“Julia Pastrana” in arrivo!

Sono emozionato nell’annunciarvi l’imminente uscita del mio nuovo libro: Julia Pastrana – La Donna Scimmia, per Logos Edizioni.

Il libro ripercorre la vita di Julia Pastrana (Sinaloa, 1834 – Mosca, 25 marzo 1860), affetta da ipertricosi e ipertrofia gengivale; diventata una celebre performer circense e “curiosità della natura”, si esibì a lungo negli Stati Uniti e in Europa prima con il manager J.W. Beach, e poi con il marito Theodore Lent. Mentre era in tour a Mosca, diede alla luce un bambino, anch’egli affetto da ipertricosi, che sopravvisse per soli tre giorni. Julia cadde vittima di sepsi puerperale e lo seguì cinque giorni dopo. Dopo la morte, Theodore Lent fece imbalsamare madre e figlio e continuò a esibire le due mummie a Londra e in Europa, fino alla sua stessa morte nel 1884. Il corpo di Julia Pastrana fu esposto in varie fiere in Norvegia dal 1921 fino agli anni ’70, per poi essere dimenticato in un magazzino…

Le peripezie di cui questa donna è stata protagonista, sia prima che dopo la morte, ne fanno una figura assolutamente unica e di straordinaria rilevanza, tanto da ispirare ancora oggi artisti di tutto il mondo: la sua vicenda mi è sempre sembrata eccezionale perfino rispetto a quelle già incredibili di molti altri “fenomeni da baraccone”, perché contiene i germi di molte problematiche ancora attuali.

Suo malgrado, Julia Pastrana incarna ai miei occhi una sorta di eroina tragica; e come tutte le tragedie migliori, la sua storia ci parla della crudeltà umana, dello scontro tra natura e cultura, della necessità di amore e riscatto — ma anche dell’ambiguità, dell’incertezza dell’esistenza. Per raccontare tutto questo un oggettivo, classico saggio non sarebbe bastato. Ho sentito di dover tentare una direzione differente, e ho deciso di lasciare che fosse lei a raccontarci la sua vita.

Utilizzare la prima persona singolare è una scelta azzardata per due motivi: il primo è che ci sono parti della sua esistenza di cui sappiamo molto poco, e soprattutto ignoriamo quali fossero i suoi veri sentimenti. Ma questo in verità consente anche un minimo spazio per la speculazione e per qualche concessione poetica, pur nell’aderenza ai fatti storici.

Il secondo problema è di ordine etico, ed è quello che maggiormente mi preoccupava. Julia Pastrana ha dovuto subire diversi pregiudizi che purtroppo non sono solo un riflesso dell’epoca in cui visse: anche oggi, è difficile immaginare un destino più difficile che nascere donna, fisicamente diversa, e per giunta messicana. Ora, io non sono nessuna di queste tre cose.
Per restituire appieno la valenza archetipica della sua vita, ho cercato di approcciarmi a lei con empatia e umiltà, gli unici due sentimenti che mi permettevano di inserire qualche tocco di fantasia senza mancare di rispetto.

Spero davvero che il testo ultimato rechi l’evidenza di questo mio scrupolo, e che possa suggerire al lettore una partecipazione emotiva alla vicenda umana di Julia.

Fortunatamente il compito di rendere giustizia a Julia non è ricaduto solo sulle mie spalle: Marco Palena, giovane e talentuoso illustratore, ha graziato questo libro con le sue meravigliose tavole.
Fin dalle nostre primissime discussioni, ho subito riscontrato in lui il medesimo riguardo – perfino un po’ maniacale – che aveva guidato anche me nel ricostruire il contesto storico in cui la vita di Julia si è svolta. Il risultato di questa estrema attenzione è evidente nelle illustrazioni di Marco, che trovo di un’infinita dolcezza e di rara sensibilità.

Pastrana, sfortunata in vita come in morte, ha finalmente trovato pace nel 2013, grazie agli sforzi dell’artista Laura Anderson Barbata, del governatore Mario López Valdez e delle autorità norvegesi: il suo corpo è stato trasferito da Oslo in Messico, e seppellito a Sinaloa de Leyva il 12 febbraio di fronte a centinaia di persone.
Il nostro libro non vuole essere l’ennesima biografia, quanto piuttosto un piccolo tributo a una donna straordinaria, e al segno indelebile che la sua figura ha lasciato nell’immaginario collettivo.
Julia è ancora viva.

Julia Pastrana – La Donna Scimmia sarà disponibile nelle librerie a partire dal 21 ottobre, ma potete già prenotare la vostra copia a questo link. Il libro è anche pubblicato in versione inglese.
(Vi ricordo che ordinare i miei libri online tramite il bookshop ufficiale di Bizzarro Bazar contribuisce a sostenere il mio lavoro.)
Invito infine i lettori a seguire Marco Palena sul suo sito ufficiale, pagina Facebook e Instagram.

Il Circo delle Pulci

Un, due, tre!
All’erta gli elefanti in piedi
saltino le pulci avanti
attenti, passa il domatore!

Vinicio Capossela, I pagliacci (2000)

Pulci che tirano carrozze e palafreni, che si tuffano in un bicchiere d’acqua dall’alto di un trampolino, che si sfidano a duello con piccole spade, che addirittura si fanno sparare da un cannone in miniatura proprio come i più celebri proiettili umani.

Il circo ha sempre vissuto di estremi, di sfide impossibili, escludendo a priori soltanto l’ordinario. È naturale dunque che ai domatori classici – al cui volere si piegavano fiere pericolose ed enormi animali – facessero da contraltare altri domatori, che riuscivano a far compiere gesta eccezionali alle creature più microscopiche.
Per questo il Circo delle Pulci è uno dei più duraturi (e misconosciuti) numeri da sideshow di tutto il mondo.

Sgomberiamo innanzitutto il campo dalla domanda che inevitabilmente vi starete ponendo: in questi show le pulci ci sono davvero, o si tratta di un’illusione ottica?

La risposta breve è che sì, un tempo si usavano pulci vere; poi gradualmente il numero è scivolato nell’ambito dell’illusionismo.
Vale la pena però gustarsi la risposta lunga, cioè ripercorrere l’affascinante storia di questo strano circo entomologico – inventato, tra l’altro, da un italiano.

Breve storia del circo microscopico

Tutto ebbe inizio quando nel 1578 Mark Scalliot, un fabbro londinese, per dare prova della sua abilità costruì un minuscolo lucchetto in ferro, acciaio e ottone completo di chiave, per il peso complessivo di “un grano d’oro”. Forgiò poi una catenella d’oro composta di 43 anelli, così sottile da poter essere legata attorno al collo di una pulce. L’insetto si tirava appresso il lucchetto e la chiave.

Quasi due secoli dopo, replicando la trovata pubblicitaria di Scalliot, un orologiaio di nome Sobieski Boverick costruì una mini-carrozza in avorio “con sei figure di cavalli collegate a esso – un cocchiere sulla cassetta, un cane tra le sue gambe, quattro persone all’interno, due valletti sul retro e un postiglione sul cavallo di testa, i quali erano tutti trainati da una singola pulce”.

Negli anni ’30 dell’Ottocento, prendendo spunto da questi due predecessori, l’emigrato genovese Luigi Bertolotto impiegò per la prima volta i piccoli parassiti in un contesto circense, facendo esibire a Regent Street le sue pulci ammaestrate.
Come aveva già fatto Boverick, anche lui proponeva il numero della pulce che tirava una carrozza coi cavalli – elemento che sarebbe in seguito diventato un caposaldo del genere – ma il suo spettacolo si spingeva ben oltre: con il tipico gusto italiano per il teatro, Bertolotto aveva trasformato le sue pulci in veri e propri attori.

 

Aveva confezionato minuscoli abiti su misura, e dilettava il pubblico con diversi tableau viventi che coinvolgevano numerose pulci allo stesso tempo. C’era innanzitutto la scena araba che vedeva protagonista il Sultano, con il suo harem e le odalische; entravano poi gli emuli ematofagi di Don Chisciotte e Sancho Panza.
Uno dei momenti clou era quello in cui gli insetti proponevano una rilettura “tascabile” della battaglia di Waterloo, e gli spettatori impazzivano nel riconoscere Napoleone, il Duca di Wellington e il prussiano Blücher in uniforme. Un altro momento dello spettacolo era il ballo d’alta società, in cui una coppia di insetti vestiti in abiti sfarzosi danzavano accompagnati da un’orchestra di 12 elementi.
Il pubblico stupiva e rideva, perché la satira era evidente: ecco il bel mondo con i suoi fasti, reso di colpo buffo e infinitesimale; ecco i grandi eroismi guerreschi, impersonati dagli animali più infimi del creato. Perfino l’Imperatore poteva essere schiacciato con un dito.

Bertolotto divenne la prima (e ultima) vera superstar delle pulci; la sua fortuna fu tale che partì per un tour internazionale, stabilendosi infine in Canada. Cominciarono presto a spuntare imitatori, che non raggiunsero mai la sua fama ma diffusero la figura del domatore di pulci in tutto il mondo.
La varianti erano molte, e andavano dal baracchino da strada, in cui una semplice valigia serviva da palcoscenico su cui le pulci eseguivano stunt elementari, fino a versioni più elaborate.

L’ultimo grande impresario di pulci fu con tutta probabilità William Heckler, un circense che all’inizio del Novecento lasciò la carriera di “uomo forzuto” per dedicarsi a tempo pieno alle pulci. Dopo aver girato gli Stati Uniti in lungo e in largo, nel 1925 entrò a far parte, in pianta stabile, dell’Hubert’s Museum a Times Square, un vero e proprio freakshow.

Qui per pochi dollari si potevano ammirare Prince Randian l’uomo bruco (che avrebbe poi recitato in Freaks di Tod Browning), Olga la donna barbuta, Suzie la ragazza dalla pelle di elefante, nonché l’incantatrice di serpenti Principessa Sahloo. Un’altra, più piccola principessa si esibiva nella cantina del museo: Princess Rajah, la pulce che interpretava il ruolo di danzatrice orientale nel circo del Professor Heckler.

Oltre alle tradizionali imprese atletiche, come saltare nel cerchio o calciare un pallone, le pulci di Heckler sapevano suonare uno xilofono (che si diceva fosse fatto di unghie tagliate), fare numeri da giocoliere con piccole palline, e inscenare incontri di boxe su un ring in miniatura. Heckler continuò a far lavorare il suo mini-cast fino agli anni ’50: all’apice del successo il suo show poteva fruttare più di $250 al giorno, l’equivalente odierno di 3000 €.

L’infernale disciplina, ovvero: Come ti ammaestro una pulce

Le pulci dell’uomo, a dispetto delle fastidiose punture e del fatto che possono divenire pericolosi vettori di peste e altre malattie, sono in realtà degli insetti davvero straordinari.

Immaginate di poter saltare più di 90 metri in verticale, scavalcando con un balzo la Statua della Libertà, e 230 metri in orizzontale. Questa, in proporzione, è l’abilità della pulex irritans.
I muscoli delle zampe posteriori non sono i soli responsabili dell’incredibile forza propulsiva: essi infatti preparano il salto comprimendo e distorcendo lentamente un cuscinetto elastico composto di resilina, che durante questa fase di “carica” viene tenuto bloccato da un tendine e può così immagazzinare l’energia muscolare. Al momento del salto, il tendine scatta liberando il cuscinetto. La pulce decolla con una vertiginosa accelerazione di 100 volte la forza di gravità. Sempre per fare un paragone con l’uomo, pensate che una persona può sopportare un’accelerazione verticale di soli 5g prima di svenire.

Già solo da queste brevi informazioni si comprende come il primo e il principale problema che un ammaestratore doveva risolvere fosse convincere le pulci a non saltare via dalla scena.

A tale scopo gli insetti venivano tenuti a lungo in una provetta, finché a forza di testate sul vetro non imparavano che saltare non conveniva. Un rimedio più drastico poteva essere quello di incollarle sul palcoscenico o legarle a qualche oggetto, ma questo poteva funzionare solo per quegli elementi del “cast” che dovevano rimanere fermi (ad esempio i suonatori d’orchestra).
Per tutte le altre pulci, che dovevano compiere azioni più complesse, si doveva selezionare quelle che mostravano un carattere più docile (di solito le femmine); la briglia veniva assegnata solo a quelle più lente, destinate a tirare carrozze e carretti, mentre le più vispe diventavano giocatori di calcio o tuffatori. Tutto questo, ovviamente, se dobbiamo credere alla letteratura dell’epoca sull’argomento.

Fatto sta che per costringere questi piccoli stuntman a eseguire le loro acrobazie si utilizzavano varie tecniche – trucchi che, a essere sinceri, è un po’ difficile chiamare “ammaestramento”.
Se lo si guarda dal punto di vista della pulce, il circo appare infatti come un luogo di tortura e terrore, in cui un sadico e gigantesco carceriere obbliga i prigionieri a un’interminabile sequela di sevizie.

Le pulci da traino erano imbrigliate con un sottilissimo filo di stoffa o di metallo passato attorno al capo; una volta posizionato, questo cordoncino sarebbe rimasto lì per tutta la vita dell’insetto. La difficoltà stava anche nell’esercitare la giusta pressione di legatura, perché se il filo veniva stretto troppo la pulce non poteva più deglutire, e moriva.
Alle pulci spadaccine si incollavano invece due piccoli pezzi di metallo agli arti anteriori; naturalmente gli insetti cercavano di liberarsene, scuotendo invano le zampette, dando così l’impressione di duellare tra di loro.


I calciatori erano selezionati tra le pulci che saltavano più in alto: la pallina imbevuta di repellente per insetti (spesso olio di citronella, o un disinfettante come il Listerine) veniva spinta verso di loro mentre erano tenuti verticali, ed essi la respingevano con uno scatto delle zampe posteriori.
Simile il trucco usato per le pulci giocoliere che, fissate o incollate sulla schiena, zampe all’aria, cercavano di liberarsi della pallina tossica che veniva piazzata sopra di loro, finendo per per farla roteare in aria.

Per quanto riguarda i musicisti e i danzatori, un articolo del 1891 descrive nel dettaglio lo spettacolo. Due pulci “ballerine” sono incollate ciascuna a un estremo di un pezzetto di carta dorata:

Sono posizionate in posizione opposta – una guarda da una parte, l’altra guarda dall’altra. Legate così, sono piazzate in una specie di arena sopra a un carillon; a un’estremità del carillon c’è l’orchestra composta da pulci, ognuna legata alla sua sedia, e con la riproduzione di uno strumento musicale attaccato alle zampe. Il carillon viene fatto suonare, l’ammaestratore tocca ognuno dei musicisti con un bastoncino, e tutti cominciano a gesticolare e agitarsi, come se stessero eseguendo un’elaborata partitura. Le due pulci attaccate alla carta dorata avvertono le vibrazioni del carillon sotto di loro, e cominciano a correre in tondo, più veloce che possono. Questo è chiamato il Valzer delle Pulci.

Per bilanciare tutto questo orrore, ricordiamo che l’ammaestratore di pulci nutriva personalmente con il suo sangue tutti i suoi preziosi professionisti. Per i parassiti si trattava di una vita di certo movimentata, ma almeno la cena non mancava mai.

Now you see me, now you don’t:
pulci illusorie e Zeitgeist

Non esiste, a quanto pare, un’ampia letteratura in materia di pulci finte.
Certo è che i circhi-delle-pulci-senza-pulci cominciarono ad affiancarsi a quelli autentici già a partire dagli anni ’30. Questa traslazione che portò il numero circense verso l’ambito dell’illusionismo e della magia arrivò a compimento negli anni ’50, quando cominciarono ad apparire versioni particolarmente elaborate del trucco. 

Michael Bentine, uno dei membri del gruppo comico britannico The Goons, ne proponeva una in cui le pulci inesistenti sembravano spingere palline lungo piani inclinati, saltare su un tavolo ricoperto di sabbia (l’illusione era data dallo sbuffo che si sollevava a ogni salto), salire una scala “premendo” un gradino alla volta, e tuffarsi in un bicchiere d’acqua. Altri finti ammaestratori usavano magneti e fili per far cadere gli ostacoli presumibilmente colpiti dalle pulci, trucchi elettrici o meccanici per azionare i trapezi o far avanzare le pulci equilibriste sul filo; alcuni mentalisti sfruttavano persino le invisibili “pulci telepatiche” per leggere nel pensiero degli spettatori.

Oggi abbiamo notizia di un solo circo che ancora utilizza le pulci vere: si tratta del Floh Circus, che fa la sua apparizione ogni anno all’Oktoberfest.
Il resto dei pochi circhi in circolazione sono tutti basati sull’illusione: uno dei più famosi è l’Acme Miniature Flea Circus, gestito da Adam Gertsacov. A sentire lui, questo tipo di spettacolo è il più puro e adatto ai nostri tempi, proprio perché si basa sull’incertezza:

La gente guarda e dice, ‘Cosa sto vedendo veramente?’ Questo mi piace. Non hai davvero visto un circo di pulci se non sei stato raggirato dall’imbonitore. Sarebbe interessante vedere delle vere pulci ammaestrate, ma solo per tre o quattro minuti. Non è abbastanza, al giorno d’oggi, quando puoi cercare gli insetti su Google e vederli che si accoppiano, da vicino e in dettaglio. Il mio show sta tutto nella bravura nell’intrattenere.

Forse questi finti circhi delle pulci fanno appello a un tipo di ingenuità che non esiste più.
Eppure è vero che, in un’epoca in cui la nostra visione è continuamente messa sotto scacco, questi ingannevoli marchingegni assumono un significato simbolico inaspettato. Sono pensati per divertire in maniera innocua, ma si basano sullo stesso principio dei ben più minacciosi deep fake e di tutte le narrative di odio e paura che ci vengono propinate quotidianamente: ogni illusione funziona davvero solo se vogliamo crederci.

E mentre Gertsacov e i suoi colleghi continuano a sostenere la superiorità dell’arte affabulatoria rispetto alla mera realtà, le pulci – quelle vere – ringraziano.

La maggior parte delle informazioni in questo articolo provengono da Dr Richard Wiseman, Staging a Flea Circus, che contiene molte altre curiosità (ad esempio sul difficoltoso approvvigionamento di pulci), e da Ernest B. Furgurson, A Speck of Showmanship, in The American Scholar, 3 giugno 2011.
Una buona directory di studio sulle pulci e sulla loro storia è The Flea Circus Research Library.

Rita Fanari: l’ultima dei nani

ACCORRETE! ACCORRETE! Il grande fenomeno della natura, la donna più piccola del mondo, alta 70 cm, di 57 anni, del peso di 5 Kg. RITA FANARI, UXELLUS. Essa è cieca dall’età di 14 anni eppure infila l’ago, cuce e tutto ciò alla presenza del pubblico. Risponde a qualsiasi interrogazione. Tutti i giorni a tutte le ore si può vedere questo gran fenomeno.

Così recitava nel 1907 il cartellone pubblicitario che annunciava il debutto sulla scena di Rita Fanari. Purtroppo non si trattava di un palcoscenico prestigioso, ma di un baraccone alla fiera di Santa Reparata nel paese di Usellus (Oristano), all’epoca uno sperduto comune della Sardegna che contava poco più di un migliaio di anime.
Rita divideva il cartellone – e forse anche la scena – con un agnello bicefalo tassidermizzato: possiamo immaginare che chi aveva realizzato il poster l’avesse aggiunto perché dubitava che la minuscola donna, da sola, sarebbe stata in grado di catturare lo sguardo dei passanti… Insomma, già dal principio la carriera della piccola Rita non si preannunciava certo stellare.

Rita Fanari era nata il 26 gennaio 1850 da Appolonia Pilloni e Placito Fanari. Affetta da nanismo ipofisario, la vista l’aveva abbandonata durante l’adolescenza; aveva sempre vissuto assieme ai suoi genitori fino a quando nel 1900, forse in seguito alla loro scomparsa, era stata accolta ormai cinquantenne dalla famiglia di Raimondo Orrù. Quest’uomo, colto e benestante, fece di lei una figura a suo modo conosciuta, esponendola in varie fiere e feste paesane tra cui anche quella di Santa Croce a Oristano.
Poiché non aveva mai trovato marito, Rita era solita comparire in scena indossando l’abito tradizionale usellese di bagadia manna (nubile in età avanzata), e nel tempo si guadagnò una notorietà sufficiente da entrare perfino nel linguaggio popolare: quando qualcuno cantava con voce stridula, si usava dileggiarlo dicendo “mi paris Arrita Fanài cantendi!” (“Sembri Rita Fanari che canta!”).

Rita si spense nel 1913. La sua vita potrebbe sembrare umile, trascurabile come la sua stessa statura. Una donnina piccola e cieca, sopravvissuta grazie all’interessamento di un possidente terriero che però la costringeva ad esibirsi nelle feste di piazza: figura poco degna di nota, buona tutt’al più per chi si interessa di folklore locale. Una degli “ultimi”, quelli di cui la Storia non si cura di tramandare memoria.

Eppure a ben guardare la sua vicenda è significativa per più di un motivo. Non soltanto si tratta dell’unica donna sarda di cui abbiamo notizia che, affetta da nanismo, abbia dato spettacolo di sé; Rita Fanari era anche un caso piuttosto anomalo per l’Italia di quegli anni. Cerchiamo di capire perché.

Tra tutte le malformazioni congenite, il nanismo ha sempre suscitato una particolare attenzione nel corso dei secoli. Le persone affette da questo deficit della crescita, spesso reputate segno di buon auspicio e di fortuna (quando non vere e proprie incarnazioni divine, come pare fosse il caso tra gli Egizi), godevano non di rado di alti favori ed erano richiestissime in tutte le corti europee. Possedere e addirittura “collezionare” nani divenne una vera ossessione per molti regnanti, da Sigismondo Augusto II a Caterina de’ Medici fino allo Zar Pietro il Grande – che nel 1710 organizzò le scandalose “nozze dei nani”di cui ho parlato in questo articolo.

L’esibizione pubblica di Rita Fanari non dovrebbe quindi sorprenderci più di tanto, soprattutto se pensiamo alla fortuna che avevano le meraviglie umane nei circhi e nei luna park itineranti di mezzo mondo. Il tipico spettacolo dei freakshow americani consisteva esattamente in quello che faceva la Fanari: la persona deforme sedeva sul palco, pronta a soddisfare le curiosità e le domande degli spettatori (“Risponde a qualsiasi interrogazione“, sottolineava il poster di Rita).

Eppure ai primi del Novecento nel nostro paese la situazione era diversa rispetto al resto del mondo. Soltanto nei circhi italiani, infatti, la figura del nano si era evoluta in quella del “bagonghi”.

L’origine di questo termine è incerta, e secondo alcune fonti proviene dal cognome di un venditore di caldarroste bolognese, alto 70 centimetri, che nel 1890 venne scritturato dal Circo Guillaume. Comunque sia, il nomignolo ben presto diventò d’uso comune per indicare una figura unica nel mondo circense. Il bagonghi non era infatti un semplice pagliaccio di piccola statura, ma un artista completo:

Il bagonghi non si limita […] a esibire la propria deformità; recita, fa piroette, giochi di destrezza e di parole, e ha quindi bisogno, come qualsiasi attore o clown, di talento, dedizione e lunga pratica della propria arte. Deve però anche essere, sin dall’inizio, mostruoso e afflitto, vale a dire patetico. C’è persino una mitologia spicciola, cara ai giornalisti italiani, che insiste nel considerare tutti i bagonghi delle vittime del proprio ruolo.

(L. Fiedler, Freaks. Miti e immagini dell’io segreto, 1978)

Qualche esempio: il bagonghi Giuseppe Rambelli, detto Golia, era equilibrista nonché capace di spettacolari evoluzioni in sella a un cavallo; il faentino Andrea Bernabè, nato nel 1850, si esibiva come acrobata al tappeto, prestigiatore, giocoliere; Giuseppe Bignoli, classe 1892 – senz’altro il più famoso bagonghi della storia – era considerato uno dei migliori cavallerizzi acrobatici tout court, tanto da essere conteso da numerosi circhi.

Giuseppe Bignoli (1893-1939)

Nel dopoguerra divennero famosi tra gli altri Francesco Medori e Mario Bolzanella, entrambi impiegati nel Circo Togni; il primo, abile cascatore, morì cercando di domare un terribile incendio nel 1951; il secondo salì agli onori delle cronache quando sposò Lina Traverso, anch’ella di piccola statura, e soprattutto quando le nozze fecero ingelosire lo scimpanzé del circo che graffiò la sposa in volto. Una scena comica e grottesca che è in linea con l’immaginario del bagonghi, il quale

può essere considerato come una sorta di Arlecchino che nasce tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e che diventa in breve tempo un personaggio tipico, come lo erano stati quelli della commedia dell’arte. Quella del “bagonghi” è quindi una sorta di maschera moderna che nasce e si sviluppa all’interno del mondo circense italiano per poi diffondersi a livello mondiale.

(M. Fini, Fenomeni da baraccone. Miti e avventure dei grandi circensi italiani, Italica Edizioni, 2013)

Ritornando alla nostra Rita Fanari, ecco allora che la sua carriera di “grande fenomeno della natura” risulta decisamente inusuale e fuori tempo massimo per un’epoca in cui il pubblico preferiva già l’esibizione della diversità (declinata cioè in modalità teatrale e coreografica) alla sua semplice esposizione.

Il fatto che il suo show fosse più rudimentale di quelli proposti nel resto d’Italia era senz’altro dovuto al contesto rurale, e alla cecità di Rita. Un handicap che, per quanto sbandierato nella pubblicità come un dubbio valore aggiunto, in realtà non le permetteva di sfoggiare altra abilità se non quella di infilare l’ago e mettersi a cucire. Uno spettacolo non proprio pirotecnico, già vecchio prima di iniziare.
Rita era per forza di cose ultima tra i molti nani di successo, uomini e donne di piccola statura come lei che in quegli anni facevano faville sulle piste dei circhi e talvolta si arricchivano enormemente (“ho fatto un pozzo di quattrini” scrisse Bignoli nell’ultima lettera). Tagliata fuori dai grandi circuiti, e afflitta da una disabilità invalidante, la sua fortuna fu molto più dimessa; tanto che la sua stessa esistenza sarebbe stata di certo dimenticata se qualche anno fa l’omonimo discendente del suo benefattore, il Dott. Raimondo Orru, non ne avesse rintracciato i sommi capi negli archivi di famiglia.

Ma le stesse contingenze che le impedirono di stare al passo con i tempi la resero anche “ultima” in senso più significativo. Forse proprio a causa della rustica cornice agro-pastorale, la sua messa in scena era di stampo molto antico. In effetti il suo potrebbe essere stato l’ultimo caso storico in Italia di persona affetta da nanismo esposta al pubblico come semplice lusus naturae, esotico “scherzo della natura”, prodigio da ostentare e mettere in mostra.
Sulla terraferma, l’abbiamo visto, le cose stavano già cambiando. I nani, per primi fra tutti i “diversi”, dovevano dimostrare di voler superare la propria condizione, dar prova di abilità e coraggio, compiere gesta eccezionali.
Con quest’idea, e con la definitiva patologizzazione delle anomalie fisiche avvenuta nel Novecento, si perderà del tutto l’aura mitologica che circondava il corpo difforme, e si affermerà lo sguardo di commiserazione/ammirazione. Oggi il far spettacolo della disabilità è accettato soltanto in queste due modalità – la tragedia, motore delle maratone di beneficienza, oppure l’exemplum di eroica vittoria sui propri “limiti”, aneddoto inspirational, motivational, life-affirming.

È impossibile sapere precisamente come i compaesani considerassero Rita all’epoca. Era oggetto di scherno o di meraviglia?
L’unico elemento a nostra disposizione, quel cartellone pubblicitario del 1907, la mostra in definitiva come una creatura mirabile di per sé. In questo senso Rita era un pezzo di passato, perché si presentava allo sguardo pubblico solo per ciò che era. L’ultima dei nani dei tempi andati, che affascinavano senza bisogno di acrobazie: non necessitava d’altro che sé stessa, della sua straordinaria figura per metà anziana e per metà bambina, per essere ritenuta degna almeno del prezzo di un biglietto.

Sull’etica dello sguardo sulla disabilità, il pietismo e l’ammirazione, si veda il mio articolo Freaks: disabilità e sguardo.
Desidero ringraziare Stefano Pisu, perché tutte le informazioni su Rita Fanari presenti in questo articolo provengono un suo bellissimo post, che vi invito a leggere, sulla pagina Facebook dell’Associazione culturale Julia Augusta di Usellus.
Le immagini del cartellone sono riprodotte per gentile concessione di Raimondo Orru; le sue ricerche biografiche su Rita sono incluse nel libro Usellus. Costume popolare e matrimonio (Edizioni Grafica del Parteolla, 2000).

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 7

Nel settimo episodio della web serie di Bizzarro Bazar: la drammatica e sorprendente vicenda delle Sorelle Sutherland; un pezzo di Luna caduto sulla terra; una creatura a metà strada tra il regno animale e quello vegetale.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Link, curiosità & meraviglie assortite – 15

  • Cogito, ergo… memento mori“: il busto in gesso che vedete qui sopra rappresenta Cartesio, con teschio incorporato e calotta rimovibile. Fa parte della collezione di gessi anatomici dell’École des Beaux-Arts di Parigi, ed è stato scolpito nel 1913 da Paul Richer, professore di anatomia artistica originario di Chartres. Il vero teschio di Cartesio ha una storia piuttosto bizzarra, che ho raccontato anni fa in questo post.
  • Una testimonianza straordinaria su una condizione di cui probabilmente non avete mai sentito parlare: l’afantasia, ovvero l’incapacità di immaginare e di visualizzare oggetti, situazioni, persone o sensazioni “con l’occhio della mente”. Articolo assolutamente da leggere.
  • XV secolo: sono molto diffusi i reliquiari contenenti il latte della Vergine. Ma San Bernardino non ci sta, e si lancia in una gustosissima invettiva.
  • Un bel pezzo di Jen Aitken sui necrologi, e più in generale sulla terminologia relativa alla morte e al fine vita:
    La morte non è una guerra. Quando parliamo di “lunga battaglia”, “combattere” o “sfidare” “valorosamente” e “coraggiosamente”, stiamo trasformando la morte in qualcosa di malvagio che possiamo “vincere”. La morte non è un fallimento. È inevitabile. Le persone non vengono “sconfitte”, semplicemente muoiono.
  • I libertini esistono ancora? Qual era la relazione tra libero amore e libero pensiero? Cosa accomuna Lord Byron a George Best?
  • Ecco qui sotto un caldo, confortevole e morbidissimo nido preparato da un gufo delle nevi. Un nido composto interamente di lemming morti.

  • Nel 1973 tre donne e cinque uomini finsero di avere allucinazioni per scoprire se gli psichiatri si sarebbero accorti che in realtà erano sani di mente. Risultato: finirono ricoverati in 12 diversi ospedali. Così il pionieristico esperimento Rosenhan scosse le fondamenta della pratica psichiatrica.
  • Non sapete cosa regalare alla nonna? I servizi da tè di Ronit Baranga fanno al caso vostro.

  • David Nebreda, classe 1952, è affetto da schizofrenia fin dall’età di 19 anni. Invece di sottoporsi alle cure mediche, si è ritirato da eremita in un appartamento di due stanze, senza contatti con il mondo esterno, praticando l’astinenza sessuale e costringendosi a lunghi digiuni. La sua unica arma per combattere i dèmoni è una macchina fotografica: i suoi autoritratti sono, certamente, la rappresentazione di un inferno mentale — ma anche uno squarcio di luce al fondo di questo abisso; paiono quasi immortalare la catarsi nell’atto di compiersi, e a dispetto della loro natura estrema e disturbante sembrano celebrare un’autentica vittoria sulla carne. Nebreda si riappropria del dolore, e lo trascende attraverso l’arte. Potete vedere alcune sue fotografie qui e qui.
  • La femme fatale, vestita in modo glamour e diabolicamente letale, è un mito letterario e cinematografico: nella realtà, le assassine riescono a essere invisibili proprio giocando sulle aspettative culturali e mantenendo un profilo decisamente sobrio.
  • Sempre parlando dell’immaginario legato alla figura femminile, c’è un topos della fantascienza raramente preso in considerazione: le donne in provetta. Che l’ossessiva presenza di quest’immagine abbia a che fare con l’oggettificazione del femmineo, con un certo feticismo, con un inconscio desiderio maschile di costringere, recludere e dominare la donna? A scorrere il centinaio di esempi raccolti sulla pagina Sci-Fi Women in Tubes, qualche dubbio viene. (Grazie, Mauro!)

  • Ho sempre sostenuto che muffe e funghi siano esseri superiori. Ad esempio gli organismi mucillaginosi nelle foto qui sopra, chiamati Stemonitis fusca, sembrano in grado di sfidare la gravità. Il mio primo articolo per la rivista Illustrati, anni fa, era dedicato all’incredibile Cordyceps unilateralis, un parassita capace di controllare il corpo e la mente dell’ospite che attacca. E di recente ho trovato la foto qui sotto, che mostra cosa succede quando un Cordyceps si impianta nel corpo di una tarantola. Altro che Cthulhu! I funghi, gente! I funghi sono i veri padroni dell’Universo! E sono anche buoni nel risotto!

  • Non hai mai pensato a un tatuaggetto? / La tua amica sfoggia un tatuaggetto / Corri corri a farti un tatuaggetto…“, recita una canzone di Elio e le Storie Tese. Di certo è passata l’epoca in cui tatuarsi era appannaggio dei reietti sociali, dei carcerati, dei delinquenti. Ma la storia di questo tipo di body art non sarebbe stata la stessa senza le donne tatuate che si esibivano nei freakshow. Wikipedia (inglese) ha una bella pagina al riguardo, e qui trovate un’intervista a un’esperta che ha studiato la vita di queste artiste. Come colonna sonora durante la lettura, si consiglia il pirotecnico cavallo di battaglia di Groucho Marx, Lydia The Tattooed Lady.
  • Può un armadietto del Settecento lasciarvi a bocca aperta? Be’, guardate il video qui sotto.

  • L’ultima aggiunta alla lista dei candidati per il mio Museo del Fallimento è il brasiliano Adelir Antônio de Carli, noto come Padre Baloeiro (“il prete dei palloncini”). Carli intendeva raccogliere fondi per costruire una cappella per i camionisti di Paranaguá; così, per pubblicizzare la sua causa, il 20 aprile 2008 legò una sedia a 1000 palloncini gonfiati con l’elio e prese il volo di fronte a giornalisti e curiosi. Dopo aver raggiunto i 6000 metri di altitudine scomparve tra le nuvole.
    Passò un mese e mezzo prima che la parte inferiore del suo corpo venisse ritrovata, a 100 km dalla costa.

  • La passionata è un pezzo di Guy Marchand che ebbe grande successo nel 1966. E che dimostra due sorprendenti verità: 1- i tormentoni estivi spagnoleggianti esistevano già allora; 2- i suddetti tormentoni portavano a evidenti disturbi della personalità. Cosa che peraltro fanno anche oggi. (Grazie, Gigio!)

  • Due neuroscienziati costruiscono una specie di casco che eccita i lobi temporali di chi lo indossa, con l’intento di studiare l’effetto di una leggera stimolazione magnetica sulla creatività. E i soggetti del test si mettono a vedere angeli, parenti deceduti, e a parlare con Dio. È forse la scoperta destinata a spiegare le estasi mistiche, le esperienze paranormali, il senso stesso del sacro? O si tratta di un mezzo di comunicazione con una realtà invisibile? Nessuna delle due, perché la verità è un po’ più deludente: tutti i tentativi di replicare l’esperimento non hanno rilevato effetti particolari. Però rimane una buona idea per un romanzo. Ecco la pagina Wiki italiana sul casco di Dio, ma quella inglese è più completa.
  • Il California Institute of Abnormalarts è un nightclub a tema sideshow situato a North Hollywood (Los angeles) che ospita eventi di burlesque, concerti underground, spettacoli di freakshow e proiezioni cinematografiche. Ma se avete paura dei clown, forse è meglio che stiate alla larga: nel locale è presente il famoso cadavere imbalsamato di Achile Chatouilleu, un pagliaccio che chiese di essere sepolto nel suo costume di scena e con il viso truccato.
    Certo, per essere morto nel 1912 è conservato fin troppo bene (sarà mica un’altra di quelle finte meraviglie per cui erano celebri i sideshow di una volta?). Comunque sia, l’effetto è grottesco e decisamente inquietante…

  • Vi lascio infine con l’immagine intitolata The Crossing, opera del fotografo naturalista Ryan Peruniak. Tutti i suoi lavori sono spettacolari, come potete vedere dando un’occhiata al suo sito ufficiale, ma trovo questo scatto particolarmente poetico.
    Ecco il suo ricordo del momento:
    All’inizio di aprile nelle Montagne Rocciose, la neve ricopre ancora i picchi maestosi mentre sulle vette più basse si è sciolta così come i laghi e i fiumi. Stavo camminando sulla sponda quando vidi una forma scura sul fondo del fiume. Il mio primo pensiero fu che un cervo doveva essere caduto attraverso il ghiaccio, quindi mi avvicinai per investigare… e in quel momento vidi la lunga coda. Mi ci volle qualche momento per capire cosa stavo vedendo… un puma adulto riverso serenamente sul letto del fiume, una vittima del ghiaccio sottile.

Myrtle, la ragazza con quattro gambe

La signora Josephine M. Bicknell morì una settimana prima di compiere il suo sessantesimo compleanno; venne seppellita a Cleburne, Texas, agli inizi di maggio del 1928.

Una volta calata la bara nella terra, il marito James C. Bicknell rimase a guardare mentre nella fossa veniva versato uno spesso strato di cemento; aspettò un’ora, forse due, finché la colata non fu del tutto solidificata. Finalmente James e i familiari se ne andarono, sollevati: nessuno avrebbe rubato la salma della signora Bicknell – né i medici, né i collezionisti, che tanto avevano premuto per ottenerla.

Strano pensare che un corpo senza vita potesse fare gola a così tante persone.
Eppure la signora che riposava sotto il cemento era stata celebre in tutti gli Stati Uniti, molti anni prima, con il nome di ragazza: Josephine Myrtle Corbin, la Ragazza del Texas con Quattro Gambe.

Myrtle era nata nel 1868 nella Contea di Lincoln, Tennessee, affetta da una rara anomalia fetale chiamata “dipigo”: il suo corpo era perfettamente formato dalla testa fino all’ombelico, al di sotto del quale si divideva in due bacini, e quattro arti inferiori.

Le due gambe centrali erano rudimentali, anche se capaci di movimento, e alla nascita si erano presentate appiattite sulla pancia della neonata. Assomigliavano a quelle di un siamese parassita, ma in realtà non c’era alcun gemello: durante lo sviluppo fetale, il bacino si era sdoppiato lungo l’asse mediano (per ogni paio di gambe, una era atrofizzata).

Secondo i resoconti medici dell’epoca,

tra ogni paia di gambe c’è un distinto, completo set di organi genitali, sia esterni che interni, ciascuno supportato da una propria arcata pubica. Ogni apparato agisce indipendentemente dall’altro, con l’eccezione del periodo mestruale. All’apparenza vi sono anche due intestini e due ani; entrambi sono perfettamente indipendenti – un lato può presentare diarrea, e l’altro costipazione.

Myrtle era entrata a far parte del Circo Barnum all’età di 13 anni. Quando faceva la sua apparizione sulla scena, nulla lasciava presagire la sua inusuale condizione: se si escludeva il bacino piuttosto largo e una zoppia dovuta al piede destro incurvato, Myrtle era una ragazza attraente e dalla figura tutto sommato normale. Ma quando sollevava le gonne, il pubblico rimaneva senza fiato.

Si sposò con James Clinton Bicknell quando aveva 19 anni, e un anno dopo si presentò dal dottor Lewis Whaley per via di un dolore al fianco sinistro accompagnato da altri sintomi preoccupanti. Quando il medico le annunciò che era gravida dall’utero sinistro, Myrtle si mostrò sorpresa:

“Penso che lei si sbagli; se fosse stato dal lato destro, sarei quasi arrivata a crederle”; e dopo aver chiesto ulteriori chiarimenti scoprì, dall’osservazione della paziente, che i suoi genitali destri erano quasi invariabilmente usati per il coito.

Quella prima gravidanza finì purtroppo in un aborto, ma successivamente Myrtle, ritiratasi dalle scene, ebbe ben quattro figli, tutti in perfetta salute.

Dato l’enorme successo del suo show, i circhi concorrenti provarono a replicare la fortunata formula – ma altre belle signorine con gambe in soprannumero non se ne trovavano proprio.
Con l’inventiva tipica dei sideshow, si ovviava comunque al problema ricorrendo a dei trucchi.
I due diagrammi seguenti mostrano l’espediente usato per simulare una donna con tre gambe e con quattro, e sono riportati nel libro del 1902 The New Magic (fonte: Weird Historian).

Se cercate fotografie di Myrtle Corbin su internet, potreste incappare in alcuni scatti di Ashley Braistle, il più recente esempio di donna a quattro gambe.
Le foto qui sotto sono quelle del suo matrimonio, celebrato nel luglio del 1994, con un idraulico di Houston di nome Wayne: un amore nato dopo che Ashley era apparsa in un’intervista su un giornale, in cui si dichiarava alla ricerca di un compagno “sensibile e alla mano“.

Purtroppo però l’11 maggio 1996, la vita di Ashley terminò in tragedia quando volle provare a sciare, e finì per schiantarsi contro un albero.

L’avete indovinato?
In realtà la commovente storia di Ashley è un trucco, proprio come quelli usati dai circensi di inizio secolo.
Questa bufala fotografica è stata partorita da un altro bizzarro “sideshow”, cioè quello di Weekly World News, un tabloid da supermarket attivo fino al 2007 e famoso per pubblicare notizie palesemente false con titoli fantasiosi e ridicoli (“Mini-sirena trovata in un panino al tonno!”, “Hillary Clinton adotta un neonato alieno!”, “Abramo Lincoln era una donna!”, “Trovato il Giardino dell’Eden!”, e via dicendo).

La “notizia” della morte di Ashley nell’edizione del 4 giugno 1996.

 

Un altro esempio dei titoli di Weekly World News: “Sopravvissuti del Titanic trovati VIVI! Congelati in un iceberg che galleggiava nell’Atlantico!“. Più in alto, si parla di minuscoli terroristi travestiti da nani da giardino.

Per concludere su una nota più seria, ecco una buona notizia: le duplicazioni caudali oggi possono, in alcuni casi, essere corrette chirurgicamente dopo la nascita (è successo per esempio nel 1968, nel 1973 e nel 2014).

E per fortuna non servono più colate di cemento per impedire agli sciacalli di dissotterrare un corpo straordinario come quello di Josephine Myrtle Corbin Bicknell.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 8

Eccoci ritrovati per una nuova edizione di LC&MA, la rubrica perfetta per darsi al cincischio e allo stupore sotto l’ombrellone!
(Perfetta anche per distrarmi un po’ dalla stesura del nuovo libro della Collana BB.) (A proposito, fino al 15 settembre c’è il 20% di sconto per chi desidera comprare tutti e 4 i libri assieme — basta inserire il codice coupon BUNDLE4 al momento dell’acquisto. Shopper di Bizzarro Bazar in omaggio.) (Ah, dimenticavo, il camaleonte qui sopra è una mano dipinta dal grande Guido Daniele, che di mestiere dipinge mani.)
Dai, cominciamo!

  • A Città del Messico, nel Templo Mayor, gli archeologi hanno finalmente trovato una delle leggendarie “torri di teschi” azteche che terrorizzarono i conquistadores spagnoli. Queste strutture (chiamate tzompantli) servivano a esibire i resti di guerrieri morti valorosamente in battaglia, o di nemici e prigionieri di guerra: ne abbiamo descrizione in diversi codici e nei resoconti dei conquistadores. La nuova “torre” appena scoperta potrebbe essere proprio lo Huey Tzompantli, il più grande di tutti, un’impressionante rastrelliera che all’epoca di Cortés, secondo i calcoli, arrivò a contenere ben 60.000 teste (immaginatevi che spettacolo raccapricciante).
    Nel nuovo sito ne sono stati contati 650, e il numero è destinato a salire con il procedere degli scavi. Ma c’è un mistero: gli esperti si aspettavano di trovare i resti, come abbiamo detto, di giovani guerrieri. Finora invece hanno riscontrato un’inspiegabile, alta percentuale di donne e bambini — cosa che ha lasciato tutti un po’ interdetti. Che la funzione degli tzompantli sia ancora da comprendere del tutto?
  • Ancora misteri archeologici: in Peru, a 200km dalle più celebri linee di Nazca, c’è questa specie di candelabro inciso nella roccia. Il geoglifo è alto 181 metri, è visibile dal mare, e nessuno sa esattamente cosa sia.

  • Durante la notte del 21 agosto 1986, in una valle nella provincia nord-occidentale del Camerun, più di 1700 persone e 3500 capi di bestiame morirono di colpo, nel sonno. Cos’era successo?
    Il vicino lago Nyos, non per nulla indicato dagli indigeni come un luogo infestato da spiriti malevoli, venne individuato come il vero responsabile dell’ecatombe.
    Sul fondo del lago Nyos, a causa del magma vulcanico ancora attivo, si forma normalmente uno strato di acqua in cui è presente un’altissima concentrazione di CO2. Le recenti piogge avevano favorito il cosiddetto “ribaltamento del lago” (o eruzione limnica): lo strato inferiore si era di colpo spostato in superficie, liberando un’immensa, invisibile nube di andride carbonica di 80 milioni di metri cubi, che aveva soffocato nel giro di pochi minuti quasi tutti gli esseri viventi della vallata. [Scoperto via Oddly Historical]

Se vi trovate nei paraggi, respirate pure tranquilli. Oggi alcuni sifoni portano l’acqua dal fondale alla superficie, in modo da liberare gradualmente e in modo costante la CO2.

  • Direte — che diavolo ci fa il catalogo di Tezenis su Bizzarro Bazar?
    Guardate meglio. Quel collo, gente.
    Un ritocco fotografico finito malissimo? Può darsi, ma mi piace pensare che la fanciulla sia in realtà l’erede dello straordinario Martin Joe Laurello, star del freakshow per i Ringlin Bros, Ripley’s Believe It Or Not, Barnum & Bailey e altri circhi itineranti.
    Qui lo vedete in azione, assieme al collega Bendyman.

  • L’ultima edizione del Godfrey’s Almanack (“periodico” dietro cui si cela il creatore del meraviglioso Thinker’s Garden) è dedicata al mare, alla navigazione antica, ai mostri marini. Ed è bellissima.
  • Si dica quel che si vuole di Caterina II di Russia, ma di sicuro aveva un certo gusto nell’arredamento.
  • Nel frattempo in Kenya c’è un avvocato che sta tentando (per la seconda volta!) di fare causa a Israele e a noi italiani per aver ucciso Gesù Cristo. Ci serva da lezione. Si può ammazzare, devastare e distruggere indisturbati  per secoli, ma guai a toccare qualcuno che ha conoscenze molto in alto.
    P.S. Consiglio agli amici della Grecia: i prossimi potreste essere voi, cominciate a far sparire ogni traccia di cicuta.
  • Su questo sito (cliccando sulla prima immagine) potete farvi un tour a 360° nella cripta di San Casimiro, Cracovia, fra bare aperte e mummie in bella vista.

  • Dal 21 al 24 luglio sarò all’Università di Winchester per le giornate organizzate da Death & The Maiden, un bellissimo blog sul rapporto fra le donne e la morte, con il quale ho collaborato in qualche occasione. L’evento omonimo si preannuncia succoso: oltre alle conferenze vere e proprie, ci saranno seminari e workshop (dal ricamo di sudari alle tecniche vittoriane di decorazione a intreccio con i capelli del defunto), visite guidate ai cimiteri monumentali della zona, concerti, performance artistiche e proiezioni di film documentari.
    Io porterò il mio talk Saints, Mothers & Aphrodites, che spero di riuscire a proporre in autunno anche qua e là in Italia.

Per ora è tutto, alla prossima!

Freaks: disabilità e sguardo

Introduzione: quei maledetti occhiali colorati

L’immagine qui sotto è probabilmente la mia illusione preferita (non a caso già apparsa in questo blog).

Ad una prima occhiata sembra una famigliola in una stanza, intenta a fare colazione.
Eppure, quando la figura viene mostrata agli abitanti di alcune zone rurali dell’Africa, essi vedono qualcosa di diverso: una famigliola intenta a fare colazione all’aperto, ai piedi di un albero, mentre la madre sta tenendo una scatola in equilibrio sulla testa, forse per divertire i bambini. L’illusione qui non è ottica, ma culturale.

Le origini dell’immagine sono incerte, ma non ci importa qui se essa sia stata effettivamente usata in uno studio psicologico, né se sia viziata o meno da un pregiudizio di fondo sulla vita nel Terzo Mondo. La forza di questa illustrazione sta nel sottolineare come la cultura sia un inevitabile filtro della realtà.

Ricorda a suo modo un passaggio del documentario di Werner Herzog The Flying Doctors of East Africa (1969), in cui i medici si trovano di fronte al problema di spiegare alla popolazione che sono le mosche a veicolare le infezioni; mostrare grandi cartelloni con la raffigurazione dell’insetto e la descrizione dei pericoli non sortisce alcun effetto perché la gente, non abituata alle convenzioni delle nostre rappresentazioni grafiche, non capisce che sono in scala e pensa: “Certo, staremo attenti, ma qui da noi non esistono delle mosche così grosse“.

Anche se non ci piace ammetterlo, la nostra visione è condizionata socialmente. La cultura è come un paio di occhiali dalle lenti colorate, utile in molte situazioni per decodificare il mondo ma deleterio in altre, e da cui fatichiamo a liberarci con la sola forza di volontà.

‘Freak pride’ e disabilità

Veniamo dunque ai “freak”: questo termine in origine denigratorio ha assunto oggi un particolare fascino culturale, e in questo senso l’ho sempre usato con il preciso intento di combattere il pietismo e dare valore alla diversità.
Ogni volta che ho parlato di meraviglie umane, ho scoperto sulla mia pelle quanto difficile sia scrivere di queste persone.

Riflettere sul taglio più corretto da dare all’argomento significa cercare di togliersi dal naso gli occhiali colorati della cultura, un’operazione quasi impossibile. Spesso mi sono domandato se non fossi incorso anch’io in alcune generalizzazioni che non intendevo fare, se avessi peccato di involontario conformismo nel mio approccio.
Certo, ho tentato di raccontare le storie di questi personaggi stupefacenti attraverso il filtro della meraviglia: convinto che – data per scontata l’uguaglianza dei diritti – la separazione fra ordinario e extra-ordinario potesse giocare in favore della disabilità.
In questo senso ho sempre preferito quei “diversi” che hanno deciso di riappropriarsi dell’esotismo del proprio corpo, della distanza dalla Norma, in una sorta di freak pride che rigira come un calzino il concetto di handicap.

Ma è davvero il modo più corretto di approcciarsi alla diversità e, in alcuni casi, alla disabilità? Quanto di questa visione è originale e quanto proviene pedissequamente da una lunga tradizione culturale? E se il freak, alla faccia dell’orgoglio, volesse in realtà soltanto avere una vita banale, se cercasse il conforto della mediocrità? Insomma, quale prospettiva narrativa è più etica?

A instillarmi il dubbio credo che sia stata una frase di Fredi Saal, classe 1935, autore tedesco che ha passato tutta la prima parte della sua esistenza fra ospedali e case di cura perché considerato “non educabile”:

No, non è la persona disabile che avverte se stessa come anormale – è avvertita come anormale dagli altri, perché un’intera fetta di vita umana è ignorata. Dunque la sua esistenza assume una qualità minacciosa. Non ci si concentra sulle persone disabili, ma sulla propria esperienza. Ci si chiede, come reagirei se mi colpisse improvvisamente un handicap?, e la risposta è proiettata sulla persona disabile. Quindi l’immagine che se ne riceve è completamente distorta. Perché non si vede l’altra persona, ma se stessi.

(F. Saal, Behinderung = Selbstgelebte Normalität, 1992)

Per quanto io sia affezionato all’idea di un orgoglio freak, è dunque possibile che sia soltanto l’ennesima proiezione inconscia: vale a dire che mi piace pensare che io reagirei così alla disabilità… ancora una volta non mi sto veramente rapportando con la persona diversa, ma con la mia idea romantica e irreale della diversità.

Non possiamo certo guardare attraverso gli occhi del disabile, c’è un’invalicabile barriera, ma in definitiva è la stessa che si innalza fra tutti gli esseri umani. Il “cosa farei io in quella situazione?” di cui parla Saal, quel proiettare sempre noi stessi a discapito degli altri, in realtà lo si fa di continuo e non solo nei confronti dei disabili.

Il freak però è sempre stato ambiguo – o, meglio, ciò che è difficile da comprendere appieno è il nostro stesso sguardo sul freak.
Credo sia dunque importante cercare di rintracciare le origini di questo sguardo, capire come si è evoluto nel tempo: potremmo addirittura scoprire che questa cosa che chiamiamo disabilità non è in definitiva che un altro prodotto culturale, un’illusione che siamo “allenati” a riconoscere nello stesso modo in cui vediamo la famigliola fare colazione all’interno di una casa anziché all’aperto.

A mia discolpa, chiariamo subito un punto: se è possibile per me immaginare un orgoglio freak, è perché il concetto stesso di freak non arriva dal nulla, e non ha propriamente a che fare con la disabilità. Molte delle persone che si esibivano nei freakshow erano anche disabili, altre no. Non era quello il discrimine. La vera caratteristica che permetteva a quelle persone di salire su un palco era la meraviglia che suscitavano: alcuni corpi erano ammirati, altri erano in grado di scandalizzare (in quanto insopportabilmente osceni), ma chi pagava il biglietto lo faceva per rimanere stupito, scioccato, scosso nelle sue certezze.

Nei tempi antichi il monstrum era un segno divino (condivide infatti la radice etimologica con “mostrare”), che andava interpretato – e molto spesso temuto, proprio in quanto segnale di sorte funesta. Se di norma il segno mostruoso era portatore di sciagura, alcune disabilità venivano risparmiate (la cecità e la follia su tutte, considerate forme di veggenza, cfr. V. Amendolagine, Da castigo degli dei a diversamente abili: l’identità sociale del disabile nel corso del tempo, 2014).

Nel Medioevo, invece, il problema della deformità acquista decisamente complessità; da una parte la fisiognomica voleva suggerire una correlazione fra la bruttezza e la corruzione dell’animo, e in effetti la letteratura propone vari esempi di denigrazione degli avversari mediante la descrizione dei loro difetti fisici; dall’altra teologi e filosofi (Sant’Agostino in prima linea) consideravano la deformità soltanto un altro esempio della condizione penale degli uomini su questa terra, tanto che nella risurrezione ne sarebbero stati cancellati tutti i segni (cfr. J.Ziegler in Deformità fisica e identità della persona tra medioevo ed età moderna, 2015); addirittura diverse sante cristiane invocavano la deformità come prova di espiazione (vedi il mio Corpi estatici: erotismo e agiografia).
Dall’altro canto la deformità precludeva l’accesso all’ordo clericalis, sulla base di un celebre passo del Levitico in cui il sacrificio sull’altare non può essere offerto da chi è imperfetto nel corpo (P. Ostinelli, sempre in Deformità fisica…, 2015).

Il monstrum che diviene mirabile, invece, è un’idea più moderna e tuttavia nata ben prima dei carrozzoni ambulanti, prima del “One of us!” di Tod Browning, prima delle controculture hippie che se ne sono appropriate: e si oppone all’altra grande invenzione moderna nei confronti della disabilità, cioè la commiserazione.
Tutta la storia dei nostri rapporti con la disabilità oscilla fra questi due poli contrapposti, l’ammirazione e la pietà.

Il tipo giusto di occhi

All’interno della mostra Der (im)perfekte Mensch (“L’essere umano (im)perfetto”), organizzata nel 2001 dal Museo Tedesco dell’Igiene a Dresda, venivano riconosciute sei categorie principali di sguardo sul disabile:

– Lo sguardo meravigliato e medico
– Lo sguardo annichilente
– Lo sguardo pietoso
– Lo sguardo d’ammirazione
– Lo sguardo strumentalizzante
– Lo sguardo che esclude

Questa lista è certamente discutibile, ma ha il merito di proporre e tracciare delle possibili distinzioni.
Fra tutti i tipi di sguardo elencati qui sopra, quello che più infastidisce oggi è lo sguardo pietoso. Perché implica una superiorità dell’osservatore, un giudizio definitivo su una condizione che, agli occhi del “normale”, non può che sembrare tragica: è la supponenza, l’intima convinzione che l’altro sia un povero storpio da compatire. Il sottinteso è che non ci può essere fortuna, non ci può essere felicità nell’essere diversi.

Il concetto di povero storpio che (pur imbellettato con termini più politicamente corretti) sta alla base di tutte le varie maratone di raccolta fondi è ancora profondamente radicato nella nostra cultura, e porta a una visione distorta dell’assistenza – spesso più incentrata sul nostro “fare opera pia” che non sul disabile stesso.

Per quanto riguarda lo sguardo pietoso, l’esempio storico più antico di cui siamo a conoscenza è questa stampa del 1620, conservata al Museo Regionale Tirolese Ferdinandeum di Innsbruck, che mostra un falegname disabile di nome Wolffgang Gschaiter nel suo letto. Il testo racconta come quest’uomo, dopo aver sofferto di insopportabili dolori al braccio sinistro e alla schiena per tre giorni, si sia ritrovato completamente paralizzato. Da quindici anni, continua il racconto, egli è in grado di muovere soltanto occhi e lingua. L’intento del foglietto è quello di raccogliere elemosine e carità, e i lettori sono invitati a pregare per lui nella vicina chiesa dei Tre Santi di Dreiheiligen.

Questo pamphlet è interessante per più di un motivo: nel testo la disabilità viene esplicitamente descritta come “specchio” della stessa miseria dell’osservatore, dunque stabilisce l’idea che si debba pensare a se stessi mentre la si guarda; viene operata la distinzione fra anima e corpo per rinforzare il dramma (l’anima del falegname può essere salvata, il suo corpo no); si tratta storicamente di uno dei primi utilizzi dell’espressione “povero storpio“.
Ma soprattutto questo foglietto è uno dei primissimi esempi di comunicazione di massa in cui la disabilità è associata al concetto di donazione, di raccolta fondi. In pratica, un proto-Telethon che puntava sull’elemosina e sulle preghiere in chiesa per ripulire le coscienze, e allo stesso tempo uno strumento in linea con la propaganda ideologica della Controriforma (cfr. V. Schönwiese, The Social Gaze at People with Disabilities, 2007).

Di contro, già nel secolo precedente si era sviluppato un altro tipo di sguardo, quello clinico-anatomico. Questa incisione di Albrecht Dürer del 1538 mostra una donna reclinata su un tavolo il cui corpo viene meticolosamente disegnato da un artista. Fra le due figure è stato eretto un telaio con dei fili che dividono in piccoli quadrati la visione del pittore, in modo che egli possa trasporla accuratamente su un foglio recante la medesima griglia. Ogni curva, ogni dettaglio è scomposto e replicato grazie a questo stratagemma: la visione ha il primato sugli altri sensi, ed è organizzata in un quadro asettico, geometrico, di pura forma. Siamo nella fase in cui si sviluppa una vera e propria cartografia del corpo umano, e in questo contesto anche la deformità viene studiata in maniera analoga. È lo sguardo “meravigliato e medico“, in cui non si avverte alcun giudizio di tipo etico o pietista, ma la cui ideologia è piuttosto quella della mappatura, dell’intelletto che divide, categorizza e dunque domina ogni possibile variante del cosmo.

Nella wunderkammer dell’Arciduca Ferdinando II di Austria (1529-1595), conservata nel Castello di Ambras vicino a Innsbruck, è presente un ritratto davvero eccezionale. Originariamente una parte del dipinto era coperta da una tendina di carta rossa: i visitatori della collezione, nel XVI secolo, devono aver visto qualcosa di simile a questa mia ricostruzione.

Chi aveva voglia e coraggio poteva scostare il foglio per ammirare il dipinto nella sua interezza: ecco allora comparire il corpo floscio e deforme del soggetto, raffigurato con un’estrema crudezza di dettaglio e di realismo.

Cosa gli uomini del Cinquecento vedessero in un simile dipinto non possiamo saperlo con certezza. Per rendersi conto della relatività dello sguardo, è sufficiente ricordare che all’epoca la categoria delle “meraviglie umane” includeva per esempio anche gli stranieri provenienti da paesi esotici, e una sotto-categoria degli stranieri erano i cretini che si diceva abbondassero in determinate regioni geografiche.
In libri come la celebre Opera ne la quale vi è molti Mostri de tute le parti del mondo antichi et moderni (1585) di Giovan Battista de’ Cavalieri sono messi fianco a fianco disabili e apparizioni mostruose, persone senza gambe e chimere mitologiche.

Ma la tendina di carta rossa del ritratto di Ambras è un segnale importante, perché sta a significare che un simile corpo era da una parte considerato osceno, capace di urtare la sensibilità dell’osservatore. Dall’altra gli animi più forti o curiosi potevano confrontarsi con l’immagine intera. Questo ci fa supporre che già nel Cinquecento la mostruosità si fosse almeno in parte svincolata dall’idea del prodigio, e liberata dalla superstizione dei secoli precedenti.

Il quadro è dunque un perfetto esempio di sguardo “meravigliato e medico”; dalla deformità come mirabilia all’ammirazione vera e propria, il passo è breve.

Il giusto mezzo?

Lo sguardo di ammirazione è quello che spesso ho adottato nei miei articoli. La mia pratica di scrittura e di pensiero coincide con quella di John Waters, che ha spesso ribadito di provare ammirazione per i protagonisti dei suoi film, di guardarli “dal basso verso l’alto” (looking up) e non viceversa: “Tutti i personaggi nei miei film, io li ammiro. Non penso a loro come fa la gente di fronte a un reality – che noi siamo meglio, e che dovremmo ridere di loro.

Eppure il rischio qui è di cadere nella trappola opposta a quella pietista, cioè un’eccessiva idealizzazione. Sarà forse una mia peculiare allergia al concetto di eroismo, ma non mi interessa proporre versioni agiografiche delle vite delle meraviglie umane.

Tutte queste riflessioni, di cui vi ho fatto parte, mi portano a credere che non esista un equilibrio facile. Non si può parlare dei freak senza incorrere in qualche errore, in qualche generalizzazione, senza insomma cadere nell’inganno delle lenti colorate.
Ogni comunicazione fra noi e i diversi/disabili sopravvive in una sorta di limbo, che è l’incrocio fra il nostro e il loro sguardo. E in questo spazio non può mai esistere un confronto davvero autentico, perché dal punto di vista fisico siamo separati da un’esperienza troppo differente.
Io non potrò mai comprendere il corpo degli altri, né loro il mio.

Forse, però, questa distanza è proprio ciò che ci avvicina.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra…”

Proviamo a considerare l’unico punto di riferimento che abbiamo – il nostro stesso corpo – rifiutando l’abitudine.
Prendo a prestito l’incipit dell’introduzione che ho scritto per Nueva Carne di Claudio Romo:

Il nostro corpo è un territorio inconoscibile.
Possiamo smontarlo, ritagliarlo in parti sempre più minuscole, studiarne le ossessive geometrie, annotare minuziosamente ogni sua insenatura su diagrammi precisi, rovistare fra le sue interiora, e il suo segreto continuerà a sfuggirci.
Ci guardiamo le mani. Passiamo la lingua sull’arco dei denti. Ci tocchiamo i capelli.
Siamo davvero noi, questo?

Ecco l’esercizio mentale definitivo, la mia personale soluzione al rebus dei freak: l’unico modo sincero e onesto che trovo per raccontare la diversità è renderla universale.

Johnny Eck si è risvegliato in questo mondo senza le estremità inferiori; suo fratello è invece emerso dal magma delle forme con due gambe.
Anch’io sono dotato di piedi, completi di dita che posso osservare, là in fondo, muoversi appena lo decido. Sono sempre io, quelle dita? Ignoro fin dove la mia identità si spinga, e dove cominci una sua estensione.
A ben guardare la mia esperienza e quella di Johnny sono diversamente, ugualmente
misteriose.
Siamo tutti fratelli nell’enigma della carne.

Questo è lo sguardo che scelgo, che mi permette di fissare il freak negli occhi senza compatirlo né celebrarlo oltre misura. Uno sguardo che non pretende affatto di mettere sullo stesso piano la mia e la sua esperienza, ma neanche di esagerare le nostre differenze.

Mi piacerebbe idealmente sedermi con lui — con il freak, con il “mostro” — sulla veranda dei ricordi, di fronte al tramonto delle nostre vite.
Allora, che te ne è parso di questo strano viaggio? Di questo strano posto in cui siamo capitati?’, gli chiederei.
E sono certo che il suo sorriso sarebbe simile al mio.

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Per chi volesse addentrarsi nei meandri dell’etica e della politica del mostruoso, consiglio l’antologia saggistica a cura di U. Fadini, A. Negri e C. T. Wolfe Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica (Manifestolibri, 2001).

I neonati prematuri di Coney Island

Un tempo, sulla midway dei circhi o dei Luna Park, fra l’odore di hot dog e le grida degli imbonitori, si potevano vedere straordinarie attrazioni secondarie, dai mangiatori di fuoco alle donne barbute, dalle ballerine elettriche alle mostruosità più esotiche (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui).
Eppure, oltre al fascino che ancora esercita su di noi quest’epoca di ingenua meraviglia, c’è un’altra e meno conosciuta ragione per cui dovremmo essere grati alle vecchie fiere itineranti: fra coloro che stanno leggendo queste righe, quasi uno su dieci è vivo anche grazie ai sideshow.

Questa è la strana storia di come i Luna Park, e la caparbietà di un medico visionario, contribuirono a salvare milioni di vite umane.

Fino alla fine dell’800, i bambini nati prematuri non avevano pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza. Gli ospedali non disponevano di unità neonatali in grado di assicurare cure efficaci per il problema, dunque i prematuri venivano ridati ai genitori affinché li portassero a casa — in pratica, a morire. Con ogni evidenza, Dio aveva deciso che quei bambini non fossero destinati a sopravvivere.
Nel 1878 un celebre ostetrico parigino, il Dr. Étienne Stéphane Tarnier, visitò una mostra chiamata Jardin d’Acclimation in cui veniva esibito anche un innovativo metodo di allevamento del pollame in ambiente riscaldato da un sistema idraulico, inventato da un impiegato dello Zoo di Parigi; immediatamente, il medico pensò di applicare lo stesso sistema ai neonati prematuri e commissionò la costruzione di una scatola che permettesse di condizionare la temperatura dell’ambiente in cui il bambino si trovava.
Dopo le prime, positive sperimentazioni all’Ospedale di Maternità di Parigi, ben presto l’incubatore fu dotato di una campanella che suonava quando la temperatura si alzava troppo.
Il suo braccio destro, Pierre Budin, sviluppò ulteriormente il concetto dell’incubatore di Tarnier, studiando da una parte come isolare e proteggere i fragili neonati dalle malattie infettive, e dall’altra ricercando le modalità e le quantità corrette di alimentazione di un bimbo prematuro.

Ma nonostante i buoni risultati, la comunità medica stentava a riconoscere l’utilità degli incubatori. Si trattava principalmente di una riserva dettata dalla mentalità dell’epoca: come ricordato, riguardo i bambini prematuri l’atteggiamento era piuttosto fatalista, e la morte dei piccoli più deboli era considerata inevitabile fin dall’alba dei tempi.

Fu così che Budin si decise a spedire un suo collaboratore, il Dr. Martin Couney, all’Esposizione Mondiale di Berlino nel 1896. Couney, il vero protagonista della nostra storia, era un personaggio fuori dal comune: al di là delle sue competenze di ostetrico, aveva uno sviluppato carisma e la verve di un vero animale da palcoscenico; queste sue doti si rivelarono, come vedremo, fondamentali per la riuscita della sua missione.
Couney, al fine di creare un po’ di clamore e diffondere meglio la novità, ebbe l’idea di esporre negli incubatori dei bambini prematuri in carne ed ossa. Dimostrando una notevole faccia tosta, chiese direttamente all’Imperatrice Augusta Vittoria di poter utilizzare alcuni infanti dell’Ospedale di Carità di Berlino. Il favore gli fu accordato, visto che comunque i neonati erano destinati a morte certa.
Però nessuno dei bambini alloggiati negli incubatori morì, e l’esposizione di Couney, intitolata Kinderbrutanstalt (“vivaio di bambini”) ebbe un’eco clamorosa in tutta la città.

Il successo si ripeté a Londra l’anno seguente, all’Esibizione di Earl’s Court (Couney totalizzò 3600 visitatori al giorno), e nel 1898 all’Esposizione Trans-Mississippi ad Omaha, Nebraska. Nel 1900 tornò a Parigi, all’Esposizione Mondiale, e nel 1901 alla Pan-American a Buffalo, NY.

L'edificio costruito per gli incubatori a Buffalo.

L’edificio costruito per ospitare gli incubatori a Buffalo.

Gli incubatori all’Esposizione di Buffalo.

Negli Stati Uniti, però, c’era una resistenza ancora maggiore nell’accettare questa innovazione e implementarla negli ospedali.
C’è da sottolineare che nonostante Couney stesse esibendo un’invenzione medica, lo stand con gli incubatori veniva (con suo grande disappunto) invariabilmente relegato nelle aree destinate al divertimento invece che nella sezione scientifica.
Fu forse per questo motivo che nel 1903 Couney prese una coraggiosa decisione.

Gli americani pensavano che quella non fosse altro che una trovata da circo? Bene, allora avrebbe dato loro l’intrattenimento che volevano. Ma a pagamento.

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Couney si trasferì definitivamente a New York, e aprì una nuova attrazione al parco di divertimenti stabile di Coney Island. Per i 40 anni successivi, ogni estate, il medico esibì bambini prematuri nei suoi incubatori, al costo di entrata di un quarto di dollaro. Il pubblico affluiva numeroso per contemplare quei bambini estremamente sottopeso, gracili e indifesi, che dormivano nelle loro scatole di vetro temperate. “Mio Dio, guarda che piccolo!“, si sentiva esclamare dalla folla, mentre la gente scorreva lungo la ringhiera che la teneva separata dalla corsia di incubatori, infilati l’uno dietro all’altro.

 
Couney, per enfatizzare le dimensioni minute dei suoi neonati, cominciò a ricorrere anche a trucchi da vero e proprio imbonitore: se il bimbo non era abbastanza minuscolo, aumentava le coperte che lo avvolgevano per farlo apparire più piccolo. L’infermiera  Madame Louise Recht, al fianco di Couney fin dalle primissime esibizioni a Parigi, di tanto in tanto infilava il suo anello sul braccio dei neonati, per dimostrare quanto fossero sottili i loro polsi: peccato che l’anello fosse in realtà di dimensioni sproporzionate anche per il dito dell’infermiera.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Bambino prematuro con al polso l’anello dell’infermiera.

L’attività di Couney, che presto si allargò a contare due centri di incubazione (uno a Luna Park e uno a Dreamland), può sembrare ai nostri occhi piuttosto cinica. Eppure non era affatto così.
I bambini ospitati nelle sue attrazioni erano stati rifiutati dagli ospedali della città, e consegnati ai genitori che non avevano speranze di vederli sopravvivere; il “Doctor Incubator” prometteva alle famiglie di curarli senza alcuna spesa da parte loro, a patto di poterli esporre al pubblico. I 25 centesimi che il pubblico pagava per vedere i neonati coprivano interamente le elevate spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, garantendo addirittura un modesto margine di guadagno per Couney e i suoi collaboratori. In questo modo, i genitori avevano un’opportunità di salvare il proprio bambino senza sborsare un soldo, e Couney poteva continuare la sua opera di sensibilizzazione sull’importanza e l’efficacia del metodo.
Cosa più unica che rara nell’America di inizio secolo, Couney non faceva nemmeno distinzioni di razza, esibendo neonati di colore a fianco di neonati dalla pelle chiara. I suoi incubatori annoverarono fra i loro “ospiti” anche la figlia prematura di Couney stesso, Hildegarde, che più tardi divenne infermiera e affiancò il padre nella gestione dell’attrazione.

Infermiere con bambini alla Fiera Mondiale di Flushing, NY. Al centro la figlia di Couney, Hildegarde.

Oltre ai suoi due stabilimenti di Coney Island (uno dei quali rimase distrutto nel terribile incendio del 1911), Couney continuò a portare in tour per tutti gli Stati Uniti i suoi incubatori, da Chicago a St. Louis a San Francisco.
In quarant’anni di attività Couney trattò circa 8000 bambini e salvò almeno 6500 vite; ma la sua instancabile ostinazione nel divulgare l’incubatore ebbe effetti ben più vasti. I suoi sforzi, sul lungo termine, contribuirono all’apertura delle prime unità ospedaliere di cura intensiva neonatale, oggi presenti in tutto il mondo.

Dopo un picco di popolarità a inizio secolo, sul finire degli anni ’30 il sucesso degli incubatori di Couney cominciò a calare. Si trattava di un’attrazione ormai vecchia e risaputa.
Quando il primo reparto per bambini prematuri venne inaugurato al Cornell’s New York Hospital, nel 1943, Couney confidò a suo nipote: “la mia opera è conclusa“. Dopo 40 anni di quella che aveva sempre considerato propaganda a fin di bene, chiuse definitivamente la sua attività a Coney Island.

Martin Arthur Couney (1870–1950).

La maggior parte delle informazioni presenti in questo post provengono dallo studio più approfondito sull’argomento, ad opera del Dr. William A. Silverman (Incubator-Baby Side Shows, in Pediatrics, 1979).

(Grazie, Claudia!)

Il corpo del gigante

Abbiamo spesso raccontato le vicende degli appartenenti alla grande famiglia delle meraviglie umane, quelle persone uniche e particolari che chiamiamo freaks – ma nell’accezione affettuosa, per rivendicarne la diversità come valore e orgoglio.
Come accade per le vite di molti freaks, anche quella di Edouard Beaupré cominciò in maniera del tutto comune e senza alcun presagio di un futuro straordinario. Nato il 9 gennaio del 1881, Edouard fu il primo bambino ad essere battezzato nella minuscola comunità di Willow Bunch, nelle praterie canadesi, che ancora oggi conta meno di trecento abitanti.

Era il più vecchio dei ben venti figli di Florestine Piché e Gaspard Beaupré, e per i primi tre anni di vita non mostrò segni particolari; ma le cose sarebbero cambiate. Presto il bambino cominciò a crescere a una velocità davvero incredibile: a nove anni era già alto 1,83 metri. Il corpo del ragazzo continuava a ingrandirsi, ad aumentare costantemente in peso e altezza, senza che si potesse arginare questo sviluppo portentoso.

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Tutto sommato Edouard era ancora un giovane di bella presenza, dolce e gentile, abilissimo nel cavalcare e il cui sogno era quello di diventare un giorno un cowboy. Ma la sorte non era decisamente dalla sua parte: un giorno, mentre tentava di domare un cavallo imbizzarrito, l’animale gli assestò un violento calcio e lo zoccolo lo prese in pieno volto, spezzandogli il setto nasale.

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Il gigante era ormai anche sfigurato. Su pressione dei genitori si decise quindi a intraprendere la strada dello spettacolo, facendo leva sul suo fisico fuori dall’ordinario, in modo da aiutare economicamente la famiglia.
Edouard cominciò a girare il Canada e gli Stati Uniti, e la sua popolarità crebbe finché non venne ingaggiato addirittura dal Barnum & Bailey, il più grande e celebre dei carrozzoni circensi.

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Il gigantismo spesso porta con sé problemi alle ossa e alla muscolatura, e non è raro che a dispetto della stazza i giganti siano in realtà molto fragili e deboli. Questo però non era il caso di Edouard Beaupré, che faceva della prestanza fisica il fulcro del suo show: egli accentrava, per così dire, due differenti figure classiche del sideshow in un unico performer – era al tempo stesso un gigante e un “uomo forzuto” (strongman).
Il suo spettacolo consisteva in varie prove di forza e sollevamento di pesi. Ma era il colpo di scena finale che lasciava invariabilmente il pubblico attonito e senza fiato. Edouard faceva chiamare sulla pista uno dei suoi amati cavalli. Raccontava, scherzando, di come da ragazzo avesse abbandonato il sogno di fare il cowboy perché anche in sella al cavallo più alto le sue gambe toccavano il terreno; così ora utilizzava l’animale per tenersi in forma… detto questo, Edouard si chinava sotto il cavallo e, caricandoselo sulle spalle, alzava la bestia da terra. Un sollevamento da più di 400 chili.

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Il 25 marzo del 1901 Edouard, seppure sfibrato da una malattia che l’anno successivo avrebbe scoperto essere tubercolosi, incontrò in un match di wrestling Louis Cyr, l’uomo che ancora oggi viene considerato il più forte mai vissuto – capace di sollevare 227 chilogrammi con un dito e quasi due tonnellate sulla schiena. Per l’occasione Edouard venne misurato ufficialmente, la sua altezza era di 2,37 metri. L’incontro sul ring durò pochissimo: il gigante venne sconfitto in un battibaleno perché non si azzardò nemmeno a toccare il grande campione. A detta di chi lo conosceva bene probabilmente Edouard, vista la sua natura gentile, aveva troppa paura di fare male all’avversario.

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Il 3 luglio del 1904, alla Fiera Mondiale di Saint Louis, dopo la sua consueta performance, Beaupré crollò a terra. La continua crescita, che non accennava a fermarsi, e la tubercolosi avevano avuto la meglio sul suo fisico causandogli un’emorragia polmonare. Portato all’ospedale in fin di vita, Edouard ebbe appena il tempo di mormorare quanto fosse triste morire così giovane e lontano dai suoi genitori. Così la vita del celebre Willow Bunch Giant si spense, ad appena 23 anni di età.
Ma la sua storia non finisce qui.

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Un certo Dr. Gradwohl eseguì l’autopsia sul suo corpo, e come ci si poteva aspettare trovò un tumore all’ipofisi che probabilmente aveva causato il gigantismo di Edouard. Dopodiché il corpo venne affidato alle cure di una ditta di pompe funebri, Eberle & Keyes, per essere imbalsamato e preparato per la sepoltura. La salma avrebbe dovuto essere rispedita nel paesino natale di Edouard, ma il manager del circo, William Burke, convinse la famiglia Beaupré che i costi sarebbero stati troppo elevati, e che Edouard avrebbe avuto una degna sepoltura anche lì dove si trovava. I genitori acconsentirono, ignari del fatto che Burke in realtà non aveva alcuna intenzione di sborsare nemmeno un dollaro. Dopo aver fatto credere alla famiglia che il funerale aveva avuto luogo e che loro figlio era sepolto nel cimitero di St. Louis, Burke tagliò la corda e ripartì con il circo per un’altra città, lasciando il cadavere all’agenzia funebre.

I gestori dell’agenzia, furiosi per non essere stati pagati, decisero di rientrare delle spese sostenute per l’imbalsamazione esponendo il corpo del gigante in vetrina. La cosa non durò molto, perché dopo qualche giorno la polizia intimò loro di rimuoverlo dalla pubblica vista. A questo punto comincia l’odissea del cadavere di Edouard, venduto inizialmente a uno showman itinerante, poi riportato a Montréal da un amico della famiglia Beaupré, Pascal Bonneau. Qui venne esibito per sei mesi all’Eden Museum di Rue St. Laurent, una specie di squallido museo delle cere; eppure per vedere il gigante si formavano file di spettatori così lunghe da bloccare la strada.
Verso il 1907 il cadavere diventa proprietà del Montréal Circus, altra realtà in decadenza. Esposta su un catafalco, la salma imbalsamata rimane facile preda dell’umidità, che la rovina, finché il circo non va in bancarotta. Accusati di “esibizione abusiva di cadavere”, i proprietari abbandonano le spoglie di Edouard in un capannone del parco cittadino di Bellerive.
Sono dei bambini a scoprirlo, con orrore, mentre giocano.

Enorme corpo di uomo trovato dai bambini a Bellerive Park – una verdeggiante ma povera parte della città. Il dottore locale è stato chiamato, e mi ha notificato che era in presenza di un gigante umano. La condizione dei resti non è specificata. Ho acquistato questa scoperta incredibile con grandi speranze per la ricerca e l’esame. Il dottore mi ha chiesto furtivamente quanto può costare un simile tesoro. Gli ho detto di portarmi il cadavere, in un sacco.” Così annotava sul suo diario il Dr. Louis-Napoléon Délorme, appassionato di deformità, che pagò 25 dollari per il corpo di Edouard. Viste le povere condizioni della salma, procedette a mummificarla definitivamente, e la usò per diverse dissezioni con i suoi studenti dell’Università di Montréal. Infine il gigante trovò una nuova sistemazione, sotto vetro, alla Facoltà di Medicina.

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Lì rimase fino agli anni ’70, quando Ovila Lespérance, nipote di Edouard Beaupré, chiese all’Università di restituire alla famiglia i resti del gigante di Willow Bunch. Nel 1989 il comitato accademico acconsentì alla cremazione delle spoglie di Edouard, che finalmente il 7 luglio 1990 vennero inumate nella piccola cittadina canadese: oggi una statua a grandezza naturale ricorda le fattezze di Beaupré, e i turisti possono anche confrontare i propri piedi con l’orma di una scarpa del gigante gentile. Che, dopo 85 anni di peripezie, ha finalmente trovato riposo.

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La maggior parte delle informazioni contenute in questo articolo provengono da The Anatomy of Edouard Beaupré, di Sarah Kathryn York.

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