Israele. Cuore e viscere – di Dio, e di Cristo – sono dunque la fonte di misericordia a cui si disseta il fedele, perché da lì scaturisce l’amore.

Nel Medioevo questo concetto si declinò nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, che comicniò ad acquistare fortuna e diffusione soprattutto grazie alle visioni celesti di alcune mistiche come Lutgarda di Tongres, Matilde di Magdeburgo, Gertrude di Hackeborn, Matilde di Helfta e Gertrude la Grande.

Nella tradizione della Chiesa latina una espressione contrassegna la misericordia di Cristo: in visceribus Christi. Con questa formula latina, […] il cristiano implorava Gesù Cristo al fine di ottenere grazie per mezzo della sua divina misericordia. Pregare in visceribus Christi significava intessere una relazione spirituale privilegiata col Salvatore nella speranza di smuovere le sue viscere di misericordia, che sulla croce aveva manifestato in pienezza.

Tra le prime congregazioni ad aderire al nuovo culto e alla pratica di dirigere le preghiere al Sacro Cuore e alle viscere del Cristo furono i Gesuiti, e proprio alla Compagnia di Gesù l’autore attribuisce i particolari crocifissi in cera muniti di sportellino addominale. Fu proprio nel XVI-XVII secolo che la necessità di individuare un’iconografia adeguata per il culto si fece pressante.

Se la misericordia di Dio si è rivelata in tutta la sua magnificenza nella figura di Gesù di Nazareth, che – come attestato dai Vangeli – nutriva ‘compassione viscerale’ nei confronti dell’umanità, esistevano ragioni ben precise per contemplare tutte insieme le viscere del Salvatore e nel XVII secolo, con la crescente libertà delle rappresentazioni del Sacro Cuore e il parallelo progresso nelle conoscenze anatomiche e fisiologiche, i tempi erano maturi per farlo avvalendosi di una iconografia ad hoc.

Pompeo Batoni, Sacro Cuore di Gesù (1767), Chiesa del Gesù, Roma.

Eppure il compito non era scevro da pericoli:

Negli ambienti spirituali europei, specie in quelli legati all’associazionismo confraternale, altre immagini dovettero circolare in forma ufficiosa ed essere riservate alla devozione personale o a quella di ristretti gruppi di adepti […]. In questa temperie di emozionale e appassionato fervore popolare, manifesto nelle pie pratiche dei fedeli, e al tempo stesso di razionale dissenso di una parte delle alte gerarchie ecclesiastiche, che nell’adorazione del cuore carneo di Cristo scorgeva i germi dell’eresia ariana, deve aver visto la luce l’iconografia in esame.

Lungi dall’essere mere rappresentazioni anatomiche volte a mostrare la sofferenza umana del Salvatore, i crocifissi avevano invece la funzione ben più rilevante di

invitare i devoti, nei cosiddetti ‘tempi forti’ (come quello quaresimale o durante la Settimana Santa, e in particolare nel Triduo Pasquale o, ancor più, il Venerdì Santo) o nei momenti di necessità, a contemplare, aprendo l’apposito sportello, le viscere di misericordia del Salvatore. Lì dovevano essere indirizzate preghiere e suppliche, lì doveva compiersi il rito del bacio dei fedeli e sempre lì dovevano essere poste, secondo i costumi dell’epoca, pezzuole e bambagia, che venivano poi custodite come vere e proprie reliquie da contatto. L’iconografia in esame, che possiamo definire in visceribus Christi, non poté che essere formulata in un preciso contesto devozionale di matrice gesuitica, legato alla sfera delle confraternite. Era quello il luogo appropriato nel quale doveva compiersi, considerata la scabrosità dell’immagine, la venerazione delle sacre viscere di Cristo, la cui esplicita visione rischiava di provocare lo sdegno di molti, ecclesiastici compresi, impreparati sul piano (in primis) teologico rispetto ai dotti gesuiti o, più semplicemente, deboli di stomaco. Il piccolo formato, invece, è comprensibile proprio in ragione della circoscritta destinazione devozionale delle opere, riservate a ristretti gruppi di persone o al culto privato.

De Giorgio afferma dunque che questi crocifissi non costituivano semplicemente un “Ecce homo anatomicus”, ma avevano uno scopo preciso: erano uno strumento per dirigere le preghiere alla fonte stessa della misericordia divina.

Da parte mia posso aggiungere che essi apparvero in un periodo, quello rinascimentale, in cui l’iconografia era spesso tesa a rilanciare il mistero dell’incarnazione e l’umanità di Gesù tramite un sempre più marcato realismo, come ad esempio nella cosiddetta ostentatio genitalium, vale a dire la rappresentazione dei genitali di Cristo (bambino o in croce).

Due crocifissi lignei attribuiti a Michelangelo (Crocifisso di Santo Spirito e Crocifisso Gallino).

Mostrare il corpo sacrificato di Cristo in tutta la sua fragile nudità aveva come scopo ultimo il favorire l’immedesimazione e la imitatio del fedele, invitato a “seguire nudo il Cristo nudo“. E quale nudità è più estrema del disvelamento anatomico?
D’altro canto, come rimarca Leo Steinberg nel suo classico saggio sulla sessualità di Cristo, per gli artisti questo era anche un modo  per trovare un fondamento e una giustificazione teologica al realismo figurativo propugnato dal Rinascimento.

Grazie al contributo di De Giorgio, scopriamo quindi come i crocifissi in visceribus Christi nascondano un denso significato simbolico. Sacri accessori di un culto in odore di eresia, in quanto non ancora avallato dalle gerarchie della Chiesa (l’adorazione del Sacro Cuore sarà ufficialmente consentita solo a partire dal 1765), erano segreti oggetti di devozione e contemplazione.
E rimangono una testimonianza particolarmente toccante del tentativo, forse disperato, di far commuovere “fino alle viscere” quel Dio che troppo spesso sembra abbandonare l’uomo al suo destino.

 

Tutte le citazioni sono tratte da Teodoro De Giorgio, “L’origine dell’iconografia in visceribus Christi. Dai prodromi medievali della devozione cordicolare alla rappresentazione moderna delle viscere di Cristo”, nelle «Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz», LXI, 2019, 1, pp. 74-103. La rivista è acquistabile contattando la casa editrice Centro Di, a questo link.

ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 5

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 5 – GLI ANIMALI DELL’ACQUA E DEL CIELO

Il dettaglio risaputo: Verso aprile-maggio, quando le piante tornano rigogliose dopo il letargo invernale, per molte persone ricomincia il calvario: riniti, asma, congiuntiviti. Se non conoscete nessuno che sia allergico ai pollini, forse lo siete voi: in Italia all’incirca una persona su cinque soffre di questa malattia cronica.


Il retroscena: I pollini causano la maggior parte delle allergopatie, ma sbaglieremmo a pensare che questi minuscoli granellini siano gli unici a volare trasportati dal vento.

Già nel 1910 alcuni studiosi tedeschi trovarono alghe viventi nell’aria; negli anni ’60 Malcolm Brown dell’Università di Austin, Texas si accorse che alcuni tipi di nuvole contenevano determinate specie di alghe assieme a molti altri microbi.
Un bel cielo che ci appare sereno non è in realtà attraversato soltanto dagli stormi di uccelli: a oggi sono state individuate nell’aria 1000 specie di batteri (con una concentrazione di circa 500/m³), 40.000 varietà di spore fungine e centinaia di alghe, muschi, protozoi ed epatiche.
Tutto questo senza tenere conto dei più minuscoli insetti o di quei ragni che producono un filo di ragnatela e lo lasciano oscillare finché una corrente d’aria li solleva in volo per poi depositarli a chilometri di distanza.

Gli aerobiologi, che studiano tutta questa biodiversità fremente nell’atmosfera, chiamano l’insieme di particelle organiche in sospensione ‘aeroplankton’, per analogia con gli organismi acquatici che galleggiano trasportati dalle correnti del mare o negli specchi d’acqua dolce.
Aeroplankton significa letteralmente “che vagabonda nell’aria”: benché incapaci di volare autonomamente, alcuni di questi esseri viventi mangiano, scaricano e addirittura si riproducono in cielo.


La Quinta Lezione: Provate a immaginare che il cielo sia come il mare. Alberi e piante crescono attaccati al fondale, i mammiferi e le altre creature terrestri vi strisciano e camminano sopra. Anche noi stiamo lì, sommersi sotto migliaia di metri di una sostanza eterea, in cui si agitano innumerevoli e minuscole creature. Al di sopra della superficie di questo enorme oceano che tutto ricopre, rimane soltanto il freddo siderale.
Questa immagine – che non è poi così visionaria, come abbiamo appreso – magari non sarà un sollievo per i sintomi dell’allergia… ma i nostri piccoli problemi quotidiani assumono un peso meno gravoso se guardati in prospettiva, tenendo a mente che siamo parte di una strana, assurda, gigantesca bolla in cui tutto è impregnato di vita.


Questo post fa parte della serie ILLUSTRATI GENESIS:
Primo e secondo giorno
Terzo giorno
Quarto giorno
– Quinto giorno (questo articolo)

Arte e meraviglia: L’Arca degli Esposti

Su queste pagine ho sempre dato ampio spazio alle arti visive, e anche chi segue il blog in maniera distratta sa bene quali sono i miei gusti in materia: prediligo un tipo di arte (preferibilmente figurativa, ma non solo) che sia in qualche modo crudele nei confronti dell’osservatore.
Non sto parlando delle finte e superficiali provocazioni della cosiddetta shock art; se uno vuole traumatizzarsi da solo, la rete è piena di immagini ben più estreme di quello che si può trovare in una galleria. Mi riferisco piuttosto al bisogno di essere scossi e intimamente toccati dall’opera, a una crudeltà in senso artaudiano: per raggiungere quel tipo di carica emozionale, l’artista deve avere una preparazione e una sensibilità del tutto particolari.

Se negli anni passati ho proposto di tanto in tanto qui sul blog alcuni artisti che mi avevano impressionato, adesso c’è una grossa novità.
Da quest’anno Bizzarro Bazar diventa davvero parte attiva nella promozione dell’arte “strana, macabra e meravigliosa”!

È nata infatti L’Arca degli Esposti, associazione artistico-culturale con sede a Palermo che ho fondato assieme alla curatrice Eliana Urbano Raimondi.
L’Arca ha come missione quella di dare visibilità a quegli artisti eccentrici ed “eretici” rispetto ai sistemi di massa.

Cito dalla presentazione sul sito:

Gli “esposti”, dunque, sono gli artisti promossi dall’associazione in virtù della loro indipendenza stilistica e dell’iconografia coraggiosa e unica che propongono. Esposti, in quanto selezionati per le mostre organizzate dall’associazione; esposti come i neonati illegittimi abbandonati sulle ruote degli ospedali; esposti perché hanno l’audacia di manifestare la propria posizione eterodossa rispetto alle mode di mercato.

Con tale intento quasi adottivo, L’Arca degli Esposti dichiara la propria vocazione alla custodia elitaria dei “mirabilia”: la stessa che ha dato linfa alle wunderkammer – nel logo simboleggiate dal nautilus, creatura marina la cui conchiglia è basata sull’infinita ruota/spirale di crescita aurea, itinerante per le acque come un vascello verso nuovi mondi.

L’Arca degli Esposti, come ho detto, ha sede a Palermo ma opera su tutto il territorio nazionale.
La nostra prima stagione autunnale parte il 12 ottobre con Il sogno di Circe, mostra collettiva che vedrà esposte nella sede palermitana una selezione di opere di Ettore Aldo Del Vigo, Adriano Fida e Fabio Timpanaro.

Quello che accomuna questi tre straordinari artisti contemporanei è la trasfigurazione onirica della figura umana; per questo, come nume tutelare, abbiamo evocato la Dea Circe e le sue visioni ipnagogiche che sfumano e trascendono la natura del corpo.
Ecco qualche esempio dalla loro produzione:

Il 14 novembre invece ci sposteremo a Roma nella sontuosa wunderkammer del mio amico Giano Del Bufalo, con cui ho organizzato in passato diversi eventi.


Qui per due settimane potrete ammirare la collettiva REQVIEM, mostra incentrata sulla morte e la corruzione del corpo.

In REQVIEM le opere pittoriche, scultoree e fotografiche di dieci artisti internazionali intratterranno un dialogo con le stranezze e le mirabilia presenti nella galleria.
La selezione di artisti è di alto profilo: Agostino Arrivabene, Philippe Berson, Nicola Bertellotti, Pablo Mesa Capella, Tiziana Cera Rosco, Pierluca Cetera, Gaetano Costa, Olivier De Sagazan, Sicioldr e Nicola Vinci.

Assieme con Eliana Urbano Raimondi — al cui brillante lavoro, sarò sincero, va la massima parte di credito per questo sogno divenuto realtà — abbiamo già in cantiere numerose mostre, convegni e seminari incentrati sulla cultura weird, dark e alternativa; stiamo anche cercando di portare per la prima volta in Italia alcuni grossi nomi, e devo dire che la prospettiva mi eccita molto… ma vi aggiornerò a tempo debito.

Per il momento vi invito a seguire le inziative dell’Arca sul sito internet, la pagina Facebook e il profilo Instagram; e, se siete nei paraggi, vi aspetto a questi primi due, fantastici appuntamenti!

I cannibali del Pantheon

Fra i sette peccati capitali, ce n’è uno per il quale gli abitanti di Roma — sia antichi che odierni — sono sempre stati famosi: il peccato di gola.

Una delle piazze romane associata per diversi secoli alle cibarie, agli intingoli e alle più svariate leccornie era quella della “Ritonna”, cioè la piazza antistante al Pantheon.
Qui in passato operavano numerose pizzicherie, ovvero quelle botteghe di prodotti alimentari venduti “a spizzico”, in piccole quantità. Uova, alici, sale, ma soprattutto formaggi e salumi, per i quali la piazza era rinomata. I pizzicagnoli non vendevano la loro merce soltanto all’interno di salumerie autorizzate, ma l’intero piazzale era regolarmente invaso e occupato da bancarelle, capannoni, baracchini ambulanti — insomma una sorta di caotico mercato all’aperto.

In periodo pasquale le salumerie allestivano anche delle barocche esposizioni, spettacolari paesaggi e scenografie create col cibo in modo da impressionare la folla con la loro opulenza. Ecco allora che in piazza cominciava una sorta di gara a costruire la più elaborata scultura di affettati, salsicce e formaggi.

Ne dà testimonianza il Belli nel 1833:

De le pizzicarie che ttutte fanno
la su’ gran mostra pe ppascua dell’ova,
cuella de Bbiascio a la Ritonna è st’anno
la ppiú mmejjo de Roma che sse trova.
Colonne de casciotte, che ssaranno
scento a ddí ppoco, arreggeno un’arcova
ricamata a ssarcicce, e llí cce stanno
tanti animali d’una forma nova.
Fra ll’antri, in arto, sc’è un Mosè de strutto,
cor bastone per aria com’un sbirro,
in cima a una Montaggna de presciutto;
e ssott’a llui, pe stuzzicà la fame,
sc’è un Cristo e una Madonna de bbutirro
drent’a una bbella grotta de salame.
(1)”Tra le salumerie che fanno grande esposizione per la Pasqua, quella di Biagio a piazza della Rotonda è quest’anno la migliore a Roma. Colonne di caciotte, che saranno cento a dir poco, reggono un arco decorato a salsicce, e lì ci sono tanti animali di forme nuove. Fra gli altri, in alto, c’è un Mosè di strutto, col bastone in aria come un poliziotto, in cima a una montagna di prosciutto; e sotto di lui, per stuzzicare la fame, ci sono un Cristo e una Madonna di burro dentro una bella grotta di salame.”

Gli fa eco Giggi Zanazzo nel 1908:

Ne le du’ sere der gioveddì e vennardi ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’òva e dde li salami. Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfonni, e ccert’antri cce fanno le grotte d’òva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de bbutiro, che sso’ ‘na bbellezza a vvedesse. E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a rimirà’ le mostre de li pizzicaroli de pòrso, che ffanno a ggara a cchi le pò ffa’ mmejo. (2)”Nelle due sere del giovedì e venerdì santo, i pizzicagnoli romani usano fare nelle botteghe la mostra dei caci, dei prosciutti, delle uova e dei salami. Certi ci mettono uno specchio come sfondo, e altri fanno grotte di uova o di salami, con dentro il sepolcro con i pupazzi fatti di burro che sono una bellezza da vedersi. E la gente, in quella sera, uscendo dalla visita al cimitero, va in giro a rimirare le mostre dei pizzicagnoli più in vista, che fanno a gara a chi le fa meglio.”

La tradizione delle cornucopie di cibo continuò fino a tempi recenti. Ma non tutti amavano quelle bancarelle e quelle botteghe; di fatto le autorità tornarono ciclicamente, già a partire dal 1400 e poi più volte nel corso dei secoli, a sgombrare la piazza con vari decreti e ingiunzioni.

Uno di questi episodi di ristabilimento del decoro ha lasciato traccia in una targa commemorativa risalente al 1823 ed esposta sul muro del civico 14 in Piazza della Rotonda, l’edificio proprio dirimpetto al Pantheon:

PAPA PIO VII NEL XXIII ANNO DEL SUO REGNO
A MEZZO DI UN’ASSAI PROVVIDA DEMOLIZIONE
RIVENDICÒ DALL’ODIOSA BRUTTEZZA L’AREA DAVANTI AL PANTHEON DI M. AGRIPPA
OCCUPATA DA IGNOBILI TAVERNE E
ORDINÒ CHE LA VISUALE FOSSE LASCIATA LIBERA IN LUOGO APERTO

Tra tutti i salumieri che operavano in questa zona, erano quelli originari di Norcia ad avere fama di macellai provetti, tanto che era un comune insulto quello di augurare all’avversario di finire “castrato da un norcino della Rotonda”.

E proprio su Piazza della Rotonda operavano nel 1638 due norcini, marito e moglie, le cui salsicce erano le più buone di tutte.
Da tutti quartieri della città la gente accorreva a comprarle: erano perfino troppo sublimi e prelibate.

Così cominciò a spargersi la voce che la coppia di macellai nascondesse un segreto. Cosa mettevano nelle salsicce, per renderle così gustose? E come mai qualcuno giurava di aver visto dei clienti bene in carne, paffuti e rotondetti, entrare nella bottega e non farne più ritorno?

La diceria giunse infine alle orecchie del capitano di giustizia, il quale avviò un’indagine e durante le perquisizioni furono effettivamente trovate delle ossa umane nello scantinato della macelleria.
Il Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Vincenzo Barberini, condannò a morte i due norcini proprio davanti al Pantheon: vennero uccisi, sgozzati e squartati con l’ascia da un altro sopraffino maestro nell’arte della macelleria, il boia pontificio.

Questa è la storia che si racconta, e che rimase viva nella memoria dei romani. L’immaginario venne talmente impressionato dal fattaccio, che ancora nel 1905 esso rispuntava di tanto in tanto nelle poesie vernacolari, come ad esempio in questa A proposito de li scheletri aritrovati a la Rotonna (M. D’Antoni, in Marforio, IV, 308 – 1 Luglio 1905):

Ammappeli e che straccio de corata
che ciaveveno que’ li du’ norcini:
attaccaveno l’ommeni a l’ancini
come se fa a ’na bestia macellata.

La carne umana doppo stritolata
l’insaccaveno, e li, que’ l’assassini
faceveno sarcicce, codichini,
vennennola pe’ carne prelibbata.

Saranno stati boja anticamente
a mettese a insaccà la carne umana:
però so’ più bojaccia ’nder presente.

Perchè mò ce sò certi amico caro,
che ar posto de’ la carne un po’ cristiana,
Ce schiaffeno er cavallo cor somaro!! (3)”Caspita che stomaco avevano quei due norcini: attaccavano gli uomini agli uncini come si fa di una bestia macellata. La carne umana poi, macinata, la insaccavano e quegli assassini ne facevano salsicce, cotechini, vendendola come carne prelibata. Anticamente saranno pure stati dei delinquenti quelli che insaccavano la carne umana: ma lo sono ancor di più nel presente. Perché adesso ce ne sono alcuni, amico caro, che al posto della carne cristiana, mischiano quella di cavallo con quella di somaro!”

Dovremmo notare a questo punto che l’intera vicenda potrebbe essere solo una leggenda metropolitana.

La storia del macellaio che spaccia carne umana per carne di maiale è infatti un tipo di leggenda urbana molto antica e piuttosto diffusa: l’ha analizzata la sempre bravissima Sofia Lincos assieme a Giuseppe Stilo in una approfondita ricerca divisa in tre parti (prima, seconda e terza).

Cercando verifiche nelle cronache giudiziarie del tempo, sono riuscito a trovare un unico accenno alla vicenda dei norcini cannibali. Si trova in un testo del 1883 di David Silvagni, che al riguardo cita però alcuni fascicoli manoscritti dell’abate Benedetti:

Tali fascicoli portano il titolo (appostovi dall’abate) di Fatti antichi avvenuti in Roma, e riguardano la storia dei più famosi misfatti e delle più celebri giustizie, cominciando dal processo dei Cenci, del quale ve ne è un’altra copia più antica ma identica. Ed è importante leggere questi fedeli racconti di fatti atroci e di più atroci giustizie che dallo scrittore vengono narrati colla stessa calma e semplicità colla quale oggi il cronista d’un giornale annuncerebbe una rappresentazione al teatro. […] E tanta è la riserva che sembra essersi imposto il diarista, che non si trova una parola di indignazione neppure nel racconto più sanguinoso che si rinvenga nei manoscritti. Difatti con tutta calma è narrata la «esecuzione di giustizia comandata da Papa Urbano VIII l’anno 1638 eseguita nella piazza della Rotonda, nella quale furono accoppati, scannati e squartati due empî scellerati norcini che condivano la carne porcina con la carne umana».

D. Silvagni, La corte e la società romana
nei secoli XVIII e XIX
(Vol II p. 96-98, 1883)

L’abate Benedetti era vissuto alla fine del Settecento, quindi un secolo dopo il presunto incidente. Ma per come ci viene descritta la sua prosa, così austera e imparziale, propenderei per l’idea che si stesse appoggiando a qualche registro, piuttosto che riportando una semplice diceria.

Si tratta dunque di fatti veri oppure di una leggenda, magari nata esagerando degli avvenimenti reali?

Non abbiamo una risposta definitiva. In ogni caso, la storia dei due norcini del Pantheon rappresenta un ironico monito a non indulgere nell’ingordigia, vizio capitale della Capitale; monito caduto, ahimè, nel vuoto, se è vero che i romani, da sempre buone forchette, baratterebbero volentieri le lusinghe del paradiso per un buon piatto di carbonara.

Note   [ + ]

1. ”Tra le salumerie che fanno grande esposizione per la Pasqua, quella di Biagio a piazza della Rotonda è quest’anno la migliore a Roma. Colonne di caciotte, che saranno cento a dir poco, reggono un arco decorato a salsicce, e lì ci sono tanti animali di forme nuove. Fra gli altri, in alto, c’è un Mosè di strutto, col bastone in aria come un poliziotto, in cima a una montagna di prosciutto; e sotto di lui, per stuzzicare la fame, ci sono un Cristo e una Madonna di burro dentro una bella grotta di salame.”
2. ”Nelle due sere del giovedì e venerdì santo, i pizzicagnoli romani usano fare nelle botteghe la mostra dei caci, dei prosciutti, delle uova e dei salami. Certi ci mettono uno specchio come sfondo, e altri fanno grotte di uova o di salami, con dentro il sepolcro con i pupazzi fatti di burro che sono una bellezza da vedersi. E la gente, in quella sera, uscendo dalla visita al cimitero, va in giro a rimirare le mostre dei pizzicagnoli più in vista, che fanno a gara a chi le fa meglio.”
3. ”Caspita che stomaco avevano quei due norcini: attaccavano gli uomini agli uncini come si fa di una bestia macellata. La carne umana poi, macinata, la insaccavano e quegli assassini ne facevano salsicce, cotechini, vendendola come carne prelibata. Anticamente saranno pure stati dei delinquenti quelli che insaccavano la carne umana: ma lo sono ancor di più nel presente. Perché adesso ce ne sono alcuni, amico caro, che al posto della carne cristiana, mischiano quella di cavallo con quella di somaro!”

10 anni di Bizzarro Bazar!

Oggi Bizzarro Bazar compie 10 anni.
Vorrei evitare le autocelebrazioni esagerate, ma un po’ ci sta perché è un bel traguardo — per tutti noi.

Agosto 2009.
Una stanza semibuia. Un trentenne scrive al computer.

Internet era un posto diverso, tanto da sembrare quasi un altro secolo.
Meno di due mesi prima era morto Michael Jackson, mandando in crash tutti i principali siti mondiali. Facebook stava cominciando a superare per numero di utenti il colosso MySpace. Con gli amici si comunicava tramite SMS — ma con parsimonia, perché costavano; in Italia forse una decina di persone stavano provando questa nuova diavoleria esoterica chiamata Whatsapp.
La rete faceva ben sperare. Si era convinti che internet fosse la chiave per migliorare le cose, annullando confini e distanze, promuovendo la solidarietà, forgiando una nuova umanità più connessa e dunque cooperativa.

Un elemento fondamentale per l’imminente rivoluzione sociale (tutti ne erano certi) sarebbero stati i blog, cioè i principali strumenti di comunicazione “dal basso”, in cui la cultura veniva democratizzata, messa gratuitamente a disposizione di tutti.
Se all’epoca ne aveste cercato uno dedicato al macabro e al meraviglioso, vi sareste imbattuti sicuramente nel glorioso Morbid Anatomy, allora al suo picco di popolarità; c’era qualche buon sito tematico ma poco altro, e comunque nulla in italiano.


Così quel pomeriggio del 20 agosto registrai su WordPress il nome di questo blog, scrissi un post di benvenuto (che per non prendersi sul serio citava i Monty Python), e inviai una mail a una decina di amici invitandoli a dare un’occhiata. La speranza era che almeno qualcuno di loro sarebbe rimasto interessato per un mesetto o due. Avevo bisogno di raccontare a qualcuno quanto incredibile, terribile e stupefacente mi sembrasse questa realtà che spesso diamo per scontata. Quanti tesori inaspettati si nascondano dietro alle cose che più ci atterriscono, se si ha la voglia di capire.

STACCO. Agosto 2019.
Una stanza semibuia, un quarantenne scrive al computer.

Il magico mondo di internet ha cambiato volto, non è più così magico. È quotidiano, risaputo.
In molti si sentono imbrigliati dai suoi ubiqui tentacoli che stritolano ogni cellula di tempo e di vita. Gli utenti sono divenuti clienti, e non occorre essere un hacker per sapere che la rete è piena di insidie, di trappole. Internet è oggi il mezzo privilegiato per chi vuole diffondere paura e odio, annullare il difforme e il diverso, rafforzare barriere e confini invece di superarli. A una prima occhiata sembrerebbe che il sogno sia stato ucciso.
Eppure io sono ancora qui, a scrivere sullo stesso blog. Internet è rimasto per tanti versi un posto straordinario in cui si organizzano iniziative inedite, si scoprono punti di vista differenti, in cui capita addirittura di cambiare idea.

Cosa c’entra tutto questo con un piccolo blog che parla di morte, tabù, freakshow, collezioni bizzarre e stranezze storiche?
In un certo senso credo che qui, io e voi, stiamo facendo resistenza. Non tanto politica — la polis è interessata a ciò che succede dentro o attorno alle mura cittadine — quanto più genericamente culturale. Una resistenza, potremmo dire, all’appiattimento, alla riduzione di complessità. Chi ama queste pagine è un individuo che predilige le domande alle risposte, e che vuole esplorare posti sempre più strani.

 

A dispetto delle incalcolabili ore spese a studiare, a scrivere, a rispondere a tutte le domande dei lettori (e a risolvere le magagne del server, grr!), Bizzarro Bazar è sempre rimasto gratuito, privo di pubblicità e di censure.
Con i suoi 850 post, nati anche dalle segnalazioni dei lettori, assomiglia ormai a una specie di mini-enciclopedia del meraviglioso. E a rileggere qua e là, vedo il mio stile affinarsi poco a poco grazie ai vostri consigli e alle vostre critiche.

Di questo percorso, portato avanti con passione e qualche sacrificio, è un’evoluzione fondamentale la web serie che ha debuttato quest’anno su YouTube. Ci abbiamo investito tanto impegno, tante risorse, e la vostra risposta è stata entusiasta.
Molti di voi hanno espresso la speranza che si facesse una seconda stagione, quindi eccoci al punto: per la prima volta Bizzarro Bazar chiama alle armi il suo esercito di pazzi ed eretici freak!

Abbiamo iniziato una campagna di crowdfunding su produzionidalbasso.com per finanziare la nuova stagione.
Ecco a voi il video di presentazione del progetto:

Questa è l’unica possibilità che abbiamo al momento per tenere in vita la serie web italiana più anomala e fuori dal coro. Ma in realtà significa molto di più.
Se ci aiuterete, quella che vedrà la luce non sarà più “la serie di Bizzarro Bazar”, ma la vostra serie.

La pagina della nostra campagna è a QUESTO LINK.
Shortlink da copiare e condividere con gli amici:   bit.ly/bizzarrobazar

Nota: per noi il metodo migliore per ricevere una donazione è mediante carta di credito/bonifico, perché PayPal ci salassa con commissioni molto alte, ma shhhh, io non vi ho detto niente. 😉

Grazie a tutti per questi dieci anni incredibili, grazie a chi sarà così generoso da donare qualcosa nelle sue possibilità… e a chi spammerà senza vergogna il progetto tra i conoscenti.

Ancora e sempre, vive la résistance — in altre parole,